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 Grover Furr

Professore della Montclair State University, Montclair, NJ 07043 Stati Uniti d’America. Quello che segue è una presentazione tenuta alla 7° Forum Mondiale del Socialismo, del Centro di Ricerche per il Socialismo Mondiale Research Center, presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS), il 22 ottobre

La personalità e gli scritti di Leon Trotsky sono stati a lungo un punto di raccolta nel mondo per gli anticomunisti, ma durante gli anni ’30 Trotsky deliberatamente mentì nei suoi scritti a riguardo di Joseph Stalin e dell’Unione Sovietica. Nel mio nuovo libro, Trotsky’s Amalgams, discuto alcune delle menzogne di Trotsky che hanno ingannato la gente e demoralizzato i comunisti onesti per decadi.

Nel gennaio del 1980 l’Archivio Trotsky dell’Università di Harvard venne aperto ai ricercatori. Nel giro di pochi giorni Pierre Broué, il più importante storico trozkista del tempo, scoprì che Trozky aveva mentito. Trotsky aveva sempre negato che alcun “blocco degli oppositori”, includente anche i trozkisti, fosse mai esistito in Unione Sovietica. Trozky definiva questo un “amalgama”, volendo alludere che fosse una montatura da parte di Stalin. Questo “blocco” fu il principale soggetto del Primo e del Secondo Processo di Mosca del gennaio 1937 e del marzo 1938. Broué dimostrò, grazie alle lettere di Trotsky e del figlio Leon Sedov, conservate nell’Archivio Trotsky, che questo blocco in realtà esisteva.

Nel 1985 lo storico americano Arch Getty scoprì che l’Archivio Trtosky di Harvard era stato sì ripulito dai materiali compromettenti, ma in modo incompleto. Anche Getty trovò le prove che Trotsky invece era rimasto in contatto con alcuni dei suoi vecchi sostenitori all’interno dell’Unione Sovietica. Trosky negò sempre strenuamente questo, affermando di aver tagliato ogni tipo di legame con coloro che avevano “capitolato” dinanzi a Stalin e che avevano pubblicamente rinunciato alle idee trozkiste. Di nuovo Trosky stava mentendo. Nel 2010 il ricercatore svedese Sven-Eric Holmström, pubblicò un articolo sulla questione dell’ Hotel Bristol nel quadro del Primo Processo di Mosca dell’agosto 1936. In codesto articolo Holmström dimostra che Trotsky mentiva per l’ennesima volta.

Nel 2005 cominciai a studiare in modo sistematico tutte le accuse contro Stalin e Beria che Nikita Khruschev fece nel suo infame “Discorso segreto”. Scoprii che neanche una delle cosiddette “rivelazioni” di Khruschev poteva essere supportata da prove, ma durante gli anni ’30 Trotsky aveva rivolto lo stesso tipo di accuse a Stalin che in seguito furono ripetute da Khruschev. Il fatto che Khruscheva non fece altro che mentire, suggeriva che anche Trotsky aveva mentito. Grazie a Broué e a Getty potei sapere che trotsky aveva mentito su punti molto importanti. Ogni investigatore, in ogni giallo, deve chiedersi:”Costui su che altro mente?”.

Stabilii di studiare i suoi scritti per determinare quali affermazioni di Trotsky potessero essere verificate. In questo modo avrei avuto delle prove indipendenti per controllare la veridicità di ogni accusa che Trotsky scagliò contro Stalin, trovai che Trotsky di nuovo aveva mentito. Oggi ho talmente tante prove che non basta un libro per racchiuderle tutte. Così ci saranno 2 altri volumi sulle menzogne di Trotzky. Il secondo volume sarà pubblicato all’inizio del 2017.

Tra il settembre 2010 e il gennaio del 2013, feci ricerche e scrissi un libro sull’assassinio di Sergei Mironovich Kirov del 1 dicembre 1934, il Primo segretario del Partito di Leningrado. Quel libro, The Murder of Sergei Kirov, fu pubblicato nel giugno 2013. L’assassinio di Kirov è la chiave dell’alta politica sovietica del resto degli anni ’30:

  • i tre Processi pubblici di Mosca, dell’agosto 1936, del del gennaio 1937 e del marzo 1938, talvolta definì “Processi farsa”;
  • la “Purga contro i militari” o la “Questione Tukhachevsky” del maggio e del giugno del 1937;
  • l’Ezhovshchina, dal luglio 1937 all’ottobre 1938, che gli accademici anticomunisti chiamano “Grande terrore” sulla scia del libro disonesto di Robert Conquest.

Trotsky scrisse anche sull’inchiesta sull’assassinio di Kirov. Egli identificò gli articoli che leggeva sulla stampa comunista francese e sovietica. Scoprii che Trotsky mentiva su quello che questi articoli raccontavano sull’inchiesta circa l’assassinio di Kirov. Trosky fabbricò una storia secondo cui Stalin e i suoi collaboratori erano responsabili della morte di Kirov. Ancora una volta Trotsky mentiva su quello che aveva letto sul giornale francese comunista L’Humanité e sulla stampa sovietica,a cui Trotsky accedeva nel giro di un solo paio di giorni dalla pubblicazione a Mosca.

Le menzogne di Trozky dovrebbero essere immediatamente evidenti a chiunque confronti gli articoli dei quotidiani russi e francesi, che egli leggeva e che affermava di analizzare e studiare accuratamente. Sembra che nessuno fino ad oggi l’abbia mai fatto. Il risultato fu che la versione falsificata da parte di Trosky dell’assassinio di Kirov, che Stalin e il NKVD avessero ucciso Kirov, fu ripresa non solo dai suoi seguaci ma anche da Nikita Khruscev.

Nel suo “Discorso Segreto”, completamente falso, Khruschev aggiunse ulteriore credibilità alla storia che “Stalin uccise Kirov”. Khruschev e i suoi scrittori di discorsi probabilmente attinsero direttamente da Trotsky. La favola di Trotsky secondo cui “Stalin aveva ucciso Kirov” fu trasmessa da Khruschev ai professionisti della propaganda anticomunista come Robert Conquest e parecchi altri. Alla fine degli anni ’80 gli uomini Mikhail Gorbachev cercarono fallendo, di trovare negli archivi sovietici prove a supporto di questa storia.Aleksandr Iakovlev, ideologo di punta, lì rispedì a scartabellare gli archivi per cercare di nuovo. Ancora una volta gli uomini della squadra di ricerca del Politburo non trovarono alcuna prova che potesse suggerire l’uccisione di Kirov da parte di Stalin. La storia della montatura “Stalin uccise Kirov” è un buon esempio di un certo numero di balle vere e proprie inventate da Trotsky siano state recepite dagli anticomunisti sovietici come Khrushcev e Gorbachev e dagli anticomunisti filocapitalisti dell’Occidente. Nel mio nuovo libro Trotsky’s “Amalgams” rivelo e discuto una seria di altre deliberate bugie da parte di Trotsky su Stalin e l’Unione Sovietica. Tutte queste balle sono state adottate dagli anticomunisti e dai trozkisti. Nel secondo e nel terzo volume di questo libro tratterò degli intrighi di Trotsky con i sabotatori e con i fascisti all’interno dell’URSS, con i nazisti e con i militaristi giapponesi.

All’inizio del 1937, Trosky riuscì a persuadere John Dewey, il famoso pedagogo, e alcuni altri, a tenere udienze per determinare se le accuse rivolte a Trotsky, nei “Processi farsa” del’agosto 1936 e del gennaio 1937 a Mosca, fossero vere. La Commissione stabilì decisamente che Trotsky fosse innocente e che i Processi di Mosca fossero una mera macchinazione. Ho studiato con molta attenzione le 1.000 pagine dei materiali della Commissione Dewey. Ho scoperto che la Commissione fu fu disonesta dimostrando una disarmante incompetenza. Fece errori su errori nei ragionamenti logici. La cosa più interessante è che Trotsky mentì alla Commissione parecchie volte. Non sarebbe stato possible che la Coomissione abbia dichiarato Trotsky “non colpevole” se i membri fossero stati a conoscenza che Trotsky stava loro mentendo. Vorrei menzionare brevemente due sezioni del mio libro. Sono: il mio progetto di verifica, che è mirato a controllare le testimonianze del Processi di Mosca e la mia disamina degli errori che commette la maggior parte dei cultori della storia sovietica, errori che li rendono incapaci di comprendere il significato delle prove che ora abbiamo.

La testimonianza resa dagli accusati nei tre Processi di Mosca pubblici è universalmente dichiarata falsa. Estorta ad uomini innocenti dall’accusa, il NKVD. “Stalin”. Non c’è mai stato un brandello di prova a sostegno di questa nozione. Nondimeno è ostinatamente ripetuta da TUTTI gli specialisti in storia sovietica, come da tutti i trozkisti. Grazie agli anni passati ad identificare, cercare, collocare nello spazio gli eventi, ottenere e studiare fonti primarie, ho compreso che oggi ci sono abbastanza prove per controllare molte delle affermazioni fatte dagli imputati ai Processi di Mosca. Ho dedicato i primi 12 capitoli di Trotsky’s Amalgam ad una accurata verifica di molte dichiarazioni degli imputati dei Processi di Mosca, confrontandole con prove oggettive ora disponibili; viene fuori che gli imputati dei Processi di Mosca stavano dicendo la verità. Trostky, Khruschev e i suoi uomini, gli “esperti” sovietici della “guerra fredda”, Gorbachev e i suoi uomini e gli accademici di oggi specializzati in studi sovietici, tutti affermano che i Processi furono una montatura. Con le prove ho dimostrato che si sbagliano. Le dichiarazioni testimoniali (confessioni) rese ai Processi di Mosca sono quello che dicono di essere: dichiarazione che gli imputati hanno scelto di rendere. Ho sottoposto a verifica tutto questo con una una gran messe di riscontri probatori al di fuori degli stessi processi e e perfino al di fuori dell’Unione Sovietica. Questa è una conclusione importante. Questo risultato in se stesso invalida il “paradigma antistaliniano” della storia sovietica. E contribuisce anche ad invalidare la versione di Trosky della storia sovietica, versione cui il movimento trozkista oggigiorno continua a credere e a diffondere.

Quelli tra noi, ricercatori, attivisti e altri, che vogliono trovare la verità sulla storia sovietica del periodo di Stalin e che non vogliono attenersi meramente alle nostre idee preconcette, ora sono in possesso di una quantità di risultanze che rovesciano completamente la convenzione del paradigma antistaliniano della storia sovietica. I fatti inclusi sono i seguenti:

  • il fatto che Nikita Khruschev abbia mentito in ogni accusa contro Stalin (e Lavrenti Beria) nel suo sconvolgente “Discorso Segreto” al XX Congresso del CPSU del febbraio 1956. Questo vuol dire recisamente che i ricercatori di Khruschev non trovarono alcun vero “crimine” di Stalin o Beria e così furono costretti alla falsificazione.
  • il fatto che, nonostante una certosina ed estenuante ricerca negli archivi nel 1962-1964, la “Commissione Shvernik” di Khruschev non poté trovare alcuna prova che suggerisse che gli imputati del Processi di Mosca o quelli dell’ “Affare Tukhacewsky” fossero vittime di una “montatura” o che in qualche modo avessero mentito nelle loro confessioni.
  • il fatto che neppure i ricercatori di Gorbachev e di Eltsin o altri ricercatori anticomunisti, che fin da allora avevano avuto ampio accesso agli archivi ex sovietici, sono stati in grado di trovare alcuna prova che possa confutare le conclusioni nel caso dell’assassinio di Kirov, nei Processi di Mosca o nelle Purghe dei militari.
  • il fatto che le confessioni ai Processi di Mosca, sono autentiche.
  • il fatto che Ezhov e solo Ezhov, non Stalin e i suoi sostenitori all’interno della dirigenza sovietica, è responsabile per le esecuzioni di massa del periodo maggio 1938 – novembre 1939, conosciuto dagli accademici come “Ezhovshchina” e dai propagandisti anticomunisti come “Grande Terrore”.
  • il fatto che, nei suoi scritti sull’URSS dopo l’omicidio di Kirov, Trotsky mentì parecchie volte per coprire la sua complicità nei complotti.
  • il fatto che la maggior parte degli odierni accademici che si occupano del periodo di Stalin in URSS mentono per ingannare i loro lettori. Questo, tuttavia, può essere scoperto solo studiando approfonditamente e meticolosamente le loro fonti. La scuola trotzkista è fortemente ancorata in modo parassitico alla scuola anticomunista maggioritaria. Di seguito un esempio. In una recensione apparsa sul ferocemente antistaliniano World Socialist Web Site, (wsws.org) del libro Stalin dello storico Stephen Kotkin dell’Università di Princeton, il recensore trozkista si riferisce approvandole, le affermazioni antistaliniane di Oleg Khlevniuk, definendolo il rispettato storico russo Oleg Khlevniuk (link all’articolo). Khlevniuk è un fanatico anticomunista e anche un bugiardo patentato in tutte le sue opere. Khlevniuk è un antistalinista; WSWS.ORG è una pubblicazione trozkista naturalmente antistalinista; quindi i trozkisti concedono “fiducia” al più grande bugiardo anticomunista del mondo odierno! Del resto la scuola maggioritaria anticomunista fu plasmata dagli scritti dello stesso Trotsky per decenni. Trostky, naturalmente, sapeva di mentire:
  1. sul “blocco dei destri, trozkisti, degli zinoveviani e degli altri oppositori”;
  2. sul suo coinvolgimento nell’assassinio di Kirov del dicembre 1934;
  3. sul suo complottare con i congiurati militari dell’Affare Tukhachevsky per un golpe contro il governo di Stalin e per pugnalare alle spalle l’Armata Rossa duranti un’invasione ad opera della Germania o del Giappone;
  4. sul suo complottare con i nazisti e i militaristi giapponesi;
  5. sul suo cospirare con i fascisti e coni suoi seguaci all’interno dell’URSS per sabotare le industrie, i trasporti e le miniere;
  6. sulle accuse e sulle confessioni degli imputati ai Processi di Mosca, che Trotsky sapeva essere autentiche;

Trostky sapeva di aver mentito, più e più volte, nel suo Bollettino dell’Opposizione. Trotsky sapeva di ripetere le stesse menzogne alla Commissione Dewey.

La Guerra Civile Spagnola

E Trotsky sapeva di mentire ai suoi seguaci, inclusi quelli più stretti come Andreas Nin, Erwin Wolf e Kurt Landau. Nin era stato uno dei più stretti assistenti politici di Trotsky. Si supponeva che Nin avesse rotto con Trotsky nel 1931, ma nel 1930 Nin scriveva in un giornale trozkista che i seguaci di Trozky in URSS che avevano ritrattato la loro fede politica in Trotsky e promesso fedeltà alla linea del Partito, l’avevano fatto in malafede. L’avevano fatto per rimanere nel Partito per continuare a reclutare altri complici dei loro complotti segreti. Quindi, benché Nin avesse apertamente rotto con il movimento trozkista in senso organizzativo, le sue azioni i Spagna suggeriscono che si trattava di una copertura per mantenere un collegamento segreto con Trotsky.

Anche i comunisti spagnoli e il NKVD sovietico condividevano questo sospetto. Nin divenne uno dei capi del POUM, un partito antisovietico e antistalinista che era molto amichevole verso Trostky. Erwin Wolf andò in Spagna come rappresentante politico di Trotsky. Egli operava in questo modo per guidare una “rivoluzione” contro la Repubblica Spagnola, giusto nel mezzo della guerra con fascisti spagnoli aiutati da Hitler e Mussolini. Nin e Wolf corsero questi rischi poiché credevano che Trotsky fosse innocente dalle accuse che erano state fatte contro di lui nei Processi di Mosca. Ritenevano Trotsky e non Stalin, un vero comunista e un vero rivoluzionario. Di conseguenza pensavano di andare in Spagna per fare ciò che Lenin avrebbe voluto.

Nel maggio 1937 una rivolta scoppiò contro il governo della Spagna repubblicana a Barcellona. Il POUM e i trozkisti spagnoli aderirono entusiasticamente a questa rivolta. Wolf e landau pensarono di poter dare inizio a una rivoluzione di stile bolscevico, vedendo se stessi come come novelli Lenin, il POUM come i bolscevichi, il governo repubblicano come i capitalisti e i comunisti spagnoli e sovietici come falsi socialisti alla Kerensky! La “rivolta dei giorni di maggio di Barcellona”, fu una malefica pugnalata alla schiena alla Repubblica durante il tempo di guerra. Fu domata in meno di una settimana. Dopo di che la polizia spagnoloa e il NKVD sovietico diedero la caccia ai trozkisti e alla dirigenza del POUM. Andreas Nin fu certamente rapito, interrogato e quindi ucciso dalla polizie spagnola e sovietica. La stessa fine toccò probabilmente a Landau e a Wolf.

I sovietici sapevano ciò che noi oggi sappiamo: che Trotsky stava cospirando insieme ai tedeschi, ai giapponesi e ai militari implicati nell’ “Affare Tukhachevsky”, ma Nin e Wolf certamente non sapevano nulla di tutto questo. Essi credettero nella professione di innocenza di Trotsky. Se Andreas Nin, Erwin Wolf e Kurt landau, avessero saputo quello che Trotsky sapeva cio’che noi ora sappiamo, sarebbero andati in Spagna per compiere le istruzione di Trotsky? Impossibile! Quindi Trotsky inviò questi uomini in una situazione estremamente pericolosa mentendo loro sulle proprie azioni e scopi e su quello che Stalin stava facendo. E questo costò le loro vite. La stessa cosa è vero per tutti quei trotzkisti che furono fucilati nella stessa Unione Sovietica. Evidentemente, ce n’erano centinaia. Tutti loro sostenevano Trotsky perché credevano alla sua versione della storia sovietica ed erano stati convinti dagli scritti di Trotsky che Stalin stesse mentendo, che i Processi di Mosca fossero una montatura e che il regime di Stalin avesse abbandonato lo scopo della rivoluzione socialista mondiale. Quegli uomini e quelle donne non avrebbero seguito Trotsky se avessero saputo che stava loro mentendo.

Nel primo capitolo di Trotsky’s “Amalgams” esamino gli errori che molti studiosi di storia sovietica, inclusi gli accademici professionisti, quando si confrontano con prove provenienti da fonti primarie. La verità è che pochi, inclusi gli storici di professione, sanno come esaminare le prove storiche. Pochissimi marxisti hanno dimestichezza con un’esame materialistico delle prove o sono capaci di riconoscere o criticare un argomento idealistico quando se lo trovano di fronte. Questi errori non sono solo errori di “negazione” da parte di persone che non vogliono che siano demoliti i i loro preconcetti filo trotzisti o antistalinisti. La maggior parte o tutti gli stessi errori sono fatti anche dagli antirevisionisti filostalin. Le argomentazioni anticomuniste sono state così soverchianti, non solo nella forma filocapitalista durante la “Guerra Fredda”, ma anche fra gli apparentemente filocomunisti ma in realtà anticomunisti scritti delle ere di Khruscev e di Gorbachev; questo ha degradato il modo di pesare di tutti noi.

Le bugie di Trotsky che Pierre Broué e Arch Getty scoprirono 30 anni fa furono ignorate. Questo stesso fatto merita una spiegazione. Negli anni ’80 e ’90 Broué continuò a trovare e a scriverci sopra, altre menzogne di Trotsky, ma nonostante tutto egli continuò a negare l’importanza di queste menzogne. Broué ignorò anche le scoperte di Getty. Primo, l’Archivio Trotsky era stato “espurgato” del materiale compromettente; secondo, Trotsky era rimasto in contatto con gli oppositori come Radek con cui, spergiurava di aver rescisso ogni legame. Vadim Rogovin, prominente storico trozkista della storia sovietica dell’era di Stalin, si unì alla copertura di Broué ed introdusse anche alcune menzogne di suo. I trozkisti e i guerrafondai della “Guerra Fredda” continuano ad ignorare le scoperte di Broué o in alternativa ripetono l’affermazione di Broué che si tratta di bugie senza alcuna importanza. Noi possiamo capire perché facciano così.

Il fatto che Trotsky mentì, conduce a smantellare quello che io chiamo “paradigma antistalin”: le versioni della storia sovietica proprie dei trozkisti e degli anticomunisti della “Guerra Fredda”. Naturalmente Trotsky doveva mentire.
Egli stava dirigendo una grande congiura per rovesciare Stalin, insieme a molti complici all’interno dell’Unione Sovietica e in seno al Partito Bolscevico, essendo colluso con la Germania nazista, con il il Giappone militarista, con l’Inghilterra e con la Francia. Un complotto richiede segretezza e menzogne. Dopo tutto chi ingannava Trotsky? Non di certo Stalin e il governo sovietico. Essi sapevano che stava mentendo. La conclusione è inevitabile: Trotsky mentiva per ingannare i suoi seguaci! Essi erano i soli a credere a qualsiasi cosa che Trotsky scrivesse.
Credevano che Trotsky fosse il vero, originale leninista di principi che affermava di essere e che Stalin fosse un bugiardo. Questo costò la vita della maggior parte dei suoi sostenitori in Unione Sovietica, allorquando il trozkismo fu messo fuorilegge come alto tradimento dello stato sovietico a causa del complotto di Trotsky con la Germania e con il Giappone. Questo portò i seguaci di Trotsky all’estero a sprecare le loro vite in un culto devoto di un uomo che, in realtà, faceva proprio ciò di cui era imputato di fare dall’accusa e dagli imputati dei Processi di Mosca.

La figura di Leon Trotsky getta un’ombra gigantesca sulla storia dell’Unione Sovietica e quindi sulla storia mondiale del XX secolo. Trotsky fu la più prominente, realmente la sola in vista, figura dell’opposizione nelle dispute di fazione che scossero il Partito Bolscevico negli ani ’20. Fu appunto negli anni ’20 che Trotsky attrasse a sé il gruppo di persone che formarono l’Opposizione Unita e i cui complotti fecero così tanto, irreparabile danno al Partito, al Comintern e al movimento comunista mondiale.

Conclusioni

Cosa implicano le menzogne di Trotsky, di Khruscev e che siano state ignorate per così tanto tempo?

Cosa comporta per la principale questione che dobbiamo affrontare, noi e qualche miliardo di lavoratori nel mondo oggi? Io mi riferisco alla questione del perché il meraviglioso movimento comunista internazionale del 20° secolo sia crollato, il movimento che 70 anni fa, trionfante nella Seconda Guerra Mondiale , nella rivoluzione comunista cinese, nei movimenti anti-coloniali in tutto il mondo, sembrava di essere su punto di porre fine al capitalismo e portare alla vittoria del socialismo mondiale?
Come convincere i lavoratori, gli studenti e gli altri che conosciamo il motivo per cui il vecchio movimento comunista non è riuscito nei suoi scopi e che abbiamo imparato che dobbiamo fare in modo diverso per evitare di ripetere quei fallimenti in futuro? Dobbiamo studiare la questione. Abbiamo anche bisogno di discuterne, trattando e discutendo punti di vista diversi ma documentati.
Quindi dobbiamo difendere l’eredità del movimento comunista internazionale all’epoca di di Lenin e, in particolare, durante il tempo di Stalin. Allo stesso tempo, non dobbiamo avere alcun timore di criticare, in modo da scoprire quali errori abbiano fatto al fine di non ripetere nuovamente gli stessi errori. A mio giudizio, e spero che sia anche il vostro, scoprire le ragioni del crollo del magnifico movimento comunista internazionale del 20° secolo è la più importante questione storica e teorica per tutti gli sfruttati di oggi, vale a dire la stragrande maggioranza del genere umano. Per avere qualche speranza di riuscita, dobbiamo pensare con coraggio, di “andare dove nessuno è mai giunto prima”. Se noi facessimo finta di credere che “Marx ed Engels avevano tutte le risposte” o che “Lenin aveva tutte le risposte” (molti trozkisti, naturalmente, credono che “Trotsky aveva tutte le risposte”), allora avremmo la garanzia, al massimo, di ottenere ben di meno di quello che loro hanno conquistato. Marx ha detto che i grandi eventi storici si verificano due volte “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.

