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Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

di Piero Purini / Purich*
con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

___
* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

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Cina e imperialismo, un’analisi storico-economica
 https://www.facebook.com/notes/la-riscossa/cina-e-imperialismo-unanalisi-storico-economica/1026958504101705/
In questi ultimi giorni ha avuto particolare risalto sui mezzi di informazione l’incontro di stato a Palm Beach tra Donald Trump e Xi Jinping. In particolare suscita l’interesse di molti la posizione della Cina riguardo questioni quali la guerra in Siria e la Corea del Nord. Potrebbe dunque essere legittimo chiedersi se in questa fase la Cina possa assumere un ruolo di argine all’imperialismo e di speranza per i popoli del mondo. Per dare una risposta occorre analizzare la situazione cinese in relazione al concetto di imperialismo, un punto centrale per l’analisi marxista della società, spesso frainteso anche da una parte del movimento comunista.
Per una chiara ed esatta chiave di lettura dell’imperialismo occorre rifarsi alla definizione che Lenin diede nel suo saggio del 1916, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo“:
«Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici» (cfr. V. Lenin L’imperialismo (1916), Editori Riuniti, 1974, pag. 128).
Secondo questa definizione il militarismo e l’aggressività nei confronti di altre nazioni non sono caratteristiche preponderanti dell’imperialismo, ma soltanto sue possibili manifestazioni. Alla luce della teoria leninista è possibile individuare quali stati, nel corso della storia recente, abbiano effettivamente assunto un ruolo di argine all’imperialismo.
L’Unione Sovietica è senz’altro uno degli esempi più lampanti di potenza antimperialista in quanto priva di esportazione di capitale (la grande maggioranza del commercio estero sovietico era con altri stati socialisti). Infatti anche dopo il 1956, anno in cui le politiche di Chruščёv iniziarono a compromettere l’impianto socialista dello stato e i cui sviluppi furono la restaurazione del capitalismo con Gorbačëv nel 1991, nonostante l’aumento delle esportazioni, l’URSS non esportò capitale.
Non è invece di immediata interpretazione la situazione dell’attuale Repubblica Popolare Cinese. Per un’adeguata valutazione è necessario comprendere come si è giunti all’odierna condizione economico-sociale del paese. A seguito del XX Congresso del PCUS del 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, criticò, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo chruscioviano in URSS, che fu definito revisionismo moderno per distinguerlo dal revisionismo bernsteiniano-kautskiano. Tuttavia, subito dopo la morte di Mao nel 1976, un nuovo tipo di revisionismo si manifestò in Cina a seguito della presa del potere dell’ala destra del PCC, che faceva capo a Deng Xiaoping, dopo la condanna della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Rivoluzione Culturale.
Contrariamente a quanto avvenuto in Unione Sovietica, in cui la figura di Stalin fu criminalizzata, il revisionismo denghista, che potrebbe essere definito come revisionismo contemporaneo, non attaccò mai apertamente Mao, ma continuò a celebrarlo e a rivendicare una, peraltro inesistente, continuità con la sua politica. Al contempo Deng elaborò la teoria del socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi, una soluzione strategica di media o lunga durata, in attesa di un non meglio definito ritorno al socialismo. Molti sostenitori delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng con la Nuova Politica Economica (NEP), applicata da Lenin nell’URSS reduce dal conflitto mondiale e dalla guerra civile. Questo rappresenta tuttavia una valutazione fallace: la NEP prevedeva delle limitate concessioni al capitalismo al fine di ripristinare l’industria nazionale, devastata dalla guerra, nella prospettiva dell’accumulazione di forze necessarie per esser superata e si realizzava nel quadro della dittatura del proletariato (non vi erano capitalisti e miliardari nel Partito e il settore privato consentito non coinvolgeva i grandi mezzi di produzione ma solo i piccoli come il commercio interno) basata sul rafforzamento della classe operaia, mentre, come ad oggi è stato possibile constatare, in Cina il socialismo di mercato è stato una manovra di transizione dal socialismo al capitalismo vero e proprio, con reintroduzione dei rapporti di produzione tipici del capitalismo.
Conferma di quanto detto è la creazione delle Zone Economiche Speciali (ZES), nelle quali, a partire dal 1979, specifiche legislazioni economiche favoriscono e incoraggiano l’afflusso di capitale proveniente da multinazionali straniere attraverso una fiscalità vantaggiosa e una larga indipendenza per le imprese (è da sottolineare come il governo cinese abbia approvato recentemente un piano per la creazione di una nuova ZES, che porterà alla fondazione di un’imponente città chiamata Xiongan, e che ha visto immediatamente dopo l’annuncio governativo l’afflusso massiccio di speculatori intenzionati ad acquistare immobili nelle aree interessate da rivendere a prezzi raddoppiati). Merita inoltre di essere menzionata la cosiddetta teoria delle tre rappresentanze, dottrina ideata nel 2000 da Jiang Zemin, successore di Deng, che di fatto forniva all’imprenditoria ancora maggior riconoscimento politico e sociale e permetteva l’ingresso sempre più palese di elementi borghesi all’interno del Partito, ormai definitivamente deideologizzato, seppur già compromesso dalla gestione di Deng.
È bene chiarire a questo punto il seguente concetto: il socialismo prevede relazioni di produzione nelle quali la classe operaia ha il potere e, di conseguenza, detiene nelle sue mani i mezzi di produzione.
In questo senso, ha come condizione necessaria il dominio della proprietà statale su quella privata e la scomparsa progressiva di ogni mezzo di produzione privato, compresa la piccola proprietà. È inevitabile che ci siano differenze tra i vari paesi nella costruzione del socialismo, ma queste non possono esser mai di principio, ossia contraddicendone quelli universali che nel caso cinese rappresentano relazioni di produzione dove predomina il capitale privato con una tendenza al maggiore sviluppo dello stesso.
Per meglio comprendere l’importanza che le imprese private assumono in Cina, basta esaminare alcune cifre riguardanti il peso del settore privato nello stato a seguito della privatizzazioni massicce applicate da Deng in poi: nel 2005 il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali; inoltre la crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quella delle imprese statali (negli ultimi 3 decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è dovuta a compagnie private).
È dunque evidente come in Cina il ritorno al capitalismo sia pressoché completo, ma bisogna prendere in considerazione alcuni dati economici per convincersi del fatto che il paese sia ormai giunto anche alla fase imperialista.
Secondo la rivista Forbes, stimando il patrimonio in dollari, attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.
Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Finantial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.
Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.
Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.
In aggiunta a quanto detto bisogna anche considerare il ruolo della Cina nel blocco dei BRICS, alleanza imperialista, in cui svolge un ruolo da protagonista. Fa parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sono membri anche la Russia e vari stati dell’Asia Centrale, e che si occupa non solo di sicurezza, ma anche di cooperazione economica (è importante il ruolo della SCO Interbank Association, che riunisce rappresentanze della banche delle nazioni aderenti all’organizzazione). Uno dei possibili sbocchi economici dell’Organizzazione, peraltro più volte suggerito dalla stessa Cina, potrebbe essere la creazione di un’area di libero mercato tra gli stati membri, ma già ad oggi sono previste norme che facilitino gli scambi commerciali interni.
La Cina ha annunciato inoltre di aver sospeso per il 2017 i suoi acquisiti di carbone dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea in applicazione delle sanzioni decise, su richiesta degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e che la Cina ha accettato). Ciò priva lo Stato socialista nordcoreano di 1 miliardo di dollari. La Cina sta anche lavorando per la creazione di un’area di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. L’imperialismo, il capitalismo monopolista, ha le sue leggi e ogni membro si muove sulla base della sua forza economica, militare e politica, nella direzione di rafforzare la propria posizione e la reddittività e competitività dei propri monopoli all’estero, a volte con “la pace” e, a volte, con mezzi militari. E’ su questa base che possiamo e potremo comprendere meglio gli eventi e alcune delle mosse cinesi che, in apparenza, seguono un approccio diverso rispetto a quello di altre potenze economiche capitaliste.
Appurato come anche la Russia svolga un ruolo di prim’ordine nella piramide imperialista internazionale, è necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.
Va a tale proposito ricordato come i lavoratori abbiano soltanto da perdere da un conflitto di questo tipo, e che, come insegna Lenin, i comunisti non devono schierarsi dalla parte di nessuno dei contendenti in gioco, disarmando politicamente, organizzativamente e ideologicamente la classe lavoratrice, ma al contrario devono stabilire una posizione indipendente di classe per sfruttare attivamente queste contraddizioni nella piramide imperialista al fine di indebolire le “proprie” borghesie nella direzione di rovesciare nei propri paesi il capitalismo, il potere della borghesia con le sue alleanze imperialiste, come l’UE e la NATO, rifiutando al contempo sia la guerra imperialista, sia la pace imperialista. Solo la lotta per un diverso modello di società potrà dare ai popoli la liberazione dallo sfruttamento e dal capitale, e questa lotta ha come artefici e alleati i proletari di ogni paese.
di Lorenzo Vagni
Dietro l’attacco alla Siria, le guerre del gas in Medio Oriente

