Archivi per la categoria: Imperialismo /Antimperialiamo

 

L’approccio leninista del KKE sull’imperialismo e la piramide imperialista

Contributo scritto del KKE nella 9a Conferenza Internazionale del Partito Comunista Operaio Russo “Lenin e il mondo contemporaneo”

Traduzione da criticaproletaria.it

07/04/2015

Il KKE ha una ricca esperienza che conferma pienamente la posizione leninista sulla relazione tra imperialismo – come fase suprema del capitalismo – e opportunismo nel movimento operaio, questione che non è legata solo alla Grecia, ma a tutti i paesi capitalisti. Non è una casualità che l’essenza economica dell’imperialismo, che è il monopolio con le sue caratteristiche, è sottovalutata o messa di lato anche dai partiti comunisti che hanno aderito all’opportunismo sia prima o, principalmente, dopo la vittoria della controrivoluzione nei paesi socialisti.

In questo intervento cercheremo di presentare alcune posizioni chiave dell’approccio leninista del KKE sull’imperialismo, che sono particolarmente preziose nella lotta contro l’opportunismo.

1. Il termine imperialismo è diventato molto di moda recentemente in Europea e in Grecia tra le forze che non lo utilizzavano con frequenza o tanto facilmente negli anni precedenti. Il problema è che l’imperialismo si presenta come qualcosa di differente e distinto dal capitalismo, come un concetto politico separato dalla base economica, una posizione che è stata sostenuta fortemente dal padre dell’opportunismo, Kautsky. Tra l’altro l’opportunismo si dimostra incapace di modernizzarsi, ripete Kautsky, ricorre ad argomenti antiscientifici, si concentra deliberatamente sulla superficie e non sull’essenza. Non è suo interesse e pertanto non può vedere il quadro totale dell’economia capitalista mondiale nelle sue mutue relazioni internazionali. Chi non vuole capire l’essenza economica dell’imperialismo e vedere in questa base la sovrastruttura ideologica e politica, alla fine lo assolve, lo appoggia e semina illusioni tra le masse operaie e popolari che esiste un capitalismo buono e uno cattivo, una gestione borghese buona e una inefficace. In ultima analisi l’opportunismo vuole una società capitalista senza le supposte deviazioni, chiamando deviazioni proprio le leggi dell’economia capitalista e le sue conseguenze. Occulta ai popoli l’essenza di classe della guerra, che critica dal punto di vista morale per le sue conseguenze tragiche. Semina l’illusione che il capitalismo possa garantire la pace se si impongono i principi di uguaglianza e libertà, di comprensione politica tra i paesi capitalisti rivali, se si pongono regole nella competizione inter-capitalista.

2. L’opportunismo, il riformismo ripete, come se fosse qualcosa di innovativo, la posizione antica, vecchia e antiquata che l’imperialismo si identifica con l’aggressione militare contro un paese, con la politica degli interventi militari, dei blocchi, con lo sforzo di riattivare la vecchia politica coloniale. In Europa gli opportunisti identificano l’imperialismo con la Germania e ciò che essi chiamano visione dogmatica liberista autoritaria. Si considera progressista la politica degli USA sotto l’amministrazione Obama per le parziali differenze con la sua competitrice Germania sulla gestione della crisi, o si considera imperialista solamente in relazione all’America Latina. Si considera progressista ogni intento della classe borghese, per esempio della Francia o dell’Italia, di affrontare la competizione con il capitalismo tedesco. L’opportunismo in Grecia ha come posizione fondamentale che il Paese è sotto occupazione tedesca, che si è trasformato o che si sta trasformando in una colonia ed è saccheggiata dalla signora Merkel e dai creditori. Il nemico principale, a parte la stessa Germania, è la troika dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, che supervisionano e determinano la gestione del debito estero e interno e del deficit fiscale. Accusano la borghesia del paese e i partiti governativi di essere traditori, anti-patriottici, subordinati e servili alla Germania, ai creditori o ai banchieri. Tuttavia SYRIZA, come nuova forza socialdemocratica, ha preso la responsabilità del governo e non ha nessun problema nel negoziare con la Troika e la Germania e firmare nuovi accordi antipopolari.

3. Alcune forze utilizzano arbitrariamente la valutazione di Lenin nella sua nota opera “Imperialismo, fase superiore del capitalismo”, che un pugno, un piccolo numero di Stati saccheggiano la grande maggioranza di Stati del mondo. Come conseguenza, l’imperialismo viene identificato con un piccolissimo numero di paesi, che si contano sulle dita di una mano, mentre tutti gli altri paesi sono subordinati, oppressi, sono colonie, paesi occupati a causa della subordinazione alla visione liberista.

Oggi ci sono alcuni paesi che sono al vertice, nelle prime posizioni del sistema imperialista internazionale (illustrato anche con lo schema di una piramide per mostrare i differenti livelli che occupano i paesi capitalisti). Si potrebbe dire anche che sono un pugno di paesi, secondo l’espressione leninista. Ma questo non significa che tutti gli altri paesi capitalisti sono vittime degli stati capitalisti potenti, che la borghesia della maggioranza dei paesi si è sottomessa con la forza, nonostante i suoi interessi generali, che è stata corrotta. Non significa che la lotta dei popoli in Europa deve esser diretta contro la Germania, e che nel continente americano deve orientarsi solamente contro gli Stati Uniti. Non è un caso che gli opportunisti in Grecia presentano Brasile e Argentina come esempi positivi per il superamento della crisi ed esaltano la politica di Obama.

La loro perseveranza nel negare l’esistenza della piramide imperialista, ossia l’esistenza di un sistema imperialista internazionale (parlando solo di un numero molto ridotto di paesi che si possono classificare come imperialisti soprattutto a causa della loro posizione egemonica e della loro capacità di decidere di lanciare una guerra locale o generalizzata), non è per nulla accidentale da parte di certe persone o frutto di una opinione sbagliata: è consapevole. Da questo deriva la loro disposizione ad assumere responsabilità in un governo di gestione borghese, a volte nel nome dell'”uscita della patria dalla crisi”, la “salvezza del popolo dalla crisi umanitaria”, la “restaurazione della sovranità del paese” o anche dello… “sviluppo delle forze produttive attraverso un capitalismo statale”.

Cosicché in pratica alcuni difendono l’esistenza di una tappa tra il capitalismo e il socialismo, col chiaro obiettivo, da un lato, di assicurare che la classe operaia rinunci alla lotta per il potere operaio e, dall’altro lato, di promettere che nel futuro lontano e indefinito il capitalismo si trasformerà pacificamente attraverso riforme e senza sacrifici in socialismo, nel loro “socialismo”, che spesso ammette la coesistenza della proprietà capitalista con alcune forme di autogestione.

4. La storia ha dimostrato che i monopoli, come conseguenza della concentrazione del capitale, come legge fondamentale della fase attuale del capitalismo, sono una tendenza generale in tutto il mondo che possono coesistere con forme pre-capitaliste dell’economia e della proprietà. L’emergere dei monopoli e il loro sviluppo, espansione e penetrazione non avviene simultaneamente in tutti i paesi, nemmeno in paesi confinanti, ma senza dubbio si produce nella stessa maniera, con l’esportazione di capitali che prevale sull’esportazione di merci. Il sorgere e il rafforzamento dei monopoli, anche se si limita a certi settori a livello nazionale, causa l’anarchia nell’insieme della produzione capitalista. Questo in particolare ha caratterizzato il 20° secolo e, fino ad oggi, lo squilibrio nello sviluppo tra la produzione industriale e agricola, lo squilibrio nello sviluppo tra i vari settori industriali. La politica di saccheggio, di annessioni, di conversione di stati in protettorati, la politica di smembramento di Stati non è il risultato dell’immoralità politica da parte degli imperialisti potenti, nemmeno è una questione di subordinazione e codardia da parte della borghesia del paese che subisce la dipendenza, ma è una questione che ha a che vedere con l’esportazione di capitali e la diseguaglianza che è inerente al capitalismo a livello nazionale e internazionale.