La tragedia del movimento comunista internazionale del 20° secolo è stata, in ultima analisi, quella di non avere ottenuto la vittoria finale. A meno che non capiamo dove hanno sbagliato, siamo destinati alla “farsa.” Potrebbe essere un crimine politico, il nostro crimine. Quindi, dobbiamo guardare con occhio critico a tutta la nostra eredità. Il detto preferito di Marx era: “De omnibus dubitandum” – “Dubita di tutto”. Marx sarebbe stata l’ultima persona al mondo ad escludere se stesso da questo interrogatorio.
La storia non può insegnare direttamente le lezioni. E la storia non è teoria politica. Ma se facciamo le domande giuste, la storia può aiutarci a rispondere. Nel frattempo, tutti noi dovremmo diffondere in tutto il mondo e in ogni modo che, come Kruscev e Gorbaciov, Trotsky ha mentito, mentito dimostrabilmente e palesemente e, per di più, che mentono anche tutti gli “esperti” anticomunisti e antistalinisti ingrassati dalle università e dagli istituti di ricerca capitalisti.

Dobbiamo sottolineare che l’unica via da seguire è quella di costruire un nuovo movimento comunista per sbarazzarci del capitalismo. E che per fare questo, abbiamo bisogno di imparare dagli eroici successi e anche dai “tragici errori”dei bolscevichi nel periodo in cui l’Unione Sovietica è stata guidata da Joseph Stalin. La mia speranza e il mio obiettivo è quello di contribuire, attraverso la mia ricerca, a questo progetto che è così vitale per il futuro delle persone che lavorano in tutto il mondo. Grazie.

 

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https://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4f02.htm

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Russia: la via golpista al capitalismo

di Higinio Polo

Il 21 settembre 1993, il presidente russo Yeltsin, che era stato eletto nel 1991 e avrebbe finito il suo mandato nel 1996, si attribuiva tutti i poteri dello Stato dissolvendo il potere legislativo e quello giudiziario. Contemporaneamente, abbandonava la Costituzione vigente, arrogandosene il diritto perché, a suo dire, scelto dal popolo. Si dimenticava di dire che in ciò somigliava molto a Hitler: la sua decisione era in realtà un vero e proprio colpo di Stato, che inaugurava in Russia la via golpista verso il capitalismo. Pochi giorni dopo, le truppe eliminavano la resistenza con la forza e il capitalismo s’imponeva.
Nasceva così la Russia capitalista. Che cosa era successo?

Non era la prima volta che Yeltsin tentava un colpo di Stato: nel 1991, aveva distrutto l’URSS e destituito Gorbachev senza alcuna base legale, nel dicembre del 1992, dopo la catastrofe che la terapia d’urto di Gaidar causò alla popolazione russa, cercò di annullare le istituzioni, e volle farlo di nuovo il 20 marzo del 1993, ma vacillò, e i dubbi dei membri del suo governo gli fecero fare marcia indietro. In quei giorni, i suoi consiglieri, decisi a farla finita con ogni residuo del socialismo reale, si divisero: sapevano che l’interesse della Russia era che si mantenesse l’Unione, purché fosse sotto un’altra forma giuridica. La strategia di Washington, al contrario, lavorava in senso opposto, e l’ambizione di Yeltsin e di una parte dei suoi consiglieri unita alla pressione degli Stati Uniti, procurarono la divisione di ciò che era stata l’URSS.

In seguito, nei primi giorni del 1992, nella neonata “nuova” Russia, Gaidar faceva partire la terapia d’urto che avrebbe dovuto tirare fuori il paese dalle difficoltà, ma in realtà distruggeva completamente la struttura industriale sovietica e dilapidava le proprietà pubbliche ripartendole nelle clientele del nuovo potere. Quel processo, spinto dalla squadra di Yeltsin, aveva avuto dall’inizio tutto l’appoggio di Washington. In realtà, era da tempo che appoggiavano il presidente russo: si ricordi che già nell’agosto del 1991, durante il colpo di forza di Yanaev, quando Gorbachev rimase isolato in Crimea, ancora con l’URSS, tanto la CIA che la NSA aiutano Yeltsin e l’informano dei movimenti dei suoi avversari (i servizi segreti nordamericani controllavano i telefoni di Dimitri Yazov, ministro della Difesa, e di Vladimir Kriuchkov, presidente del KGB). L’ambasciata nordamericana a Mosca fornì a Yeltsin, invece, sistemi di comunicazioni sicuri.

Durante il 1992, la delirante politica di Yeltsin e Gaidar – dai duri tratti anticomunisti e che ebbe un costo sociale senza precedenti nel mondo, portando letteralmente ala morte decine di migliaia di persone – finì per inimicare Yeltsin alla maggioranza del Parlamento russo. La coalizione di Gorbachev non esisteva più, ed un amalgama di forze, comuniste e nazionaliste, impugnava la dura politica di riforme. In quei giorni, il principale argomento per giustificare la dissoluzione dell’URSS era che la riforma avrebbe aumentato il livello di vita della popolazione.

Al contrario, i risultati furono la distruzione del paese ed uno spettacolare sprofondamento delle condizioni di vita in tutte le repubbliche. Nel 1992, la squadra economica diretta da Gaidar, era composta di gente come Anatoli Chubais, Guennadi Burbulis, Andrei Nechaiev ed altri. Contavano sulla collaborazione d’esperti del FMI, di fondazioni nordamericane come la Ford, e di specialisti come Jeffrey Sachs, dell’IHDI, Istituto di Harvard per lo Sviluppo Internazionale, ed altri che arrivarono addirittura a redigere i decreti del governo di Yeltsin.

La sua incompetenza era enorme: la squadra economica ed i suoi assessori applicavano ricette elaborate da paesi capitalisti in difficoltà, senza nessun riguardo al fatto che l’economia sovietica non aveva quel carattere. In quel processo, nel 1992, si produce una vertiginosa caduta della produzione, accompagnata da una deliberata politica di deindustrializzazione del paese e di un’inflazione che liquidò i risparmi della popolazione, mentre si popolarizzavano i fondi d’investimento che non erano altro che “piramidi” di truffatori: tutto ciò fece aumentare l’opposizione, tanto tra i comunisti come in altri settori. Il caos, l’incompetenza, l’ansia di rubare la proprietà sociale, i nuovi liberali russi la chiameranno “terapia d’urto.”

Dietro il miraggio di creare una forza sociale che sostenesse il nuovo capitalismo banditesco, stava il deliberato proposito di Washington di liquidare la forza economica e industriale dell’antica URSS. La coalizione di facto antiyeltsiniana che si delineava in quel momento, contava su vecchi alleati del presidente russo del 1991 ora scontenti del suo operato: tanto Aleksandr Rutskoi, vicepresidente della Russia, che Ruslán Jasbulatov, presidente del Parlamento, finiranno per essere gli uomini in vista che resisteranno al colpo di Stato di Yeltsin del 1993. Benché non fossero gli unici, niente affatto.

Nel dicembre del 1992, molti degli antichi seguaci di Yeltsin hanno constatato il fallimento della sua politica e collaborano con l’opposizione. Per annullare la resistenza al suo governo, il presidente russo pretende di instaurare una gestione presidenzialista che urta la volontà del Parlamento. Il Congresso di Deputati critica con durezza la terapia d’urto, annulla i poteri straordinari che si erano concessi a Yeltsin nel 1991 e censura Gaidar. Yeltsin cerca di annullare le funzioni del Congresso, ma fallisce e si vede obbligato a scendere a patti col Parlamento. Risultato, un nuovo primo ministro: Víctor Chernomirdin. È una dura sconfitta politica. A partire da quel momento, Boris Yeltsin si dedica a preparare la rivincita. Durante i primi mesi del 1993, tenta varie volte in modo anticostituzionale anticostituzionale, di sciogliere il Congresso dei Deputati. Gli arbitrari decreti che promulga, vogliono rinforzare la sua autorità, ma finiscono con l’essere impugnati dal Tribunale Costituzionale. In quello scenario, i sostenitori di Yeltsin pensano ad una forzatura militare per finirla con l’opposizione, fino al punto che alcuni parlano confidenzialmente di imitare Pinochet!

Chernomirdin aveva sostituito proprio Gaidar come primo ministro nel dicembre del 1992, una decisione che si era imposta per attutire l’enorme scontento popolare provocato dalla “terapia d’urto”. Ma il 16 settembre 1993, Gaidar torna al governo. Glielo hanno chiesto Yeltsin ed il primo ministro Chermomirdin per sbloccare la situazione: nessuno può negare il disastro economico causato dai governi di Yeltsin, e la cosa paradossale è che di nuovo appaia in scena uno dei principali responsabili del disastro. In quei giorni di settembre, Oleg Lóbov, viceprimer ministro, è uno dei difensori delle riforme capitaliste, ed Anatoli Chubais è il capo del Comitato di Privatizzazione. Il ritorno di Gaidar è interpretato da tutti come un’offensiva contro il Parlamento, dove tanto i comunisti come i deputati di altri settori si oppongono sempre di più alle riforme del capitalismo mafioso di Yeltsin, e esistano tra loro interessi divergenti è una coalizione di facto.

La Russia rimane assorta. Sul piano internazionale – con gli Stati Uniti che tutelano attivamente il processo di smantellamento dell’Unione Sovietica, e nel momento della crisi della Somalia che finirà con l’uscita delle truppe nordamericane -, la retrocessione dell’influenza di Mosca nel mondo è indubbia. Walesa celebra con champagne a Varsavia l’uscita dei soldati russi dalla Polonia, e Washington prende posizioni nelle nuove repubbliche nate della distruzione dell’URSS, senza che niente di tutto ciò preoccupi il nuovo governo russo: il 17 settembre, Gaidar annuncia una dura politica di stabilizzazione finanziaria, nonostante il suo ritorno sia accolto male dal Parlamento, dichiara che è arrivato il momento di scegliere tra “le due linee esistenti nel governo russo.” È una dichiarazione di guerra a chi si oppone alla politica di Yeltsin, tanto evidente e tanto grossolana che il vicepresidente Rutskoi accusa Yeltsin di volere imporre una dittatura. Allo stesso tempo, Washington è attenta agli indizi preoccupanti: nelle varie repubbliche che avevano fatto parte dell’URSS fino a meno di due anni prima, ci sono tendenze di reintegrazione con Mosca, fino al punto che Jasbulatov propone un Parlamento comune a tutte, con un’organizzazione che sia almeno simile a quella della Comunità Europea. Washington, e la squadra di Yeltsin, credono che sia arrivato il momento di agire con decisione.

In un confronto sempre più duro tra Yeltsin ed il Parlamento, il presidente russo accetta di celebrare elezioni anticipate, parlamentari e presidenziali, per sbloccare la crisi, anche se i consiglieri di Yeltsin consiglino di costituire un Parlamento di transizione, senza celebrare elezioni! Il 18 settembre, in un movimento che annuncia novità, Oleg Lóbov è il famoso segretario del Consiglio di Sicurezza, ed il generale Nikolai Golushko, ministro di Sicurezza.

Il giorno chiave è il 21 di settembre: Yeltsin dissolve i poteri legislativo e giudiziario con un atto che non è altro che un colpo di Stato, come quello di Fujimori in Perù nell’aprile del 1992. Il Tribunale Costituzionale dichiara illegale il golpe ed i deputati si concentrano nell’edificio della Casa Bianca (come avevano ribattezzato il Parlamento) per ostacolarne l’occupazione militare. Dal 24 di settembre, il Parlamento è circondato da diecimila soldati del Ministero dell’Interno, e rimane senza riscaldamento né elettricità. Alla fine di settembre, Yeltsin minaccia di destituire tutti i governatori e sindaci del paese che non si allineano sulle sue posizioni e promette elezioni legislative per dicembre, ed elezioni presidenziali per il giugno del 1994. Cerca di guadagnare tempo, davanti al blocco della situazione. Il 30 settembre, si riuniscono i rappresentanti del governo di Yeltsin con rappresentanti degli assediati: giungono all’accordo che si ristabilisca il riscaldamento, l’elettricità e l’acqua al Parlamento, in cambio della consegna delle armi di chi resiste all’interno.

