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Cina e imperialismo, un’analisi storico-economica
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In questi ultimi giorni ha avuto particolare risalto sui mezzi di informazione l’incontro di stato a Palm Beach tra Donald Trump e Xi Jinping. In particolare suscita l’interesse di molti la posizione della Cina riguardo questioni quali la guerra in Siria e la Corea del Nord. Potrebbe dunque essere legittimo chiedersi se in questa fase la Cina possa assumere un ruolo di argine all’imperialismo e di speranza per i popoli del mondo. Per dare una risposta occorre analizzare la situazione cinese in relazione al concetto di imperialismo, un punto centrale per l’analisi marxista della società, spesso frainteso anche da una parte del movimento comunista.
Per una chiara ed esatta chiave di lettura dell’imperialismo occorre rifarsi alla definizione che Lenin diede nel suo saggio del 1916, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo“:
«Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici» (cfr. V. Lenin L’imperialismo (1916), Editori Riuniti, 1974, pag. 128).
Secondo questa definizione il militarismo e l’aggressività nei confronti di altre nazioni non sono caratteristiche preponderanti dell’imperialismo, ma soltanto sue possibili manifestazioni. Alla luce della teoria leninista è possibile individuare quali stati, nel corso della storia recente, abbiano effettivamente assunto un ruolo di argine all’imperialismo.
L’Unione Sovietica è senz’altro uno degli esempi più lampanti di potenza antimperialista in quanto priva di esportazione di capitale (la grande maggioranza del commercio estero sovietico era con altri stati socialisti). Infatti anche dopo il 1956, anno in cui le politiche di Chruščёv iniziarono a compromettere l’impianto socialista dello stato e i cui sviluppi furono la restaurazione del capitalismo con Gorbačëv nel 1991, nonostante l’aumento delle esportazioni, l’URSS non esportò capitale.
Non è invece di immediata interpretazione la situazione dell’attuale Repubblica Popolare Cinese. Per un’adeguata valutazione è necessario comprendere come si è giunti all’odierna condizione economico-sociale del paese. A seguito del XX Congresso del PCUS del 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, criticò, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo chruscioviano in URSS, che fu definito revisionismo moderno per distinguerlo dal revisionismo bernsteiniano-kautskiano. Tuttavia, subito dopo la morte di Mao nel 1976, un nuovo tipo di revisionismo si manifestò in Cina a seguito della presa del potere dell’ala destra del PCC, che faceva capo a Deng Xiaoping, dopo la condanna della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Rivoluzione Culturale.
Contrariamente a quanto avvenuto in Unione Sovietica, in cui la figura di Stalin fu criminalizzata, il revisionismo denghista, che potrebbe essere definito come revisionismo contemporaneo, non attaccò mai apertamente Mao, ma continuò a celebrarlo e a rivendicare una, peraltro inesistente, continuità con la sua politica. Al contempo Deng elaborò la teoria del socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi, una soluzione strategica di media o lunga durata, in attesa di un non meglio definito ritorno al socialismo. Molti sostenitori delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng con la Nuova Politica Economica (NEP), applicata da Lenin nell’URSS reduce dal conflitto mondiale e dalla guerra civile. Questo rappresenta tuttavia una valutazione fallace: la NEP prevedeva delle limitate concessioni al capitalismo al fine di ripristinare l’industria nazionale, devastata dalla guerra, nella prospettiva dell’accumulazione di forze necessarie per esser superata e si realizzava nel quadro della dittatura del proletariato (non vi erano capitalisti e miliardari nel Partito e il settore privato consentito non coinvolgeva i grandi mezzi di produzione ma solo i piccoli come il commercio interno) basata sul rafforzamento della classe operaia, mentre, come ad oggi è stato possibile constatare, in Cina il socialismo di mercato è stato una manovra di transizione dal socialismo al capitalismo vero e proprio, con reintroduzione dei rapporti di produzione tipici del capitalismo.
Conferma di quanto detto è la creazione delle Zone Economiche Speciali (ZES), nelle quali, a partire dal 1979, specifiche legislazioni economiche favoriscono e incoraggiano l’afflusso di capitale proveniente da multinazionali straniere attraverso una fiscalità vantaggiosa e una larga indipendenza per le imprese (è da sottolineare come il governo cinese abbia approvato recentemente un piano per la creazione di una nuova ZES, che porterà alla fondazione di un’imponente città chiamata Xiongan, e che ha visto immediatamente dopo l’annuncio governativo l’afflusso massiccio di speculatori intenzionati ad acquistare immobili nelle aree interessate da rivendere a prezzi raddoppiati). Merita inoltre di essere menzionata la cosiddetta teoria delle tre rappresentanze, dottrina ideata nel 2000 da Jiang Zemin, successore di Deng, che di fatto forniva all’imprenditoria ancora maggior riconoscimento politico e sociale e permetteva l’ingresso sempre più palese di elementi borghesi all’interno del Partito, ormai definitivamente deideologizzato, seppur già compromesso dalla gestione di Deng.
È bene chiarire a questo punto il seguente concetto: il socialismo prevede relazioni di produzione nelle quali la classe operaia ha il potere e, di conseguenza, detiene nelle sue mani i mezzi di produzione.
In questo senso, ha come condizione necessaria il dominio della proprietà statale su quella privata e la scomparsa progressiva di ogni mezzo di produzione privato, compresa la piccola proprietà. È inevitabile che ci siano differenze tra i vari paesi nella costruzione del socialismo, ma queste non possono esser mai di principio, ossia contraddicendone quelli universali che nel caso cinese rappresentano relazioni di produzione dove predomina il capitale privato con una tendenza al maggiore sviluppo dello stesso.
Per meglio comprendere l’importanza che le imprese private assumono in Cina, basta esaminare alcune cifre riguardanti il peso del settore privato nello stato a seguito della privatizzazioni massicce applicate da Deng in poi: nel 2005 il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali; inoltre la crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quella delle imprese statali (negli ultimi 3 decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è dovuta a compagnie private).
È dunque evidente come in Cina il ritorno al capitalismo sia pressoché completo, ma bisogna prendere in considerazione alcuni dati economici per convincersi del fatto che il paese sia ormai giunto anche alla fase imperialista.
Secondo la rivista Forbes, stimando il patrimonio in dollari, attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.
Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Finantial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.
Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.
Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.
In aggiunta a quanto detto bisogna anche considerare il ruolo della Cina nel blocco dei BRICS, alleanza imperialista, in cui svolge un ruolo da protagonista. Fa parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sono membri anche la Russia e vari stati dell’Asia Centrale, e che si occupa non solo di sicurezza, ma anche di cooperazione economica (è importante il ruolo della SCO Interbank Association, che riunisce rappresentanze della banche delle nazioni aderenti all’organizzazione). Uno dei possibili sbocchi economici dell’Organizzazione, peraltro più volte suggerito dalla stessa Cina, potrebbe essere la creazione di un’area di libero mercato tra gli stati membri, ma già ad oggi sono previste norme che facilitino gli scambi commerciali interni.
La Cina ha annunciato inoltre di aver sospeso per il 2017 i suoi acquisiti di carbone dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea in applicazione delle sanzioni decise, su richiesta degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e che la Cina ha accettato). Ciò priva lo Stato socialista nordcoreano di 1 miliardo di dollari. La Cina sta anche lavorando per la creazione di un’area di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. L’imperialismo, il capitalismo monopolista, ha le sue leggi e ogni membro si muove sulla base della sua forza economica, militare e politica, nella direzione di rafforzare la propria posizione e la reddittività e competitività dei propri monopoli all’estero, a volte con “la pace” e, a volte, con mezzi militari. E’ su questa base che possiamo e potremo comprendere meglio gli eventi e alcune delle mosse cinesi che, in apparenza, seguono un approccio diverso rispetto a quello di altre potenze economiche capitaliste.
Appurato come anche la Russia svolga un ruolo di prim’ordine nella piramide imperialista internazionale, è necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.
Va a tale proposito ricordato come i lavoratori abbiano soltanto da perdere da un conflitto di questo tipo, e che, come insegna Lenin, i comunisti non devono schierarsi dalla parte di nessuno dei contendenti in gioco, disarmando politicamente, organizzativamente e ideologicamente la classe lavoratrice, ma al contrario devono stabilire una posizione indipendente di classe per sfruttare attivamente queste contraddizioni nella piramide imperialista al fine di indebolire le “proprie” borghesie nella direzione di rovesciare nei propri paesi il capitalismo, il potere della borghesia con le sue alleanze imperialiste, come l’UE e la NATO, rifiutando al contempo sia la guerra imperialista, sia la pace imperialista. Solo la lotta per un diverso modello di società potrà dare ai popoli la liberazione dallo sfruttamento e dal capitale, e questa lotta ha come artefici e alleati i proletari di ogni paese.
di Lorenzo Vagni
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Dietro l’attacco alla Siria, le guerre del gas in Medio Oriente

Adela Sanchez * | mujerfariana.org
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peimfm05-017051.htm

Dietro la guerra in Siria si “nascondono” gli interessi delle grandi potenze in competizione per il controllo del gas, una delle fonti essenziali di energia per i prossimi anni, alternativa al petrolio per via della tendenza all’esaurimento delle riserve e risorsa meno inquinante e nociva per il pianeta.

In particolare, la Russia sta realizzando il progetto North e South Stream, che hanno come controparte il progetto Nabucco sviluppato dagli Stati Uniti.

Per muoversi in questa direzione la Russia ha focalizzato due obiettivi: promuovere la crescita economica attraverso un’alleanza con il Blocco di Shanghai e ottenere il controllo delle risorse di gas per rafforzare i progetti South e North Stream. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno lanciato il progetto Nabucco, con il pieno sostegno dell’Unione europea, puntando al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian.

Come sono strutturati questi mega-gasdotti?

Il North Stream mira ad unire la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, senza l’utilizzo del suolo bielorusso, mentre il progetto South Stream parte dalla Russia, attraversa il Mar Nero fino in Bulgaria e si divide in due rami: uno che va in Grecia e in sud Italia e l’altro che raggiunge l’Ungheria e l’Austria.

