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https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/04/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-11-a-15/

 

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LENIN16

 

 

Cari compagni,

dopo le necessarie verifiche vi diamo conferma dell’incontro a Napoli in occasione del 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre per decidere insieme il programma, il percorso e la struttura del Comitato per il Centenario del 2017.

I lavori si svolgeranno nella sede del Centro Culturale “La Città del Sole”, vico Giuseppe Maffei, ex Asilo Filangieri, Napoli

Sabato 5 novembre 2016

Inizio ore 10,30

Introduzione (Sergio Manes)

Contributi, proposte, dibattito

Pausa ore 13,30

Ripresa lavori ore 14,30

Messa a punto del programma, composizione e funzionamento delle strutture di lavoro,

composizione del Comitato per il Centenario, calendario delle attività.

Fine lavori ore 17,30

Domenica 6 novembre 2016

Gli immigrati provenienti dalle diverse Repubbliche un tempo federate nell’URSS (russi, bielorussi, ukraini, moldavi, kirghisi, baschiri, kazaki, georgiani) presenti a Napoli celebreranno il 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre come una ricorrenza comune da ricordare insieme in una festa unitaria in cui la partecipazione dei compagni italiani è gradita e auspicata.

I festeggiamenti inizieranno intorno alle ore 11,30 e si protrarranno fino alle ore 17,30 circa.

Ai compagni che volessero anticipare l’arrivo a Napoli o trattenersi anche la domenica per partecipare alla festa degli immigrati per il 99° anniversario potremo suggerire le sistemazioni logistiche più convenienti.

Per arrivare al Centro Culturale

Tener conto che la sede del Centro Culturale è nel centro antico di Napoli, in Zona a Traffico Limitato (ZTL) in cui non è possibile accedere in auto, né all’interno dell’area esistono mezzi di trasporto pubblici: è possibile raggiungere la sede dei lavori soltanto in taxi o a piedi. Il tragitto non è, però, né lungo né disagevole.

Suggeriamo il più semplice e il piùovvio dei possibili percorsi.

Come punto di riferimento di partenza la stazione FS di Napoli Centrale in Piazza Garibaldi.

1) a piedi, meno di 2 km, 15-20 minuti: uscendo dalla stazione attraversare l’intera Piazza Garibaldi sul lato destro e, all’estremità, imboccare via Alessandro Poerio fino alla Piazza Enrico De Nicola; qui, sulla sinistra, girare intorno al vecchio Palazzo di Giustizia attraverso Piazza Tribulali fino a raggiungerne, sul lato opposto, l’ingresso principale; di fronte ad esso, sulla destra, inizia via dei Tribunali; Imboccarla e percorrerla fino ad incrociare via Duomo; attraversare via Duomo continuando per via Tribunali fino a Piazza S.Gaetano; qui imboccare a sinistra via S.Gregorio Armeno e, subito a destra vico Giuseppe Maffei: in fondo, sulla sinistra, c’è l’ex Asilo Filangieri.

2) parzialmente con metropolitana + a piedi meno di 1 km, max 10 minuti:

a) Al piano inferiore della stazione centrale FS prendere la linea 2 della metropolitana in direzione Pozzuoli e scendere alla prima fermata di Piazza Cavour; all’uscita attraversare la piazza e, di fronte, sulla sinistra imboccare via Duomo; percorrerla fino all’incrocio di via Tribunali; imboccare via Tribunali e percorrerla fino a Piazza S.Gaetano; qui imboccare a sinistra via S.Gregorio Armeno e, subito a destra vico Giuseppe Maffei: in fondo, sulla sinistra, c’è l’ex Asilo Filangieri.

b) (consigliato) Sempre dalla stazione FS di Napoli Centrale prendere la linea 1 della metropolitana in direzione Piscinola e scendere alla prima fermata di Dante; all’uscita, nella piazza, imboccare via Port’Alba percorrendola e proseguendo dritto per via S.Pietro a Majella fino a Piazza Miraglia; continuare dritto per via Tribunali fino alla Piazza S.Gaetano; qui imboccare a destra via S.Gregorio Armeno e, subito ancora a destra vico Giuseppe Maffei: in fondo, sulla sinistra, c’è l’ex Asilo Filangieri.

Entrati nel cancello, percorrere il viale intorno all’edificio fino all’ingresso del Centro Culturale.

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Sulla tendenza nascente dell’ “economicismo imperialistico”

Lenin (agosto-settembre 1916)


Pubblicato in: Bolëcevik, 1929, n.15


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Il vecchio “economismo”, degli anni dal 1894 al 1902, ragionava così. I populisti sono stati smentiti. Il capitalismo ha trionfato in Russia. Non si può quindi parlare di rivoluzioni politiche. Conclusione pratica: o “la lotta economica agli operai e la lotta politica ai liberali”, cioè una sterzata a destra; oppure, invece della rivoluzione politica, lo sciopero generale per instaurare il socialismo: cioè una sterzata a sinistra, come veniva proposta in un opuscolo [1], oggi dimenticato, di un “economista” russo della fine degli anni novanta.

Sta nascendo adesso un nuovo “economismo”, che ragiona con due sterzate analoghe. “A destra”: noi siamo contrari al “diritto di autodecisione” (ci opponiamo cioè all’emancipazione dei popoli oppressi e alla lotta contro le annessioni, anche se nessuno l’ha ancora pensato o detto con chiarezza). “A sinistra”: noi siamo contrari al programma minimo (cioè alla lotta per le riforme e per la democrazia), perché esso è “in contrasto” con la rivoluzione socialista.