Tuttavia, il Parlamento respinge gli accordi raggiunti dai suoi rappresentanti, decidendo che finché non si leva l’assedio non entrerà in altre negoziazioni. Quando incomincia il mese di ottobre, i deputati sono già da dieci giorni assediati. Il vicepresidente Rutskoi crede che l’esercito sia con loro, e si dirige all’ONU affinché si ostacoli “uno sbocco sanguinoso” alla crisi, mentre il presidente russo riceve il patriarca della chiesa ortodossa, Alessio II, che si è offerto in funzione di mediatore: le due parti in lotta l’accettano. Nel frattempo, a Mosca, la situazione si complica: nella piazza Pushkin si susseguono manifestazioni di protesta contro Yeltsin, e si contano tre feriti gravi per l’azione della polizia, contemporaneamente si riuniscono i rappresentanti di 62 territori del paese (degli 89 che integrano la Russia) che esigono da Yeltsin la fine dell’assedio della Casa Bianca ed il ritorno alla situazione che esisteva prima dell’illegale decreto del 21 settembre: molti rappresentanti dei territori minacciano iniziative se Yeltsin non  revoca il suo decreto. Ma il presidente russo ed il suo circolo non sono disposti a cedere. Il deputato ed intellettuale Serguei Stankievich, membro della Russia Democratica ed affine a Yeltsin, afferma che le elezioni sono negoziabili, ma non la dissoluzione del Soviet Supremo e del Congresso.

Allo stesso tempo, il piano per screditare chi resiste nel Parlamento è eseguito con efficienza dai media russi e dalla stampa internazionale. I giornali e le televisioni dichiarano che insieme ai deputati che stanno all’interno della Casa Bianca, sono arrivati “un centinaio di nazisti”, con tanto di uniformi, che salutano braccio in alto chiunque vuole fotografarli. Le catene di televisione internazionali diffondono in tutto il mondo le immagini dei nazisti dell’Unità Nazionale Russa, diretti da Alexandr Barkashov. L’errore che commettono coloro che resistono rinchiusi nel Parlamento è di accettare ad ogni tipo di “difensori”: anni dopo si saprà che Barkashov era legato al banchiere Gusinski ed il sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, entrambi sostenitori di Yeltsin ed attivi propagandisti del colpo di Stato, e che quei nazisti andranno a lavorare col servizio di sicurezza di Yeltsin.

Benché la situazione in quel momento sia bloccata, la fine si avvicina. Il giorno 2 ottobre, ci sono decine di feriti tra i manifestanti contrari a Yeltsin, e muore un poliziotto negli scontri per le strade di Mosca. Rustkoi richiama alla ribellione contro il governo, e gli osservatori politici credono che Yeltsin si stia debilitando progressivamente e che la sua precaria situazione sia tale che non osi lanciare un attacco armato contro il Parlamento. Quello stesso giorno si aggiorna la riunione del Consiglio Federale – che era stato creato dal presidente russo come un contrappeso al Congresso sciolto – fino al giorno 9: la proroga è interpretato come un’altra dimostrazione di debolezza di Yeltsin.

Il giorno 3 ottobre, alle tre e mezza del pomeriggio, decine di migliaia di persone riescono a rompere il cerchio imposto  dalle truppe di Yeltsin al Parlamento, e le dimostrazioni di euforia si succedono. I manifestanti che inalberano bandiere rosse, gridano “Tutto il potere ai soviet!” La rivolta era cominciata davanti alla statua di Lenin, vicino al ponte di Crimea, e da lì, decine di migliaia di persone si dirigono verso la televisione che sta informando  sugli avvenimenti: vanno disarmati, ci sono tra loro alcune decine di uomini armati che spariranno davanti all’edificio dalla televisione, quando i manifestanti incominciano a cadere sotto il fuoco dalle truppe di Yeltsin. Il presidente russo che, come rivelerà dopo il maresciallo Shaposhnikov, è ubriaco, decide di tirare fuori i carri armati per schiacciare l’insurrezione popolare. Diverse fonti valutano che in quel momento erano molti i dubbi sull’atteggiamento che avrebbe adottato l’esercito, che avrebbe potuto rimanere neutrale o inclinarsi verso Yeltsin.

È il momento della verità per Yeltsin. Caso mai, nel Cremlino ha preparato un elicottero per fuggire.. Il presidente russo decreta lo stato d’assedio, e visita il ministro della Difesa, Grachov, che resisteva a dare le ordine di attaccare i manifestanti, e alle undici della notte, Yeltsin invia un messaggio al paese attraverso la televisione. Yeltsin ottiene l’accordo di Grachov in cambio di regalie per tutti: cento mila rubli per soldato, duecento cinquanta mila per ogni ufficiale e mezzo milione per generale. Prima di dare l’ordine, diffidente, Grachov ordina di raccogliere il denaro nel Cremlino. Dopo, incomincia il massacro: ci sono già quasi cinquanta morti e decine di ferite davanti alla televisione. Ore più tardi, arriverà il turno del Parlamento. Già all’alba, il primo ministro Chernomirdin parla per televisione dicendo che forzi militari si dirigono verso Mosca “per intercettare i banditi e garantire la sicurezza”, mentre decine di migliaia di manifestanti prendono le strade di Mosca protestando contro Yeltsin. Ma non potranno ostacolare l’attuazione del colpo di Stato.

Il messaggio di Yeltsin è letto da un annunciatore, ed da lui si viene a sapere che “gli avventurieri vogliono imporre la guerra civile”. In un altro comunicato, Yeltsin, feroce, parla della necessità di “spazzare la spazzatura bolscevica.” Il governo crea un “gruppo speciale d’emergenza” col generale Konstantin Kobets che era stato già con Yeltsin nell’agosto del 1991, ed alle 10 di notte, Pavel Grachov e Nikolai Golushko, ministri di Difesa e Sicurezza, rispettivamente danno l’ordine alle forze di élite di proteggere il Cremlino. Le cancellerie e la stampa occidentale creano la cornice adeguata per far sì che l’opinione pubblica accetti il colpo di Stato yeltsiniano: i giornali occidentali arrivano ad affermare che i manifestanti che protestano, assaltando la sede della televisione, stanno metteno in moto un colpo di Stato! Tutti i grandi mezzi informativi occidentali parlano della “paura del ritorno del comunismo” e sottolineano la presenza di nazisti tra i resistenti. L’incoerenza della tesi è evidente, ma la confusione serve per agitare lo spauracchio di un’inesistente coalizione rossobruna: si serve all’opinione pubblica la falsità che contro i veri democratici – cioè, i golpisti di Yeltsin – combattono i loro vecchi nemici, i comunisti ed i nazisti. Tutto incastrava. In Spagna, per esempio, il quotidiano El Pais che disponeva di informazione sulla repressione sfrenata di Yeltsin, parlava nella sua casa editrice, al contrario, di “ribellione nazional – comunista”, in un interessato linguaggio che equiparava i manifestanti di Mosca col nazional – socialismo hitleriano. Il proprio Yeltsin, ben consigliato, abbona quella versione: parla della “sanguinante battaglia in cui il paese viene sommerso dalle forze staliniste e fasciste.”

Nella scena internazionale, tutti gli attori si mobilitano. Il presidente nordamericano Clinton convoca, lo stesso giorno 3, in sessione di emergenza, il suo Consiglio Nazionale di Sicurezza, per seguire la situazione in Russia. Clinton – che non aveva pronunciato una sola parola di condanna davanti all’illegale dissoluzione del Parlamento da parte di Yelstin – afferma ora che la violenza è responsabilità di chi si oppone al presidente russo, ed accusa l’opposizione di “manovre per destabilizzare la situazione.” Secondo il presidente nordamericano, in Russia, la maggioranza del paese sta con Yeltsin, e deve appoggiarsi il “processo che condurrà ad elezioni libere e pulite”. Clinton lo dice, sapendo che non succederà niente di ciò. Da parte sua, Strobe Talbott, ambasciatore speciale di Clinton in Russia, afferma che gli Stati Uniti sono sicuri che “Yeltsin farà la cosa necessaria per evitare un gran bagno di sangue.” Lo dice, anche, sapendo che a Mosca il massacro è già cominciato.

Clinton dichiara che è vitale che Stati Uniti e la “comunità internazionale” appoggino Yeltsin. I suoi diplomatici pressano, e le decisioni sono immediate. Il governo dell’Ucraina, consigliato da Washington, esprime il suo appoggio a Yeltsin. I governi occidentali faranno la stessa cosa: il governo tedesco di Helmut Kohl, ”non vede nessuna ragione per ritirare il suo appoggio a Yeltsin e alle riforme”. La Francia di Mitterrand mantiene la stessa opinione di Kohl. Durante il giorno 4 ottobre, mentre i carri armati stanno bombardando il Parlamento russo, in una dimostrazione di indifferenza davanti al massacro, la Comunità Europea appoggia Yeltsin, all’unanimità del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri che si è riunito. Javier Solana, il ministro spagnolo, è presente. Il ministro belga attribuisce la responsabilità degli avvenimenti ai comunisti. Anche Vaclav Hável, il presidente ceco, appoggia Yeltsin. Tra le potenze mondiali, solo Cina esprime la sua preoccupazione per il bagno di sangue che ha luogo a Mosca. In Spagna, unicamente il Partito Comunista condanna il colpo di Stato. Julio Anguita, il suo segretario generale, davanti all’appoggio europeo e nordamericano al massacro, afferma con semplicità: “..l’ Occidente si è macchiato le mani di sangue.”

Il sipario sta per scendere. Yeltsin consulta Clinton per l’assalto al Parlamento, ed il presidente nordamericano dà luce verde. Alle sette della mattina del 4 ottobre, Yeltsin ordina di iniziare l’attacco; i carri armati bombardano il Parlamento. L’assalto alla Casa Bianca è feroce. Yeltsin mobilita trenta mila soldati ed unità aerotrasportate. L’operazione di attacco al Parlamento è guidata dalla divisione corazzata Tamanskaya, la divisione Dzherzhinski, i paracadutisti, e truppe di intervento speciale. Non era successo qualcosa di simile in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Yeltsin parla per televisione per annunciare l’immediato schiacciamento della “la rivolta fascista e comunista”, denunciando che i ribelli pretendevano “di ristabilire una sanguinante dittatura”, e dichiara l’illegalità di 14 organizzazioni, tra di esse il Partito Comunista russo, il controllo delle sue sedi ed il congelamento dei suoi conti. Il giornale comunista Pravda è chiuso.
Nel Parlamento muoiono più di cento persone, ma le cifre esatte sono ancora oggi un segreto di Stato. In un mondo “alla rovescia”, per giustificare il massacro il presidente russo dichiara che “quelli che agitano bandiere rosse sono tornati ad irrigare la Russia col sangue”, e il proprio Clinton afferma dopo che l’assalto al Parlamento era “inevitabile per garantire l’ordine.” Dodici ore dopo avere cominciato il bombardamento chi resiste nel Parlamento – in fiamme, distrutto, insanguinato, con decine di cadaveri abbandonati dappertutto, con centinaia di feriti – si arrende. Il colpo di Stato aveva trionfato, e la via golpista al capitalismo confermava che niente poteva i suoi ispiratori, a Mosca o a Washington.

Il 5 ottobre, Mosca è completamente controllata  dalle forze di Yeltsin. Tutto il paese ha la prova che il governo non retrocederà davanti a nulla, e che è disposto a schiacciare qualunque protesta; ha, inoltre, il completo appoggio degli Stati Uniti e della Comunità Europea. Si parla di 127 morti e di 600 feriti: non ci sono precedenti di un massacro simile in Europa dal 1945. Ma non c’è tempo da perdere, e gli avvenimenti precipitano. Yeltsin destituisce governatori, imprigiona centinaia di detenuti in un stadio, chiude giornali, stabilisce la censura precauzionale, ed incominciano ad arrivare notizie di torture ai detenuti. L’agenzia ufficiale parla di mille cinquecento detenuti. In scene che ricordavano le strade di Santiago del Cile nel 1973, varie persone erano state fucilate in un stadio vicino al Parlamento. Il Tribunale Costituzionale smette di funzionare perché decide di sospendere le sue attività: gli uomini di Yeltsin avevano voluto la dimissione di Valeri Zorkin, presidente del Tribunale, minacciandolo di processarlo come golpista! Quando la situazione è ormai sotto controllo, Yeltsin, la  cui rozzezza non nasconde la sua gratitudine, telefona a Clinton per ringraziarlo, come informerà lo stesso governo russo.