5. La Grecia è uno degli esempi caratteristici che senza dubbio ha valore universale giacché il fenomeno non è meramente greco. Il nostro paese possiede un importante potenziale produttivo che si è sviluppato in modo selettivo nel percorso di sviluppo capitalista, mentre che l’assimilazione all’Unione Europea, e in generale la sua relazione con il mercato capitalista mondiale, ha portato a un uso ancora più restrittivo delle sue risorse naturali. Segnaliamo brevemente che la Grecia possiede importanti risorse energetiche, importanti risorse minerarie, una produzione industriale e agricola, artigianato, che possono coprire gran parte delle necessità del popolo. Tuttavia la Grecia, non solo come risultato della crisi ma di tutto il percorso di assimilazione alla piramide imperialista, si è deteriorata ancora di più; essa dipende dalle importazioni mentre i prodotti greci non si vendono e vengono distrutti.

Così come Kautsky, l’opportunismo contemporaneo divide il capitale in sezioni separate, centra la sua critica su una delle sue forme. Ricordiamoci che Kautsky considera come nemico solo una parte del capitale, il capitale industriale che con la sua politica imperialista lancia il suo attacco in primo luogo contro le zone rurali e così crea uno squilibrio tra lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura. Gli opportunisti contemporanei sostengono più o meno le stesse posizioni, centrando la loro critica contro il sistema bancario, i banchieri, il capitale bancario, senza tenere conto della fusione del capitale bancario col capitale industriale, anche se si presentano come marxisti. Gli squilibri, che appaiono nei differenti rami e settori anche nei forti paesi capitalisti sviluppati, si attribuiscono all’irrazionalità o una tendenza alla speculazione che essi considerano immorale, facendo una distinzione tra la reddittività e la speculazione.

Gli opportunisti e i partiti nazionalisti in Grecia stanno gridando che la borghesia, lo Stato greco e i partiti borghesi non sono patrioti ma traditori. In realtà la borghesia del nostro paese, così come i suoi partiti, sono ben consapevoli del fatto che, anche in condizioni di inferiorità, è preferibile aderire a una unione imperialista, perché è l’unico modo per reclamare una parte del bottino e sperare di avere un appoggio politico-militare se dovesse iniziare a intensificarsi la lotta di classe, per prevenire e distruggere il movimento con l’aiuto dei meccanismi militari dell’Unione Europea e della NATO. Il patriottismo della borghesia si identifica con la difesa del putrido sistema capitalista.

Nelle condizioni in cui le contraddizioni inter-imperialiste e mondiali condurranno a un conflitto militare, allora la borghesia greca dovrà scegliere con quale forte potenza imperialista schierarsi, con quale alleanza imperialista combatterà per la redistribuzione dei mercati, con la speranza di avere almeno una piccola parte.

È impossibile che la borghesia difenda i diritti sovrani a favore del popolo. Se è necessario, potrebbe anche ignorare i suoi interessi particolari per non perdere il suo potere, per mantenerlo il più possibile.

6. Quando Lenin parlava di un pugno di paesi che saccheggiano un gran numero di paesi, sottolineava con molti esempi e dettagli una varietà di forme di saccheggio di paesi coloniali, semi-coloniali o anche non coloniali. Al vertice della piramide ci sta un piccolo numero di paesi, giacché il capitale finanziario (una delle cinque caratteristiche di base del capitalismo nella fase imperialista è la fusione del capitale bancario con il capitale industriale) sta estendendo i suoi tentacoli in tutti i paesi del mondo.

La posizione rispetto un “pugno di paesi” definisce le differenti forme di relazione tra i paesi capitalisti che si caratterizzano per la diseguaglianza. Questo è ciò che descrive la piramide al fine di illustrare l’economia capitalistica mondiale.

Prima di tutto, Lenin disse chiaramente che l’imperialismo è il capitalismo monopolista, è l’economia capitalista mondiale, è il prologo della rivoluzione in ogni paese.

Lenin chiarì le caratteristiche dell’imperialismo: la concentrazione della produzione e del capitale, la fusione del capitale bancario con il capitale industriale e la creazione di un’oligarchia finanziaria, l’esportazione di capitali, la creazione di unioni monopolistiche internazionali. Rispetto alle relazioni internazionali, egli connette l’imperialismo direttamente con il sorgere del capitale finanziario nella fase imperialista del capitalismo e con la sua necessità imperiosa di ampliare continuamente il terreno economico al di là delle frontiere nazionali con l’obiettivo di spiazzare i concorrenti. Lo spiazzamento dei concorrenti si potrà realizzare molto più facilmente attraverso la colonizzazione, così come attraverso la trasformazione di una colonia in uno Stato politicamente indipendente, spostando il paese capitalista metropolitano, la cui posizione sarà occupata da un’altra potenza capitalista emergente attraverso l’esportazione di capitali e l’investimento diretto estero. È importante e illustrativa la differente posizione della Gran Bretagna colonialista e della Germania emergente come potenza imperialista.

7. La nuova ripartizione del mondo alla fine del 19° secolo e agli inizi del 20° secolo della quale parlò Lenin, si realizzò tra i paesi capitalisti più potenti. Tuttavia, nel gioco della ripartizione dei mercati si coinvolsero anche altri Stati capitalisti e non rimasero passivi. I paesi capitalisti forti si spartirono non solo le colonie ma anche paesi non-coloniali, mentre oltre le grandi potenze coloniali c’erano paesi coloniali più piccoli attraverso i quali iniziò la nuova espansione coloniale. Egli menzionò anche stati piccoli che mantenevano colonie, quando le grandi potenze coloniali non raggiungevano un accordo sulla spartizione.

Inoltre Lenin sottolineò che la politica coloniale esisteva anche nelle società pre-capitaliste, ma ciò che distingue la politica coloniale capitalista è che questa si basa sul monopolio. Sottolineò inoltre che la varietà di relazioni tra gli stati capitalisti nel periodo dell’imperialismo diventano un sistema generale, costituiscono parte dell’insieme delle relazioni della ripartizione del mondo, si convertono in anelli della catena di azioni del capitale finanziario mondiale. Oggi, ancor più che nel periodo al quale si riferisce Lenin, le relazioni di dipendenza e di saccheggio di materie prime esistono anche a spese di non-colonie, ossia stati con indipendenza politica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la formazione del sistema socialista internazionale, si realizzò necessariamente il massimo raggruppamento dell’imperialismo contro le forze del socialismo-comunismo e si intensificò la sua aggressività. Sotto l’impatto dei nuovi rapporti di forze cominciò rapidamente lo smantellamento degli imperi coloniali, dell’impero francese e britannico. Gli Stati capitalisti più potenti si videro obbligati a riconoscere l’indipendenza degli Stati nazionali, sotto la pressione dei movimenti per l’indipendenza nazionale che sfruttavano l’appoggio multiplo e la solidarietà dei paesi socialisti e del movimento operaio e comunista.

Nel periodo postbellico una serie di paesi non si incorporarono pienamente negli organismi politico-militari ed economici dell’imperialismo, giacché ebbero la possibilità di stabilire relazioni economiche con i paesi socialisti, nonostante i rapporti di forze si mantenesse a favore del capitalismo. Si riconferma la varietà di relazioni, di interdipendenze così come di obblighi nel quadro del mercato capitalista mondiale.