È già trascorso piú di un anno dacché l’incipiente tendenza si delineò dinanzi ad alcuni compagni, per l’esattezza, alla conferenza di Berna della primavera del 1915. Per fortuna, in quell’occasione, un solo compagno [2], che s’imbatté nella generale disapprovazione dei presenti, insistette sino alla fine della conferenza sulle idee dell’ “economismo imperialistico ” e le formulò per iscritto sotto forma di “tesi” particolari. Nessuno si associò a quelle tesi.

Piú tardi, hanno aderito alle tesi di quel compagno contro l’autodecisione altri due militanti (i quali non si rendevano conto che questo problema è indissolubilmente connesso con la posizione generale delle “tesi” citate [3]). Ma, nel febbraio del 1916, la comparsa del “programma olandese” [4], pubblicato nel n. 3 del Bollettino della Commissione socialista internazionale, ha chiarito di colpo il “malinteso” e indotto nuovamente l’autore delle “tesi ” originarie a “risuscitare” tutto il suo “economismo imperialistico”, e questa volta come teoria d’insieme, non piú in rapporto ad un punto ritenuto “particolare”.

È assolutamente necessario avvertire ancora una volta i compagni interessati, dir loro che sono scivolati nella palude, che tali “idee” non hanno niente in comune né con il marxismo né con la socialdemocrazia rivoluzionaria. Non è ammissibile che la questione resti piú a lungo “sotto il moggio”: si favorirebbe cosí la confusione ideologica, che verrebbe orientata nella pessima direzione delle reticenze, dei conflitti “personali”, delle “frizioni” interminabili, ecc. È invece nostro dovere insistere nel modo píú reciso e categorico sull’obbligo di studiare a fondo e di chiarire definitivamente i problemi sollevati.

Nelle tesi sull’autodecisíone [5] (pubblicate in tedesco, come estratto del n. 2 del Vorbote) la redazione del Sotsialdemokrat ha esposto volutamente la questione in forma impersonale, ma molto circostanziata, accentuando soprattutto il nesso tra il problema dell’autodecisione e il problema generale della lotta per le ríforme e per la democrazía, e indicando che non è lecito ignorare il lato politico, ecc. Nelle sue annotazioni alle tesi della redazione sull’autodecisione l’autore delle tesi originarie (delI'”economismo imperialistico”) solidarizza con il programma olandese, rivelando cosí, con singolare evidenza, che il problema dell’autodecisione, nell’impostazione degli autori della tendenza nascente, non è affatto “particolare”, ma è invece una questione generale e fondamentale.

I rappresentanti della sinistra di Zimmerwald [6] hanno preso conoscenza del programma olandese tra il 5 e l’8 febbraio del 1916, alla sessione di Berna della Commissione socialista internazionale. Nessun esponente della sinistra, neppure Radek, si è pronunciato a favore di questo Programma, giacché in esso sono associati disordinatamente punti come l'”espropriazione delle banche” e altri punti come l'”abolizione dei dazi doganali”, la “soppressione della Camera alta”, ecc. Tutti i rappresentanti della sinistra di Zimmerwald sono stati unanimi, accordandosi a mezza voce, – e quasi persino senza dir parola ma con una semplice alzata di spalle, – nel non prendere in considerazione il programma degli olandesi, perché manifestamente abortito nel suo complesso.

Ma l’autore delle tesi originarie, redatte nella primavera del 1915, ha talmente apprezzato quel programma da esclamare: “Io stesso, in sostanza, non ho detto di piú” (nella primavera del 1915); gli olandesi hanno riflettuto a lungo”: Per essi il lato economico è la espropriazione delle banche e delle grandi industrie” (delle grandi imprese), “il lato politico è la repubblica, ecc. Giustissimo!

In realtà, nonché non “riflettere a fondo “, gli olandesi, hanno redatto un programma assolutamente sconsiderato. È un triste destino della Russia che certa gente si aggrappi da noi proprio a quanto c’è di piú sconsiderato nelle novità piú recenti!…

L’autore delle tesi del 1915 ritiene che la redazione del Sotsialdemokrat sia caduta in contraddizione per aver “anch’essa” proposto l'”espropriazione delle banche”, soggiungendo addirittura ” immediata ” (con in piú “misure dittatoriali”), nel paragrafo 8 (sui Compiti concreti). Quante ingiurie m’è costata a Berna questa proposizione!”, esclama indignato l’autore delle tesi, rievocando le polemiche bernesi della primavera del 1915.

Egli tralascia però e perde di vista un'”inezia ” – infatti, nel paragrafo 8, la redazione del Sotsialdemokrat distingue nettamente due casi. Il primo è che la, rivoluzione socialista sia già cominciata; allora, vi si dice, “espropriazione immediata delle banche”, ecc. Il secondo è che la rivoluzione socialista non sia ancora cominciata, e allora conviene aspettare prima di parlare di queste belle cose.

Poiché, allo stato attuale, la rivoluzione, nel senso indicato sopra, non è ancora cominciata, il programma degli olandesi è assurdo. Ma l’autore delle tesi “approfondisce” la questione, cadendo di nuovo (gira è rigira finisce sempre per ricaderci) nel vecchio errore di trasformare le rivendicazioni politiche (come la “soppressione della Camera alta”?) nella “formulazione politica della rivoluzione sociale”.

Dopo aver segnato il passo per tutto un anno, l’autore ha fatto ritorno al suo vecchio errore. Sta qui il “bandolo” delle sue disavventure. egli non sa risolvere il problema del modo di collegare l’avvento dell’imperialismo con la lotta per le riforme e con la lotta per la democrazia. Proprio come l’economismo”di buona memoria non sapeva collegare l’avvento del capitalismo con la lotta per la democrazia.

Di qui la profonda confusione riguardo all'”impossibilità di realizzare” le rivendicazioni democratiche nell’epoca dell’imperialismo.

Di qui la tendenza, inammissibile per un marxista (e conveniente solo per un “economista” della Rabokaia Mysl [7]), a ignorare la lotta politica immediata, concreta, di oggi come di sempre.