Adela Sanchez * | mujerfariana.org
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peimfm05-017051.htm

Dietro la guerra in Siria si “nascondono” gli interessi delle grandi potenze in competizione per il controllo del gas, una delle fonti essenziali di energia per i prossimi anni, alternativa al petrolio per via della tendenza all’esaurimento delle riserve e risorsa meno inquinante e nociva per il pianeta.

In particolare, la Russia sta realizzando il progetto North e South Stream, che hanno come controparte il progetto Nabucco sviluppato dagli Stati Uniti.

Per muoversi in questa direzione la Russia ha focalizzato due obiettivi: promuovere la crescita economica attraverso un’alleanza con il Blocco di Shanghai e ottenere il controllo delle risorse di gas per rafforzare i progetti South e North Stream. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno lanciato il progetto Nabucco, con il pieno sostegno dell’Unione europea, puntando al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian.

Come sono strutturati questi mega-gasdotti?

Il North Stream mira ad unire la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, senza l’utilizzo del suolo bielorusso, mentre il progetto South Stream parte dalla Russia, attraversa il Mar Nero fino in Bulgaria e si divide in due rami: uno che va in Grecia e in sud Italia e l’altro che raggiunge l’Ungheria e l’Austria.

Il suo concorrente americano, il progetto Nabucco, ha origine in Asia centrale, in prossimità del Mar Nero, attraversa la Turchia (dove il gas viene immagazzinato nella zona di Erzurum), prosegue attraverso la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e poi in Austria per andare quindi in Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e alla fine in Italia.