Nell’ultimo decennio del 20° secolo la situazione iniziò a cambiare. I paesi capitalisti ora maturi e più potenti, che erano al vertice della piramide, seguono una differente politica a favore dei monopoli, soprattutto sotto l’impatto della crisi economica capitalista del 1973. In condizioni di antagonismo crescente e di internazionalizzazione più rapida, la strategia contemporanea di appoggio alla reddittività capitalista abbandona le ricette neokeynesiane che furono utili soprattutto in paesi che avevano sofferto danni di guerra. Si procede a estese privatizzazioni, si rafforza l’esportazione di capitali, si diminuiscono e gradualmente sopprimono le concessioni che erano state fatte soprattutto nel settore sociale, con l’obiettivo di tenere a freno il movimento operaio che era influenzato dalle conquiste del socialismo e in particolare per comprare una parte della classe operaia e dei settori sociali intermedi.

Questo è dimostrato anche dal fatto che l’attuale politica filo-monopolista ha un carattere mondiale; non è una forma di gestione congiunturale, ma una opzione strategica, dato che si adottano misure anti-popolari e anti-operaie per contrastare la tendenza decrescente del tasso di profitto in quasi tutti i paesi, non solo nell’Unione Europea ma anche oltre, soprattutto in America Latina. Le misure che mirano all’eliminazione delle conquiste dei lavoratori sono prese sia dai governi liberisti sia da quelli socialdemocratici, sia dal centrosinistra e sia dal centrodestra.

8. La restaurazione capitalista ha fornito all’imperialismo l’opportunità di scatenare una nuova ondata di attacchi con meno resistenza, con l’aiuto dell’opportunismo che si è rafforzato, mentre si sono formati nuovi mercati negli ex paesi socialisti. Come risultato, si è indebolita l’unità tra le potenze diretta contro il socialismo che metteva in secondo piano le contraddizioni tra di loro. È divampata una nuova tornata di contraddizioni inter-imperialiste per la ripartizione dei nuovi mercati sfociata nelle guerre nei Balcani, in Asia, Medio Oriente e Nord Africa. In questa guerra hanno preso parte anche Stati che non erano integrati nelle unioni interstatali imperialiste, prova che il sistema imperialista esiste come sistema mondiale e che in esso si incorporano tutti i paesi capitalisti, inclusi quelli che sono arretrati o che hanno residue forme di economia pre-capitalistica. Le potenze dirigenti sono al vertice; tra di essi vi è una forte competizione e qualunque tipo di accordo possano esser stati stabiliti essi hanno solo un carattere temporale.

Alla fine del 20° secolo c’erano tre centri imperialisti sviluppati principalmente dopo la Seconda Guerra Mondiale: la Comunità Economia Europea, che successivamente si è convertita nell’Unione Europea, gli USA e il Giappone. Oggi il numero di centri imperialisti è aumentato e sono sorte nuove forme di alleanza come l’alleanza che ha il suo nucleo nella Russia, l’alleanza di Shangai, l’alleanza BRICS, l’alleanza ALBA, l’alleanza MERCOSUR ecc.

La politica imperialista non è esercitata solamente dai paesi capitalisti che sono al vertice, ma anche dagli altri paesi, inclusi quelli che hanno forti dipendenze dalle potenze maggiori, come potenze regionali e locali. Questo è il caso, per esempio nella nostra regione, della Turchia, così come di Israele, degli Stati Arabi; potenze, attraverso cui il capitale monopolista occupa nuovo terreno in Africa, Asia, America Latina; come conseguenza di ciò abbiamo il fenomeno di dipendenza e interdipendenza.

9. La dipendenza e l’interdipendenza delle economie ovviamente non sono eguali e sono determinate dalla forza economica di ogni paese così come da alcuni altri elementi politico-militari e dipendendo dai legami particolari di un’alleanza.

Anche se diversi paesi sono al più alto livello come internazionalizzazione capitalista e nella spartizione dei mercati, essi non smettono di esser sotto un regime di interdipendenza con altri paesi. Per esempio, la Germania potrebbe essere la potenza dominante in Europa, ma le sue esportazioni di capitali e merci industriali dipendono dalla capacità dei paesi europei di assorbirli. Il corso dell’economia degli USA dipende in gran misura dalla Cina così come dagli interessi opposti nell’Unione Europea. La battaglia tra dollaro, euro e yen è ben visibile.

Sta aumentando il numero degli stati che sono potenze regionali, satelliti di potenze imperialiste forti, paesi che giocano un ruolo particolare nella politica di alleanze e di affiliazione politica con una o l’altra potenza della piramide. Le contraddizioni inter-imperialiste sono in atto in ogni forma di alleanza e tutte queste relazioni multiformi, che riguardano tutti i paesi capitalisti del mondo senza eccezione, costituiscono la piramide imperialista.

10. Il nostro riferimento a ciò non significa in assoluto che siamo d’accordo con le posizioni sull'”ultra-imperialismo” come erroneamente ci accusano. Tutto il contrario! Sottolineiamo sempre che nel sistema imperialista, che rappresentiamo come una piramide, vanno sviluppandosi e manifestandosi forti contraddizioni tra gli stati imperialisti, i monopoli per il controllo delle materie prime, delle rotte di trasporto, delle quote di mercato ecc. La borghesia può formare un fronte comune per lo sfruttamento più efficiente dei lavoratori, ma affilerà sempre i suoi coltelli all’ora di spartire il “bottino” imperialista.

Lenin, come è ben noto, utilizzò lo schema della “catena”. Lo schema, che utilizziamo in ogni occasione, è un modo di aiutare i lavoratori a comprendere la realtà dell’imperialismo come capitalismo monopolista, come capitalismo putrito e morente, nel quale sono incorporati tutti i paesi capitalisti, secondo la loro forza (economica, politica, militare ecc.). Questo è chiaramente in conflitto con il cosiddetto “approccio culturale” all’imperialismo che, allo stesso modo che fece Kautsky, separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia. Come Lenin segnalava, questo approccio ci porta alla valutazione erronea che i monopoli in economia possono coesistere in politica con un tipo di attività non monopolista, non violenta, non depredatrice.

11. Lo sviluppo diseguale si rende ancora più evidente non solo tra i paesi capitalisti più potenti in confronto con i più deboli, ma anche nel nucleo centrale dei paesi più potenti. Bisogna segnalare che in Europa sta crescendo la distanza tra Germania, da un lato, e Francia e Italia dall’altro. Senza dubbio il fenomeno più importante e caratteristico è la diminuzione della quota degli USA, dell’UE e del Giappone nel Prodotto Lordo Mondiale. La zona euro già non mantiene più la seconda posizione; è scesa in terza mentre la seconda posizione è stata occupata dalla Cina. È aumentata la quota di Cina e India nel prodotto lordo mondiale mentre che la quota dei BRICS si mantiene stabile.

Nelle Tesi del 19° Congresso del KKE si evidenzia che i cambiamenti nei rapporti di forze tra gli stati capitalisti aumentano la possibilità di un cambiamento generale della posizione della Germania in relazione al tema delle relazioni euro-atlantiche e il riallineamento degli assi imperialisti. Fattori decisivi in questo sviluppo sono da un lato le relazioni di interdipendenza delle economie degli USA e dell’Unione Europea e dall’altro lato la competizione tra euro e dollaro come monete di riserva internazionale e il rafforzamento della cooperazione tra Russia e Cina.

12. Tutti questi fatti confermano anche che da questo punto di vista la lotta attuale deve avere una direzione antimonopolista, anticapitalista, che in nessun caso può esser solamente antimperialista con il contenuto che danno gli opportunisti a questo termine, che identificano l’imperialismo con la politica estera aggressiva, con la guerra, con la cosiddetta questione nazionale, slegata dallo sfruttamento classista, dalle relazioni di proprietà e di potere.