Il giorno 6, con un gesto significativo, la guardia d’onore del mausoleo di Lenin è soppressa, e Yeltsin parla di nuovo in televisione, affermando che l’opposizione preparava “una dittatura sanguinante della svastica e della falce e martello.” Zorkin non resiste alle pressioni e presenta le dimissioni, che porterà il giorno seguente alla sospensione dello stesso Tribunale Costituzionale con un decreto di Yeltsin. Mentre, il presidente russo prolunga la validità dei vaglia di privatizzazione fino a Luglio del 1994. Le operazioni di repressione sono sistematiche: nella seconda notte a Mosca sono fermate 1.700 persone per “essere uscite in strada senza autorizzazione”, ed altre 900 per altre cause. Nella terza notte, cinque civili sono feriti con armi da fuoco e 3.500 persone sono fermate. Il giorno 8, sono fermate più di 5.000 persone. L’attività delle organizzazioni politiche si limita: si annuncia che i partiti che vogliano presentarsi alle elezioni dovranno raccogliere 100.000 firme in differenti distretti del paese, ed il giorno 8 Yeltsin dichiara illegale il Partito Comunista Russo durante lo stato d’assedio, intanto Serguei Filatov, capo del gabinetto di Yeltsin, dichiara che non deve permettere al Partito Comunista di partecipare alle elezioni.

La riorganizzazione dei comunisti aveva passato momenti molto difficili: dopo aver reso illegale il partito nel 1991, il Tribunale Costituzionale aveva decretato, nell’autunno del 1992, la legittimità delle organizzazioni di base del PCUS, invalidando parzialmente la decisione di Yeltsin di proibirlo. Quella fu una delle vie per la riorganizzazione, senza mezzi, del Partito Comunista Russo.
Il 9 ottobre, Yeltsin decide di prorogare lo stato d’assedio che aveva imposto il  4. Il presidente russo firma un decreto che smonta il sistema statale dei soviet che già erano orfani del Soviet Supremo. Il decreto sospende le funzioni di tutti i deputati a tutti i livelli, dai quartieri fino ai paesi, e le funzioni passano ad essere assunte dalla amministrazione locale. Alcuni voci parlano di fare “una transizione civilizzata” che eviti nuovi bagni di sangue, e Gorbachev si offre per “salvare” il paese. Sono voci nel vuoto: ha trionfato il via golpista al capitalismo.

Dopo, una notizia ed una antidemocratica costituzione sarà imposta alla Russia: i risultati raggiunti in tutte le regioni del paese non furono mai resi pubblici, e si elaborò una nuova legge elettorale. L’alcolizzato Yeltsin approfitta della via golpista al capitalismo, e le elezioni presidenziali del 1996 saranno rubate al popolo: la vittoria sarà sottratta al candidato del Partito Comunista, Guennadi Ziuganov, in una sporca operazione diretta  dai nuovi oligarchi e dall’ambiente di Yeltsin. La stessa cosa succederà nelle elezioni dell’anno 2000, vinte ufficialmente da Putin, a dispetto delle denunce di mostruose irregolarità, che non sono mai state indagate.

Gaidar l’aveva detto con chiarezza: “I russi non impareranno a lavorare fino a che non saranno passati dalla dura scuola della disoccupazione.” Sembra impossibile, ma la sua delirante politica cercava di aumentare la disoccupazione, sicuro che l’instaurazione del capitalismo lo richiedeva, in un contesto internazionale in cui – come se fosse un mondo alla rovescia, – la stampa mondiale presentava i liberali estremisti di Yeltsin come persone democratiche e progressiste, e quelli che impugnavano le riforme del capitalismo, come conservatori. Influenti analisti del momento, come Andronik Migranian, affermavano che la Russia non poteva permettersi una democrazia parlamentare, e che, al di sopra di qualunque altra considerazione, doveva introdursi l’economia di mercato. Più tardi, si sarebbe costruita già una “vera democrazia”, che dieci anni dopo ancora non è arrivata. Non si possono smettere di ricordare le parole di Aleksandr Zinoviev, antico dissidente, che aveva affermato che il proposito di Occidente non era la democrazia, bensì la distruzione della Russia.

Oggi, la difficile situazione che soffre la popolazione delle distinte repubbliche sovietiche non è ilprodotto della “eredità comunista”, come continuano ripetere i propagandisti del liberalismo, bensì conseguenza diretta di una riforma capitalista che è stato uno dei fallimenti più clamorosi di chi ha governato il territorio dell’antica URSS, e dei suoi mentori politici. A dieci anni di distanza, riscuote stupore il fatto che, a differenza del golpe dell’agosto del 1991 – che fu condannato immediatamente da Washington, e che causò pochissime vittime -, il colpo di Stato del 1993 che causò un terribile massacro, venne difeso dagli Stati Uniti fin al primo momento. Più di una decade dopo la sparizione dell’URSS, i laboratori ideologici del liberalismo continuano a parlare improvvisamente del tentativo di golpe del 1991 contro Gorbachev, ma non parlano mai del colpo di Stato di Yeltsin del 1993 che inaugura la via golpista al capitalismo.

Una malinconica constatazione finale: non c’è dubbio che, a dispetto del suo conclamato amore della libertà e della democrazia, il capitalismo convive con le istituzioni democratiche mentre le forze sociali di sinistra non mettono in pericolo il sistema di economia di mercato; ma se il suo dominio viene impedito, le forze che difendono il capitalismo ricorrono alla forza: nella Spagna del 1936, nell’Indonesia di 1965, nel Cile del 1973 o in qualunque altro paese. È nuovamente successo dieci anni fa, per imporre la transizione al capitalismo. I russi l’hanno provato. Dopo il golpe di Yeltsin, alla Russia spettava, come nel verso di Boris Pasternak, un’alba più asfissiante ancora.

Cari compagni, ho saputo che avete pubblicato il mio articolo su Rostropovich, mi fa piacere e vi ringrazio. Se può esservi utile vi mando questo mio articolo (ben più lungo) sul colpo di stato di Eltsin, ripreso in Spagna e nell’America Latina da vari organi di stampa.
Higinio Polo

 

1. La base economica della elettrificazione della Russia

Alla fine di dicembre del 1920 si svolse l’VIII Congresso dei Soviet della RSFSR (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa). Esso ebbe una importanza decisiva per il paese. Dopo due guerre -il primo conflitto mondiale e la guerra civile- quel congresso tracciò la via della Russia al comunismo e stabilì come il popolo avrebbe raggiunto questa meta. Allora il tema del comunismo non veniva travisato al pari di oggi, ragion per cui i delegati comprendevano senza alcuna zavorra mentale borghese che il raggiungimento del comunismo era possibile solo a condizione che si estinguesse il sistema monetario e il calcolo dei costi economici fosse effettuato con una diversa  parità. Quegli uomini conoscevano meglio degli altri le cause delle due guerre passate, scatenate entrambe dal sistema della banche che dirigeva il mondo con la banconota. La volontà dei delegati di passare al calcolo della produzone mercantile tramite un equivalente diverso era pertanto non solo maggioritaria, ma anche totale.

Lenin sintetizzò il desiderio dei delegati di sottrarsi al dominio dei banchieri con la famosa formula “Potere sovietico più elettrificazione di tutto il paese”. In sostanza ciò stava a significare che il partito aveva due programmi: il primo politico (Potere sovietico), il secondo economico (Elettrificazone di tutto il paese). Lenin, inoltre, precisò che senza l’elettrificazione di tutto il paese il potere sovietico non avrebbe retto. A distanza di parecchi decenni il crollo dell’Unione Sovietica ha demostrato che aveva ragione.

Cosa significava la formula dell’elettrificazione di tutto il paese, tratta dallo scritto “Imperialismo fase suprema del capitalismo” e da successive opere di Lenin? L’era imperialistica era nata con le prime centrali elettriche in grado di moltiplicare la produttività del lavoro nei paesi sviluppati grazie al passaggio dalla trasmissione a vapore al motore elettrico. Le linee elettriche che si diramavano dalle centrali legavano come una piovra le fabbriche e gli stabilimenti tutt’intorno, facendone dipendere il funzionamento dal prodotto del lavoro di quelle stesse centrali.Poi la gestione delle strutture produttive iniziò via via a passare dalle mani dei proprietari delle centrali, delle fabbriche e degli stabilimenti a quelle delle amministrazioni delle banche. Tutti gli impianti produttivi assunsero di conseguenza espressione monetaria e sulla base dell’ammontare di essa vennero stampati i titoli azionari con cui le banche svolgevano le loro operazioni. I banchieri seguivano con freddezza l’attività dei proprietari dei vari impianti ma, se essi non si adeguavano alle loro operazioni (effettuate attaverso l’utilizzo dei titoli), stringevano il rubinetto del credito fino alla bancarotta per renderli più docili.

Nel processo di produzione la struttura bancaria è di per sè un elemento di mediazione che provvede ad erogare il credito (ad interessi vantaggiosi) dalla fase di acquisto delle materie prime fino alla realizzazione dei prodotti sul mercato. Però, quando essa stessa diventa padrona, tende innanzitutto ad impossessarsi delle risorse di materie prime ed a ridislocare la produzione nelle aree dove la forza-lavoro è più a buon mercato. Questa situazione ha generato e genera le guerre per la spartizione del globo ed il governo del mondo intero per mezzo delle manovre finanziarie. Tuttavia, anche in un sistema di produzione di tal genere esiste l'”oro nero”, ossia quel tipo di risorsa che costituisce l’elemento portante della produttività del lavoro. Questo fondamentale indicatore della produttività del lavoro, l'”oro nero”, è nella contabilità economica il più soggetto al controllo del proletariato, che con esso svolge il suo lavoro e quindi ne può calcolare il consumo. Nel 1920 dinanzi alla giovane repubblica dei Soviet si pose il problema del calcolo e del controllo delle risorse energetiche nella prospettiva della elettrificazione dell’intero paese quando, per procedere ad una progressiva riduzione dei prezzi, occorreva necessariamente sottrarsi all’influenza della moneta e trasferire il baricentro della contabilità sul comsumo unitario di energia. Ovviamente, la classe operaia doveva innalzare la produttività del lavoro con lo stesso impegno con cui i banchieri muovevano verso l’alto i loro profitti. E questo era anche il compito del potere sovietico.

Già Marx aveva scoperto la legge secondo la quale la concorrenza tende ad unificare ed ingrandire il capitale fino a concentrarlo in alcune società gigantesche. Alla fine questo processo conduce all’ affermazione di un monopolio unico, che dopo aver fagocitato  tutti gli altri si salda con la struttura dello stato per la conduzione programmata dell’economia. A tal punto la questione diviene una sola:come si arriva a questa aggregazione finale? Le vie che portano alla completa unificazione della produzione sono due: una passa per i conflitti mondiali, l’altra per la pianificazione socialista dell’economia.

Nel dicembre del 1920 Lenin disse giustamente che la base economica dell’elettricazione doveva risiedere nel monopolio statale unico “del carbone e del ferro” in quanto battistrada della gestione pianificata dell’economia. Questa politica rappresentò la risposta alla politica di rapina dei conglomerati imperialistici per la spartizione dell’economia mondiale a vantaggio di alcuni monopoli usciti vincitori dalle guerre mondiali. A dire il vero, in quel lontano 1920 si dovette partire non dal carbone e dal ferro, ma dalla legna e dal cavallo del contadino medio. Ovviamente, il contadino medio non si sarebbe impegnato con il proprio cavallo per una economia urbana, se non vi avesse visto dietro il progetto di portare il trattore nelle campagne. In certi vecchi film (per esempio “La terra” di Dovzhenko, N.d.T.) possiamo vedere come i contadini gioissero quando il trattore arrivava nei loro campi. Ecco perchè i contadini medi appoggiarono la rivoluzione.