Attualmente ognuno di questi progetti vuole includere nuove aree. Gli Stati uniti mirano al gas dall’Iran e a quello proveniente da Siria e Libano. Tuttavia l’Iran, che nel 2011 ha firmato degli accordi con Siria e Iraq, ha superato le previsioni diventando così la prima sede di produzione e stoccaggio di questa risorsa, strettamente vincolata alle riserve del Libano, dando luogo a una nuova area geografica, strategica ed energetica che comprende l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano stesso.

Il consorzio Nabucco, d’altra parte, è composto da diverse aziende: Rew, OML, Botas, Energy Company Holding e Transgaz, rispettivamente di origine tedesca, austriaca, turca, bulgara e romena. Ha un investimento iniziale di 11.200 milioni di dollari, destinato a raggiungere i circa 21.400 milioni nel 2017. La sua sostenibilità economica è messa in discussione dai ritardi nell’esecuzione a causa della riluttanza della Turchia ad accettare il fatto che il gasdotto attraversi il territorio greco. Questo ha significato perdite di tempo e di intese, a favore del suo concorrente Stream (North e South), fatto partire dalla Russia attraverso la società Gazprom creata negli anni ’90 con il supporto di Hans-Joachim Gornig, un tedesco strettamente legato a Mosca, dando così il via a una alleanza con il capitale tedesco che prevede una partecipazione senza precedenti nelle attività russe. Così BASF e EON controllano circa un quarto dei giacimenti di gas di Lujno-Rousskoie, fonte da cui si alimenta North Stream; e la “tedesca” Gazprom intende aggiudicarsi il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., il cui ruolo principale è lo stoccaggio del gas con prospettive di crescita a Cipro.

Questa proiezione verso Cipro non è stata gradita dalla Turchia, un paese chiave della Nato, ma che non è ancora riuscita a diventare membro dell’Unione europea e pertanto, non può trarre profitto dalla desiderata partecipazione alla produzione, stoccaggio e distribuzione di circa 31.000 milioni iniziali di metri cubi di gas all’anno, che giungeranno nei prossimi anni a 40.000 milioni circa, e ai profitti corrispondenti.

Il progetto North Stream, che coinvolge la Russia e la Germania, è stato recentemente inaugurato con un gasdotto costato 4.700 milioni di euro e presentato al mondo come un progetto europeo, ma che è in realtà russo, che mette nelle mani di Mosca il mercato del gas in Polonia e in altri paesi, secondo la legge della domanda e dell’offerta. Ma la Germania è il trampolino di lancio di cui la Russia ha bisogno per sviluppare la sua strategia a livello continentale, considerato che la Gazprom tedesca condivide più di 20 progetti con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria e altri paesi dell’area. Quindi si prevede che Gazprom possa diventare nel breve periodo una delle più potenti transnazionali del mondo.

Tutti questi elementi, forniti qui sinteticamente, sono utili per analizzare e comprendere la guerra in Siria e la creazione del cosiddetto “Stato islamico”, gli interventi imperialisti in Iraq e la loro pretesa sull’Iran e altri paesi, tanto del Medio Oriente che dell’Asia Centrale. Sono dei mostri imperiali dietro i quali si nasconde l’intervento militare euro-atlantico per la conquista di questa preziosa risorsa del presente e del futuro.

Quindi si possono visualizzare in modo trasparente gli interessi geopolitici in gioco, giacché chi ottiene in un modo o nell’altro il controllo della Siria potrà beneficiare del gas del bacino del Mediterraneo, in cui la Siria è il paese con le riserve più importanti, stimate in 146 miliardi di m³ l’anno solo nella zona di Homs.

I popoli del mondo devono persistere nella denuncia e nella lotta contro l’aggressione imperialista e il saccheggio di energia e di risorse strategiche come il gas. Lo stesso accade in Colombia, dove gli imperialisti e i loro fantocci vogliono imporre una maggiore “riprimarizzazione” [produzione di materie prime e prodotti agricoli, ndt], più sfruttamento e guerre di rapina. Dobbiamo impedirlo moltiplicando la resistenza e la solidarietà internazionalista.

* membro del Partito Comunista Colombiano Clandestino

Comunicato dei soldati di 38 unità delle forze armate greche: «Non partecipiamo alla guerra contro i migranti, non reprimiamo le lotte sociali»

ΠΟΛΥΤΕΧΝΕΙΟ-ΣΤΡΑΤΙΩΤΕΣ

…carni lacerate dal filo spinato, bambini annegati sulle coste, affamati nelle piazze, folle accalcate che pregano per i loro documenti…

Molti di noi hanno visto e hanno vissuto queste scene vergognose prima che arrivassero sulle prime pagine e nei telegiornali, sul fiume Evros e sulle isole, là dove ci hanno mandati per svolgere obbligatoriamente il servizio dell’assurdo. Lavoratori schiavi e contemporaneamente carne per i loro cannoni.

Queste scene ci scioccano, monopolizzano i nostri discorsi. Non vogliamo, però, che diventino routine. Come non ci siamo abituati e non riconosciamo i memorandum e le politiche anti-popolari, gli interventi imperialistici e le loro sporche guerre, così non accetteremo e non ci abitueremo al dramma dei profughi. È il dramma delle nostre genti, del nostro mondo, del mondo del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dal sesso!

Il cosiddetto «aumento dei flussi migratori» è in realtà fuga dalla guerra e sradicamento. Non è un fenomeno naturale, ci sono dei responsabili. È la loro crisi capitalistica. Per far sì che passi, aboliscono i nostri diritti, ci lasciano nella fame, nella povertà, nella disoccupazione, nella nuova necessità di migrare. Sono gli USA, la NATO, l’Europa, la Cina e la Russia. Impongono i loro interessi economici con la paura e la morte, mantengono e resuscitano nuovi alleati e nemici, alimentano il fondamentalismo religioso. Sono le forze della periferia dell’impero (Turchia, Israele, Grecia, paesi Arabi), che inaspriscono gli antagonismi di quest’area.