13. Gli opportunisti contemporanei, quando vogliono sottolineare la necessità che la loro borghesia non sia il “parente povero” nella ripartizione dei mercati, ricordano la questione nazionale, ma quando la questione è la lotta per il socialismo allora dichiarano che il socialismo o sarà mondiale o non si potrà realizzare in un solo paese, rinunciano alla lotta sul terreno nazionale, ossia rifiutano la necessità di acutizzare la lotta di classe, la necessità di preparare il fattore soggettivo per esser pronto nella situazione rivoluzionaria.

14. La lotta per la liberazione dell’uomo da ogni forma di sfruttamento, la lotta contro la guerra imperialista non può avere uno sviluppo positivo se non si combina con la lotta contro l’opportunismo. Indipendentemente dalla forza politica dell’opportunismo in ogni paese, esso non deve esser sottovalutato o giudicato usando criteri parlamentari, poiché la radice dell’opportunismo si trova nello stesso sistema imperialista, perché la borghesia, quando si rende conto che non può gestire le sue questioni con stabilità, si appoggia all’opportunismo come una visione generalizzata e come partito politico, al fine di guadagnare tempo per riorganizzare il sistema politico borghese, per minare la crescita costante del movimento operaio rivoluzionario.

15. La concentrazione di forze, l’alleanza della classe operaia con i settori popolari poveri dei lavoratori autonomi per condizioni oggettive devono svilupparsi in una direzione fermamente antimonopolista anticapitalista, essere dirette all’acquisizione del potere operaio. La direzione antimonopolista e anticapitalista esprime il compromesso necessario, ma avanzato, tra l’interesse della classe operaia di eliminare ogni forma di proprietà capitalista – grande, media e piccola – e gli strati che sono oscillanti a causa della loro natura (per la loro posizione nell’economia capitalista) che hanno interesse nell’abolizione dei monopoli, nella socializzazione dei mezzi di produzione concentrati, mentre allo stesso tempo sono imbevuti dell’illusione che hanno vantaggio dalla piccola proprietà privata e non possono capire che i loro interessi a lungo e medio tempo possono esser serviti solamente dal potere socialista.

Il KKE, nelle condizioni in cui non esiste una situazione rivoluzionaria, ha come obiettivo non solo prevenire il corso discendente, non solo ottenere alcune concessioni temporanee, ma anche di preparare il fattore soggettivo, ossia il partito, la classe operaia e i suoi alleati per realizzare i suoi compiti strategici in condizioni di situazione rivoluzionaria. In quelle condizioni, che non si possono prevedere in anticipo, bisogna tenere in considerazione l’approfondimento della crisi capitalista, l’acutizzazione delle contraddizioni inter-imperialiste che giungono fino al punto di conflitti militari, è possibile che si creino queste precondizioni e sviluppino in Grecia. Nelle condizioni della situazione rivoluzionaria il ruolo della preparazione organizzativa e politica dell’avanguardia del movimento operaio, del Partito Comunista, è decisiva per il coordinamento e l’orientamento rivoluzionario della maggioranza della classe operaia, specialmente del proletariato industriale, per attrarre i settori dirigenti degli strati popolari.

Sezione delle Relazioni Internazionali del CC del KKE

Annunci

I satelliti stanno cambiando sole
Angeles Master | redroja.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/12/2018

Intensificazione delle contraddizioni interimperialiste

Sulla scena internazionale si sono di recente verificati eventi apparentemente sorprendenti. Quando nello scorso mese di novembre veniva celebrato a Parigi il centenario dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale, Trump, con l’intento di attaccare la Francia e la Germania e di ricordare il ruolo egemone degli Stati Uniti in Europa, affermava che: “quando gli americani sbarcarono in Normandia nel 1944, i francesi stavano imparando a parlare tedesco”. Più che un tentativo poco simpatico di ottenere l’aumento da parte dei paesi europei del loro contributo economico e militare alla NATO, andrebbe visto come un ulteriore affondo nell’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Unione europea, culminato per il momento nella decisione di quest’ultima di creare un esercito europeo indipendente.

Sono solo sfoghi di Trump, oppure sono già in atto cambiamenti importanti nelle relazioni interimperialiste?

Red Roja ha da tempo concentrato le sue analisi sull’attuale fase del capitalismo e proprio sulle contraddizioni interimperialiste tra Unione europea – soprattutto la sua potenza egemone, la Germania – e gli Stati Uniti. Questo interesse risponde alla necessità di conoscere meglio i conflitti che si verificano al vertice del potere, intensificati in epoche, come l’attuale, di crisi generale del capitalismo. Nella lotta per la conquista del potere politico, il fattore decisivo che definisce i rapporti di forza, è la debolezza del nemico.

L’obiettivo strategico che ha guidato tutti i piani dell’imperialismo, dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’URSS nel 1991, è stato la sconfitta del comunismo. Il fine comune di distruggere il primo stato proletario ha reso possibile la lotta comune contro quello di tutte le potenze capitaliste contrapposte nelle due guerre mondiali. Di fronte a questo obiettivo superiore, le contraddizioni interimperialiste apparivano sepolte e l’egemonia di Washington assicurata.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’interesse di Washington come grande potenza vittoriosa ed erede dell’imperialismo britannico si concentrò sul controllo dell’Europa. I suoi strumenti per costruire un’Europa occidentale agganciata agli interessi statunitensi e da loro totalmente dipendente sul piano militare, erano il Piano Marshall e la NATO.

L’obiettivo storico, che ora si sta sgretolando, della Casa Bianca è sempre stato quello di controllare il continente euroasiatico, il “perno del mondo”. A tal fine, era necessario evitare l’emergere di una potenza europea con volontà propria, con un potere economico e militare sufficiente per contrastare gli Stati Uniti e che avrebbe potuto stabilire relazioni con l’URSS (o con la Russia di oggi) in modo sovrano e contro i loro interessi. Il metodo fu di progettare reiteratamente dei conflitti tra i paesi del Cuore continentale in modo che nessuno potesse divenire forte abbastanza da trasformarsi in un ostacolo all’egemonia anglosassone.

Il confronto tra le due grandi potenze socialiste, l’URSS e la Cina, la successiva scomparsa della prima e l’inserimento della seconda nei parametri capitalisti, la creazione di basi NATO nella maggior parte dei paesi europei (le principali in Germania e in Kosovo, dopo la liquidazione della Repubblica Federale di Jugoslavia) o l’integrazione nell’Alleanza Atlantica di gran parte dei paesi del defunto Patto di Varsavia, sembravano assicurare un futuro luminoso ai piani statunitensi.

Eppur si muove

La sconfitta del movimento comunista e l’enorme crisi generale che colpisce il capitalismo dall’inizio degli anni’ 70 del secolo scorso e il cui ultimo shock è iniziato nel 2007, sta avendo conseguenze economiche, politiche e sociali che comportano cambiamenti qualitativi nell’ordine mondiale stabilito a partire dal 1945.

La lettura di questa crisi, effettuata dalle organizzazioni politiche e sindacali della socialdemocrazia nello Stato spagnolo – Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), Sinistra Unita e Partito Comunista Spagnolo (IU_PCE), Commissioni Operaie (CCOO), Unione Generale dei Lavoratori (UGT) e ora Unidos Podemos – sempre disposti ad aiutare il capitale, è stata quella di opporre il capitalismo europeo “sociale ed umano” al capitalismo americano “selvaggio e brutale”. Questa retorica del “ritorno allo stato sociale” ha concesso enormi favori alla borghesia, sia qui che all’estero. Ora questi tentativi di ritocco al volto del capitalismo stanno facendo acqua ovunque e la sua sovrastruttura politica sta crollando, mentre il discredito del sistema e la corrispondente radicalizzazione delle posizioni occupano sempre più la scena istituzionale.