Di qui l’ostinata inclinazione a farsi “fuorviare”, passando dal riconoscimento dell’imperialismo alla sua apologia (come facevano del resto gli “economisti” di buona memoria, che si lasciavano “fuorviare” dal riconoscimento del capitalismo verso la sua apologia).

E così di seguito.

Non è Possibile esaminare qui inutilmente gli errori in cui e caduto l’autore delle tesi del 1915 nelle sue osservazioni alle tesi della redazione del Sotsialdemokrat sull’autodecisione, perché ogni singola frase è sbagliata! Non possiamo, d’altra parte, scrivere un opuscolo o un libro in risposta a tali “osservazioni”, se i promotori dell'”economismo imperialistico” segnano il passo ormai da un anno e si rifiutano ostinatamente di fare la sola cosa che, per un preciso dovere di partito e, volendo affrontare seriamente le questioni politiche, sarebbero tenuti a fare: esporre cioè in maniera meditata ed esauriente quel che essi chiamano le “nostre divergenze”.

Sono perciò costretto a limitarmi ad alcune rapide indicazioni sul modo in cui l’autore applica o “integra” il suo errore fondamentale.

Egli ritiene che io mi contraddica: nel 1914 (Prosvescenie) scrivevo che è assurdo cercare l’autodecisione “nei programmi dei socialisti dell’Europa occidentale” [8], mentre nel 1916 affermo che l’autodecisione è particolarmente urgente.

All’autore non viene in mente (!) che quei ” Programmi” [9] sono stati compilati nel 1875, nel 1880 e nel 1891!

Ma proseguiamo secondo i paragrafi (delle tesi della redazione del Sotsialdemokrat sull’autodecisione).

§ l. La stessa ripugnanza “economistica” a vedere e impostare i problemi politici. Poiché il socialismo creerà la base economica per eliminare sul terreno politico l’oppressione nazionale, il nostro autore si rifiuta, per questo motivo, di formulare i nostri compiti politici in tale campo! È semplicemente ridicolo!

Poiché il proletariato vittorioso non respinge le guerre contro la borghesia degli altri paesi, l’autore si rifiuta, per questo motivo, di formulare i nostri compiti nel campo dell’oppressione nazionale!! Tutti questi sono esempi palesi di violazione del marxismo e della logica, o, se si vuole, sono una manifestazione della logica degli errori fondamentali dell'”economismo imperialistico”.

§ 2. Gli avversari dell’autodecisione si sono maledettamente ingarbugliati con il richiamo all'”impossibilità di realizzarla”.

La redazione del Sotsialdemokrat chiarisce loro i due possibili significati di questa non realizzabilità e il loro errore in entrambi i casi.

Ma l’autore delle tesi del 1915, senza nemmeno tentare di darci la sua interpretazione, e riconoscendo perciò con noi che qui vengono confuse due cose diverse, persevera in tale confusione!

Egli ricollega le crisi alla “politica imperialistica”: il nostro economista politico dimentica che le crisi già esistevano anche prima dell’imperialismo!…

Dire che l’autodecisione non può essere realizzata economicamente significa far confusione, spiega il Sotsialdemokrat. L’autore non risponde, non ribatte che per lui l’autodecisione è economicamente irrealizzabile, ma cede la posizione contesa e salta nella politica (l’autodecisione è “comunque” irrealizzabile), benché gli sia stato detto nel modo piú chiaro che, sul piano politico, la repubblica è altrettanto “irrealizzabile”, nell’epoca dell’imperialismo, quanto l’autodecisione.

Messo alle strette, l’autore fa un altro “salto”: e sostiene che la repubblica e tutto il programma minimo sono soltanto “una formulazione politica della rivoluzione sociale “!!!

L’autore si rifiuta di sostenere che è “economicamente” irrealizzabile e salta nella politica.

Tutto il programma minimo gli appare politicamente irrealizzabile. Ma qui, di nuovo, non c’è un grano di marxismo, non c’è un grano di logica, tranne quella dell'”economismo imperialistico”.

Di soppiatto (senza aver riflettuto e senza dar niente di organico, senza affaticarsi a elaborare un proprio programma) l’autore cerca di buttare a mare il programma minimo della socialdemocrazia! Non fa meraviglia che da un anno stia segnando il passo!

Ancora, la lotta contro il kautskismo non è una questione particolare, è la questione generale e fondamentale del nostro tempo: ma l’autore non ha compreso questa lotta. Come gli “economisti” tramutavano in apologia del capitalismo la lotta contro i populisti, così l’autore tramuta in apologia dell’imperialismo la lotta contro il kautskismo (questo si riferisce anche al paragrafo 3).

L’errore del kautskismo sta nel fatto che esso pone in modo riformistico e in un momento come l’attuale rivendicazioni che si possono porre soltanto in modo rivoluzionario (ma l’autore sbaglia nel credere che l’errore del kautskismo sia in generale quello di porre tali rivendicazioni: proprio come gli “economisti” “intendevano” la lotta contro il populismo, supponendo che esso consistesse tutto nel grido di “abbasso l’autocrazia!”).

L’errore del kautskismo sta nell’orientare verso il passato, verso il capitalismo del tempo di pace, anziché verso l’avvenire, verso la rivoluzione sociale, le giuste rivendicazioni democratiche (ma l’autore si confonde e suppone non giuste tali rivendicazioni).

§ 3. Si veda sopra. L’autore elude anche il problema della “federazione”. Si ha qui l’errore fondamentale dello stesso “economismo”: l’incapacità di impostare le questioni politiche [1*].