Chi furono gli uomini che resero possibile il decollo della Russia sovietica, formando tutti insieme una compagine di scienziati ed economisti tra i più grandi del XX secolo? Furono loro a permettere l’ascesa del paese “dall’aratro e allo scudo missilistico-nucleare”, ad elaborare i piani di cotruzione, a preparare gli esecutori di tali piani. Questi uomini furono, fra gli altri, Ivan Ivanovich Skvorzov-Stepanov, primo commissario del popolo alle finanze del governo guidato da Lenin e traduttore del “Capitale”, studioso di finanze e primo economista ad indicare la via della scomparsa del sistema monetario e dell’introduzione della contabilità dei costi in termini di risorse energetiche, via che tracciò in un libro intitolato “L’elettrificazione della RSFSR in rapporto alla fase di transizione dell’economia mondiale”; Gleb Maksimiljanovic Krzhizhanovskij specialista di energia elettrica ed economista, direttore prima del GOELRO e successivamente di tutto il GOSPLAN; Leonid Borisovic Krasin, specialista energetico ed abile diplomatico della Repubblica dei Soviet, che stilò la lista completa dei machinari da acquistare in Occidente in conformità dei piani di edificazione; Vladimir Ivanovic Vernadskij, accademico, che nel 1922 assunse la guida dello svilppo dell’energia atomica per dotare il paese di uno scudo missilistico-nucleare e volumi crescenti della nuova energia.

Furono questi uomini a costituire la squadra  di insigni scienziati e pensatori formatasi nel 1922 e divenuta la personificazione dell’impegno economico per l’elettrificazione di tutto il paese. Ma occorre pure ricordare Josif Vissarionovic Stalin, che sempre nel 1922 assunse la carica di Segretario generale del partito dei bolscevichi e quindi la responsabilità del suo programma politico, il Potere sovietico. Egli in una nota del 1925 al XIV Congresso del VKP(b) pose per primo il petrolio al  di sopra del carbone e indicò nelle risorse petrolifere la ragione di fondo “dello scontro fra le potenze mondiali per la supremazia sia in tempo di pace che in tempo di guerra”. Fu la fede rivoluzionaria di tutti questi uomini a predeterminare alla fine del 1922 la costituzione dell’URSS come paese idoneo a crescere fino al rango di potenza mondiale.

Solo questa compagine di pensatori rivoluzionari poteva avere, alle soglie della Seconda guerra mondiale, la capacità di realizzare quel potenziale militare-industriale che nel 1941-’42 sopravanzò la più agguerrita macchina bellica del tempo, l’apparato militare della Germania. Quella compagine mise a punto un meccanismo avanzato di incremento della produttività basato sul metodo di lavoro del minatore Aleksej Stachanov e rese possibile già nel 1945-’47  l’abolizione delle tessere annonarie, che invece gli stati alleati meno colpiti dal conflitto poterono decretare soltanto nel 1951. Quella stessa compagine rese possibile a partire dagli anni cinquanta la politica di abbassamento sistematico dei prezzi dei generi alimentari, dimostrando in che modo si potevano perseguire con successo gli obiettivi dell’abolizione del sistema monetario capitalistico e l’uscita dalla moneta attraverso la riconversione del profitto in riduzione dei prezzi.

Ma nella sterminata Russia esistevano, naturalmente, anche altri talenti, persone dotate di eccellente abilità esecutiva, nel senso della capacità di eseguire per filo e per segno le direttive dei capi. I giganti del pensiero si formano nella batteglie , mentre capita che i loro eredi arrivino dal chiuso dei laboratori. D’altronde i padri del decollo economico dell’URSS non potevano vivere in eterno. Il loro posto fu preso da successori, la cui lealtà doveva essere confermata dalla disponibilità a dire e fare quanto i maestri avevano loro insegnato. A volte la virtù esecutiva di certuni pecca di eccessi e sovrapposizioni. Alcuni uomini dell’entourage di Stalin dimostrarono di possedere proprio questa virtù. Ai due programmi di avanzamento verso il comunismo di cui si è detto essi ne aggiunsero un terzo: la “chimizzazione dell’economia nazionale”. La squadra selezionata personalmente da Nikita Chruscev aveva un orizzonte che non andava oltre le falde del cappello del suo capo. Ciò portò a considerare il paese come un’azienda agricola latifondista, dal momento che la compagine chruscioviana partiva da una visione tipica del proprietario terriero. Così, mentre andava affermando che nel 1980 sarebbe arrivato il comunismo, essa di fatto collocò una bomba ad orologeria negli ingranaggi di avanzamento verso il comunismo E, per evitare che la fine della politica di riduzione dei prezzi potesse allarmare il popolo, nel 1961 varò la riforma monetaria, abbassando di dieci volte sia il valore nominale del rublo, sia il listino dei prezzi. Di conseguenza si violò pure la separazione, fin’allora rispettata, fra potere sovietico e  base economica dell’elettrificazione, tanto che Chrusciov concentrò nelle proprie mani tutte le cariche possibili ed immaginabili dopo aver accusato Stalin di culto della personalità. Ma non gli bastò neppure questo ed al Plenm del Comitato Centrale del novembre 1962 lui, il “minatore Nikita”, si sostituì al minatote Stachanov e ripristinò il calcolo del profitto in termini monetari, con la qualcosa ridusse le risorse energetiche alla stregua di moneta spicciola. Sotto il profilo dell’economia nazionale il petrolio e il metano non potevano fare altro, a questo punto, che proiettarsi ad Occidente e cercare lì la salvaguardia degli interessi nazionali dai colpi del riformismo chruscioviano. In definitiva, si ebbe un vero e proprio colpo di stato, con cui si diede priorià alla moneta e si sottrassero le risorse energetiche del paese  al controllo della classe operaia.

All’inizio degli anni ’60 l’Unione Sovietica era stata deliberatamente avviata alla stagnazione. A coloro i quali mostravano malumore non si nascose affatto la notizia delle fucilate sugli operai di Novocerkassk, perchè fosse ben chiaro che il potere al servizio dei lavoratori era pronto a tutto in nome del profitto e del denaro. Dopo il tradimento del suo stesso partito la classe operaia si ritrovò espulsa dalla politica e si diede alla vidka.

Quando si tranquillizzò lo spirito di Nikita Chrusciov, il detonatore della implosione dell’URSS? Quando i suoi successori politici lo spedirono in un minuscolo orto nei pressi di Mosca, la cui superfice era del tutto commisurata alla ampiezza di pensiero del suo talento contadino. L’ex leader dell’Unione Sovietica si distinse lì per gli ottimi raccolti, mostrando tutta la virtù economica del contadino di mezza tacca. Sullo sfondo del dramma economico che erose l’URSS dall’interno giganteggia il valore di quella schiera di economisti leniniani che afferrarono la Russia per i capelli sull’orlo dell’abisso, l’allontanarono da questo abisso e portarono l’Unione Sovietica ai vertici della graduatoria mondiale. Si avverte perciò la necessità impellente di riprendere a studiare con rinnovata attenzione l’opera economica di quei titani che impressero al paese lo slancio necessario a proiettarlo verso il futuro. In particolare mi soffermerò sull’accademico V.I.Vernadskij, noto per essere stato anche il fondatore della noosfera.

Oggi si è soliti parlare della noosfera come di una forma di pensiero a se stante, cioè separata dall’orientamento scientifico che è portata ad esprimere. In realtà la noosfera ha assorbito in se quasi tutte le scienze, con qualche rara eccezione. Si tende a parlare preferibilmente di macrocosmo e microcosmo, senza tralasciare neppure la struttura della Terra. Ma così è difficile estrarre la componente economica della noosfera. D’altra parte l’espansione dell’energia atomica è tale da emergere nel contesto  degli indirizzi scientifici della noosfera, a dimostrazione che l’umanità non possiede nell’immediato futuro un’altra fonte energetica più accessibile ed economica del combustibile nucleare. All’origine di questa consapevolezza vi è proprio Vernadskij, socialista-rivoluzionario per fede politica che aderì tuttavia al potere sovietico come l’unico in grado di funzionare e imprimere slancio alla scienza della noosfera.

CONTINUA

Traduzione dal russo di Trocini Stefano

Fonte: www.vkpb.ru  18.12.2012


L’Unione della gioventù comunista della Repubblica Ceca riesamina la “Primavera di Praga”


International Communist Press (ICP) | sol.org.tr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

12/05/2018

Intervista esclusiva con l’Unione della gioventù comunista (KSM) sull’eredità della Cecoslovacchia socialista e la cosiddetta Primavera di Praga del maggio 1968.

La Gioventù comunista di Turchia (TKG) ha realizzato un’intervista esclusiva con l’Unione della gioventù comunista (KSM), l’ala giovanile del PC di Boemia e Moravia, in occasione dell’anniversario della cosiddetta Primavera di Praga del maggio 1968. La KSM ha discusso l’esperienza del Partito Comunista di Cecoslovacchia durante quegli eventi, l’eredità della Cecoslovacchia socialista e la posizione rivoluzionaria della gioventù comunista di oggi.

1) In primo luogo, come considerate l’esperienza socialista nel vostro paese? Quali sono le conquiste ideologiche e le lezioni politiche che questa storia vi offre mentre portate avanti le lotte odierne?

La costruzione socialista nel nostro paese è stata un’esperienza importante per i nostri popoli. Per la prima volta, la classe lavoratrice governava, il surplus prodotto apparteneva a chi lo creava. Nella nuova società, c’è stato un rapido sviluppo economico, l’aumento della coltivazione collettiva nelle campagne.

Nonostante questo, il carattere particolare dell’epoca, così come gli errori del soggetto rivoluzionario favorirono la scelta di soluzioni che non erano sufficientemente accurate.

Dobbiamo prendere in considerazione la situazione specifica, che era diversa da quella della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre del 1917. L’edificazione socialista fu aperta dopo la vittoria dei popoli sul nazismo e sul fascismo, con il principale contributo e sacrificio dell’URSS in quanto primo stato della classe operaia. Allo stesso tempo, questa sconfitta indebolì la borghesia nazionale che in gran parte collaborò con le forze di occupazione naziste. Pertanto, nonostante il carattere nazional-democratico della rivoluzione del 1945, la vittoria antifascista agevolò lo sviluppo verso la rivoluzione socialista. In particolare, tutti i partiti avevano il socialismo nel loro programma. Inoltre, il livello di sviluppo industriale e l’organizzazione della classe operaia (specialmente nei paesi cechi) erano relativamente avanzati. La vittoria del febbraio 1948 rimase formalmente in campo parlamentare, anche quando ci furono cambiamenti nelle organizzazioni della classe operaia e contadine e nel potere. Ciò segnò gli sviluppi e le lotte successive. Uno di questi segni era la soluzione dei problemi nazionali. Il sistema degli stati socialisti aveva dei confini di stato, fondamentalmente ereditati dall’impianto di Versailles sorto dopo la prima guerra mondiale e che erano inoltre diretti contro la diffusione della rivoluzione proletaria in Europa. La trasformazione socialista lasciò anche delle reliquie sotto la forma di vedute “masarykiste” democratico borghesi all’interno della classe operaia e del Partito Comunista di Cecoslovacchia. (Masaryk, primo presidente della Repubblica cecoslovacca borghese tra il 1918 e il 1935)

Specificità analoghe erano presenti anche in altre nuove democrazie popolari e paesi socialisti in Europa.

2) Cinquant’anni fa, qual è stato il ruolo guida del Partito comunista nella Cecoslovacchia socialista?

Dopo la controrivoluzione in Ungheria, l’imperialismo ha appreso che lo scontro diretto violento non stava portando ai risultati auspicati ed era necessario attaccare il socialismo dall’interno del Partito comunista al potere. Pertanto ha cambiato le sue tattiche nel tentativo di restaurare il capitalismo. La reazione raccomandava alle persone scontente di diventare membri del partito e delle organizzazioni ufficiali. L’appartenenza al Partito Comunista di Cecoslovacchia (KSČ) copriva il 13% dell’intera popolazione adulta della Cecoslovacchia e molti membri spesso non soddisfacevano i requisiti della costruzione socialista. Dobbiamo aggiungere la perdita di vigilanza dopo il XX Congresso del PCUS e concezioni utopiche dello sviluppo verso il comunismo senza contraddizioni e sulla fine della lotta di classe. La dichiarazione del conseguimento del socialismo nella costituzione del 1960 sotto la guida del Primo segretario del KSČ e Presidente della Repubblica Antonín Novotný, che significava la fine formale della lotta di classe all’interno della repubblica socialista, era una manifestazione di questi processi.