Sono quelli che parlano di stati falliti e di popoli inferiori, quelli che affrontano gli uomini come spazzatura e fanno rastrellamenti, trasformando interi territori in discariche di persone e in dispense per il crudo sfruttamento! Uno solo è il nemico della classe borghese e dei suoi governi: i lavoratori, sia che si battano per i loro diritti, sia che si muovano senza documenti, anche se sono stati i loro interventi militari a portarli allo sradicamento. E inoltre, non sono i rifugiati a decidere dove andare: i flussi migratori vengono incanalati verso i moderni campi di concentramento, gli hot spot, perché i lavoratori scelgano dove essere sfruttati! Se ne libereranno, chiaramente, quando non avranno più bisogno di loro, o quando si azzarderanno a reagire, rimettendoli di nuovo sul mercato…

Lo stato greco e l’esercito sono parte del problema e non la soluzione. Il governo SYRIZA-ANEL continua la guerra al terrorismo, prende parte ai programmi imperialistici, combatte le «minacce non conformi» (migranti, movimenti sociali). Replica la falsa ripartizione tra profughi di guerra buoni e migranti economici cattivi. Le forze armate chiedono a noi, i soldati di leva, insieme a quelli in ferma stabile e agli ufficiali, di fare la guerra al «nemico esterno», come nel caso recente dell’esercitazione PARMENIONE 2015! Al ciclo morte-sfruttamento-oppressione collaborano in armonia i “nemici” Grecia e Turchia, che pattuglieranno congiuntamente l’Egeo! Il fronte di guerra dell’Europa, per altro, comincia a Gibilterra e termina nell’Egeo, con Frontex con un ruolo preponderante.

Un sommergibile greco si unirà alla flotta europea che opera nelle acque territoriali libiche. La 16° divisione, sull’Evros, è in stato d’allerta per i migranti che arrivano da Edirne. Ci ordinano di esercitarci per reprimere le folle, come a Kos, dopo i drammatici eventi di Kalymnos, quando il generale ha richiesto che venisse dichiarato lo stato di emergenza e che fossimo mandati armati contro i migranti reclusi senza cibo né acqua. Facciamo la guardia a questa cortina omicida che è anche la ragione di tutti questi annegamenti nell’Egeo.

NON COMBATTIAMO, NON REPRIMIAMO, NON DIAMO LA CACCIA AI MIGRANTI.

Noi soldati in lotta siamo contro tutto questo, contro i loro crimini vecchi e nuovi.

Chiamiamo a un Movimento di massa, sia dentro che fuori l’esercito.

Per bloccare in ogni modo Frontex, la NATO e l’esercito europeo, l’azione delle forze armate in questo massacro continuo. Non partecipiamo alle ronde.

Aiutiamo ad abbattere le cortine e non a costruirne di nuove. Che nessun soldato salga sulle navi dirette in missione.

Navi, sommergibili e aeroplani facciano ritorno alle loro basi. Nessun supporto ai loro rifornimenti.

Rifiutiamo la trasformazione dell’esercito greco in un dispositivo capitalista, sia a discapito dei migranti che dei movimenti sociali. Non accetteremo di rimediare come «lavori volontari» alle carenze delle infrastrutture sociali. Per noi la minaccia non conforme sono la guerra dichiarataci contro dai governi e gli interessi che essi sostengono..

Chiediamo ai nostri colleghi non solo di mostrare pietà e compassione, ma anche di considerare i comuni interessi di classe. Sono le stesse istituzioni borghesi, le stesse politiche borghesi, gli stessi governi borghesi che distruggono anche i nostri sogni.

Quello che adesso vivono i profughi, la continua persecuzione da parte di dispositivi totalitaristici di ogni tipo, la lotta per la dignità e la sopravvivenza, il loro tragico presente, sono per molti di noi l’incubo di un presente e di un futuro che non dobbiamo vivere: lo stato del totalitarismo parlamentare con i collaboratori NAZISTI di Alba Dorata.

Sappiamo bene che le prossime rivolte vedranno gli sfruttati uniti o gli uni contro gli altri.

Non esiste oggi una solidarietà più pragmatica e un aiuto più grande a noi stessi che il colpire il male alle radici.

Siamo parte del moderno movimento dei lavoratori e contro la guerra, che può esistere solo attraverso un’ottica di classe, anticapitalista e internazionalista. Con la resistenza, l’opposizione, il rifiuto in toto del governo, dei dispositivi imperialistici, del mondo borghese dell’oppressione.

(seguono nel testo originale le sottoscrizioni dei soldati di 38 unità delle forze armate, n.d.t.)

RETE DI SOLDATI LIBERI “SPARTAKOS”

COMITATO DI SOLIDARIETA’ AI SOLDATI DI LEVA

Fonte: diktiospartakos.blogspot.gr

La FSM contro l’aggressione imperialista alla Siria

George Mavrikos, Segretario Generale della Federazione Sindacale Mondiale, ha pronunciato un discorso a Damasco (Siria) nel corso della conferenza internazionale della FSM e della GFTU.