§ 4. “Dall’autodecisione deriva la difesa della patrIa”, si ostina a ripetere l’autore. Qui il suo errore è di voler tramutare in uno stampo il rifiuto di difendere la patria, di desumere tale rifiuto non dalle condizioni storiche concrete della guerra in corso ma da considerazioni “generali”. Questo non è marxIsmo.

All’autore è stato già detto da tempo, ed egli non l’ha confutato: provatevi a elaborare per la lotta contro l’oppressione e la disuguaglianza nazionale una formula che non giustifichi la “difesa della patria”. Non potrete farlo.

Significa questo che noi siamo contrari alla lotta contro l’oppressione nazionale, se da tale lotta si può desumere la difesa della patria?

No di certo. Perché noi non siamo contrari “in generale” alla “difesa della patria” (si vedano le risoluzioni del nostro partito), ma ci opponiamo all’idealizzazione della guerra imperialistica attuale con questa parola d’ordine mistificatrice.

L’autore vuole (ma non può; anche su questo punto, in tutto un anno, ha compiuto solo dei vani tentativi…) impostare il problema della “difesa della patria ” in modo radicalmente sbagliato, non storico.

I suoi discorsi sul “dualisrno” dimostrano che egli non capisce che cosa sia il monismo e che cosa il dualismo.

Se io “metterò assieme” una spazzola per le scarpe e un mammifero, avrò forse il “monismo”?

Se dirò che per raggiungere l’obiettivo a bisogna

andare dal punto (b) a sinistra, ma dal punto (c) a destra, sarà questa una forma di “dualismo”?

È forse identica la posizione del proletariato delle nazioni che opprimono e delle nazioni oppresse riguardo all’oppressione nazionale? No, è ben diversa in tutti i sensi: economico, politico, ideale, spirituale, ecc.

E allora?

Allora per raggiungere uno stesso obiettivo (la fusione delle nazioni) da punti di partenza diversi gli uni seguiranno una strada , gli altri un’a1tra . Negare questo criterio significa praticare quel “monismo” che mette assieme la spazzola per le scarpe e il mammifero.

“Non è una cosa da dire [pronunciarsi a favore dell’autodecisione] ai proletari di una nazione oppressa “: così l’autore “interpreta” le tesi della redazione.

Curioso davvero! Nelle tesi non si dice niente di simile. L’autore o non le ha lette fino in fondo o ha parlato senza riflettere.

§ 5. Si veda sopra a proposito del kautskismo.

§ 6. Si dice all’autore che in tutto il mondo vi sono tre tipi di paesi. L’autore “ribatte”, aggrappandosi ai singoli “casi”. Ma questa è casistica, non è politica.

Volete conoscere uno dei “casi”, “il Belgio”?

Bene, prendete l’opuscolo di Lenin e di Zinov’ev [10]: ivi è detto che noi saremmo stati favorevoli alla difesa del Belgio persino con 1a guerra, se in concreto si fosse trattato di un’altra guerra.

Non siete d’accordo?

Ditelo!

Voi non avete riflettuto sulle ragioni per le quali la socialdemocrazia è contraria alla “difesa della patria”.

Noi non ci opponiamo a questa difesa per le ragioni che voi supponete, poiché il vostro modo (o piuttosto i vostri vani tentativi) di porre il problema è non storico. Ecco la mia risposta all’autore.

Definire “sofistico” il fatto che, pur giustificando la guerra per abbattere l’oppressione nazionale, non giustifichiamo l’attuale guerra imperialistica, combattuta da entrambe le parti solo per rinsaldare l’oppressione nazionale, significa usare una parola “forte”, senza sforzarsi affatto di riflettere.

L’autore vuole dare un’impostazione “piú di sinistra” al problema della “difesa della patria”, ma (dopo tutto un anno) è pervenuto alla confusione piú completa!

§ 7. L’autore critica: “Non viene nemmeno toccata la questione delle “condizioni di pace” in generale”.

Che critica! Non viene toccata una questione che qui non si vuole porre!

Eppure, viene “toccata” e impostata la questione delle annessioni, in cui si sono irretiti gli “economisti imperialistici”, e questa volta insieme con gli olandesi e con Radek.

0 voi respingete la proclamazione immediata della parola d’ordine contro le annessioni vecchie e nuove (non meno “irrealizzabile” dell’autodecisione, nell’epoca dell’imperialismo, sia in Europa che nelle

colonie), e allora la vostra apologia dell’imperialismo da latente si fa manifesta.

Oppure voi accettate questa parola d’ordine (come ha fatto Radek sulla stampa), e allora riconoscete, sotto un altro nome, l’autodecisione delle nazioni!

§ 8. L’autore preconizza un “Bolscevismo su scala europea occidentale” (“non è questa la vostra posizione”, egli soggiunge).

Non do alcuna importanza al desiderio di rimanere attaccati alla parola “Bolscevismo”, perché conosco certi “vecchi bolscevichi” che… dio ce ne scampi! Posso solo dire che il “Bolscevismo su scala europea occidentale”, preconizzato dall’autore, non è, secondo il mio profondo convincimento, né Bolscevismo né marxismo, ma solo una piccola variante del vecchio “economismo”.

A mio parere, proclamare per tutto un anno un nuovo bolscevismo e poi limitarsi a questo è il colmo della sconvenienza e della leggerezza, della mancanza di spirito di partito. Non è forse tempo di meditare a fondo e dare ai compagni qualcosa che esponga in modo organico e coerente questo “Bolscevismo su scala europea occidentale”?

L’autore non ha dimostrato e non dimostrerà (in riferimento al problema discusso) che non esiste una differenza tra le colonie e le nazioni oppresse dell’Europa.

Fra gli olandesi e nel PSD la negazione dell’autodecisione non è solo e tanto un elemento di confusione, perché in pratica l’hanno ormai accettata sia Gorter che i polacchi nella dichiarazione di Zimmerwald [11], quanto invece il risultato della posizione particolare delle loro nazioni (piccole nazioni con tradizioni secolari e pretese da grande Potenza).