Tuttavia, le contraddizioni e le lotte nella società rimasero. Nel 1963, l’accresciuto terzo piano quinquennale crollò e l’economia dovette essere diretta da piani a breve termine. Tra le ragioni di questi fallimenti c’erano le sopravvalutazioni soggettive delle possibilità, l’escalation del conflitto con l’imperialismo (nel caso di un attacco militare diretto dell’imperialismo, l’esercito cecoslovacco sarebbe stato costretto a intercettare il primo attacco, l’Armata Rossa non era presente in Cecoslovacchia). Anche la divisione tra la Repubblica popolare cinese e gli altri paesi socialisti fu di grande importanza, perché la maggior parte delle esportazioni dell’industria cecoslovacca destinate allo sviluppo della Cina non venne realizzata. I problemi economici hanno acuito altre contraddizioni che richiedevano soluzioni.

I problemi nazionali irrisolti nella questione della Slovacchia sono emersi rapidamente in superficie. Inoltre, i processi di riabilitazione avviati sotto l’influenza della politica dopo il XX Congresso del PCUS, che annullavano i giudizi delle aspre lotte degli anni ’50, si riflettevano nell’ascesa alla dirigenza del KSČ di individui che hanno iniziato a separarsi dal movimento. I sentimenti piccolo-borghesi aumentarono, le opinioni dell’intellighenzia presero il sopravvento e il ruolo guida della classe operaia diminuì.

3) Chi era Alexander Dubček e quale era il suo programma politico? Cos’è questa cosiddetta Primavera di Praga? Cosa è successo realmente nel 1968?

Le contraddizioni irrisolte culminarono nel Plenum del CC di KSČ nel gennaio1968, con la rimozione di Antonín Novotný dal posto di Primo segretario. In questo plenum si unirono diverse correnti nel partito. Un grande ruolo venne giocato dal malcontento del Partito Comunista di Slovacchia (KSS – parte del KSČ) sull’influenza nel processo decisionale e sullo sforzo dei suoi leader di federalizzare la Cecoslovacchia. Dall’unione di vari interessi è sorto il compromesso: in qualità di Primo segretario, fu eletto il debole politico, ex leader del KSS, Alexander Dubček. Con lui, l’intero gruppo di politici salì al potere con il programma del socialismo piccolo borghese, che hanno definito “socialismo dal volto umano” o “socialismo democratico”. Possiamo ricordare il socialista di mercato Ota Šik, che ha sfruttato le critiche su problemi economici reali e premuto per un indebolimento delle relazioni all’interno del Consiglio per la mutua assistenza economica e l’indebolimento della pianificazione centrale. Ha cercato un prestito estero non per investire nei mezzi di produzione, ma per acquistare i beni di consumo. Analogamente all’epoca del capitalismo restaurato post 1989, vi era la tendenza all’uso delle differenze di prezzo nell’esportazione di merci sottovalutate nei paesi capitalisti per le valute straniere, invece dello scambio reciproco tra paesi socialisti. Si fecero strada le proposte di sciogliere le cooperative agricole (che non ha incontrato la risposta positiva attesa nelle campagne) e di lasciare anche il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza di Varsavia. Era pericoloso per il sistema socialista, specialmente ai tempi dell’escalation imperialista.

Vennero fondate nuove organizzazioni, ad esempio il club K231, che associavano gente imprigionata per una lotta contro la costruzione socialista. Nella leadership di tale club c’erano agenti diretti dei servizi segreti stranieri. L’organizzazione unificata della gioventù fu spezzata.

I nuovi fenomeni non erano spontanei. Le forze di destra nel partito e al di fuori di esso hanno abilmente usato i mass media per manipolare l’opinione pubblica. L’antisovietismo è apparso sui media ufficiali sempre più spesso. Nel luglio 1968, 99 operai dello stabilimento industriale di Praga scrissero una lettera al giornale sovietico “Pravda” che esprimeva la loro protesta contro l’antisovietismo in Cecoslovacchia. I comunisti che non erano d’accordo con lo sviluppo erano indicati come “conservatori”, contro i cosiddetti “progressisti”. C’era persino il piano per l’internamento dei comunisti dissenzienti (con il pretesto del comando contro la controrivoluzione) – che si avvicinava agli sviluppi in Ungheria nel 1956.

4) E rispetto all’intervento militare del Patto di Varsavia?

Nonostante all’inizio Dubček avesse probabilmente il sostegno della parte sovietica, nel corso del 1968 la dirigenza di altri paesi socialisti osservava con apprensione il pericolo della perturbazione del sistema socialista e l’ascesa delle forze controrivoluzionarie. Ci sono stati diversi incontri degli alleati in cui gli sviluppi furono discussi in modo aperto e Dubček ha sempre promesso di agire di conseguenza. L’ultimo incontro avvenne il 3 agosto 1968 a Bratislava (Slovacchia) tra i rappresentanti di partito di Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Repubblica Democratica Tedesca, Ungheria, Bulgaria e Polonia, dove i partiti dichiararono la volontà di lottare contro l’imperialismo e difendere insieme le conquiste socialiste. Tuttavia, la leadership del KSČ non fece nulla contro la controrivoluzione e le organizzazioni reazionarie.

Ad un certo momento, fu presa la decisione di aiutare le forze internazionaliste che avevano paura dello sviluppo reazionario in Cecoslovacchia. Il 21 agosto 1968, 5 alleati del Trattato di Varsavia entrarono in territorio cecoslovacco. In contraddizione con la versione spesso citata, i soldati non hanno rovesciato violentemente il governo. Sfortunatamente, la destra nel Presidium del CC del KSČ, a conoscenza in anticipo degli sviluppi, prese l’iniziativa ed emise una dichiarazione che invitava il popolo cecoslovacco a ostacolare le forze alleate e ciò inasprì la situazione. La sinistra dentro e fuori il partito non era ben preparata e organizzata. Gli oppositori della “primavera di Praga” erano terrorizzati. Furono minacciati di rappresaglia per presunta collaborazione. I mass media hanno operato in modo simile. I “progressisti” si riunirono in un incontro illegittimo, nel quale chiesero un congresso straordinario del KSČ (a parte le altre cose, i rappresentanti della Slovacchia non erano presenti).

Nel frattempo, il Presidium del KSČ e il presidente della Repubblica Ludvík Svoboda andarono a Mosca per discutere su come risolvere la situazione. Ci fu un accordo tra la leadership sovietica e quella cecoslovacca sulla normalizzazione della situazione. L’accordo venne firmato, con una eccezione, da tutti i soggetti coinvolti, tra cui Alexander Dubček. Tuttavia, dopo il ritorno, Dubček rimase sotto l’influenza delle forze di destra e apparvero e furono sostenuti nuovi eventi antisovietici e anti-socialisti.

Le istituzioni occidentali capitaliste sfruttarono la confusione dei primi mesi per la scelta dell’emigrazione e del lavoro di lavoratori qualificati nel campo della scienza e dell’arte. L’organizzazione trotskista Movimento dei giovani rivoluzionari preparò attacchi terroristici. Un altro picco era rappresentato dalle azioni incendiarie dei gruppi di studenti manipolati. Le autentiche forze internazionaliste si formarono lentamente, ad esempio tra i giovani – la Lega della gioventù leninista, nella cultura il Fronte di sinistra. Nello stesso KSČ, avanzò la linea dell’approccio pragmatico e il rappresentante slovacco Gustav Husák divenne leader del partito.

I dirigenti della cosiddetta “Primavera di Praga” non sono riusciti ad attuare pienamente il loro programma di “socialismo democratico”. Il vero contenuto del programma fu mostrato agli inizi degli anni ’80 e ’90, quando la maggior parte di loro ha partecipato alla restaurazione del capitalismo in Cecoslovacchia e dopo la controrivoluzione ha occupato posizioni importanti. Ad esempio, Alexander Dubček è diventato il leader del Parlamento federale.

5) Pensate che esista una corrispondenza tra gli eventi del maggio ’68 negli altri paesi e gli incidenti avvenuti nel vostro paese nello stesso anno?

Poiché l’equilibrio delle forze stava cambiando, negli anni ’60 si aprirono indubbiamente nuove prospettive per le lotte del socialismo contro l’imperialismo. Possiamo ricordare la dichiarazione del carattere socialista della rivoluzione cubana, la lotta di liberazione del popolo vietnamita, le lotte antimperialiste e anti-coloniali e le rivoluzioni in altri paesi, la liberazione del continente africano. C’erano anche le conquiste grandiose del socialismo nelle scienze, nell’esplorazione spaziale. C’è stata anche la nuova escalation con il sionismo nel 1967. Tuttavia, ci sono state anche le citate conseguenze del XX Congresso del PCUS e la separazione della Repubblica popolare cinese dal sistema socialista. In questa situazione, l’imperialismo tendeva apparentemente a nuovi modi di confronto del socialismo mondiale, a cui il movimento comunista si adattava male. Soprattutto l’alleanza fra la classe operaia da una parte e gli strati ancora ampi della piccola borghesia e dell’intellighenzia piccolo-borghese dall’altra, non fu rinnovata. Questi strati erano effettivamente consapevoli delle conseguenze dell’imperialismo. Tuttavia, la loro ricerca di una politica indipendente finì spesso sotto l’egemonia capitalista, che investì pesantemente nelle attività culturali. Lo sollevazione della protesta e il movimento antimperialista in altri paesi quindi fallirono miseramente, come parte della classe dominante e delle strategie imperialiste.

6) Da una prospettiva marxista, qual è il tuo approccio alla lotta dei giovani? Qual è il ruolo della gioventù in una rivoluzione socialista?

Noi siamo dell’opinione espressa da Lenin, che c’è la necessità di una organizzazione giovanile in cui i giovani apprendano il lavoro collettivo e organizzato, in cui imparino a lottare e che fornisca alternative allo sfarzo capitalista. L’organizzazione comunista crea nuova moralità che è sussunta negli interessi del proletariato e del socialismo. La passata esperienza di costruzione socialista ha mostrato l’importanza di una posizione innovativo-rivoluzionaria, l’inclusione costante di lavoratori e studenti nelle lotte e nel processo di edificazione. Ogni perdita di iniziativa rivoluzionaria ha avuto conseguenze catastrofiche per il potere della classe operaia, per la causa della costruzione di una società senza sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, del socialismo e comunismo.

Per questo motivo, costruiamo e formiamo la nostra organizzazione Unione della Gioventù Comunista (KSM), che prende l’eredità della gioventù progressista e comunista nel paese. La KSM organizza giovani studenti, lavoratori e disoccupati e contribuisce alle lotte antimperialiste e sociali. Lottiamo anche contro il revisionismo storico e l’anticomunismo nella Repubblica Ceca con il lavoro di informazione e istruzione. La KSM in questo lavoro ha dovuto affrontare molte volte attacchi diffamatori e anticomunisti, inclusi i tentativi di scioglimento dell’organizzazione da parte del potere dominante.