Lotta per i mercati e le materie prime. Sanzioni e dedollarizzazione

La potente esplosione dell’industria cinese e la sua occupazione dei grandi mercati in quasi tutti i settori, hanno portato al crollo dell’economia produttiva statunitense. La risposta della Casa Bianca è stata l’imposizione di tariffe consistenti sulle importazioni cinesi e l’istituzione di nuove sanzioni contro la Russia. L’assedio economico è stato seguito dall’assedio militare: espansione delle basi militari statunitensi in Asia e intimidazione della NATO nei confronti della Russia lungo tutti i suoi confini europei.

Mentre era in gestazione la sconfitta in Siria di Stati Uniti e UE (in particolare di Francia e Gran Bretagna) per mano dell’Asse della Resistenza (Hezbollah, Siria, Resistenza palestinese e Iran) sostenuto dalla Russia, si faceva strada un nuovo conflitto economico inter-imperialista.

L’accordo nucleare con L’Iran e la revoca delle sanzioni nel 2015, è stato coscienziosamente preparato dalla Germania. Subito dopo la firma, Berlino ha dispiegato le sue relazioni commerciali con Teheran, aprendo la via ad altri paesi dell’UE. La Casa Bianca è stata relegata ai margini nella competizione per trasformare il territorio del nemico “sciita” in un’arena d’affari.

Washington, spinta dai suoi partner nella regione (Israele e Arabia Saudita) e già in manifesta ritirata dalla Siria e dall’Iraq, lo scorso novembre ha imposto nuove sanzioni all’Iran e a qualsiasi società o paese che negozi con questo. Un tentativo mascherato di impedire lo sfruttamento commerciale da parte dei concorrenti dell’UE del nuovo e potente mercato iraniano.

Il risultato di questo complesso processo non potrebbe essere più disastroso per gli Stati Uniti. Dalla Turchia allo Stato spagnolo – per fare gli esempi più palesi di stati storicamente sotto influenza USA – le dichiarazioni sono state risolute e insolite. “Non accettiamo le imposizioni dell’imperialismo statunitense. Il ‘chi non è con me, è contro di me’ appartiene a un’altra epoca e la Spagna non permetterà questo tipo di approccio”, ha detto inaspettatamente il ministro degli esteri spagnolo, il lacchè Borrel.

Se i satelliti si mostrano così, non è a causa di improvvisi attacchi di sovranità e indipendenza, ma perché stanno cambiando il loro sole.

Merkel, a nome dell’UE, si è rivolta all’Iran, con enfasi: “Mantenete i vostri impegni. Noi manterremo i nostri.”

La minaccia di sanzioni ha portato ad un elenco crescente di paesi che si dichiarano disobbedienti e decidono di realizzare le loro transazioni in valute diverse dal dollaro. Le ripercussioni, che stanno appena iniziando a manifestarsi, per gli Stati Uniti sono gravi e influenzano tutta la loro struttura di dominio.

L’imperialismo è un rapporto di potere che può essere esercitato finché i paesi subordinati lo accettano. Tutto indica che il cocktail di sanzioni più la progressiva dedollarizzazione, minaccia di essere per l’impero yankee “non un colpo ai piedi, ma più in alto.”

Il germe del nuovo esercito europeo

Questa escalation di tensione tra gli Stati Uniti e l’UE tende a crescere perché si basa su interessi economici contrastanti che, a loro volta, favoriscono il riavvicinamento di questi ultimi con la Russia. Gli ultimi episodi spiegano il conflitto: il sostegno degli Stati Uniti alla Brexit per indebolire l’UE o il suo tentativo – destinato a fallire – di impedire l’acquisto di gas russo da parte dell’UE attraverso il Nord Stream.

Sembrerebbe che stia per concludersi il lungo periodo in cui le contraddizioni euro-nordamericane erano riconciliate sotto l’egida della NATO.

Il crollo dell’URSS ha cancellato la necessità di una “protezione dalla minaccia comunista ” e la crisi generale del capitalismo si manifesta come una feroce lotta per i mercati e le materie prime nel tentativo di controllare la caduta dell’incremento del saggio di profitto.

E in effetti il confronto economico interimperialista avrà le sue conseguenze militari. Merkel ha proclamato a maggio che: “il tempo in cui per proteggerci potevamo fidarci degli Stati Uniti, è finito. L’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani ”

Il progetto PESCO (Cooperazione strutturata permanente in materia di sicurezza e difesa), dotato di un budget iniziale di 12 miliardi di euro, avvia la creazione di un esercito europeo e di una base di produzione di armi e di innovazione tecnologica fondata esclusivamente su imprese europee ed esplicitamente indipendenti dagli Stati Uniti.

Lotta di classe e relazioni interimperialiste.

La relativa decadenza economica degli Stati Uniti, che potrebbe anche avere conseguenze per il mantenimento della sua enorme struttura militare con circa 1.000 basi militari sparse sul pianeta, non significa che la sua capacità aggressiva diminuirà. La relativa indipendenza dell’UE rispetto agli Stati Uniti e alla NATO non è né stata fatta, né in fase di completamento, ma suppone che l’imperialismo europeo sia “buono” o “umano”.

I governanti europei sono guidati esattamente dagli stessi obiettivi di quelli statunitensi nella lotta alla morte per competere in condizioni più favorevoli nella giungla del capitalismo. Questi obiettivi sono costruiti sullo sfruttamento della classe operaia e della natura, senza limiti diversi da quelli imposti dalla lotta di classe

Non c’è altra via. Il dilemma rimane: socialismo o barbarie. La conquista del potere politico da parte della classe operaia, l’unica possibilità di distruggere il mostro capitalista che annienta l’umanità, esige di conoscere le sue debolezze e soprattutto le sue divisioni e i suoi contraddizioni.

Note

1. Questi aspetti sono stati analizzati in Maestro, A. (2016) ” Le contraddizioni tra l’imperialismo statunitense e quello europeo. Controllare il “perno del mondo”. http://www.redroja.net/index.php/noticias-red-roja/opinion/3968-las-contradicciones-entre-el-imperialismo-estadounidense-y-el-europeo-controlar-el-pivote-del- mondo

2. Il documento di Red Roja intitolato “Il mito del ritorno al welfare state. Un altro capitalismo è impossibile”, scritto all’inizio dello scossone della crisi (2012), in grado di annullare l’ennesimo tentativo di collocare la “riforma” dell’UE e il ritorno al “welfare state”, come l’obiettivo di mobilitazioni popolari contro il brutale shock delle conseguenze della crisi sulle classi popolari. Dopo il 15 M [movimento degli Indignados], queste proposte dovevano essere imposte da un cosiddetto Vertice Sociale che comprendeva CC.OO. UGT, PSOE e IU e i loro satelliti. Questa volta l’obiettivo non è stato raggiunto. Le Marce per la Dignità sono emerse un anno dopo ponendo il mancato pagamento del debito e la questione dell’Euro e dell’UE al centro del loro programma, tra le altre cose. http://www.redroja.net/index.php/comunicados/831-el-mito-de-la-vuelta-al-estado-del-bienestar-otro-capitalismo-es-imposible

3. L’elenco dei paesi e delle società che operano in valute diverse dal dollaro è in crescita. Spicca l’acquisto di armi dalla Russia da parte di paesi come India, Pakistan, Qatar o Turchia, alleati incondizionati degli Stati Uniti per decenni.