È il colmo della leggerezza e dell’ingenuità copiare, ripetere meccanicamente e senza spirito critico, ciò che in altri paesi scaturisce da decenni di lotta contro borghesia nazionalistica che inganna il popolo. Ma certa gente imita proprio le cose che non bisognerebbe imitare!

Note

1. Ossia la ristampa, a cura del comitato socialdemocratico di Pietroburgo, di un articolo di A.A. Sanin, Chi realizzerà la rivoluzione politica?, contenuto nella raccolta Proletarskaia borba [La lotta proletaria], n. 1, edita nel 1899 dal “Gruppo socialdemocratico degli Urali”. L’autore vi sosteneva le posizioni dell'”economismo”, opponendosi alla creazione di un partito politico autonomo della classe operaia, negando la necessità di una rivoluzione politica e asserendo che la trasformazione socialista poteva essere realizzata in Russia immediatamente, attraverso lo sciopero generale.

2. Cioè Nikolaj Bucharin (1888-1938), che alla conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico di Russia, tenutasi a Berna dal 27 febbraio al 4 marzo del 1915, come una conferenza di tutto il partito (la cui convocazione era resa impossibile dalla guerra), polemizzò contro il diritto di auto-decisione delle nazioni, dichiarando che quella rivendicazione era in contrasto con la rivoluzione socialista.

3. L’autore si riferisce alle tesi Sulla parola d’ordine del diritto delle nazioni all’autodecisione, redatte da N. Bucharín (nel novembre del 1915) e sottoscritte da Evgeníja Bog (1879-1925) e Grigorij Pjatakov (1890-1937). Le tesi furono inviate alla redazione del Sotsialdemokrat [Il socialdemocratico], organo centrale del POSDR, pubblicato clandestinamente dal febbraio 1908 al gennaio 1917 (il n. 1 usci in Russia, i nn. 2-32 a Parigi, i nn. 33-58 a Ginevra).

4. Riferimento al progetto di programma dei socialisti olandesi di sinistra, redatto da Henriette Roland-Holst (1869-1952) e firmato da altri dirigenti. Il progetto fu pubblicato, il 29 febbraio 1916, nel n. 3, del Bulletin, della Commissione socialista internazionale di Berna (la cui maggioranza era sulle posizioni del “centrismo” kautskiano).

5. Cfr. Lenin, The Right of Nations to Self-Determination, febbario-maggio 1914, presente nella sezione inglese del Marxists’ Internet Archive. Si ricordi che il presente scritto di Lenin trae lo spunto dalle ” annotazioni ” di N. Bucharin alle ” tesi ” della redazione del Sotsialdeinokrat.

6. La “sinistra di Zimmerwald” si costituì, per iniziativa di Lenin, alla conferenza socialista internazionale di Zimmerwald nel settembre 1915. Essa creò un proprio ufficio Politico, di cui fecero parte Lenin, Grigorii Zinov’ev (1883-1936) e Karl Radek (1885-1939), e’ un proprio organo di stampa, il Vorbote, di cui uscirono a Berna, in tedesco, due soli numeri.(gennaio e aprile 1916). Questo gruppo lottò a fondo contro la maggioranza “centrista” della conferenza e si conquistò molti consensi, tanto che pochi mesi piú tardi (alla conferenza di Kienthal, 24-30 aprile 1916) ottenne rilevanti successi nelle votazioni su alcune sue proposte. Il nucleo bolscevico della “sinistra di Zimmerwald” fu l’embrione della IlI internazionale.

7. Robokaya Mysl, organo di stampa degli “economisti”; pubblicato a Pietroburgo (tranne i nn. 3-11 e 16, che uscirono a Berlino) dall’ottobre 1887 al dicembre 1902.

8. La rivista teorica bolscevica Prosvescenie [L’educazione], usci a Pietroburgo dal dicembre 1911 al giugno 1914.

9. Riferimento ai programmi del Partito operaio francese del 1880, del partito socialdemocratico tedesco del 1975 (Gotha) e del 1891 (Erfurt).

*1. “Non abbiano paura degli smembramenti”, scrive l’autore, “non difendiamo le frontiere degli Stati”. Provatevi a dare una formulazione politica esatta a tale proposizione! In effetti, questo è il Punto, non riuscite a farlo; ve lo impedisce la vostra cecità “economistica” nelle questioni della democrazia politica.

10. Ossia il socialismo e la guerra, presente nella sezione italiana del MIA.

11. Hermann Gorter (1864-1927), socialista olandese di sinistra, fu tra i fondatori del giornale De Tribune e aderì alla “sinistra di Zimmerwald”. I socialdemocratici polacchi (PSD) Presentarono alla conferenza di Zimmerwald (1915) una dichiarazione di protesta contro i governi tedesco e austriaco, che consideravano le terre polacche colonie conquistate con le armi e privavano il popolo polacco della possibilità di decidere da sé dei suo destino.