Il suo concorrente americano, il progetto Nabucco, ha origine in Asia centrale, in prossimità del Mar Nero, attraversa la Turchia (dove il gas viene immagazzinato nella zona di Erzurum), prosegue attraverso la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e poi in Austria per andare quindi in Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e alla fine in Italia.

Attualmente ognuno di questi progetti vuole includere nuove aree. Gli Stati uniti mirano al gas dall’Iran e a quello proveniente da Siria e Libano. Tuttavia l’Iran, che nel 2011 ha firmato degli accordi con Siria e Iraq, ha superato le previsioni diventando così la prima sede di produzione e stoccaggio di questa risorsa, strettamente vincolata alle riserve del Libano, dando luogo a una nuova area geografica, strategica ed energetica che comprende l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano stesso.

Il consorzio Nabucco, d’altra parte, è composto da diverse aziende: Rew, OML, Botas, Energy Company Holding e Transgaz, rispettivamente di origine tedesca, austriaca, turca, bulgara e romena. Ha un investimento iniziale di 11.200 milioni di dollari, destinato a raggiungere i circa 21.400 milioni nel 2017. La sua sostenibilità economica è messa in discussione dai ritardi nell’esecuzione a causa della riluttanza della Turchia ad accettare il fatto che il gasdotto attraversi il territorio greco. Questo ha significato perdite di tempo e di intese, a favore del suo concorrente Stream (North e South), fatto partire dalla Russia attraverso la società Gazprom creata negli anni ’90 con il supporto di Hans-Joachim Gornig, un tedesco strettamente legato a Mosca, dando così il via a una alleanza con il capitale tedesco che prevede una partecipazione senza precedenti nelle attività russe. Così BASF e EON controllano circa un quarto dei giacimenti di gas di Lujno-Rousskoie, fonte da cui si alimenta North Stream; e la “tedesca” Gazprom intende aggiudicarsi il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., il cui ruolo principale è lo stoccaggio del gas con prospettive di crescita a Cipro.

Questa proiezione verso Cipro non è stata gradita dalla Turchia, un paese chiave della Nato, ma che non è ancora riuscita a diventare membro dell’Unione europea e pertanto, non può trarre profitto dalla desiderata partecipazione alla produzione, stoccaggio e distribuzione di circa 31.000 milioni iniziali di metri cubi di gas all’anno, che giungeranno nei prossimi anni a 40.000 milioni circa, e ai profitti corrispondenti.

Il progetto North Stream, che coinvolge la Russia e la Germania, è stato recentemente inaugurato con un gasdotto costato 4.700 milioni di euro e presentato al mondo come un progetto europeo, ma che è in realtà russo, che mette nelle mani di Mosca il mercato del gas in Polonia e in altri paesi, secondo la legge della domanda e dell’offerta. Ma la Germania è il trampolino di lancio di cui la Russia ha bisogno per sviluppare la sua strategia a livello continentale, considerato che la Gazprom tedesca condivide più di 20 progetti con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria e altri paesi dell’area. Quindi si prevede che Gazprom possa diventare nel breve periodo una delle più potenti transnazionali del mondo.

Tutti questi elementi, forniti qui sinteticamente, sono utili per analizzare e comprendere la guerra in Siria e la creazione del cosiddetto “Stato islamico”, gli interventi imperialisti in Iraq e la loro pretesa sull’Iran e altri paesi, tanto del Medio Oriente che dell’Asia Centrale. Sono dei mostri imperiali dietro i quali si nasconde l’intervento militare euro-atlantico per la conquista di questa preziosa risorsa del presente e del futuro.

Quindi si possono visualizzare in modo trasparente gli interessi geopolitici in gioco, giacché chi ottiene in un modo o nell’altro il controllo della Siria potrà beneficiare del gas del bacino del Mediterraneo, in cui la Siria è il paese con le riserve più importanti, stimate in 146 miliardi di m³ l’anno solo nella zona di Homs.

I popoli del mondo devono persistere nella denuncia e nella lotta contro l’aggressione imperialista e il saccheggio di energia e di risorse strategiche come il gas. Lo stesso accade in Colombia, dove gli imperialisti e i loro fantocci vogliono imporre una maggiore “riprimarizzazione” [produzione di materie prime e prodotti agricoli, ndt], più sfruttamento e guerre di rapina. Dobbiamo impedirlo moltiplicando la resistenza e la solidarietà internazionalista.

* membro del Partito Comunista Colombiano Clandestino

Comunicato dei soldati di 38 unità delle forze armate greche: «Non partecipiamo alla guerra contro i migranti, non reprimiamo le lotte sociali»

ΠΟΛΥΤΕΧΝΕΙΟ-ΣΤΡΑΤΙΩΤΕΣ

…carni lacerate dal filo spinato, bambini annegati sulle coste, affamati nelle piazze, folle accalcate che pregano per i loro documenti…

Molti di noi hanno visto e hanno vissuto queste scene vergognose prima che arrivassero sulle prime pagine e nei telegiornali, sul fiume Evros e sulle isole, là dove ci hanno mandati per svolgere obbligatoriamente il servizio dell’assurdo. Lavoratori schiavi e contemporaneamente carne per i loro cannoni.

Queste scene ci scioccano, monopolizzano i nostri discorsi. Non vogliamo, però, che diventino routine. Come non ci siamo abituati e non riconosciamo i memorandum e le politiche anti-popolari, gli interventi imperialistici e le loro sporche guerre, così non accetteremo e non ci abitueremo al dramma dei profughi. È il dramma delle nostre genti, del nostro mondo, del mondo del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dal sesso!

Il cosiddetto «aumento dei flussi migratori» è in realtà fuga dalla guerra e sradicamento. Non è un fenomeno naturale, ci sono dei responsabili. È la loro crisi capitalistica. Per far sì che passi, aboliscono i nostri diritti, ci lasciano nella fame, nella povertà, nella disoccupazione, nella nuova necessità di migrare. Sono gli USA, la NATO, l’Europa, la Cina e la Russia. Impongono i loro interessi economici con la paura e la morte, mantengono e resuscitano nuovi alleati e nemici, alimentano il fondamentalismo religioso. Sono le forze della periferia dell’impero (Turchia, Israele, Grecia, paesi Arabi), che inaspriscono gli antagonismi di quest’area.

Sono quelli che parlano di stati falliti e di popoli inferiori, quelli che affrontano gli uomini come spazzatura e fanno rastrellamenti, trasformando interi territori in discariche di persone e in dispense per il crudo sfruttamento! Uno solo è il nemico della classe borghese e dei suoi governi: i lavoratori, sia che si battano per i loro diritti, sia che si muovano senza documenti, anche se sono stati i loro interventi militari a portarli allo sradicamento. E inoltre, non sono i rifugiati a decidere dove andare: i flussi migratori vengono incanalati verso i moderni campi di concentramento, gli hot spot, perché i lavoratori scelgano dove essere sfruttati! Se ne libereranno, chiaramente, quando non avranno più bisogno di loro, o quando si azzarderanno a reagire, rimettendoli di nuovo sul mercato…

Lo stato greco e l’esercito sono parte del problema e non la soluzione. Il governo SYRIZA-ANEL continua la guerra al terrorismo, prende parte ai programmi imperialistici, combatte le «minacce non conformi» (migranti, movimenti sociali). Replica la falsa ripartizione tra profughi di guerra buoni e migranti economici cattivi. Le forze armate chiedono a noi, i soldati di leva, insieme a quelli in ferma stabile e agli ufficiali, di fare la guerra al «nemico esterno», come nel caso recente dell’esercitazione PARMENIONE 2015! Al ciclo morte-sfruttamento-oppressione collaborano in armonia i “nemici” Grecia e Turchia, che pattuglieranno congiuntamente l’Egeo! Il fronte di guerra dell’Europa, per altro, comincia a Gibilterra e termina nell’Egeo, con Frontex con un ruolo preponderante.

Un sommergibile greco si unirà alla flotta europea che opera nelle acque territoriali libiche. La 16° divisione, sull’Evros, è in stato d’allerta per i migranti che arrivano da Edirne. Ci ordinano di esercitarci per reprimere le folle, come a Kos, dopo i drammatici eventi di Kalymnos, quando il generale ha richiesto che venisse dichiarato lo stato di emergenza e che fossimo mandati armati contro i migranti reclusi senza cibo né acqua. Facciamo la guardia a questa cortina omicida che è anche la ragione di tutti questi annegamenti nell’Egeo.

NON COMBATTIAMO, NON REPRIMIAMO, NON DIAMO LA CACCIA AI MIGRANTI.

Noi soldati in lotta siamo contro tutto questo, contro i loro crimini vecchi e nuovi.

Chiamiamo a un Movimento di massa, sia dentro che fuori l’esercito.

Per bloccare in ogni modo Frontex, la NATO e l’esercito europeo, l’azione delle forze armate in questo massacro continuo. Non partecipiamo alle ronde.

Aiutiamo ad abbattere le cortine e non a costruirne di nuove. Che nessun soldato salga sulle navi dirette in missione.

Navi, sommergibili e aeroplani facciano ritorno alle loro basi. Nessun supporto ai loro rifornimenti.

Rifiutiamo la trasformazione dell’esercito greco in un dispositivo capitalista, sia a discapito dei migranti che dei movimenti sociali. Non accetteremo di rimediare come «lavori volontari» alle carenze delle infrastrutture sociali. Per noi la minaccia non conforme sono la guerra dichiarataci contro dai governi e gli interessi che essi sostengono..

Chiediamo ai nostri colleghi non solo di mostrare pietà e compassione, ma anche di considerare i comuni interessi di classe. Sono le stesse istituzioni borghesi, le stesse politiche borghesi, gli stessi governi borghesi che distruggono anche i nostri sogni.

Quello che adesso vivono i profughi, la continua persecuzione da parte di dispositivi totalitaristici di ogni tipo, la lotta per la dignità e la sopravvivenza, il loro tragico presente, sono per molti di noi l’incubo di un presente e di un futuro che non dobbiamo vivere: lo stato del totalitarismo parlamentare con i collaboratori NAZISTI di Alba Dorata.

Sappiamo bene che le prossime rivolte vedranno gli sfruttati uniti o gli uni contro gli altri.

Non esiste oggi una solidarietà più pragmatica e un aiuto più grande a noi stessi che il colpire il male alle radici.