4. Lo scorso 12 dicembre, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha adottato una risoluzione contro l’entrata in vigore del Nord Stream 2, per mezzo del quale minaccia di nuove sanzioni la Russia ed esorta l’UE a fare lo stesso. Nord Stream 2 è un gasdotto di 1.200 km che collega Russia e Germania attraverso il Mar Baltico, cioè senza passare attraverso l’Ucraina. Oltre al Gazprom Russo, partecipano i gruppi energetici tedeschi Uniper e Wintershall, l’austriaca OMV, la francese Engie e il gigante anglo-olandese Shell.

https://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peimja22-021141.htm

https://bresciaanticapitalista.com/2017/02/07/chi-ha-infoibato-chi/?fbclid=IwAR3CYLCHsY4HVmNbiAOj8Spc3bK_7jNrcWaqJbr5uuMYp0x3wk0ZpTMCNCw#comments
Chi ha infoibato chi?

Pubblichiamo volentieri questo articolo di Piero Purini, in cui si smontano (con una certa facilità, vista l’incompetenza storica dei “revisionisti” storici nostrani) tutte le favole sui “poveri italiani” infoibati dai crudeli “titini”. Non certo perché io ritenga i partigiani jugoslavi degli “angioletti” senza macchia. Errori e violenze inutili sono stati certamente commessi anche da parte delle forze di liberazione jugoslave (come in ogni guerra civile, purtroppo). Se non altro, la stessa testimonianza di mio padre, combattente partigiano nel battaglione “Antonio Gramsci”, aggregato alla Prima Brigata Dalmata dell’Esercito di Liberazione jugoslavo, me ne fornì, a suo tempo, svariati esempi. Ma concordo con il suo giudizio di allora: quando ti bruciano la casa, ti fucilano o impiccano i genitori (e i “nostri” bersaglieri o alpini, per non parlare dei criminali in camicia nera, hanno fatto di tutto per emulare le belve naziste in questo) non vai tanto per il sottile (soprattutto se sei un povero contadino con scarsa coscienza politica, guidato soprattutto, e giustamente, dalla rabbia contro l’invasore) e magari dimentichi la tua umanità. Dedicato a te, vecchio mio, nel giorno in cui cercano di infangare i tuoi compagni di allora. (Flavio)

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe

con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

___
* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983-

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

di Piero Purini / Purich*
con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

___
* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

Cina e imperialismo, un’analisi storico-economica
 https://www.facebook.com/notes/la-riscossa/cina-e-imperialismo-unanalisi-storico-economica/1026958504101705/
In questi ultimi giorni ha avuto particolare risalto sui mezzi di informazione l’incontro di stato a Palm Beach tra Donald Trump e Xi Jinping. In particolare suscita l’interesse di molti la posizione della Cina riguardo questioni quali la guerra in Siria e la Corea del Nord. Potrebbe dunque essere legittimo chiedersi se in questa fase la Cina possa assumere un ruolo di argine all’imperialismo e di speranza per i popoli del mondo. Per dare una risposta occorre analizzare la situazione cinese in relazione al concetto di imperialismo, un punto centrale per l’analisi marxista della società, spesso frainteso anche da una parte del movimento comunista.
Per una chiara ed esatta chiave di lettura dell’imperialismo occorre rifarsi alla definizione che Lenin diede nel suo saggio del 1916, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo“:
«Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici» (cfr. V. Lenin L’imperialismo (1916), Editori Riuniti, 1974, pag. 128).
Secondo questa definizione il militarismo e l’aggressività nei confronti di altre nazioni non sono caratteristiche preponderanti dell’imperialismo, ma soltanto sue possibili manifestazioni. Alla luce della teoria leninista è possibile individuare quali stati, nel corso della storia recente, abbiano effettivamente assunto un ruolo di argine all’imperialismo.
L’Unione Sovietica è senz’altro uno degli esempi più lampanti di potenza antimperialista in quanto priva di esportazione di capitale (la grande maggioranza del commercio estero sovietico era con altri stati socialisti). Infatti anche dopo il 1956, anno in cui le politiche di Chruščёv iniziarono a compromettere l’impianto socialista dello stato e i cui sviluppi furono la restaurazione del capitalismo con Gorbačëv nel 1991, nonostante l’aumento delle esportazioni, l’URSS non esportò capitale.
Non è invece di immediata interpretazione la situazione dell’attuale Repubblica Popolare Cinese. Per un’adeguata valutazione è necessario comprendere come si è giunti all’odierna condizione economico-sociale del paese. A seguito del XX Congresso del PCUS del 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, criticò, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo chruscioviano in URSS, che fu definito revisionismo moderno per distinguerlo dal revisionismo bernsteiniano-kautskiano. Tuttavia, subito dopo la morte di Mao nel 1976, un nuovo tipo di revisionismo si manifestò in Cina a seguito della presa del potere dell’ala destra del PCC, che faceva capo a Deng Xiaoping, dopo la condanna della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Rivoluzione Culturale.
Contrariamente a quanto avvenuto in Unione Sovietica, in cui la figura di Stalin fu criminalizzata, il revisionismo denghista, che potrebbe essere definito come revisionismo contemporaneo, non attaccò mai apertamente Mao, ma continuò a celebrarlo e a rivendicare una, peraltro inesistente, continuità con la sua politica. Al contempo Deng elaborò la teoria del socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi, una soluzione strategica di media o lunga durata, in attesa di un non meglio definito ritorno al socialismo. Molti sostenitori delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng con la Nuova Politica Economica (NEP), applicata da Lenin nell’URSS reduce dal conflitto mondiale e dalla guerra civile. Questo rappresenta tuttavia una valutazione fallace: la NEP prevedeva delle limitate concessioni al capitalismo al fine di ripristinare l’industria nazionale, devastata dalla guerra, nella prospettiva dell’accumulazione di forze necessarie per esser superata e si realizzava nel quadro della dittatura del proletariato (non vi erano capitalisti e miliardari nel Partito e il settore privato consentito non coinvolgeva i grandi mezzi di produzione ma solo i piccoli come il commercio interno) basata sul rafforzamento della classe operaia, mentre, come ad oggi è stato possibile constatare, in Cina il socialismo di mercato è stato una manovra di transizione dal socialismo al capitalismo vero e proprio, con reintroduzione dei rapporti di produzione tipici del capitalismo.
Conferma di quanto detto è la creazione delle Zone Economiche Speciali (ZES), nelle quali, a partire dal 1979, specifiche legislazioni economiche favoriscono e incoraggiano l’afflusso di capitale proveniente da multinazionali straniere attraverso una fiscalità vantaggiosa e una larga indipendenza per le imprese (è da sottolineare come il governo cinese abbia approvato recentemente un piano per la creazione di una nuova ZES, che porterà alla fondazione di un’imponente città chiamata Xiongan, e che ha visto immediatamente dopo l’annuncio governativo l’afflusso massiccio di speculatori intenzionati ad acquistare immobili nelle aree interessate da rivendere a prezzi raddoppiati). Merita inoltre di essere menzionata la cosiddetta teoria delle tre rappresentanze, dottrina ideata nel 2000 da Jiang Zemin, successore di Deng, che di fatto forniva all’imprenditoria ancora maggior riconoscimento politico e sociale e permetteva l’ingresso sempre più palese di elementi borghesi all’interno del Partito, ormai definitivamente deideologizzato, seppur già compromesso dalla gestione di Deng.
È bene chiarire a questo punto il seguente concetto: il socialismo prevede relazioni di produzione nelle quali la classe operaia ha il potere e, di conseguenza, detiene nelle sue mani i mezzi di produzione.
In questo senso, ha come condizione necessaria il dominio della proprietà statale su quella privata e la scomparsa progressiva di ogni mezzo di produzione privato, compresa la piccola proprietà. È inevitabile che ci siano differenze tra i vari paesi nella costruzione del socialismo, ma queste non possono esser mai di principio, ossia contraddicendone quelli universali che nel caso cinese rappresentano relazioni di produzione dove predomina il capitale privato con una tendenza al maggiore sviluppo dello stesso.
Per meglio comprendere l’importanza che le imprese private assumono in Cina, basta esaminare alcune cifre riguardanti il peso del settore privato nello stato a seguito della privatizzazioni massicce applicate da Deng in poi: nel 2005 il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali; inoltre la crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quella delle imprese statali (negli ultimi 3 decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è dovuta a compagnie private).
È dunque evidente come in Cina il ritorno al capitalismo sia pressoché completo, ma bisogna prendere in considerazione alcuni dati economici per convincersi del fatto che il paese sia ormai giunto anche alla fase imperialista.
Secondo la rivista Forbes, stimando il patrimonio in dollari, attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.
Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Finantial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.
Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.
Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.
In aggiunta a quanto detto bisogna anche considerare il ruolo della Cina nel blocco dei BRICS, alleanza imperialista, in cui svolge un ruolo da protagonista. Fa parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sono membri anche la Russia e vari stati dell’Asia Centrale, e che si occupa non solo di sicurezza, ma anche di cooperazione economica (è importante il ruolo della SCO Interbank Association, che riunisce rappresentanze della banche delle nazioni aderenti all’organizzazione). Uno dei possibili sbocchi economici dell’Organizzazione, peraltro più volte suggerito dalla stessa Cina, potrebbe essere la creazione di un’area di libero mercato tra gli stati membri, ma già ad oggi sono previste norme che facilitino gli scambi commerciali interni.
La Cina ha annunciato inoltre di aver sospeso per il 2017 i suoi acquisiti di carbone dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea in applicazione delle sanzioni decise, su richiesta degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e che la Cina ha accettato). Ciò priva lo Stato socialista nordcoreano di 1 miliardo di dollari. La Cina sta anche lavorando per la creazione di un’area di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. L’imperialismo, il capitalismo monopolista, ha le sue leggi e ogni membro si muove sulla base della sua forza economica, militare e politica, nella direzione di rafforzare la propria posizione e la reddittività e competitività dei propri monopoli all’estero, a volte con “la pace” e, a volte, con mezzi militari. E’ su questa base che possiamo e potremo comprendere meglio gli eventi e alcune delle mosse cinesi che, in apparenza, seguono un approccio diverso rispetto a quello di altre potenze economiche capitaliste.
Appurato come anche la Russia svolga un ruolo di prim’ordine nella piramide imperialista internazionale, è necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.
Va a tale proposito ricordato come i lavoratori abbiano soltanto da perdere da un conflitto di questo tipo, e che, come insegna Lenin, i comunisti non devono schierarsi dalla parte di nessuno dei contendenti in gioco, disarmando politicamente, organizzativamente e ideologicamente la classe lavoratrice, ma al contrario devono stabilire una posizione indipendente di classe per sfruttare attivamente queste contraddizioni nella piramide imperialista al fine di indebolire le “proprie” borghesie nella direzione di rovesciare nei propri paesi il capitalismo, il potere della borghesia con le sue alleanze imperialiste, come l’UE e la NATO, rifiutando al contempo sia la guerra imperialista, sia la pace imperialista. Solo la lotta per un diverso modello di società potrà dare ai popoli la liberazione dallo sfruttamento e dal capitale, e questa lotta ha come artefici e alleati i proletari di ogni paese.
di Lorenzo Vagni
Dietro l’attacco alla Siria, le guerre del gas in Medio Oriente