«E’ un onore salutare questa partecipata Conferenza Internazionale organizzata congiuntamente dalla Federazione Sindacale Mondiale e dalla Federazione Generale di Siria per esprimere solidarietà con il popolo e la classe operaia siriana. Caro presidente della GFTU, fratello Jamal Kadri, a nome dei membri e amici della FSM che vive e lotta in 126 paesi dei cinque continenti, ti porto il nostro saluto fraterno, onesto ed internazionalista. Apprezziamo che il nostro invito sia stato approvato da 230 sindacalisti di 43 paesi rappresentanti i milioni di membri delle organizzazioni sindacali. Nonostante le difficili condizioni non hanno esitato a viaggiare fino a Damasco per essere a fianco del popolo Siriano che durante gli ultimi 5 anni ha sofferto l’attacco  sotto attacco imperialista.

Siamo qui:

1. Per chiedere la fine immediata dell’intervento straniero in Siria.

2. Per chiedere l’immediata rimozione del blocco.

3. Per chiedere l’immediata rimozione delle sanzioni economiche e delle discriminazioni contro la Siria.

La Federazione Sindacale Mondiale, dal primo momento dello scoppio di questa crisi metodicamente pianificata in Siria, ha espresso apertamente il suo supporto al popolo ed ai lavoratori siriani. Non abbiamo seguito la corrente. Contro la massiccia propaganda degli USA, dell’UE e dei loro alleati; una propaganda che le organizzazioni internazionali e la CSI (la Confederazione Internazionale dei Sindacati, cui aderisce anche la CGIL n.d.r.) hanno accettato e promosso; una propaganda in cui sono cadute alcune organizzazioni sindacali e partiti operai la FSM si è opposta ed ha esposto la verità. Abbiamo informato i lavoratori in tutto il mondo, abbiamo chiaramente dichiarato che in Siria, terroristi e mercenari stanno lavorando alla destabilizzazione del paese servendo gli interessi degli USA, dell’Unione Europea e dei loro monopoli. La FSM supporta la fiera lotta del popolo siriano. In maniera organizzata e in ogni tribuna che abbiamo avuto nella sfera internazionale abbiamo diffuso la verità in contrasto con le menzogne dei mass media, degli USA, della NATO, della CSI. La FSM ha contribuito a formare l’opinione pubblica e creare un movimento di solidarietà con il popolo siriano. Dal primo minuto fino a questa Conferenza Internazionale siamo rimasti stabili nella nostra fraterna posizione al fianco del popolo siriano e difendendo il suo diritto all’autodeterminazione, decidendo il  proprio futuro in autonomia,per mezzo di procedure democratiche e contro l’intervento straniero.

La FSM in questi 70 anni di lotta dal 1945 ad oggi ha sempre mostrato eticamente e praticamente il suo sostegno ai lavoratori arabi e di tutto il mondo, così come alle masse che combattono per una giusta causa. Mentre la FSM era in prima linea nella lotta per il raggiungimento di importanti rivendicazioni socioeconomiche dei lavoratori come  aumenti salariali, migliore orario lavorativo, diritti di sicurezza sociale, diritti delle donne lavoratrici, salute e sicurezza sui posti di lavoro, assistenza sanitaria, educazione, una migliore qualità di vita, ha sempre difeso allo stesso tempo la fiera lotta dei popoli nei paesi arabi contro il Colonialismo e l’Imperialismo.

Ci sono dozzine di dichiarazioni e interventi in organizzazioni internazionali della FSM contro le persecuzioni, le torture e le esecuzioni di militanti, proteste contro i governi e appelli per l’espressione di solidarietà internazionale.  Tutto ciò riflette la posizione della FSM in tutti i momenti cruciali così come nei problemi giornalieri della Federazione Sindacale Araba e dei lavoratori arabi. Come la lotta del popolo algerino nel novembre del 1954 per il riconoscimento e l’indipendenza dell’Algeria e il ritiro  delle truppe francesi, nella lotta del popolo iracheno per il riconoscimento dello stato appena fondato, nella lotta del popolo egiziano per l’autonomia del Canale di Suez, nella lotta del popolo siriano contro l’aggressione imperialista, nella lotta del popolo libanese, nella lotta del popolo giordano , nella lotta della Libia contro l’intervento militare anglo-americano, nella lotta del popolo del Sudan, per il popolo di Aden per l’indipendenza e la creazione dello Yemen. Nella lotta del popolo della Palestina contro l’occupazione israeliana e l’imperialismo per la creazione di un indipendente e democratico Stato Palestinese. E infine contro il piano del “Nuovo Medio Oriente” e la guerra imperialista in Iraq,Afghanistan e Libia.

Allo stesso modo oggi, da questa sala, uniamo la nostra voce con il popolo e la classe operaia della Siria, con i lavoratori in tutti i paesi Arabi e denunciamo il governo degli Stati Uniti, i governi dei paesi dell’Unione Europea e la NATO per la politica aggressiva adottata nel tentativo di rapina delle sue risorse e dei suoi beni e che  compromette il principio  di autodeterminazione del popolo siriano. Il loro obiettivo è  destabilizzare gli stati Arabi, per frazionare il popolo Arabo e ricavare profitto dallo sfruttamento dei loro mezzi di produzione e vie di trasporto. Essi vogliono gli Arabi divisi, umiliati, arrendevoli; vogliono che i lavoratori Arabi siano migranti economici  in Europa e negli Stati Uniti e che lavorino in terribili condizioni per salari miserabili.