Siamo parte del moderno movimento dei lavoratori e contro la guerra, che può esistere solo attraverso un’ottica di classe, anticapitalista e internazionalista. Con la resistenza, l’opposizione, il rifiuto in toto del governo, dei dispositivi imperialistici, del mondo borghese dell’oppressione.

(seguono nel testo originale le sottoscrizioni dei soldati di 38 unità delle forze armate, n.d.t.)

RETE DI SOLDATI LIBERI “SPARTAKOS”

COMITATO DI SOLIDARIETA’ AI SOLDATI DI LEVA

Fonte: diktiospartakos.blogspot.gr

La FSM contro l’aggressione imperialista alla Siria

George Mavrikos, Segretario Generale della Federazione Sindacale Mondiale, ha pronunciato un discorso a Damasco (Siria) nel corso della conferenza internazionale della FSM e della GFTU.

«E’ un onore salutare questa partecipata Conferenza Internazionale organizzata congiuntamente dalla Federazione Sindacale Mondiale e dalla Federazione Generale di Siria per esprimere solidarietà con il popolo e la classe operaia siriana. Caro presidente della GFTU, fratello Jamal Kadri, a nome dei membri e amici della FSM che vive e lotta in 126 paesi dei cinque continenti, ti porto il nostro saluto fraterno, onesto ed internazionalista. Apprezziamo che il nostro invito sia stato approvato da 230 sindacalisti di 43 paesi rappresentanti i milioni di membri delle organizzazioni sindacali. Nonostante le difficili condizioni non hanno esitato a viaggiare fino a Damasco per essere a fianco del popolo Siriano che durante gli ultimi 5 anni ha sofferto l’attacco  sotto attacco imperialista.

Siamo qui:

1. Per chiedere la fine immediata dell’intervento straniero in Siria.

2. Per chiedere l’immediata rimozione del blocco.

3. Per chiedere l’immediata rimozione delle sanzioni economiche e delle discriminazioni contro la Siria.

La Federazione Sindacale Mondiale, dal primo momento dello scoppio di questa crisi metodicamente pianificata in Siria, ha espresso apertamente il suo supporto al popolo ed ai lavoratori siriani. Non abbiamo seguito la corrente. Contro la massiccia propaganda degli USA, dell’UE e dei loro alleati; una propaganda che le organizzazioni internazionali e la CSI (la Confederazione Internazionale dei Sindacati, cui aderisce anche la CGIL n.d.r.) hanno accettato e promosso; una propaganda in cui sono cadute alcune organizzazioni sindacali e partiti operai la FSM si è opposta ed ha esposto la verità. Abbiamo informato i lavoratori in tutto il mondo, abbiamo chiaramente dichiarato che in Siria, terroristi e mercenari stanno lavorando alla destabilizzazione del paese servendo gli interessi degli USA, dell’Unione Europea e dei loro monopoli. La FSM supporta la fiera lotta del popolo siriano. In maniera organizzata e in ogni tribuna che abbiamo avuto nella sfera internazionale abbiamo diffuso la verità in contrasto con le menzogne dei mass media, degli USA, della NATO, della CSI. La FSM ha contribuito a formare l’opinione pubblica e creare un movimento di solidarietà con il popolo siriano. Dal primo minuto fino a questa Conferenza Internazionale siamo rimasti stabili nella nostra fraterna posizione al fianco del popolo siriano e difendendo il suo diritto all’autodeterminazione, decidendo il  proprio futuro in autonomia,per mezzo di procedure democratiche e contro l’intervento straniero.

La FSM in questi 70 anni di lotta dal 1945 ad oggi ha sempre mostrato eticamente e praticamente il suo sostegno ai lavoratori arabi e di tutto il mondo, così come alle masse che combattono per una giusta causa. Mentre la FSM era in prima linea nella lotta per il raggiungimento di importanti rivendicazioni socioeconomiche dei lavoratori come  aumenti salariali, migliore orario lavorativo, diritti di sicurezza sociale, diritti delle donne lavoratrici, salute e sicurezza sui posti di lavoro, assistenza sanitaria, educazione, una migliore qualità di vita, ha sempre difeso allo stesso tempo la fiera lotta dei popoli nei paesi arabi contro il Colonialismo e l’Imperialismo.

Ci sono dozzine di dichiarazioni e interventi in organizzazioni internazionali della FSM contro le persecuzioni, le torture e le esecuzioni di militanti, proteste contro i governi e appelli per l’espressione di solidarietà internazionale.  Tutto ciò riflette la posizione della FSM in tutti i momenti cruciali così come nei problemi giornalieri della Federazione Sindacale Araba e dei lavoratori arabi. Come la lotta del popolo algerino nel novembre del 1954 per il riconoscimento e l’indipendenza dell’Algeria e il ritiro  delle truppe francesi, nella lotta del popolo iracheno per il riconoscimento dello stato appena fondato, nella lotta del popolo egiziano per l’autonomia del Canale di Suez, nella lotta del popolo siriano contro l’aggressione imperialista, nella lotta del popolo libanese, nella lotta del popolo giordano , nella lotta della Libia contro l’intervento militare anglo-americano, nella lotta del popolo del Sudan, per il popolo di Aden per l’indipendenza e la creazione dello Yemen. Nella lotta del popolo della Palestina contro l’occupazione israeliana e l’imperialismo per la creazione di un indipendente e democratico Stato Palestinese. E infine contro il piano del “Nuovo Medio Oriente” e la guerra imperialista in Iraq,Afghanistan e Libia.

Allo stesso modo oggi, da questa sala, uniamo la nostra voce con il popolo e la classe operaia della Siria, con i lavoratori in tutti i paesi Arabi e denunciamo il governo degli Stati Uniti, i governi dei paesi dell’Unione Europea e la NATO per la politica aggressiva adottata nel tentativo di rapina delle sue risorse e dei suoi beni e che  compromette il principio  di autodeterminazione del popolo siriano. Il loro obiettivo è  destabilizzare gli stati Arabi, per frazionare il popolo Arabo e ricavare profitto dallo sfruttamento dei loro mezzi di produzione e vie di trasporto. Essi vogliono gli Arabi divisi, umiliati, arrendevoli; vogliono che i lavoratori Arabi siano migranti economici  in Europa e negli Stati Uniti e che lavorino in terribili condizioni per salari miserabili.

Esprimiamo il nostro rispetto per le credenze religiose, la cultura e le tradizioni di tutti gli Arabi e ci appelliamo con voi, fratelli e sorelle per coordinare la nostra lotta insieme contro l’Imperialismo e contro l’invasione straniera, contro il piano del Nuovo Medio Oriente che comprende governi fantoccio degli Stati Uniti. Basata sulla forte fondazione dei 70 anni di solidarietà internazionale in favore degli interessi dei lavoratori Arabi e dei popoli dei paesi  Arabi, cari fratelli e sorelle delle Organizzazioni Arabe sapete molto bene che la Federazione Sindacale Mondiale non vi lascerà mai soli,ne vi venderà. Siamo stati  il vostro alleato fidato, stabile e coerente. La FSM è la vostra famiglia, la vostra Organizzazione. Questa famiglia che vogliamo rinforzare tutti insieme, renderà più solida la lotta contro il piano del Nuovo Medio Oriente, sarà più forte per gli interessi dei lavoratori.

Ci appelliamo a voi per unità e azione, unità nell’azione contro l’Imperialismo. Contro le privatizzazioni dei settori strategici dell’economia, per diritti lavorativi, sociali e democratici per tutti, per uno sviluppo economico e sociale basato sulle necessità dei popoli e non sul profitto. Ci appelliamo a voi per la vostra unità nell’azione per la libertà del  nostro popolo di determinare da solo il proprio presente e futuro.

In conclusione di questo breve saluto, permetteteci di esprimere la nostra fraterna solidarietà con i lavoratori migranti e i rifugiati che cercano di conseguire un futuro migliore in Europa.  L’intervento Imperialista genera povertà, morte, rifugiati ed emigranti. In Europa, oggi, i governi e le imprese sfruttano i rifugiati, ricavano profitti su di loro e li impiegano come schiavi moderni. Continueremo la nostra lotta nell’obiettivo di vivere pacificamente, senza intervento straniero ne barbarie capitalista.

Chiediamo che le discriminazioni contro i rifugiati e i migranti cessino immediatamente.

Non esiste un’opposizione armata moderata in Siria

http://www.resistenze.org/sito/te/po/si/posiff03-016450.htm
Bashar al-Jaafari*| syrianfreepress.wordpress.comglobalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

31/05/2015

Il rappresentante permanente della Siria all’Onu, Bashar Al-Jaafari, confuta oltre ogni dubbio le pretese occidentali sull’esistenza di una cosiddetta “opposizione armata moderata” nel territorio siriano.

Questa “serie di falsificazioni fuorvianti non può più continuare”, ha detto giovedì alla sessione del Consiglio di Sicurezza su “La situazione in Medio Oriente”.

Al-Jaafari ha sottolineato che i tentativi occidentali e di altri paesi di giustificare il sostegno al terrorismo in Siria con la scusa della “opposizione armata moderata” sono stati denunciati e sono ormai noti a tutti.

“Dov’è questa opposizione armata moderata… A Raqqa o Deir Ezzor? A Palmyra, a Idleb, a Jisr al-Shughour o a Qalamoun?” si chiedeva Al-Jaafari, facendo riferimento alle aree sotto il controllo delle organizzazioni terroristiche di Jabhat al-Nusra e dello Stato islamico in Iraq e Siria (ISIS).

Il rappresentante permanente ha categoricamente respinto i tentativi di “riciclaggio” dell’immagine dell’organizzazione terrorista di Jabhat al-Nusra, che l’Occidente cerca di presentare come un gruppo “moderato di opposizione armata”.

Parlando della situazione in Siria, al-Jaafari ha detto che la crisi umanitaria nel paese, sia lo sfollamento interno che transfrontaliero, è causato dalle organizzazioni terroristiche e dal sostegno fornito dai loro finanziatori.

La crisi si verifica solo nelle aree in cui sono entrati i terroristi, uccidendo civili e inducendo i residenti a fuggire dalle loro case, ha aggiunto.