Sull’orgoglio nazionale dei Grandi-Russi

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Pubblicato per la prima volta nel Sotsial-Demokrat No. 35 del 12 dicembre 1914


Quanto parlare, argomentare e vociferare c’è ai giorni nostri riguardo la nazionalità e la madrepatria! Ministri liberali e radicali in Inghilterra, un esercito di giornalisti “avanzati” in Francia (che si sono mostrati in pieno accordo con i loro colleghi reazionari), ed uno sciame di ufficiali Cadetti e scribacchini progressisti in Russia (inclusi parecchi Narodniki e “marxisti”) – tutti hanno effusivi elogi per la libertà e l’indipendenza dei loro rispettivi paesi, per lo splendore del principio dell’indipendenza nazionale. Qui uno non può dire dove finisce il mercenario elogiatore del macellaio Nicola Romanov o del brutale oppressore di neri e indiani, e dove comincia il comune filisteo, che per pura stupidità o debolezza si lascia trasportare dalla corrente. Né questa distinzione è importante. Noi vediamo innanzi a noi un’estesa e profonda tendenza ideologica, le cui origini sono strettamente interrelate agli interessi dei proprietari terrieri e dei capitalisti delle nazioni dominanti. Centinaia di milioni vengono spesi ogni anno per la propaganda di idee vantaggiose per queste classi: si tratta di un mulino piuttosto grande che prende la sua acqua da tutte le fonti – da Menshikov, uno sciovinista per convinzione, a sciovinisti per ragioni d’opportunismo o debolezza come Plechanov e Maslov, Rubanovich e Smirnov, Kropotkin e Burtsev.

Permetteteci, a noi socialdemocratici Grande-Russi, di tentare di definire la nostra attitudine verso questa tendenza ideologica. Sarebbe sconveniente per noi, rappresentanti di una nazione dominante dell’estremo est europeo e di una buona parte d’Asia, dimenticare l’immensa importanza della questione nazionale – specialmente in un paese che è stato giustamente definito “prigione dei popoli”, e particolarmente in un periodo in cui, nell’estremo est europeo ed in Asia, il capitalismo sta risvegliando alla vita e all’autocoscienza un grande numero di “nuove” nazioni, grandi e piccole; in un momento in cui la monarchia zarista ha chiamato alle armi milioni di Grandi-Russi e non-russi, così da “risolvere” un certo numero di problemi nazionali in concordanza con gli interessi del Consiglio della Nobiltà Unita [1] e dei vari Guchkov, Krestovnikov, Dolgorukov, Kutler e Rodichev.

è il senso d’orgoglio nazionale alieno per noi, proletari coscienti della Grande Russia? Certamente no! Noi amiamo la nostra lingua e il nostro paese, è noi stiamo facendo del nostro meglio per far innalzare le sue masse che duramente lavorano (ovvero i nove decimi della sua popolazione) ad un livello di coscienza democratica e socialista. A noi è assai più penoso vedere e percepire le violenze, l’oppressione e le umiliazioni che il nostro amato paese soffre per mano dei macellai dello zar, i nobili ed i capitalisti. Noi prendiamo orgoglio della resistenza a queste violenze che è scaturita dalle nostre file, dai Grandi-Russi; in quelle file essendo stati prodotti Radishchev [2], i Dicembristi [3] ed i rivoluzionari comunardi degli anni settanta [4]; la classe operaia Grande-Russa che ha creato, nel 1905, un potente partito rivoluzionario delle masse; ed i contadini Grande-Russi che hanno iniziato a volgersi verso la democrazia per accingersi a rovesciare il clero ed i proprietari terrieri.

Noi ricordiamo ciò che Chernyshevsky, il democratico Grande-Russo che dedicò la sua vita alla causa della rivoluzione, disse mezzo secolo or sono: “Una nazione disgraziata, una nazione di schiavi, dall’alto verso il basso – tutti schiavi” [5]. Ai manifesti e nascosti schiavi Grande-Russi (schiavi in rapporto alla monarchia zarista) non piace ricordare queste parole. Eppure, nella nostra opinione, queste erano parole di genuino amore per il nostro paese, un amore afflitto per l’assenza di uno spirito rivoluzionario nelle masse del popolo Grande-Russo. Non c’era tale spirito all’epoca. C’è ne è poco adesso, ma c’è. Noi siamo pieni di orgoglio nazionale perché la nazione Grande-Russa, anche, si è mostrata capace di fornire il genere umano di grandi modelli di battaglia per la libertà e il socialismo, e non solo di grandi pogrom, patiboli, segrete, grandi carestie e grande servilismo verso i preti, i proprietari terrieri ed i capitalisti.

Noi siamo pieni di un senso di orgoglio nazionale, e proprio per questa ragione noi odiamo particolarmente il nostro passato schiavista (quando la nobiltà terriera guidò i contadini in guerra per soffocare la libertà dell’Ungheria, della Polonia, della Persia e della Cina), ed il nostro presente schiavista, quando proprio questi stessi proprietari terrieri, aiutati dai capitalisti, ci stanno guidando in una guerra per strangolare la Polonia e l’Ucraina, abbattere i movimenti democratici in Persia e Cina, rafforzare i Romanov, i Bobrinsky ed i Purishkevich, che sono il disonore della nostra dignità nazionale Grande-Russa. Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù (che chiama, per esempio, ” difesa della patria ” dei grandi russi lo strangolamento della Polonia e dell’Ucraina), un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza.

“Nessuna nazione può essere libera se opprime altre nazioni”, dicevano Marx ed Engels, i più grandi rappresentanti della coerente democrazia del diciannovesimo secolo, che divennero i maestri del proletariato rivoluzionario. E, pieni di un senso d’orgoglio nazionale, noi, operai Grande-Russi, vogliamo, qualunque cosa accada, una libera ed indipendente, democratica, repubblicana e orgogliosa Grande-Russia, una che basi i suoi rapporti con i suoi vicini sul principio umano di uguaglianza, e non sul principio feudalista del privilegio, così degradante per una grande nazione. Proprio perché noi vogliamo ciò, noi diciamo: è impossibile, nel ventesimo secolo ed in Europa (persino nell’estremo est d’Europa), “difendere la madrepatria” in altro modo che non sia l’utilizzo di ogni mezzo rivoluzionario per combattere la monarchia, i proprietari terrieri ed i capitalisti della propria madrepatria, cioè, i peggiori nemici del proprio paese. Noi diciamo che i Grandi-Russi non possono “difendere la madrepatria” in altro modo che desiderando la sconfitta dello zarismo in qualsiasi guerra, questo essendo il male minore per i nove decimi degli abitanti della Grande-Russia. Perché lo zarismo non solo opprime economicamente e politicamente i nove decimi, ma in più demoralizza, degrada, disonora e prostituisce essi insegnando loro ad opprimere altre nazioni e a coprire questa vergogna con frasi ipocrite e quasi-patriottiche.