Esprimiamo il nostro rispetto per le credenze religiose, la cultura e le tradizioni di tutti gli Arabi e ci appelliamo con voi, fratelli e sorelle per coordinare la nostra lotta insieme contro l’Imperialismo e contro l’invasione straniera, contro il piano del Nuovo Medio Oriente che comprende governi fantoccio degli Stati Uniti. Basata sulla forte fondazione dei 70 anni di solidarietà internazionale in favore degli interessi dei lavoratori Arabi e dei popoli dei paesi  Arabi, cari fratelli e sorelle delle Organizzazioni Arabe sapete molto bene che la Federazione Sindacale Mondiale non vi lascerà mai soli,ne vi venderà. Siamo stati  il vostro alleato fidato, stabile e coerente. La FSM è la vostra famiglia, la vostra Organizzazione. Questa famiglia che vogliamo rinforzare tutti insieme, renderà più solida la lotta contro il piano del Nuovo Medio Oriente, sarà più forte per gli interessi dei lavoratori.

Ci appelliamo a voi per unità e azione, unità nell’azione contro l’Imperialismo. Contro le privatizzazioni dei settori strategici dell’economia, per diritti lavorativi, sociali e democratici per tutti, per uno sviluppo economico e sociale basato sulle necessità dei popoli e non sul profitto. Ci appelliamo a voi per la vostra unità nell’azione per la libertà del  nostro popolo di determinare da solo il proprio presente e futuro.

In conclusione di questo breve saluto, permetteteci di esprimere la nostra fraterna solidarietà con i lavoratori migranti e i rifugiati che cercano di conseguire un futuro migliore in Europa.  L’intervento Imperialista genera povertà, morte, rifugiati ed emigranti. In Europa, oggi, i governi e le imprese sfruttano i rifugiati, ricavano profitti su di loro e li impiegano come schiavi moderni. Continueremo la nostra lotta nell’obiettivo di vivere pacificamente, senza intervento straniero ne barbarie capitalista.

Chiediamo che le discriminazioni contro i rifugiati e i migranti cessino immediatamente.

Non esiste un’opposizione armata moderata in Siria

http://www.resistenze.org/sito/te/po/si/posiff03-016450.htm
Bashar al-Jaafari*| syrianfreepress.wordpress.comglobalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

31/05/2015

Il rappresentante permanente della Siria all’Onu, Bashar Al-Jaafari, confuta oltre ogni dubbio le pretese occidentali sull’esistenza di una cosiddetta “opposizione armata moderata” nel territorio siriano.

Questa “serie di falsificazioni fuorvianti non può più continuare”, ha detto giovedì alla sessione del Consiglio di Sicurezza su “La situazione in Medio Oriente”.

Al-Jaafari ha sottolineato che i tentativi occidentali e di altri paesi di giustificare il sostegno al terrorismo in Siria con la scusa della “opposizione armata moderata” sono stati denunciati e sono ormai noti a tutti.

“Dov’è questa opposizione armata moderata… A Raqqa o Deir Ezzor? A Palmyra, a Idleb, a Jisr al-Shughour o a Qalamoun?” si chiedeva Al-Jaafari, facendo riferimento alle aree sotto il controllo delle organizzazioni terroristiche di Jabhat al-Nusra e dello Stato islamico in Iraq e Siria (ISIS).

Il rappresentante permanente ha categoricamente respinto i tentativi di “riciclaggio” dell’immagine dell’organizzazione terrorista di Jabhat al-Nusra, che l’Occidente cerca di presentare come un gruppo “moderato di opposizione armata”.

Parlando della situazione in Siria, al-Jaafari ha detto che la crisi umanitaria nel paese, sia lo sfollamento interno che transfrontaliero, è causato dalle organizzazioni terroristiche e dal sostegno fornito dai loro finanziatori.

La crisi si verifica solo nelle aree in cui sono entrati i terroristi, uccidendo civili e inducendo i residenti a fuggire dalle loro case, ha aggiunto.

Ha sottolineato che è necessario far rispettare le risoluzioni 2170, 2178 e 2199 del Consiglio di sicurezza, oltre alla risoluzione 1624 del 2005 che vieta l’istigazione al terrorismo. Il raggiungimento di questo obiettivo, insieme al sostegno degli sforzi per raggiungere una soluzione politica inter-siriana, senza ingerenze esterne, sarebbe “l’unico modo serio per porre fine alla cosiddetta crisi in Siria e migliorare in modo tangibile e duraturo la situazione umanitaria del paese”, ha affermato il rappresentante all’Onu.

Al-Jaafari ha chiarito che la fornitura di assistenza umanitaria in Siria, pur necessaria, non risolve il problema, criticando sotto tale aspetto le carenze finanziarie delle Nazioni Unite in quanto solo una piccola percentuale dei fondi per gli aiuti umanitari promessi sono stati inviati a Damasco.

Al-Jaafari ha respinto le pretese di molti stati membri del Consiglio di sicurezza e di alti funzionari delle Nazioni Unite che fingono di credere all’inefficacia della soluzione militare in Siria e di propendere per una soluzione politica. Come si può dar credito a queste affermazioni quando continua il sostegno straniero alle organizzazioni terroristiche attraverso un’alleanza turco-saudita-qatariota?, si chiede.

Commentando l’ultimo rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite per l’attuazione delle risoluzioni 2139, 2165 e 2191 relative alla situazione umanitaria in Siria, Al-Jaafari ha detto che il rapporto è pieno di “lacune e gravi errori”.