Ha sottolineato che è necessario far rispettare le risoluzioni 2170, 2178 e 2199 del Consiglio di sicurezza, oltre alla risoluzione 1624 del 2005 che vieta l’istigazione al terrorismo. Il raggiungimento di questo obiettivo, insieme al sostegno degli sforzi per raggiungere una soluzione politica inter-siriana, senza ingerenze esterne, sarebbe “l’unico modo serio per porre fine alla cosiddetta crisi in Siria e migliorare in modo tangibile e duraturo la situazione umanitaria del paese”, ha affermato il rappresentante all’Onu.

Al-Jaafari ha chiarito che la fornitura di assistenza umanitaria in Siria, pur necessaria, non risolve il problema, criticando sotto tale aspetto le carenze finanziarie delle Nazioni Unite in quanto solo una piccola percentuale dei fondi per gli aiuti umanitari promessi sono stati inviati a Damasco.

Al-Jaafari ha respinto le pretese di molti stati membri del Consiglio di sicurezza e di alti funzionari delle Nazioni Unite che fingono di credere all’inefficacia della soluzione militare in Siria e di propendere per una soluzione politica. Come si può dar credito a queste affermazioni quando continua il sostegno straniero alle organizzazioni terroristiche attraverso un’alleanza turco-saudita-qatariota?, si chiede.

Commentando l’ultimo rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite per l’attuazione delle risoluzioni 2139, 2165 e 2191 relative alla situazione umanitaria in Siria, Al-Jaafari ha detto che il rapporto è pieno di “lacune e gravi errori”.

Tutte le accuse contro il governo siriano nel rapporto non poggiano su fatti, ma su fonti di cui non è dato conoscere neppure l’attendibilità. Ha evidenziato la stranezza di un rapporto delle Nazioni Unite che ignora grossolanamente le innumerevoli relazioni, lettere, prove e testimonianze inviate dal governo siriano dall’inizio della crisi, ora al suo quinto anno.

Ha anche fatto riferimento alla mancanza di qualsiasi accenno al fatto che il governo turco consente a migliaia di camion carichi di terroristi, armi e sostanze pericolose di passare illegalmente in Siria, attraverso le stesse rotte utilizzate dai convogli di aiuti umanitari degli Stati Uniti.

Queste lacune nel rapporto, ha avvertito Al-Jaafari, sono “precedenti gravi” che potrebbero minare la “restante credibilità” della Segreteria generale delle Nazioni Unite nel trattare la questione umanitaria in Siria. […]

* Rappresentante permanente della Siria all’Onu

http://www.criticaproletaria.it/?p=236

1981780_263306507182993_978208089_nL’Unione Europea e l’Euro non si possono riformare a beneficio dei popoli. Nonostante le continue dimostrazioni di questo fatto, la nuova socialdemocrazia si impegna nel proclamare il contrario anche se i primi passi della sua punta di diamante, il nuovo governo greco, sembrano incamminati nel non intaccare l’essenza dei problemi della Grecia.

Volete esser impiccati con la corda o con un laccio di stoffa? La prima morsica, graffia e fa male, la seconda disturberà solo quando si rompe il collo. Questo è, fondamentalmente, il dilemma che sta ponendo l’opinione pubblica in merito alla situazione politica e economica che soffre la maggioranza sociale, operaia e popolare, di diversi paesi d’Europa.

Lo scenario principale di questa rappresentazione è oggi in Grecia, con il suo governo nuovo fiammante SYRIZA-ANEL, ma ha importanti echi nel nostro paese (Spagna, ndt) attraverso i soci di SYRIZA come PODEMOS, Izquierda Unida e tutta la gamma di sigle che possono esistere tra l’una e l’altra.

SYRIZA è appena giunta al governo greco che sono già molti quelli che sono saliti sul carro e proclamano ai quattro venti il loro appoggio al nuovo esecutivo ellenico, giustificano il suo patto con la destra nazionalista di ANEL e promuovono letture epiche di ogni passo o ogni dichiarazione di Tsipras e compagnia. C’è anche chi, dalla superbia che dà la vittoria elettorale e dall’audacia del convertito, accusa i comunisti greci di esser i colpevoli del patto SYRIZA-ANEL per non aver voluto appoggiare il governo “della sinistra radicale” che si presenta con misure così di sinistra e radicali come la privatizzazione del porto del Pireo.

La gestione capitalista presentata come unica alternativa

Se siamo un po’ seri e non ci lasciamo prendere dalla fretta e dalle confusioni interessate, ciò che sta succedendo negli ultimi tempi, in modo più evidente adesso con il cambio di governo in Grecia, è uno spettacolo volto a stabilire nelle coscienza l’idea che non esistono altre uscite all’attuale situazione che attraverso la gestione capitalista nel quadro dell’Unione Europea e l’Euro. La “rifondazione del capitalismo”, che ai sui tempi proclamò Nicolás Sarkozy, è in marcia e si vede che per realizzarla sono necessari nuove facce che danno un tocco nuovo a discorsi e pratiche ben conosciute.

In Grecia abbiamo un buon esempio. Come la gestione capitalista del paese con i governi precedenti, fedeli ai diktat delle posizioni neo-liberiste predominanti nell’economia politica europea del nostro tempo, è risultata essere un disastro per la maggioranza sociale, si porta al governo una formazione che promette soluzioni facili e immediate, che non suppongono nessuna rottura di fondo, e che promuove una gestione diversa delle conseguenze dello sviluppo capitalista, ma senza mettere in nessun momento sul tavolo la questione da dove vengono realmente i problemi che attanagliano la maggioranza operaia e popolare.

Se ci atteniamo al dibattito economico che si sta svolgendo sul caso del debito greco, possiamo vedere che non sono in gioco due modelli contrapposti e antagonistici, ma due forme distinte di intendere come uscire da una crisi capitalista senza abbandonare il capitalismo. Il rumore, le dichiarazioni altisonanti e le distrazioni varie non devono far dimenticare questo dato. Nemmeno i colletti sbottonati, la camicia di fuori o la faccia compiaciuta del ministro delle finanze greco Varoufakis. In definitiva, la disputa attuale tra il governo della Grecia e la Troika si svolge in termini molto meno epici di quello che alcuni dipingono.

Le due facce della gestione capitalista

L’asse portante della posizione del governo SYRIZA-ANEL si trova nel denominato “Programma di Salonicco” che, tra le altre cose, propone un “New Deal europeo”. Questo “nuovo accordo europeo” fa riferimento a chi si propone di cambiare la tendenza avuta fino ad oggi, attraverso fondamentalmente il Patto di Stabilità, di contenere l’investimento pubblico nell’economia. È come dire: “facciamo quello che fece Roosevelt negli USA dopo il crac del ’29, che con ingenti quantità di denaro pubblico rivitalizzò l’economia e ottenne che l’impatto sociale della crisi si attenuasse”. Sì, ma anche no.

Quello che il programma di SYRIZA pare dimenticare è che ciò che rivitalizzò l’economia dopo il crac del ’29 fu, vari anni dopo, una guerra mondiale dalle catastrofiche conseguenza in termini umani e materiali.

Questo avviene perché, anche se non vogliono vederlo, le particolarità dello sviluppo capitalistico sono quelle che sono, e non quelle che uno vuole inventarsi. Le crisi capitaliste si superano, da quando il capitalismo è capitalismo, attraverso la distruzione delle forze produttive e il riinizio del ciclo di riproduzione in certe condizioni vantaggiose per un settore dei capitalisti, non per tutti.

Ciò che sta in discussione, pertanto, sono le due visioni su come realizzare questo riinizio del ciclo di riproduzione capitalista: attraverso il ribasso del prezzo della forza lavoro per dare maggiore rendimento al capitale investito o attraverso l’incremento della capacità di consumo della maggioranza sociale che permette una maggiore realizzazione del valore del capitale investito attraverso la vendita di merci. Due alternative che non escono dal quadro dello sviluppo capitalista, che non pongono l’accento sulla realtà che è la stessa dinamica capitalista quella che genera le crisi e condanna, con essa, alla disoccupazione milioni di lavoratori e lavoratrici.

Le manipolazioni interessate

Nel caso specifico dei paesi dell’Unione Europea, la nuova socialdemocrazia si basa su due premesse false: l’Unione Europea e l’Euro sono “mal” progettate, da una parte, e i paesi scandinavi sono un modello da imitare, dall’altra.

Con un discorso ben studiato, che allude a certi elementi introdotti nella mentalità collettiva grazie al ruolo attivo della socialdemocrazia classica dell’Europa Centrale dopo la II Guerra Mondiale, i nuovi socialdemocratici vogliono farsi forte, proclamando che si può disegnare “un’altra costruzione europea e un altro sistema dell’euro” o che i servizi sociali scandinavi sono molto più completi perché “si pagano molte imposte e non c’è evasione fiscale”.

Dimenticano, ovviamente, che i meccanismi di integrazione europea e monetaria sotto il predominio delle relazioni capitaliste sono sempre a beneficio dei capitalisti. Qual è questa altra Unione Europea di cui parlano? Una che limita la libera circolazione di merci, servizi, capitale e lavoratori tra i vari paesi membri? Per caso non è questa libera circolazione precisamente la ragion d’essere dell’UE?

Dall’altra parte, perché non si menziona che l’economia norvegese, per fare un esempio, si basa sull’esportazione di petrolio del Mar del Nord e che gran parte dei profitti di questo petrolio confluiscono in un fondo sovrano che risulta essere il maggiore del mondo[1] e che è azionista di imprese quali Repsol, Endesa, Gas Natural, Iberdrola, BSCH, BBVA, Telefonica, Ferrovial, Abertis o Grifols, tra le tante altre[2]? Perché non menzionano che questo stesso fondo è stato titolare del debito pubblico greco, spagnolo, portoghese, italiano e irlandese in anni recenti?

Dobbiamo pensare allora che i nuovi socialdemocratici di PODEMOS e Izquierda Unida cercano la quadratura del cerchio? Pare evidente, dato che dicono di creare una “nuova UE” che ponga fine alla libertà di circolazione del capitale e gli investimenti, mentre rivendicano un modello basato su fondi sovrani che fanno profitti a partire dalla speculazione garantita precisamente dalla libera circolazione degli investimenti.