Adela Sanchez * | mujerfariana.org
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peimfm05-017051.htm

Dietro la guerra in Siria si “nascondono” gli interessi delle grandi potenze in competizione per il controllo del gas, una delle fonti essenziali di energia per i prossimi anni, alternativa al petrolio per via della tendenza all’esaurimento delle riserve e risorsa meno inquinante e nociva per il pianeta.

In particolare, la Russia sta realizzando il progetto North e South Stream, che hanno come controparte il progetto Nabucco sviluppato dagli Stati Uniti.

Per muoversi in questa direzione la Russia ha focalizzato due obiettivi: promuovere la crescita economica attraverso un’alleanza con il Blocco di Shanghai e ottenere il controllo delle risorse di gas per rafforzare i progetti South e North Stream. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno lanciato il progetto Nabucco, con il pieno sostegno dell’Unione europea, puntando al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian.

Come sono strutturati questi mega-gasdotti?

Il North Stream mira ad unire la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, senza l’utilizzo del suolo bielorusso, mentre il progetto South Stream parte dalla Russia, attraversa il Mar Nero fino in Bulgaria e si divide in due rami: uno che va in Grecia e in sud Italia e l’altro che raggiunge l’Ungheria e l’Austria.

Il suo concorrente americano, il progetto Nabucco, ha origine in Asia centrale, in prossimità del Mar Nero, attraversa la Turchia (dove il gas viene immagazzinato nella zona di Erzurum), prosegue attraverso la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e poi in Austria per andare quindi in Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e alla fine in Italia.

Attualmente ognuno di questi progetti vuole includere nuove aree. Gli Stati uniti mirano al gas dall’Iran e a quello proveniente da Siria e Libano. Tuttavia l’Iran, che nel 2011 ha firmato degli accordi con Siria e Iraq, ha superato le previsioni diventando così la prima sede di produzione e stoccaggio di questa risorsa, strettamente vincolata alle riserve del Libano, dando luogo a una nuova area geografica, strategica ed energetica che comprende l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano stesso.

Il consorzio Nabucco, d’altra parte, è composto da diverse aziende: Rew, OML, Botas, Energy Company Holding e Transgaz, rispettivamente di origine tedesca, austriaca, turca, bulgara e romena. Ha un investimento iniziale di 11.200 milioni di dollari, destinato a raggiungere i circa 21.400 milioni nel 2017. La sua sostenibilità economica è messa in discussione dai ritardi nell’esecuzione a causa della riluttanza della Turchia ad accettare il fatto che il gasdotto attraversi il territorio greco. Questo ha significato perdite di tempo e di intese, a favore del suo concorrente Stream (North e South), fatto partire dalla Russia attraverso la società Gazprom creata negli anni ’90 con il supporto di Hans-Joachim Gornig, un tedesco strettamente legato a Mosca, dando così il via a una alleanza con il capitale tedesco che prevede una partecipazione senza precedenti nelle attività russe. Così BASF e EON controllano circa un quarto dei giacimenti di gas di Lujno-Rousskoie, fonte da cui si alimenta North Stream; e la “tedesca” Gazprom intende aggiudicarsi il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., il cui ruolo principale è lo stoccaggio del gas con prospettive di crescita a Cipro.

Questa proiezione verso Cipro non è stata gradita dalla Turchia, un paese chiave della Nato, ma che non è ancora riuscita a diventare membro dell’Unione europea e pertanto, non può trarre profitto dalla desiderata partecipazione alla produzione, stoccaggio e distribuzione di circa 31.000 milioni iniziali di metri cubi di gas all’anno, che giungeranno nei prossimi anni a 40.000 milioni circa, e ai profitti corrispondenti.

Il progetto North Stream, che coinvolge la Russia e la Germania, è stato recentemente inaugurato con un gasdotto costato 4.700 milioni di euro e presentato al mondo come un progetto europeo, ma che è in realtà russo, che mette nelle mani di Mosca il mercato del gas in Polonia e in altri paesi, secondo la legge della domanda e dell’offerta. Ma la Germania è il trampolino di lancio di cui la Russia ha bisogno per sviluppare la sua strategia a livello continentale, considerato che la Gazprom tedesca condivide più di 20 progetti con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria e altri paesi dell’area. Quindi si prevede che Gazprom possa diventare nel breve periodo una delle più potenti transnazionali del mondo.