Tutte le accuse contro il governo siriano nel rapporto non poggiano su fatti, ma su fonti di cui non è dato conoscere neppure l’attendibilità. Ha evidenziato la stranezza di un rapporto delle Nazioni Unite che ignora grossolanamente le innumerevoli relazioni, lettere, prove e testimonianze inviate dal governo siriano dall’inizio della crisi, ora al suo quinto anno.

Ha anche fatto riferimento alla mancanza di qualsiasi accenno al fatto che il governo turco consente a migliaia di camion carichi di terroristi, armi e sostanze pericolose di passare illegalmente in Siria, attraverso le stesse rotte utilizzate dai convogli di aiuti umanitari degli Stati Uniti.

Queste lacune nel rapporto, ha avvertito Al-Jaafari, sono “precedenti gravi” che potrebbero minare la “restante credibilità” della Segreteria generale delle Nazioni Unite nel trattare la questione umanitaria in Siria. […]

* Rappresentante permanente della Siria all’Onu

http://www.criticaproletaria.it/?p=236

1981780_263306507182993_978208089_nL’Unione Europea e l’Euro non si possono riformare a beneficio dei popoli. Nonostante le continue dimostrazioni di questo fatto, la nuova socialdemocrazia si impegna nel proclamare il contrario anche se i primi passi della sua punta di diamante, il nuovo governo greco, sembrano incamminati nel non intaccare l’essenza dei problemi della Grecia.

Volete esser impiccati con la corda o con un laccio di stoffa? La prima morsica, graffia e fa male, la seconda disturberà solo quando si rompe il collo. Questo è, fondamentalmente, il dilemma che sta ponendo l’opinione pubblica in merito alla situazione politica e economica che soffre la maggioranza sociale, operaia e popolare, di diversi paesi d’Europa.

Lo scenario principale di questa rappresentazione è oggi in Grecia, con il suo governo nuovo fiammante SYRIZA-ANEL, ma ha importanti echi nel nostro paese (Spagna, ndt) attraverso i soci di SYRIZA come PODEMOS, Izquierda Unida e tutta la gamma di sigle che possono esistere tra l’una e l’altra.

SYRIZA è appena giunta al governo greco che sono già molti quelli che sono saliti sul carro e proclamano ai quattro venti il loro appoggio al nuovo esecutivo ellenico, giustificano il suo patto con la destra nazionalista di ANEL e promuovono letture epiche di ogni passo o ogni dichiarazione di Tsipras e compagnia. C’è anche chi, dalla superbia che dà la vittoria elettorale e dall’audacia del convertito, accusa i comunisti greci di esser i colpevoli del patto SYRIZA-ANEL per non aver voluto appoggiare il governo “della sinistra radicale” che si presenta con misure così di sinistra e radicali come la privatizzazione del porto del Pireo.

La gestione capitalista presentata come unica alternativa

Se siamo un po’ seri e non ci lasciamo prendere dalla fretta e dalle confusioni interessate, ciò che sta succedendo negli ultimi tempi, in modo più evidente adesso con il cambio di governo in Grecia, è uno spettacolo volto a stabilire nelle coscienza l’idea che non esistono altre uscite all’attuale situazione che attraverso la gestione capitalista nel quadro dell’Unione Europea e l’Euro. La “rifondazione del capitalismo”, che ai sui tempi proclamò Nicolás Sarkozy, è in marcia e si vede che per realizzarla sono necessari nuove facce che danno un tocco nuovo a discorsi e pratiche ben conosciute.

In Grecia abbiamo un buon esempio. Come la gestione capitalista del paese con i governi precedenti, fedeli ai diktat delle posizioni neo-liberiste predominanti nell’economia politica europea del nostro tempo, è risultata essere un disastro per la maggioranza sociale, si porta al governo una formazione che promette soluzioni facili e immediate, che non suppongono nessuna rottura di fondo, e che promuove una gestione diversa delle conseguenze dello sviluppo capitalista, ma senza mettere in nessun momento sul tavolo la questione da dove vengono realmente i problemi che attanagliano la maggioranza operaia e popolare.

Se ci atteniamo al dibattito economico che si sta svolgendo sul caso del debito greco, possiamo vedere che non sono in gioco due modelli contrapposti e antagonistici, ma due forme distinte di intendere come uscire da una crisi capitalista senza abbandonare il capitalismo. Il rumore, le dichiarazioni altisonanti e le distrazioni varie non devono far dimenticare questo dato. Nemmeno i colletti sbottonati, la camicia di fuori o la faccia compiaciuta del ministro delle finanze greco Varoufakis. In definitiva, la disputa attuale tra il governo della Grecia e la Troika si svolge in termini molto meno epici di quello che alcuni dipingono.

Le due facce della gestione capitalista

L’asse portante della posizione del governo SYRIZA-ANEL si trova nel denominato “Programma di Salonicco” che, tra le altre cose, propone un “New Deal europeo”. Questo “nuovo accordo europeo” fa riferimento a chi si propone di cambiare la tendenza avuta fino ad oggi, attraverso fondamentalmente il Patto di Stabilità, di contenere l’investimento pubblico nell’economia. È come dire: “facciamo quello che fece Roosevelt negli USA dopo il crac del ’29, che con ingenti quantità di denaro pubblico rivitalizzò l’economia e ottenne che l’impatto sociale della crisi si attenuasse”. Sì, ma anche no.

Quello che il programma di SYRIZA pare dimenticare è che ciò che rivitalizzò l’economia dopo il crac del ’29 fu, vari anni dopo, una guerra mondiale dalle catastrofiche conseguenza in termini umani e materiali.