Cosa vogliono realmente i nuovi socialdemocratici

La conclusione sembra ovvia, pertanto: i nuovi socialdemocratici, come i vecchi, non vogliono porre fine al capitalismo, vogliono usufruire di esso, vogliono esser parte dei “vincitori” e non dei “perdenti”. Vogliono più servizi pubblici, sì, ma che questi servizi pubblici siano pagati con i profitti del capitale investito in terzi paesi con i mezzi che offre la deregolamentazione della circolazione di capitali. Senza dubbio posizioni di “ribellione” e per “gli ultimi”…

Adesso che il Partito della Sinistra Europea, attraverso SYRIZA, è persino socio maggioritario di un governo, si andranno a svelare sistematicamente le vere posizioni che fino a ora solo si intravedevano parzialmente attraverso la partecipazione della Sinistra Europea in governi di “sinistra”, come quello fino a poco fa governato in Andalusia. Adesso, come soci maggioritari di un governo non regionale, ma statale, vedremo fino a dove giungono le posizioni e il pragmatismo degli opportunisti riconvertiti in socialdemocratici, concentrati nel sostenere o guidare governi borghesi, muovendosi negli stretti margini che offre la governabilità borghese.

La difesa a oltranza delle decisioni che prende il governo Tsipras sarà, senza dubbio, una delle principali caratteristiche dei suoi soci spagnoli. Le campagne di “solidarietà” con il popolo e (soprattutto) con il governo della Grecia saranno un altro dei cavalli di battaglia che vorranno imporre al movimento operaio e popolare, dirottando il dibattito sulle misure, e per quali obiettivi, agisce realmente questo nuovo governo.

La lotta ideologica che si sta sviluppando ci impone di stare molto attenti allo sviluppo degli avvenimenti in Grecia e di essere capaci di affinare la critica su quegli elementi che dimostrano che, quando un governo non mette in dubbio le basi economiche del capitalismo, governa per i capitalisti, non per il popolo lavoratore.

Combattere la nuova socialdemocrazia!

Ástor Garcia (Resp. Area Internazionale del CC del Partito Comunista dei Popoli di Spagna)

1] http://economia.elpais.com/economia/2014/02/28/actualidad/1393612813_053064.html

[2] Rapporto sui Fondi Sovrani 2013 di ESADE.

http://www.criticaproletaria.it/?p=132#more-132

Russia e Cina sono paesi imperialisti?

1. Premessa

russia_cinaDa un po’ di tempo nel movimento comunista internazionale si assiste a un dibattito molto vivace su un tema cruciale per l’analisi della situazione a livello globale e che ha (e avrà sempre più) importanti ricadute sulla politica nazionale: la natura e il ruolo che i BRICS, e in particolare Russia e Cina, svolgono nello scacchiere mondiale.

La polemica è salita di tono dopo l’articolo del responsabile esteri del KKE, compagno Elisseos Vagenas, Il ruolo internazionale della Cina – pubblicato nel numero 6° della Review comunista del 2010 e tradotto in Italia da resistenze.org – articolo che motiva in modo ampio e circostanziato con riferimenti statistici e storici, il perché il KKE considera il sistema politico ed economico cinese come pienamente facente parte non solo del sistema capitalistico internazionale (nonostante un importante, seppur decrescente, ruolo del sistema statale), ma anche del sistema imperialistico. Del resto nell’epoca attuale non potrebbe esistere un’economia capitalistica senza che questa abbia, dopo la prima fase di accumulazione, una propensione imperialista; né ci potrebbe essere una potenza imperialista, senza che essa abbia alla base un sistema economico capitalista. Ciò perché siamo nella fase suprema del capitalismo monopolistico ossia nella fase imperialista, né esistono rapporti di produzione moderni che non siano o capitalisti o socialisti.

In quell’articolo si fa menzione anche del riflesso che la politica cinese ha nel paese ellenico, in cui sono apparsi investimenti cinesi per esempio al porto del Pireo, e quindi coinvolge anche temi di stretta attualità politica nazionale. Una cosa simile potrebbe accadere anche nel nostro paese; per esempio è stato avanzato un progetto di costruzione con capitali interamente cinesi di un grande aeroporto nell’altipiano di Centuripe, in provincia di Enna, che sarebbe il più grande hub asiatico per il trasporto delle merci. L’investimento previsto è pari a 300 milioni di euro e ha già raccolto un notevole interesse da parte delle autorità amministrative e accademiche locali. Vediamo quindi che i temi che ci accingiamo a dibattere sono tutt’altro che astratta “teoria” o “ideologia”.

Un altro articolo è apparso, ancora su resistenze.org, Dove va la Cina? a nome del compagno Jo Cottenier del Partito del Lavoro del Belgio, che commenta i risultati del recente III Plenum del CC del PCC.

Già nel 2010 i dirigenti cinesi ci informavano dei loro punti di vista riguardanti il ruolo del mercato[1], ma oggi questo III Plenum fa un “decisivo” passo in avanti su questa strada.

La necessità teorica di questa ulteriore riforma prende le mosse da una considerazione su cui i dirigenti cinesi insistono spesso:

«Il Plenum ha sottolineato l’importanza di approfondire le riforme in maniera completa, è necessario basarci sulla realtà che la Cina per lungo tempo è rimasta nelle fasi iniziali del socialismo …»

Era difficile all’epoca dell’inizio delle riforme denghiste, ottenere informazioni ufficiali sulla situazione economica e politica cinese, ma alcuni documenti ufficiali[2] ci mettono in condizione di sapere che già nel 1973 nei vari settori economici il ruolo del settore statale era assolutamente predominante, soprattutto nell’industria e ancor di più se sommato a quello dell’economia collettiva. Allora si discuteva se fosse necessario estendere il ruolo dell’economia socialista e ridurre quello del mercato o se fosse possibile e utile mantenere ancora per un qualche tempo questi residui di economia borghese, soprattutto nelle campagne. Quindi è esatto dire che il ruolo dell’economia socialista con la riforma denghista è andato e continua sempre più ad andare in una direzione esattamente opposta a quella della estensione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

«Il Plenum ha indicato che una riforma economica strutturale è l’argomento chiave del processo di comprensivo approfondimento delle riforme, il punto centrale è affrontare nel modo adeguato il tema del rapporto tra governo e mercato, per garantire che il mercato abbia una funzione decisiva nell’allocazione delle risorse e per meglio valorizzare il ruolo del governo.»

È vero che la sottolineatura riguardante il ruolo del mercato è limitata alla sfera della allocazione delle risorse, ma ciò non significa esclusivamente l’ambito della distribuzione ma investe anche quello della produzione, in quanto allocare le risorse produttive, ossia cosa produrre, per chi produrre e come produrre, significa esattamente dare al mercato il ruolo decisivo sulla produzione.

In base alle precedenti considerazioni, è legittimo sostenere che il sistema socialista è fonte di sottosviluppo, di arretratezza e di miseria, e che l’unico modo di combattere questi mali è quello di dare sempre maggiore forza al sistema economico di mercato? È ciò che fanno ogni giorno i nemici della rivoluzione ma è “curioso” che a sostenere queste posizioni sia un partito che si definisce comunista.

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2. Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Prima di definire se uno stato è “imperialista” dobbiamo riuscire a capire se esso è capitalista, altrimenti mancherebbero i presupposti materiali di tale definizione.

Ebbene dovrebbe essere pacifico per la Russia (ma anche per altri BRICS, come Brasile, India e Sudafrica) il fatto di essere un paese capitalista, ossia un paese in cui i mezzi di produzione (pubblici e/o privati) sono finalizzati al raggiungimento del massimo profitto. Il dibattito quindi dovrebbe essere limitato solo alla Cina, in cui rimane al potere un partito che nei simboli e nelle dichiarazioni si richiama al comunismo.

2.1 I riferimenti ideologici e la realtà economica.

Negli ultimi congressi del PCC e in tutte le dichiarazioni degli alti dirigenti cinesi si insiste sul fatto che quella cinese sarebbe un’economia pianificata, che gli elementi di mercato introdotti sono totalmente subordinati all’economia statale e che quindi questi elementi non sono che un contorno che è stato introdotto per rafforzare il percorso verso il socialismo, un percorso lungo e difficile, che non può essere intrapreso senza aver accumulato le necessarie forze da parte dei costruttori del socialismo.

I cinesi, che amano parlare di “socialismo di mercato”, citano come riferimento teorico la NEP, la Nuova Politica Economica che Lenin introdusse in URSS per superare il comunismo di guerra, in un periodo economicamente disastroso. Oggi nelle dichiarazioni ufficiali cinesi ci si rammarica che essa sia finita troppo presto. Tuttavia la NEP non coinvolse né il settore industriale, né il grande commercio, ma solo il piccolo commercio e naturalmente il settore dell’agricoltura (si ricorda la parola d’ordine che si lanciò ai kulaki: “arricchitevi!”) e in particolare i contadini ricchi e durò solo pochi anni, dal 1921 al 1928. L’introduzione dei piani quinquennali segnò la fine della NEP e l’inizio della collettivizzazione delle campagne e della costruzione della vera e propria economia socialista pianificata.

È chiaro che ogni paese in cui è stata fatta la rivoluzione deve andare verso il socialismo nelle forme e nei modi stabiliti dal partito che lo guida e che se ne assume la responsabilità. Quindi in assoluto non sarebbe uno scandalo se in URSS la NEP è cominciata pochi anni dopo la rivoluzione e cessa dopo un brevissimo periodo, mentre in un altro comincia dopo decenni dopo la rivoluzione e dura per decenni. Tuttavia il paragone è del tutto improponibile nelle forme e nei modi. Infatti:

Primo. Nelle file del Partito bolscevico mai e poi mai sarebbero stati ammessi elementi appartenenti alla classe dei kulaki (se non intellettuali che “rinnegavano” quella stessa classe) a cui in quel momento era consentito di arricchirsi. Infatti, se l’obiettivo era disfarsi di quella classe appena le condizioni materiali lo avessero consentito, come si sarebbe potuto fare se essi avessero potuto accedere alla guida del partito e dello stato? Sarebbe da accertare se e in che misura i più facoltosi miliardari facciano parte del partito.