Si potrebbe avanzare l’obiezione che, inoltre allo zarismo e sotto la sua ala, un’altra forza storica è cresciuta ed è divenuta forte, ovvero il capitalismo Grande-Russo, che sta portando avanti un’attività progressista centralizzando economicamente e unendo tra di loro vaste regioni. Quest’obiezione, però, non scusa, ma al contrario condanna ancora di più, i nostri social-sciovinisti, che dovrebbero esser chiamati socialisti zaristi-Purishkevichi [6] (giusto come Marx chiamava i lassalliani socialisti regi-prussiani). Permetteteci anche di assumere che la storia decida a favore del capitalismo dominante Grande-Russo, e contro le cento e una piccole nazioni. Ciò non è impossibile, poiché l’intera storia del capitale è una storia di violenza e saccheggi, di sangue e corruzione. Noi non sosteniamo la causa di difendere le piccole nazioni a tutti i costi; fermo restando tutte le altre condizioni, noi siamo decisamente per la centralizzazione e ci opponiamo all’idea piccolo-borghese di relazioni federaliste. Anche se tali assunti fossero veri, però, non è, prima di tutto, nostro dovere, né dei democratici (lasciati soli dai socialisti) quello di aiutare i Romanov-Bobrinsky-Purishkevich a strangolare l’Ucraina, ecc. nel suo modo da Junker, Bismarck ha compiuto un lavoro storicamente progressivo, ma sarebbe un bel “marxista” colui che, su questo terreno, pensasse di giustificare un appoggio socialista a Bismarck! Inoltre, Bismarck promosse lo sviluppo economico mettendo assieme i disuniti tedeschi, che erano oppressi da altre nazioni. La prosperità economica ed il rapido sviluppo della Grande-Russia, però, richiede che il paese venga liberato dall’oppressione Grande-Russa su altre nazioni – questa è la differenza che sfugge agli ammiratori dei veri-Russi aspiranti Bismarck.

In secondo luogo, se la storia dovesse decidere in favore del capitalismo dominante Grande-Russo, ne segue quindi che il ruolo socialista del proletariato Grande-Russo, essendo la principale forza motrice del comunismo generata dallo stesso capitalismo, ne risulterà assai rafforzato. La rivoluzione proletaria richiede una prolungata educazione degli operai allo spirito della più piena fratellanza ed eguaglianza nazionale. Conseguentemente, gli interessi del proletariato Grande-Russo richiedono che le masse siano sistematicamente educate a difendere – con la massima decisione, coerenza, forza ed in modo rivoluzionario – completa uguaglianza dei diritti e diritto di autodeterminazione per tutte le nazioni oppresse dai Grandi-Russi. Gli interessi dell’orgoglio nazionale dei Grandi-Russi (inteso non in senso servile) coincide con gli interessi socialisti dei proletari Grandi-Russi (e di tutti gli altri paesi). Il nostro modello sarà sempre Marx, che, dopo aver vissuto per decenni in Inghilterra ed esser divenuto mezzo inglese, richiese libertà ed indipendenza nazionale per l’Irlanda, negli interessi del movimento socialista degli operai inglesi.

Nel secondo caso ipotetico da noi considerato, i nostri social-sciovinisti fatti in casa, Plechanov, ecc., ecc., si dimostrerebbero traditori non solo del loro stesso paese – una libera e democratica Grande-Russia – ma anche della fratellanza proletaria di tutte le nazioni della Russia, cioè, della causa del socialismo.

Note

1. Il Consiglio della Nobiltà Unita è un’organizzazione controrivoluzionaria di proprietari terrieri fondata nel maggio 1906. Tale Consiglio esercitò una considerabile influenza sulle politiche del governo zarista. Lenin lo definiva Consiglio dei Feudalisti Uniti.

2. Radishchev, A. N. (1749-1802), scrittore e rivoluzionario russo. Nel suo famoso lavoro Un viaggio da San Pietroburgo a Mosca, egli lanciò il primo pubblico attacco contro la schiavitù in Russia. Per ordine di Caterina II fu per questo scritto condannato a morte, ma la pena fu poi commutata in dieci anni d’esilio in Siberia. Ritornato dall’esilio grazie ad un’amnistia, si suicidò quando venne paventata una nuova persecuzione. Lenin considerava Radishchev un insigne rappresentante del popolo russo.

3. Dicembristi, nobiluomini rivoluzionari russi che nel dicembre 1825 si rivoltarono contro l’autocrazia ed il sistema della servitù della gleba.

4. Comunardi (raznoehintsi in Russo), intellettuali russi, facenti parte della piccola borghesia cittadina, del clero, delle classi mercantili e contadine.