Questo avviene perché, anche se non vogliono vederlo, le particolarità dello sviluppo capitalistico sono quelle che sono, e non quelle che uno vuole inventarsi. Le crisi capitaliste si superano, da quando il capitalismo è capitalismo, attraverso la distruzione delle forze produttive e il riinizio del ciclo di riproduzione in certe condizioni vantaggiose per un settore dei capitalisti, non per tutti.

Ciò che sta in discussione, pertanto, sono le due visioni su come realizzare questo riinizio del ciclo di riproduzione capitalista: attraverso il ribasso del prezzo della forza lavoro per dare maggiore rendimento al capitale investito o attraverso l’incremento della capacità di consumo della maggioranza sociale che permette una maggiore realizzazione del valore del capitale investito attraverso la vendita di merci. Due alternative che non escono dal quadro dello sviluppo capitalista, che non pongono l’accento sulla realtà che è la stessa dinamica capitalista quella che genera le crisi e condanna, con essa, alla disoccupazione milioni di lavoratori e lavoratrici.

Le manipolazioni interessate

Nel caso specifico dei paesi dell’Unione Europea, la nuova socialdemocrazia si basa su due premesse false: l’Unione Europea e l’Euro sono “mal” progettate, da una parte, e i paesi scandinavi sono un modello da imitare, dall’altra.

Con un discorso ben studiato, che allude a certi elementi introdotti nella mentalità collettiva grazie al ruolo attivo della socialdemocrazia classica dell’Europa Centrale dopo la II Guerra Mondiale, i nuovi socialdemocratici vogliono farsi forte, proclamando che si può disegnare “un’altra costruzione europea e un altro sistema dell’euro” o che i servizi sociali scandinavi sono molto più completi perché “si pagano molte imposte e non c’è evasione fiscale”.

Dimenticano, ovviamente, che i meccanismi di integrazione europea e monetaria sotto il predominio delle relazioni capitaliste sono sempre a beneficio dei capitalisti. Qual è questa altra Unione Europea di cui parlano? Una che limita la libera circolazione di merci, servizi, capitale e lavoratori tra i vari paesi membri? Per caso non è questa libera circolazione precisamente la ragion d’essere dell’UE?

Dall’altra parte, perché non si menziona che l’economia norvegese, per fare un esempio, si basa sull’esportazione di petrolio del Mar del Nord e che gran parte dei profitti di questo petrolio confluiscono in un fondo sovrano che risulta essere il maggiore del mondo[1] e che è azionista di imprese quali Repsol, Endesa, Gas Natural, Iberdrola, BSCH, BBVA, Telefonica, Ferrovial, Abertis o Grifols, tra le tante altre[2]? Perché non menzionano che questo stesso fondo è stato titolare del debito pubblico greco, spagnolo, portoghese, italiano e irlandese in anni recenti?

Dobbiamo pensare allora che i nuovi socialdemocratici di PODEMOS e Izquierda Unida cercano la quadratura del cerchio? Pare evidente, dato che dicono di creare una “nuova UE” che ponga fine alla libertà di circolazione del capitale e gli investimenti, mentre rivendicano un modello basato su fondi sovrani che fanno profitti a partire dalla speculazione garantita precisamente dalla libera circolazione degli investimenti.

Cosa vogliono realmente i nuovi socialdemocratici

La conclusione sembra ovvia, pertanto: i nuovi socialdemocratici, come i vecchi, non vogliono porre fine al capitalismo, vogliono usufruire di esso, vogliono esser parte dei “vincitori” e non dei “perdenti”. Vogliono più servizi pubblici, sì, ma che questi servizi pubblici siano pagati con i profitti del capitale investito in terzi paesi con i mezzi che offre la deregolamentazione della circolazione di capitali. Senza dubbio posizioni di “ribellione” e per “gli ultimi”…

Adesso che il Partito della Sinistra Europea, attraverso SYRIZA, è persino socio maggioritario di un governo, si andranno a svelare sistematicamente le vere posizioni che fino a ora solo si intravedevano parzialmente attraverso la partecipazione della Sinistra Europea in governi di “sinistra”, come quello fino a poco fa governato in Andalusia. Adesso, come soci maggioritari di un governo non regionale, ma statale, vedremo fino a dove giungono le posizioni e il pragmatismo degli opportunisti riconvertiti in socialdemocratici, concentrati nel sostenere o guidare governi borghesi, muovendosi negli stretti margini che offre la governabilità borghese.

La difesa a oltranza delle decisioni che prende il governo Tsipras sarà, senza dubbio, una delle principali caratteristiche dei suoi soci spagnoli. Le campagne di “solidarietà” con il popolo e (soprattutto) con il governo della Grecia saranno un altro dei cavalli di battaglia che vorranno imporre al movimento operaio e popolare, dirottando il dibattito sulle misure, e per quali obiettivi, agisce realmente questo nuovo governo.

La lotta ideologica che si sta sviluppando ci impone di stare molto attenti allo sviluppo degli avvenimenti in Grecia e di essere capaci di affinare la critica su quegli elementi che dimostrano che, quando un governo non mette in dubbio le basi economiche del capitalismo, governa per i capitalisti, non per il popolo lavoratore.

Combattere la nuova socialdemocrazia!

Ástor Garcia (Resp. Area Internazionale del CC del Partito Comunista dei Popoli di Spagna)

1] http://economia.elpais.com/economia/2014/02/28/actualidad/1393612813_053064.html

[2] Rapporto sui Fondi Sovrani 2013 di ESADE.