Secondo. Una economia a forte contenuto statale non è certo condizione sufficiente a definirla una economia di stampo socialista. Gli esempi contrari possono essere tantissimi: dalle partecipazioni statali degli anni 70 in Italia, o addirittura l’IRI fascista o l’enorme apparato industriale messo su dal nazismo. In realtà quelli che stanno avvenendo in Cina sono proprio fenomeni tipici del capitalismo monopolistico: il credit crunch, l’enorme espansione del “credito oscuro” (come viene chiamato in Cina, ossia non statale) che ormai ha superato in valore quello statale (“Si calcola che in Cina il circolante iniettato abbia doppiato nei primi quattro mesi dell’anno il valore del PIL.” [B]); l’enorme bolla speculativa edilizia. Questi dati[3] fanno ridimensionare di molto l’entusiasmo per i successi cinesi, che spesso ci si ostina a valutare col più banale indicatore che è il PIL, indicatore che risulta abnormemente gonfiato dalla speculazione monetaria privata fuori controllo. Anzi un aumento del PIL indica proprio l’incremento del peso degli scambi mercantilistici nell’economia. Riguardo alle prime 500 compagnie mondiali, la classifica redatta da Forbes ci informa che: «Le compagnie che sono al top della classifica, tra quelle cinesi, sono per la maggior parte imprese di proprietà statale, come Sinopec Group, China National Petroleum e State Grid, mentre le compagnie cinesi che si trovano in coda sono semi-private come Lenovo e Huawei.». Naturalmente questa classifica può essere vista da due prospettive opposte: la prima è che le aziende statali in Cina sono le più grandi, la seconda è che in Cina ci sono tante aziende private gigantesche (tra le prime 500 al mondo!) che sono private e che possono iniziare (hanno già iniziato) a influenzare pesantemente le scelte politiche.

Terzo. Se il socialismo non è il welfare, certo un socialismo senza welfare o addirittura con un welfare calante non è un buon segno. Eliminati gli equivoci sul PIL, resta da esaminare le condizioni di vita del proletariato cinese. Le rivolte operaia e le catene di suicidi sono solo propaganda borghese? Se è vero che tanti giovani della classe affluente studiano e si vestono come noi e meglio di noi, e fa notizia che il salario minimo è stato elevato nelle imprese statali negli ultimi tempi, quando si va a leggere a quanto è stato elevato e soprattutto a quale percentuale dei lavoratori cinesi ciò si applica, viene un sorriso molto amaro. Il problema della scuola per tutti, della sanità per tutti era già stato risolto in Cina negli anni Settanta, certo al minimo che la ricchezza di quel paese consentiva, ma le sperequazioni che sono sempre più lancinanti non possono essere annoverate in un percorso che si possa associare al socialismo[4]. La dirigenza cinese ci dice che queste sperequazioni (città/campagna, interno/esterno, privato/stato) vanno eliminate e si fanno grandi campagne a questo scopo. Tuttavia sembra che esse siano state davvero portate oltre ogni misura. Inoltre il senso del riequilibrio non è neanche chiaro. Per esempio la maggiore produttività delle aziende private, si dice, deve essere riequilibrata aumentando la produttività di quelle pubbliche, importando i metodi e i modi di quelle. Il sistema sanitario è basato su un’assicurazione obbligatoria che rimborsa parzialmente le spese sostenute. Quanta differenza coi medici scalzi! Per non parlare del sistema universitario, basato su un sistema di borse di studio e non certo su un diritto allo studio universale. Il confronto con un altro paese socialista è umiliante: Cuba. Anche a Cuba ci si interroga sul percorso del socialismo e sono costretti ad ammettere che si devono fare riforme che per molti rappresentano un passo indietro, nella speranza di tutti i sinceri rivoluzionari che sia solo un passo indietro per farne cento in avanti. Ma il problema di Cuba è opposto a quello cinese: la scarsa produttività perché il sistema di incentivi socialista è inceppato e non esiste una frusta per far lavorare (nemmeno ad un livello minimo) i lavoratori (e certo questo è un grande problema non solo economico ma di motivazione politica). Il welfare cubano è il migliore d’America e ormai forse anche del nostro. Il suo sistema sanitario riguardante l’assistenza, la ricerca e l’insegnamento è ormai leggendario.

L’impatto ambientale di Cuba è il più basso al mondo e il confronto con la Cina anche in questo campo è impietoso. Eppure Cuba è assediata da cinquant’anni, non ha risorse minerarie ed ha la stessa scarsa disponibilità di terreni agricoli fertili della Cina (in proporzione naturalmente). Non ha costruito la ferrovia più alta e più veloce del mondo ma ai suoi cittadini, di quel poco che c’è, non manca nulla. Per carità, grossi problemi anche lì, come ci raccontano i compagni cubani con grande trasparenza. Ma di segno totalmente opposto a quelli cinesi. Ai compagni cubani oggi piace parlare di socialismo con mercato e non di mercato e tengono in modo molto rispettoso, ma anche molto geloso, a marcarne la differenza.

In ultimo, è proprio fuori luogo citare il fatto che il mercato sia un sistema che esiste prima del capitalismo e che continua a esistere dopo il capitalismo.[5] A questo ha già risposto perfettamente il compagno Vagenas nell’articolo citato, ma ci permettiamo di aggiungere una considerazione.

L’idea che possa esistere uno Stato che incarna il volere e l’interesse del popolo e che si serve del mercato e dei meccanismi capitalistici per i propri scopi, è un’idea legittima, ma è propria di alcune concezioni borghesi – per esempio quella keynesiana, per non citare che la più nota – che non possono negare l’anarchia insita nel sistema capitalista e invocano lo Stato come supremo regolatore. I comunisti, con gli insegnamenti di Marx e Lenin, nascono storicamente rompendo questo guscio ideologico e riconoscendo nello Stato la proiezione dei rapporti di forza economici che governano la Società. In una parola, come si può pensare che le leve del potere politico restino saldamente nelle mani del proletariato, se esso cede ogni giorno di più le leve economiche?

2.2 I simboli.

Dopo l’eliminazione di Lin Piao nel 1971 in Cina il partito promosse una grande campagna contro due influenze nefaste: il linpiaoismo e il confucianesimo (PiLin PiKung: criticare Lin, criticare Confucio). Vogliamo qui soffermarci sul significato del confucianesimo. Crediamo infatti che ogni progressista non possa non esprimere la più vibrata condanna per questa ideologia/religione che fa dell’“armonia” del potere e della “gerarchia” (dello Stato, della famiglia, delle età) la più reazionaria che il pensiero umano abbia partorito. Ebbene è noto che in Cina non solo Confucio è stato ripreso nelle scuole, si innalzano monumenti alla sua figura, ma che anche la proiezione culturale internazionale della Cina è intitolata a quel pensatore (si veda al proposito gli Istituti di cultura cinesi all’estero, chiamati proprio Istituti Confucio). La campagna culturale contro Confucio fu lanciata negli anni Settanta proprio per sradicare nel popolo cinese l’atavica forma di sottomissione al potere e ai suoi simboli che l’ha avvelenato per secoli e secoli. Come mai ora questa perniciosa ideologia viene rimessa in auge? Ma non è solo un fatto di simboli, in molti documenti del PCC si riprende il concetto di “armonia” tra tutte le componenti del “popolo”, tra le cui componenti sembra avere sempre più peso la cosiddetta “borghesia patriottica”[6].

Dopo il ritorno al potere di Deng Xiaoping (oggi in alcuni documenti si parla di marxismo-leninismo-pensiero di Mao-teoria di Deng, tutti con il trattino) fu pubblicata una famosa intervista in cui il dirigente cinese, dopo la sconfitta della cosiddetta “banda dei quattro”, lanciava la famosa campagna delle quattro modernizzazioni sotto lo slogan “non importa il colore del gatto, purché prenda i topi”. Questa aberrante teoria (che non vediamo come possa accostarsi al marxismo-leninismo) veniva lanciata a livello internazionale in occasione dell’arrivo  dell’ultra-monetarista e ultra-liberista Milton Friedman (proveniente dal Cile di Pinochet che aveva appena abbattuto il governo popolare) che si disse piacevolmente sorpreso che le sue teorie fossero così ben accolte in Cina. Ebbene dal punto di vista ideologico la Cina di oggi è il risultato del denghismo, nella sostanza e nei simboli.

Il fatto che ci siano ancora le statue di Mao, che il partito al potere si chiami comunista e che abbia la falce e il martello – a parte l’estetica – di per sé significa poco. Il giudizio su un partito comunista e la sua politica non deve essere dettato dal “tifo” che ognuno di noi può fare sull’onda dei desideri, ma su un’attenta analisi politica e ideologica. Quando ci dicono che il comunismo è fallito ovunque nel mondo è facile rispondere che c’è ancora la Cina col suo miliardo e passa di abitanti … bisogna vedere se è vero!

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3 Russia e Cina sono paesi imperialisti?

Conviene ripartire da Lenin, che scrive questa precisa definizione di imperialismo:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3)        la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4)        il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5)        la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

1) La concentrazione. In Russia la concentrazione monopolistica industriale era già bella e confezionata dal sistema statale. Dopo il crollo del sistema socialista, i direttori delle aziende ne sono diventati da un giorno all’altro i proprietari. Putin è riuscito a riportare un po’ d’ordine nel caos che ne è scaturito, ma la principale industria russa, che è quella del gas, è per sua natura altamente concentrata. Anche in Cina si assiste a un’elevata concentrazione monopolistica statale che coinvolge circa il 50% dell’economia, ma la rimanente metà è in mano privata o mista, anche e soprattutto (come abbiamo già visto) tra le imprese maggiori. Nel settore finanziario delle cinque banche più grandi del paese, due sono statali e tre sono private, inoltre il settore “non ufficiale” ha già raggiunto l’entità di quello ufficiale, come abbiamo già ricordato.

2) La fusione. Sia in Russia che in Cina le grandi aziende devono assolutamente contare su riserve finanziarie spaventose. L’elevato numero di miliardari (in dollari) e l’esercito di milionari, che possono formarsi solo attraverso la moltiplicazione del denaro attraverso strumenti finanziari e non attraverso commerci non capitalistici, testimonia questa realtà.