5. Citazione dalla novella di Chernyshevsky Il prologo.

6. Purishkevich, V. M. (1870-1920), grande proprietario terriero, monarchico e reazionario dei Cento Neri.

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La corruzione è intrinseca al sistema capitalista

Una breve riflessione sul fenomeno della corruzione. Nell’ultimo periodo uno dei temi più presenti nell’agenda politica e mediatica è stato proprio il “fenomeno corruzione” con grande risalto all’operosità del Governo Renzi che starebbe predisponendo il ”Decreto Anticorruzione” con relativo dibattito su di esso. Nel bel mezzo di questo sono “esplosi” però due grandi casi di corruzione: l’EXPO (Lombardia) e il MOSE (Venezia). Tutti i media sono sul pezzo con esimi intellettuali a pressare per una legge che faccia “pulizia” nel sistema, con politici o politicanti che si lanciano accuse a vicenda invocando l’etica e la diversità di ognuno, rispolverando perfino in modo grottesco la “questione morale” di berlingueriana memoria in senso giustizialista come fatto dal M5S. Questo fenomeno viene affrontato e analizzato semplicemente come un fatto di malcostume della classe (casta) dirigente politica che sarebbe ormai “fuori controllo” e addirittura espressione allo stesso tempo di un malcostume radicato nella società. Finendo inevitabilmente con l’inneggiamento alle manette della magistratura e alla necessità di leggi più stringenti. Questo metodo completamente fuorviante quanto inutile, ormai è prassi comune anche in una certa sinistra a cui andrebbe rispolverato al posto della “questione morale”, il richiamo di B. Brecht: “Compagni, parliamo dei rapporti di produzione”.

Il fenomeno corruzione non può esser estraniato dai rapporti sociali, pertanto è prettamente una “questione di classe”. Prima di tutto, l’attuale classe politica dirigente italiana non è “rappresentante” della società universalmente intesa (o peggio ancora di sé stessa), ma della grande borghesia monopolistica italiana e internazionale. Secondo, la corruzione si sviluppa con il capitalismo e fin dagli albori di questo modo di produzione non è stata altro che una modalità usata nel suo procedere storico, nel  tentativo di governare il conflitto tra le classi.
Engels a proposito affermava che nella “repubblica democratica […] la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura. Da una parte nella forma della corruzione diretta dei funzionari, della quale l’America è il modello classico, dall’altra nella forma dell’alleanza tra Governo e Borsa”.  

Come in altre occasioni, ogni grande scandalo è l’occasione per riproporre la truffa ideologica contro le masse lavoratrici e popolari, diffondendo l’idea che la corruzione sarebbe un “cancro” nel sistema, dovuto all’invadenza politica e dei partiti nell’economia e che una maggiore libertà nel mercato sarebbe garanzia del funzionamento del sistema. Nulla di più falso.

Le origini e motivi della corruzione vanno ricercati nel nucleo centrale del capitalismo, in una società che si basa sulla divisione sociale, lo sfruttamento, il saccheggio di risorse e la diseguaglianza. Il Capitalismo come espressione della sua Dittatura ha nella corruzione una delle forme di sfruttamento contro la classe operaia, i settori popolari e le sue risorse (in questo caso il capitale pubblico). La borghesia, oltre lo sfruttamento ottenuto nell’ambito della produzione, articola tutto un sistema di strutture clientelari, favori e pressioni per ottenere ancor più profitti. La corruzione in definitiva va affrontata come una delle forme per ottenere profitti dal lavoro, gravando ancor più sulle spalle dei lavoratori e sulla ricchezza prodotta dalla classe operaia.

La formazione capitalista italiana ha una lunga tradizione di strutture corrotte, pertanto, da una prospettiva storica si tratta di un processo costante e intrinseco al sistema socio-politico capitalista e liberal-democratico, dalla sua formazione statale e costituzionale post-guerra fino al suo sviluppo attuale. Tutti i partiti organici al potere della borghesia sono implicati in questi processi, senza alcuna differenziazione “morale” o “storica” tra partiti di “destra” “centro” “sinistra” borghese, come propriamente dimostrano (se ce ne fosse ancora bisogno) gli ultimi eventi di questi giorni prima citati. La classe che detiene il potere economico e politico costruisce con il suo personale politico una fitta rete di interscambio di favori (che necessita della corruzione) e in particolare nei momenti di crisi, dove il capitale ha profondi problemi nella riproduzione del suo tasso di profitto, gli imprenditori non esitano a fare ricorso ad ogni mezzo per cercare di migliorare lo sfruttamento e almeno a mantenere quello stesso tasso.

 La crisi strutturale del capitalismo, spinge le classi dominanti da un lato ad attaccare i diritti dei lavoratori e dall’altro a recuperare la “caduta tendenziale del saggio di profitto” attingendo soldi direttamente dalle casse pubbliche (parte del plusvalore estratto alla classe lavoratrice tramite le tasse), attraverso privatizzazioni, svendite di patrimonio pubblico, finanziamenti e appalti di lavori pubblici facendo leva direttamente sul loro Stato, istituzioni e apparati politici. E’ così che si realizza il trasferimento di capitali nelle tasche di una cerchia di grossi imprenditori legati a doppio filo con “uomini” politici nelle istituzioni che ricevono la loro quota per il servizio reso. Un fenomeno pagato dalla classe operaia, dai settori popolari e dalla gioventù col nostro lavoro e denaro, cui toccano solo sacrifici, con sempre maggiori ostacoli all’eccesso al diritto alla salute, all’istruzione, ad un trasporto pubblico di qualità ecc…

I “grandi scandali” sono solo la punta dell’iceberg su cui interviene la magistratura e si imposta il dibattito pubblico, spesso gestito in modo funzionale, come in passato già accaduto, solo per adeguare il sistema alle fasi storiche. Così fu ad esempio per “tangentopoli” e così sarà anche in questo caso: la classe padronale proseguirà nei suoi fini, perfezionando la macchina e assumendo sempre più direttamente la gestione politica ed eliminando gli intermediari.

Non saranno appelli moralistici ed etici, né le forche mediatiche su cui spesso si vogliono costruire le carriere politiche e giornalistiche, che scalfiranno questo fenomeno, essendo esso strutturale e intrinseco alla formazione sociale capitalista, sviluppandosi dai suoi rapporti e permeando l’intera società. Solo venendo meno le sue basi materiali si potrà eliminare il fenomeno della corruzione.