Tutti questi elementi, forniti qui sinteticamente, sono utili per analizzare e comprendere la guerra in Siria e la creazione del cosiddetto “Stato islamico”, gli interventi imperialisti in Iraq e la loro pretesa sull’Iran e altri paesi, tanto del Medio Oriente che dell’Asia Centrale. Sono dei mostri imperiali dietro i quali si nasconde l’intervento militare euro-atlantico per la conquista di questa preziosa risorsa del presente e del futuro.

Quindi si possono visualizzare in modo trasparente gli interessi geopolitici in gioco, giacché chi ottiene in un modo o nell’altro il controllo della Siria potrà beneficiare del gas del bacino del Mediterraneo, in cui la Siria è il paese con le riserve più importanti, stimate in 146 miliardi di m³ l’anno solo nella zona di Homs.

I popoli del mondo devono persistere nella denuncia e nella lotta contro l’aggressione imperialista e il saccheggio di energia e di risorse strategiche come il gas. Lo stesso accade in Colombia, dove gli imperialisti e i loro fantocci vogliono imporre una maggiore “riprimarizzazione” [produzione di materie prime e prodotti agricoli, ndt], più sfruttamento e guerre di rapina. Dobbiamo impedirlo moltiplicando la resistenza e la solidarietà internazionalista.

* membro del Partito Comunista Colombiano Clandestino

Comunicato dei soldati di 38 unità delle forze armate greche: «Non partecipiamo alla guerra contro i migranti, non reprimiamo le lotte sociali»

ΠΟΛΥΤΕΧΝΕΙΟ-ΣΤΡΑΤΙΩΤΕΣ

…carni lacerate dal filo spinato, bambini annegati sulle coste, affamati nelle piazze, folle accalcate che pregano per i loro documenti…

Molti di noi hanno visto e hanno vissuto queste scene vergognose prima che arrivassero sulle prime pagine e nei telegiornali, sul fiume Evros e sulle isole, là dove ci hanno mandati per svolgere obbligatoriamente il servizio dell’assurdo. Lavoratori schiavi e contemporaneamente carne per i loro cannoni.

Queste scene ci scioccano, monopolizzano i nostri discorsi. Non vogliamo, però, che diventino routine. Come non ci siamo abituati e non riconosciamo i memorandum e le politiche anti-popolari, gli interventi imperialistici e le loro sporche guerre, così non accetteremo e non ci abitueremo al dramma dei profughi. È il dramma delle nostre genti, del nostro mondo, del mondo del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dal sesso!

Il cosiddetto «aumento dei flussi migratori» è in realtà fuga dalla guerra e sradicamento. Non è un fenomeno naturale, ci sono dei responsabili. È la loro crisi capitalistica. Per far sì che passi, aboliscono i nostri diritti, ci lasciano nella fame, nella povertà, nella disoccupazione, nella nuova necessità di migrare. Sono gli USA, la NATO, l’Europa, la Cina e la Russia. Impongono i loro interessi economici con la paura e la morte, mantengono e resuscitano nuovi alleati e nemici, alimentano il fondamentalismo religioso. Sono le forze della periferia dell’impero (Turchia, Israele, Grecia, paesi Arabi), che inaspriscono gli antagonismi di quest’area.

Sono quelli che parlano di stati falliti e di popoli inferiori, quelli che affrontano gli uomini come spazzatura e fanno rastrellamenti, trasformando interi territori in discariche di persone e in dispense per il crudo sfruttamento! Uno solo è il nemico della classe borghese e dei suoi governi: i lavoratori, sia che si battano per i loro diritti, sia che si muovano senza documenti, anche se sono stati i loro interventi militari a portarli allo sradicamento. E inoltre, non sono i rifugiati a decidere dove andare: i flussi migratori vengono incanalati verso i moderni campi di concentramento, gli hot spot, perché i lavoratori scelgano dove essere sfruttati! Se ne libereranno, chiaramente, quando non avranno più bisogno di loro, o quando si azzarderanno a reagire, rimettendoli di nuovo sul mercato…

Lo stato greco e l’esercito sono parte del problema e non la soluzione. Il governo SYRIZA-ANEL continua la guerra al terrorismo, prende parte ai programmi imperialistici, combatte le «minacce non conformi» (migranti, movimenti sociali). Replica la falsa ripartizione tra profughi di guerra buoni e migranti economici cattivi. Le forze armate chiedono a noi, i soldati di leva, insieme a quelli in ferma stabile e agli ufficiali, di fare la guerra al «nemico esterno», come nel caso recente dell’esercitazione PARMENIONE 2015! Al ciclo morte-sfruttamento-oppressione collaborano in armonia i “nemici” Grecia e Turchia, che pattuglieranno congiuntamente l’Egeo! Il fronte di guerra dell’Europa, per altro, comincia a Gibilterra e termina nell’Egeo, con Frontex con un ruolo preponderante.

Un sommergibile greco si unirà alla flotta europea che opera nelle acque territoriali libiche. La 16° divisione, sull’Evros, è in stato d’allerta per i migranti che arrivano da Edirne. Ci ordinano di esercitarci per reprimere le folle, come a Kos, dopo i drammatici eventi di Kalymnos, quando il generale ha richiesto che venisse dichiarato lo stato di emergenza e che fossimo mandati armati contro i migranti reclusi senza cibo né acqua. Facciamo la guardia a questa cortina omicida che è anche la ragione di tutti questi annegamenti nell’Egeo.

NON COMBATTIAMO, NON REPRIMIAMO, NON DIAMO LA CACCIA AI MIGRANTI.

Noi soldati in lotta siamo contro tutto questo, contro i loro crimini vecchi e nuovi.

Chiamiamo a un Movimento di massa, sia dentro che fuori l’esercito.

Per bloccare in ogni modo Frontex, la NATO e l’esercito europeo, l’azione delle forze armate in questo massacro continuo. Non partecipiamo alle ronde.

Aiutiamo ad abbattere le cortine e non a costruirne di nuove. Che nessun soldato salga sulle navi dirette in missione.

Navi, sommergibili e aeroplani facciano ritorno alle loro basi. Nessun supporto ai loro rifornimenti.

Rifiutiamo la trasformazione dell’esercito greco in un dispositivo capitalista, sia a discapito dei migranti che dei movimenti sociali. Non accetteremo di rimediare come «lavori volontari» alle carenze delle infrastrutture sociali. Per noi la minaccia non conforme sono la guerra dichiarataci contro dai governi e gli interessi che essi sostengono..

Chiediamo ai nostri colleghi non solo di mostrare pietà e compassione, ma anche di considerare i comuni interessi di classe. Sono le stesse istituzioni borghesi, le stesse politiche borghesi, gli stessi governi borghesi che distruggono anche i nostri sogni.

Quello che adesso vivono i profughi, la continua persecuzione da parte di dispositivi totalitaristici di ogni tipo, la lotta per la dignità e la sopravvivenza, il loro tragico presente, sono per molti di noi l’incubo di un presente e di un futuro che non dobbiamo vivere: lo stato del totalitarismo parlamentare con i collaboratori NAZISTI di Alba Dorata.

Sappiamo bene che le prossime rivolte vedranno gli sfruttati uniti o gli uni contro gli altri.

Non esiste oggi una solidarietà più pragmatica e un aiuto più grande a noi stessi che il colpire il male alle radici.

Siamo parte del moderno movimento dei lavoratori e contro la guerra, che può esistere solo attraverso un’ottica di classe, anticapitalista e internazionalista. Con la resistenza, l’opposizione, il rifiuto in toto del governo, dei dispositivi imperialistici, del mondo borghese dell’oppressione.

(seguono nel testo originale le sottoscrizioni dei soldati di 38 unità delle forze armate, n.d.t.)

RETE DI SOLDATI LIBERI “SPARTAKOS”

COMITATO DI SOLIDARIETA’ AI SOLDATI DI LEVA

Fonte: diktiospartakos.blogspot.gr