3) L’esportazione di capitali. Russia e Cina sono grandi esportatori di materie prime, la prima, e di manufatti, la seconda, ma l’enorme surplus di capitali che ciò genera trova collocazione nel mercato internazionale. In questo la Cina è ancora più esposta della Russia, possedendo – com’è noto – una parte considerevole del debito USA. Ciò costituisce una esportazione di capitali, che sono evidentemente in surplus, al fine di sostenere la capacità di importazione a debito degli USA. Ciò naturalmente si rivela essere il principale sostegno alle folli spese militari del gigante imperialista americano, in quanto libera risorse che altrimenti dovrebbero essere dirottate al mercato interno dei consumi. Ma non è solo questo. Vediamo come la Cina cerchi di comprare grosse imprese in giro per il mondo capitalista, ma anche di realizzare grandi opere infrastrutturali (in Europa come in Africa) al fine di aumentare la penetrazione dei propri prodotti o l’acquisizione di materie prime ed energia di cui è affamata. Anche i prestiti elargiti sono di solito condizionati all’acquisto di prodotti provenienti dalla Cina e quindi non possono certo essere classificati come aiuti internazionalisti. In particolare per quanto riguarda l’Italia la recente visita del Premier cinese ha consentito di ampliare il livello degli scambi non solo commerciali ma anche e soprattutto finanziari[7].

Questo attivismo non è un caso. Ricordando infatti che dal punto di vista capitalistico nel bilancio tra paesi un deficit nella bilancia commerciale si compensa con gli investimenti finanziari in senso inverso al fine di pareggiare i flussi monetari, è fondamentale riequilibrare l’elevato squilibrio commerciale che l’Italia ha con la Cina attraverso l’investimento di capitali che quel paese fa nel nostro[8].

4) Associazioni di capitalisti. Cina e Russia fanno parte delle principali associazioni internazionali capitaliste. La Russia fa parte del G8, la Cina del WTO. Ha fatto scalpore la presenza di una cittadina cinese a una passata riunione del Bilderberg. E ciò naturalmente è solo quello che è noto.

5) Negli ultimi anni stiamo assistendo a una guerra sotterranea tra le principali potenze per spartirsi il mondo. Gli USA stanno completando la conquista del Mediterraneo, cercando di estromettere definitivamente Russia e Cina. La passata guerra in Libia e quella in corso in Siria ne sono la più eloquente testimonianza. L’atteggiamento di Russia e Cina, entrambi dotati di diritto di veto all’ONU, è stata a dir poco scandalosa. Hanno abbandonato Gheddafi al suo destino e sono scappati. Naturalmente ora i cinesi stanno tornando ottenendo dal governo dei ratti condizioni ancora migliori di quelle che avevano prima. Non possiamo che salutare con soddisfazione l’appoggio anche militare che la Russia sta dando alla resistenza del popolo siriano contro l’aggressione imperialista, ma non potremmo mai sperare in un appoggio che vada al di là degli interessi russi nell’area. Quando il costo dovesse essere per loro troppo alto c’è da aspettarsi di rivedere la stessa indegna sceneggiata che abbiamo visto con la Libia. Invece l’appoggio cinese si limita a stare dietro a ruota a quello russo, probabilmente sperando cinicamente che gli USA si impantanino in una nuova guerra disastrosa che li tenga ancora un po’ lontani dal confronto militare con la Cina. Ulteriore conferma di quest’analisi si trova esaminando con attenzione l’evoluzione del contrasto in Ucraina.

In politica estera sia la Russia che la Cina predicano la coesistenza pacifica e non svolgono alcun ruolo antagonista nei confronti degli USA. Sono dei concorrenti, ossia giocano lo stesso gioco per accaparrarsi posizioni migliori nello scacchiere internazionale. Il loro giudizio sul conglomerato imperialistico Unione Europea è positivo e cercano di fare con essa i loro migliori affari. Ciò non è di alcun aiuto alla lotta dei popoli europei contro le proprie borghesie, anzi. Nella vicenda della lotta per il gas, la Germania fa con la Russia ottimi affari grazie al North Stream, un gasdotto che la collega direttamente alla Russia. Qual è il ruolo della Russia in tutto ciò? Affari e basta. Cerca di vendere il suo gas al migliore offerente. Quando pratica dei prezzi differenti – come per la Biolorussia o, fino a poco tempo fa, per l’Ucraina – lo fa per sostegno internazionalista, come fa il Venezuela con Cuba? La Cina nei suoi rapporti d’affari ha un atteggiamento differente? Essa si è sempre dichiarata una sostenitrice della stabilità finanziaria internazionale e ha sempre agito sostenendo i governi capitalisti, fino a promettere l’ulteriore acquisto di bond europei[9]. Altro atteggiamento hanno invece i cosiddetti “Stati-canaglia”, che vengono gratificati di questo epiteto dagli USA, proprio perché sono stati che non si conformano alle regole e danno disturbo alla politica USA: Iran, Siria, Libia (fino all’eliminazione di Gheddafi), Venezuela, R.D.P. di Corea e soprattutto Cuba. Paesi che sono oggetto di attacchi senza quartiere da parte del gendarme imperialista e che si possono considerare antagonisti al sistema imperialista internazionale.

Poi vi è tutto il resto del mondo che ha un’importanza straordinaria. Tuttavia dappertutto i rapporti di produzione dominanti sono quelli capitalistici e quindi, prima di chiederci quanto “progressisti” siano questi Paesi, vediamo se essi svolgono un’azione che davvero impensierisce i monopoli internazionali. Rileggendo la famosa frase di Stalin: «La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo» (da Principi del leninismo, VI. La questione nazionale), si vede come egli pone l’accento proprio sugli effetti che tale lotta implica. Chiediamoci quindi: quali sono i Paesi in cui l’azione delle borghesie nazionali è tale da contrapporsi economicamente e militarmente all’imperialismo? Le posizioni, tutte interne alla logica capitalista, della Presidenta Kirchner contro l’FMI, possono dare soddisfazione, ma la ristrutturazione del debito argentino e gli interessi monopolistici gravano sempre e comunque sul popolo lavoratore. È chiaro quindi che il proletariato argentino, che tanta buona volontà e autonomia sta dimostrando per esempio nel recupero delle aziende dismesse, troverà soluzione alla propria situazione di oppressione, solo con la rivoluzione proletaria e non deve fare sconti a nessuno.

Conclusioni Quale deve essere l’atteggiamento dei comunisti di fronte a tale situazione?

Il pericolo principale per la pace nel mondo sono gli USA. Il loro imperialismo è di tipo aggressivo militare. Il loro declino economico, sorretto dalla più spaventosa macchina da guerra che l’umanità abbia mai visto, ne fa davvero un pericolo per la sopravvivenza della vita umana sul Pianeta.

La forza strategica che può opporsi a tale macchina è il proletariato che con il suo antimperialismo può contrastare i piani dell’imperialismo, attaccandolo a partire dall’interno della propria fortezza. Il sostegno maggiore che può dare il proletariato dei paesi alleati degli USA è quello di contrastare la propria borghesia, fino a rovesciarla. Ogni sostegno a conglomerati imperialisti, come la UE, nella speranza di creare un polo che bilanci lo strapotere USA, va nella direzione opposta e va contrastato dai comunisti nel modo più deciso. I piani imperialisti USA e UE vanno smascherati con forza.

Il ruolo dei BRICS è più sfuggente. Il carattere immaturo del loro capitalismo non ne fa paesi imperialisti aggressivi come USA e alleati, anche se il loro tentativo di penetrazione nel mercato delle merci e dei capitali li pone oggettivamente su questa strada. La loro competizione per accaparrarsi migliori posizioni occasionalmente li pone in contrasto agli USA, ma sono contrasti che vengono poi sanati all’interno di camere di compensazione internazionali, proprio per evitare scontri generalizzati che al momento non vuole nessuno, né gli USA, né l’UE, né tanto meno i BRICS. È chiaro che i conflitti inter-imperialistici tenderanno ad acutizzarsi e si arriverà prima o poi a una deflagrazione. Ma, pur prestando attenzione a queste contraddizioni, i comunisti non devono mai perdere di vista qual è l’interesse generale del proletariato internazionale che lo pone al di fuori di queste beghe tra lupi. Prendiamo insegnamento da Lenin quando già nel 1915 ci ammoniva a non stare “Sotto la bandiera altrui”.

Per ultimo, gli Stati-canaglia. Spesso è il nostro nemico a indicarci quali sono i suoi veri nemici e quelli che gli danno davvero fastidio. Pur nella amplissima diversità dei regimi accomunati da questa classificazione, possiamo dire che questi sono i regimi che svolgono un’azione antagonista. È chiaro che il proletariato anche in questi paesi non può accontentarsi di questo e deve sempre lottare per rovesciare, laddove le condizioni storiche lo consentano, il sistema borghese. Questo vale dal più progressivo Venezuela, dove il PCV svolge una funzione di stimolo per intraprendere un cammino più coerentemente socialista tra le masse e dall’interno del governo a cui partecipa; fino al teocratico Iran, dove i comunisti sono fuorilegge; passando per la Siria, dove l’imperialismo USA e israeliano stanno cercando senza successo ormai da anni di sovvertire il governo di Assad.

Questi sono i paesi che, indipendentemente dal regime che li regge, sono sotto attacco imperialista e che vanno sostenuti proprio per il fatto di essere sotto attacco dall’imperialismo Nato e UE.

I Comunisti sarebbero i primi a complimentarsi se in Russia o anche in Cina si riprendesse il percorso socialista, oggi interrotto. Ma la Russia di Putin non è l’Urss (neanche quella “stagnante” e revisionista di Breznev) e neanche la Cina di oggi, con la maggior importazione di Ferrari al mondo, può considerarsi in qualche continuità con quella di Mao Zedong.

Ci piacerebbe esser tifosi, ma il rigore del marxismo-leninismo ci impedisce di cadere in questo errore.

Riferimenti

[A]      Intervista a Huang Hua Guang, Partito Comunista Cinese di Walter Ceccotti su l’Ernesto Online del 21/10/2010

[B]      IlSole24Ore, 23 luglio 2013 La Banca centrale cinese in aiuto di Pmi e consumi e IlSole24Ore, 26 giugno 2013 I cinque punti deboli che minacciano Pechino di Rita Fatiguso

[C]      http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/La-disuguaglianza-in-Cina-13000

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[1] «L’esempio dell’economia di mercato socialista cinese è proprio questo: consideriamo il mercato come un mezzo, come uno strumento. E questo strumento può essere utilizzato dai capitalisti ma anche dai comunisti. Il mercato può essere uno strumento per migliorare l’allocazione delle risorse e per aiutare lo sviluppo economico. Certo noi sappiamo che l’economia di mercato ha anche dei suoi intrinseci difetti: ad esempio se i soggetti principali dell’economia di mercato, ovvero le imprese o gli individui, guardano più ai loro interessi particolari e ai guadagni e meno alle responsabilità sociali e allo sviluppo in generale e alla collettività, in questo caso la manifestazione di questi difetti diventa evidente. E’ tenendo conto di queste caratteristiche dell’economia di mercato e dei suoi difetti originari che dobbiamo orientare il ruolo di regolamentazione macroeconomica dello stato. Da una parte si deve utilizzare la funzione del mercato, dall’altro rafforzare il ruolo dello stato. Lo stato deve stabilire delle regole e la loro attuazione pratica per garantire una pari concorrenza tra gli operatori economici. [corsivo nostro]» [1]

[2] «Primo, l’industria. L’industria di proprietà di tutto il popolo [industria statale, ndt] copriva il 97 percento del totale delle risorse fisse dell’intera industria, il 63 percento degli addetti nell’industria, e l’86 percento del valore totale della produzione industriale. L’industria di proprietà collettiva [cooperative, ndt] copriva il 3 percento delle risorse fisse, il 36,2 percento degli addetti nell’industria, e il 14 percento della produzione totale. Accanto a ciò l’artigianato individuale arrivava allo 0,8 percento degli addetti nell’industria.

Poi, l’agricoltura. Fra gli strumenti di produzione agricoli, circa il 90 percento delle aziende e dei macchinari di irrigazione e drenaggio e circa l’80 percento dei trattori e degli animali da traino sono sotto la proprietà collettiva. Qui la proprietà di tutto il popolo assomma a una proporzione molto piccola. Quindi, oltre il 90 percento del raccolto di grano e di altri cereali viene dall’economia collettiva. Le fattorie di stato assommano a una piccola proporzione. A parte queste, rimangono ancora piccolo appezzamenti condotti da membri delle comuni per I loro personali bisogni, e un limitato ammontare di produzione familiare collaterale.

Terzo, il commercio. Il commercio di stato assomma al 92,5 percento del volume totale delle vendite al dettaglio, le imprese commerciali collettive al 7,3 percento, e gli ambulanti allo 0,2 percento. A parte ciò, rimane ancora un ragguardevole ammontare del commercio esercitato dalle fiere rurali.»

Chang Chun-chiao (Zhang Chunqiao) “On Exercising All-Round Dictatorship Over the Bourgeoisie” Published: Foreign Languages Press, 1975 da un articolo in Hongqi, traduzione nostra

[3] «A livello locale, quello in cui le autorità godono di una notevole autonomia amministrativa si vivono giornate amare. Colpa anche delle misure di stimolo a pioggia che si sono perse in mille rigagnoli. Negli ultimi tempi il problema ha assunto connotazioni drammatiche. Intere regioni hanno iniziato a finanziarsi, per evitare il default, cedendo la terra. Ma questo si è rivelato un boomerang. L’incapacità di gestire la situazione ha portato a un cronico indebitamento che spesso sta trascinando nel baratro le imprese private che, a loro volta, si sono messe a investire sulla terra.»

«Gran parte dell’economia di zone particolarmente vivaci dal punto di vista finanziario ancora oggi non passa attraverso il sistema ufficiale del credito. Esistono catene di prestiti che si autoalimentano e che si reggono, storicamente, sulla fiducia reciproca costruita dalle relazioni amicali, le guanxi, a prova di default. Ma se, come sta succedendo in queste settimane, le reti si spezzano, allora si bussa alle porte di istituti di secondo livello che a loro volta devono trovare forme di finanziamento poco ortodosse. Il tentativo di sperimentare un’emersione del credito in queste aree ha portato a magri risultati, a vincere sono stati gli usurai.»

«Lucrare sui cambi è di moda. … In Cina è diventato uno sport nazionale giocare sui valori delle varie divise e puntare forte. La Banca centrale ha messo il freno quando si è resa conto che a farlo erano proprio i big dell’industria statale e che anche il renminbi era finito nel mirino. L’ossessione tutta cinese di controllare nei minimi dettagli il mondo del credito e il valore della divisa nazionale è stata del tutto inutile.» [B]

[4] «Le disuguaglianze sono fortemente aumentate in Cina insieme ai processi di sviluppo; ad esempio, il coefficiente di Gini è passato da 0, 28 nel 1981 a 0, 41 nel 2003 e a 0, 47 più di recente (secondo alcuni, avrebbe perfino superato il livello di 0, 50). Come è noto, un valore di 0 indica una concentrazione nulla dei redditi e un valore di 1 invece una concentrazione massima. E’ poi molto rilevante la differenza di redditi tra città e campagna. Il rapporto relativo è salito al livello di 3,3 da 1 nel 2008, la soglia più alta dal momento in cui, circa trent’anni prima, erano state avviate le riforme economiche» [C]

[5] A questo proposito spesso si cita un mozzicone di un brano di Stalin «Si dice che la produzione mercantile in qualsiasi condizione deve portare e necessariamente porterà al capitalismo. Questo non è vero. Non sempre e non in qualsiasi condizione! Non si può identificare la produzione mercantile con la produzione capitalistica. Sono due cose diverse.»

Occorre leggere tutto il resto del brano per rendersi conto del senso del discorso.

«La produzione mercantile porta al capitalismo solamente se esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione, se la forza lavoro si presenta sul mercato come una merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di produzione, se, di conseguenza, esiste nel paese un sistema di sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione sono concentrati in mani private e gli operai, privi di mezzi di produzione, sono costretti a vendere la loro forza lavoro come una merce. Senza di ciò non vi è produzione capitalistica.»  [i corsivi sono nel testo! ndr]

«Ebbene, e se non esistono queste condizioni che trasformano la produzione mercantile in produzione capitalistica, se i mezzi di produzione non sono più proprietà privata, ma proprietà socialista, se non esiste un sistema di lavoro salariato e la forza lavoro non è più una merce, se il sistema dello sfruttamento è già da tempo liquidato, – cosa dire allora: si può considerare che la produzione mercantile porti in ogni caso al capitalismo? No, non si può. E la nostra società è proprio una società in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione, il sistema del lavoro salariato, il sistema dello sfruttamento non esistono più da tempo.

Non si può considerare la produzione mercantile come qualcosa a sé stante, indipendente dalle condizioni economiche circostanti. La produzione mercantile è più antica della produzione capitalistica. Essa esisteva nel sistema schiavistico e lo serviva, e tuttavia non ha portato al capitalismo. Essa esisteva nel feudalesimo e lo serviva, e tuttavia, benché preparasse alcune condizioni della produzione capitalistica, non ha portato al capitalismo. Si domanda allora perché la produzione mercantile non può servire per un certo periodo anche la nostra società socialista senza portare al capitalismo, quando si tenga presente che la produzione mercantile non ha da noi quella diffusione illimitata e universale che ha nelle condizioni del capitalismo, quando si tenga presente che essa da noi è costretta entro limiti rigorosi, grazie a condizioni economiche decisive, quali sono la proprietà collettiva sui mezzi di produzione, la liquidazione del sistema del lavoro salariato, la liquidazione del sistema dello sfruttamento.» (Stalin, Osservazioni sulle questioni economiche relative alla discussione del novembre 1951, da Problemi economici del socialismo in URSS) Lasciamo al lettore di giudicare se le condizioni del mercato in Cina corrispondono all’una o all’altra delle situazioni prospettate nel testo.

[6] Una nota curiosa riguarda il significato delle quattro stelle che contornano la stella grande nella bandiera nazionale della RPC. Esse rappresentano le quattro componenti del popolo che si stringono attorno al Partito comunista. Ora queste componenti nell’interpretazione originaria sono: operai, contadini poveri, soldati e intellettuali. Negli ultimi tempi tale interpretazione viene sempre più spesso modificata, sostituendo alle ultime due componenti la piccola borghesia e i capitalisti patriottici o addirittura i “capitalisti simpatizzanti del partito”.

[7] Tra questi l’accordo tra Enel e Bank of China che garantisce al gruppo italiano credito per 1 miliardo di euro nei prossimi 5 anni, tra prestiti, aperture di credito e altri strumenti di finanziamento di progetti Eni in Cina e in altri paesi. Gli altri accordi: Il Fondo Strategico Italiano e Cic International hanno poi sottoscritto un accordo per operazioni di investimento comune del valore massimo di 500 milioni di euro per ciascuno dei due Istituti per sviluppare la cooperazione tra Italia e Cina. Il ministero dello Sviluppo economico italiano e quello del Commercio cinese hanno siglato un memorandum di intesa per un parco ecologico italocinese. Le imprese interessate a investirci saranno individuate da Gse e Zhenjiang che a loro volta hanno chiuso un accordo da 800 milioni di euro. L’Ente nazionale italiano di unificazione (Uni) e Standards Administration of China (Sac) hanno firmato un pre-accordo tra i due enti nazionali di normazione per favorire gli scambi commerciali. Vale invece 3 miliardi l’intesa tra Cassa Depositi e Prestiti e China Development Bank per la cooperazione nello sviluppo di opportunità finanziarie, dalle PMI alle infrastrutture. Proprio nel giorno della visita, Bank of China entra nel capitale di Mediobanca con una quota di pochissimo superiore al 2%, proprio per poter rendere pubblico questa partecipazione. Questo ingresso segue quello che ha segnato la presenza cinese in Eni ed Enel, Telecom Italia, Prysmian, Fiat e Generali.

[8] «Guidata da questo spirito l’Italia ha imboccato la strada di riforme coraggiose per affrontare la crisi del debito europeo. L’economia italiana si sta rapidamente riprendendo, mostrando vigore e vitalità» (dalla dichiarazione del Premier cinese Li Keqiang prima del suo arrivo in Italia) [9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-30/crisi-cina-impegna-continuare-083513.shtml