 

Nel suo RAPPORTO SEGRETO, Chruscev disse:

(di Giovanni Apostolou)

“Esisteva una pratica viziosa, quando nel NKVD venivano compilate delle LISTE degli individui i cui casi erano da considerarsi alla valutazione presso il Collegio Militare, e per essi veniva predeterminata a priori la misura di punizione.
Tali ELENCHI venivano inviati a Stalin personalmente da Ezov per l’autorizzazione delle sanzioni proposte.
Nel 1937-1938, a Stalin furono inviate 383 di tali ELENCHI su migliaia di funzionari del partito, sui cittadini sovietici, sui giovani del Komsomol, sui militari e sui lavoratori nelle sfere per la gestione dell’economia nazionale, e avevano ricevuto la loro sanzione” (si veda: http://stalin.memo.ru/spiski/pg05245.htm: non c’è niente di strano che il Procuratore arrivava in sede giudicante, avendo a portata di mano non solo le prove della colpevolezza dell’accusato, ma anche le raccomandazioni sulle misure della condanna, nel caso di riconoscimento della colpevolezza; come viene notato, al livello archivistico, all’esame venivano forniti le LISTE soltanto dei membri del partito, e mai di quelli che non ne appartenevano).
Gli originali di tali ELENCHI esistono.
Sono stati preparati per la stampa e pubblicati prima nei Compact Disk e inseguito emesse in Internet come “LE LISTE DELLE FUCILAZIONI DI STALIN” (si veda: http://stalin.memo.ru/images/intro1.htm).
Ahimè, il nome stesso è impreciso e tendenzioso, in quanto le LISTE, generalmente parlando, non erano state “di fucilazioni”.
Gli storici antistalinisti (alias anti-comunisti) descrivono le LISTE come delle condanne fabbricate in anticipo.
Tuttavia, proprio i loro studi-ricerche-commenti dimostrano tutta la inconsistenza di tali accuse.
In realtà, negli ELENCHI veniva citato il Verdetto di massima pena, che poteva essere imposto dalla Corte Giudicante in caso di condanna dell’accusato, vale a dire che lì veniva indicata la massima misura possibile di condanna per un preciso reato in quanto tale, e non il Verdetto vero e proprio.
Ci sono casi in cui gli individui esistenti nelle LISTE non venivano condannati o il Verdetto della condanna era assai meno grave della pena massima per un reato indicata nell’ELENCO (che alla fin fine e salvava queste persone dalla fucilazione).
Ad esempio, citato nella RELAZIONE di Khruscev e che ha vissuto fino al XX congresso, A. V. Snegov era finito per due volte negli ELENCHI (prima volta nell’ELENCO del 7 Dicembre 1937 per la Regione di Leningrado e per la seconda volta nell’ELENCO del 6 Settembre 1940 (si veda: http://stalin.memo.ru/spiski/pgl3026.htm) ).
In ambedue i casi, Snegov era stato segnalato come l’appartenente alla “CATEGORIA 1” di condanna, vale a dire che nel suo caso si sarebbe potuta applicare anche la pena capitale (la fucilazione).
Al secondo ELENCO in cui c’è il nome di Snegov è allegata una sintesi delle prove accusatorie, e si sente che di queste prove c’è ne erano molte di più.
Tuttavia Snegov non fu condannato a morte, ma era stato condannato a una lunga detenzione in un campo di lavoro.
Così, Khrusciov sapeva che Stalin non pronunciava le “condanne”, ma prendeva in visione gli ELENCHI per possibili obiezioni.
A Khrusciov questo era sicuramente noto, in quanto vi è rimasta conservata una lettera a lui indirizzata dal Ministro degli Affari Interni dell’URSS, del 3 Febbraio 1954.
In questa lettera, del fatto sui “verdetti fabbricati a priori” non c’è una sola parola, invece si afferma esplicitamente che “negli Archivi del Ministro degli Affari Interni dell’URSS vi sono trovate 383 LISTE delle persone, che debbono essere sottoposte al giudizio del Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS”.
Queste LISTE (ELENCHI) erano stati redatti negli anni 1937-1938, dalla NKVD, e nello stesso periodo (allora) anche presentate al Comitato Centrale del VKB (per l’esame).
Khrusciov aveva nascosto il fatto che non era stato Stalin, ma fu lui stesso (in modo diretto) coinvolto nel redigere degli ELENCHI con l’indicazione raccomandata della categoria di punizione.
Khrusciov fa riferimento alla NKVD, indicando che gli ELENCHI sono stati redatti proprio lì.
Ma egli accuratamente cela che la NKVD operava fianco a fianco con la dirigenza locale del VKB e che il numero considerevole di persone in quelle LISTE, probabilmente anche la maggioranza e maggiormente che nelle altre località dell’URSS, abitasse esattamente là, dove in quel periodo spadroneggiava Khrusciov.
Fino al Gennaio 1938, Khrusciov fu il Primo Segretario dei Comitati di Partito Regionale, nonché cittadino di Mosca, e più tardi il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) di Ucraina.
La sua lettera a Stalin, con la richiesta di fucilazione di 6.500 persone, porta la data:
10 Luglio 1937.
Ma la stessa data è posta sulle “LISTE DELLE FUCILAZIONI DI MOSCA” di Mosca e della Regione di Mosca.
Nella lettera a Stalin, Khrusciov conferma la propria partecipazione alla “Troika” (al trio), cui ebbe il potere di selezionare individui soggetti alle repressioni.
Dello stesso “trio” facevano parte:
S. F. Redens (il capo della NKVD nella Regione di Mosca) e K. I. Maslov che era il Sostituto Procuratore della Regione di Mosca (Khrusciov ammette (acconsente?) che “nei casi necessari” egli sarebbe stato potuto essere sostituito dal Secondo Segretario, A. A. Volkov).
Volkov rimase in carica di Secondo Segretario del MK-VKP (B) soltanto sino all’inizio del mese di Agosto dell’anno 1937, e così smise di essere subordinato a Khrusciov, il fatto che probabilmente gli salvò la vita (Volkov, l’11 Agosto 1937, è stato eletto Primo Segretario del Partito Comunista (Bolscevico) di Bielorussia, e dall’Ottobre 1938 al Febbraio 1940 occupò la carica del Primo Segretario del Comitato Regionale del VKP (B); a giudicare da tutto, morì di morte naturale nel 1941 o nel 1942; un dettagliato racconto su Volkov vi era pubblicato nel giornale LA BIELORUSSIA SOVIETICA del 21 Aprile 2001; si veda anche: http://sb.by/article.php?articleID=4039; Maslov è rimasto in carica di Procuratore per la Regione di Mosca sino al Novembre del 1937: nel 1938 fu arrestato e nel Marzo 1939 fu giustiziato con l’accusa di sovversione controrivoluzionaria; la stessa sorte toccò K. I. Mamontov, cui dapprima ha preso il posto di Maslov, e poi fu fucilato con egli nello stesso giorno; non sfuggì alla pena capitale neppure Redens: nel Novembre del 1938 fu arrestato come partecipante ad un “gruppo sovversivo e di spionaggio polacco”, e fu processato e per il Verdetto della Corte fu giustiziato il 21 Gennaio 1940; sulle pagine del loro libro, Jansen e Petrov menzionano Redens come uno degli “uomini di Ezhov”; durante il cosiddetto “disgelo”, Redens, su insistenza di Khrusciov, fu riabilitato, ma con tale flagranti violazioni delle normative legislative che nel 1988 fecero in modo che la riabilitazione di Redens era stata abolita (revocata) ).
In altre parole, ad eccezione di Volkov, tutti i più stretti collaboratori di Khrusciov cui presero parte nelle repressioni a Mosca e nella Regione di Mosca, ebbero le pene (punizioni) degne delle loro azioni.
Ma in quale modo riuscì a sfuggire la punizione a Khrusciov?
Mistero …
Disse ancora Chruscev nel RAPPORTO SEGRETO:
“E’ noto il risanamento che nelle organizzazioni del partito apportarono le disposizioni del Comitato Centrale del VKB al Plenum del Gennaio (1938).
Tuttavia le repressioni continuavano anche nel 1938”.
Qui Khrusciov fa soltanto allusione (ma più chiaramente articola il suo pensiero più tardi) che il volano delle repressioni veniva azionato proprio da Stalin.
Ma le attestazioni (gli elementi di prova) documentate, al contrario, ci stanno ostinatamente dicendo che le repressioni venivano gonfiate da Ezov e da un gruppo dei Primi Segretari, a cui Khrusciov prese parte come uno dei principali “repressori”.
Stalin e la parte della Direzione Centrale del VKB (che non fu coinvolta nella cospirazione) cercava di ridurre e mettere sotto controllo tutto lo svolgere delle repressione.
Alla fine, sono riusciti a ottenere pene severe per coloro contro cui sono stati ottenuti prove del coinvolgimento nella fabbricazione dei casi atti ad eliminazione delle persone innocenti.
Getty e Naumov fecero un’esauriente analisi della documentazione (dei materiali) del Plenum del VKB del Gennaio 1938.
Dalla loro approfondita ricerca, risulta che Stalin e i leader del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) furono estremamente preoccupati per il problema delle repressioni incontrollate.
Proprio per questo motivo, e in sede di questo plenum, Postyshev era stato rimosso dal suo incarico.
Un esame approfondito di questa materia si trova nel libro di R. Thurston (Uspebskij in quanto ricercato per tutta l’URSS fu arrestato soltanto il 14 Aprile del 1939; secondo alcune informazioni, Ezov aveva origliato una conversazione telefonica fra Stalin e Khrusciov, dopo di che avvertì Uspenskij; indipendentemente dal fatto in che cosa consistette il reato personale di Uspenskij, la responsabilità per la fabbricazione delle accuse contro le persone innocenti, lui le deve condividere con Khrusciov in quanto ambedue erano i membri della stessa “Trojka”; nei materiali (nei documenti) degli interrogatori di molti arrestati vi è detto che, seguendo le istruzioni di Ezov, Uspenskij falsificava i DOSSIER su vasta scala) in cui si conferma il fatto che Stalin stesse cercando di tenere a freno i Primi segretari, l’NKVD e le stesse repressioni in quanto tali.
Al Plenum del Gennaio 1938, Malenkov ovviamente, facendo eco a Stalin, fece una RELAZIONE sulle espulsioni non autorizzate in massa dal Partito Comunista dei compagni nella Regione di Kuibyshev.
Bisogna considerare soltanto che la colpa di questi atti era stata scaricata su Postyshev.
La RISOLUZIONE del Comitato Centrale del VKB del 9 Gennaio 1938 accusò egli di “errori”, per cui ricevette la nota di biasimo ed era stato sollevato dai suoi incarichi del Primo Segretario del Comitato Regionale di Kuibyshev.
I. A. Benediktov, che ebbe incarichi chiave negli anni 1938-1958, nella gestione dell’agricoltura dell’URSS (Commissario del Popolo per l’Agricoltura, e dopo Ministro dell’Agricoltura) che spesso partecipò alle riunioni del Comitato Centrale e del Politburo, sottolinea, riferendosi al Plenum di Gennaio, che Stalin cominciò a correggere le illegalità commesse nel corso delle repressioni.
Nel Gennaio del 1938, a capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni della Repubblica Socialista di Ucraina (RSS Ucraina), ebbe la carica A. I. Uspenskij, ma entro la fine dello stesso anno a Mosca era divenuto noto come criminale.
Avvertito da Ezov, il 14 Novembre del 1938, Uspenskij sfuggì all’arresto che incombeva sulla sua testa, finse il suicidio e passò in clandestinità.
Infine disse Chruscev nel RAPPORTO SEGRETO:
“Quando Stalin diceva che qualcuno dove essere arrestato si doveva prendere per fede che questo era un “nemico del popolo”.
Mentre la banda di Berija, che spadroneggiava nella NKVD, usciva dalla pelle per dimostrare la colpevolezza delle persone arrestate e la correttezza dei materiali (accusatori) da esso fabbricati”.
È una bugia.
R. Thurston scrive dettagliatamente del fatto di come Khrusciov aveva travisato il senso di quello che era effettivamente accaduto quando Berija divenne il capo del NKVD.
Il suo arrivo (nel NKVD), secondo le parole dello storico, generò “l’impressionante liberalismo” : cessarono le torture ai prigionieri, furono restituiti i loro legittimi diritti legislativi.
I complici di Ezov persero i loro incarichi, molti di essi furono accusati ed ebbero dei processi da cui vennero giudicati come dei colpevoli per aver effettuato delle repressione illegali.
In conformità con la RELAZIONE della Commissione a capo di Pospelov, gli arresti scesero bruscamente: negli anni 1939-1940, il loro numero era sceso al più del 90 % rispetto agli anni 1937-1938.
Il numero delle esecuzioni nel 1939-1940 era sceso al di sotto dell’1 % al confronto degli anni 1937-1938.
Berija prese su di sé la gestione del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni nel Novembre 1938 e, quindi, il suindicato lasso di tempo combacia perfettamente col periodo in cui tutte le redini del governo “degli organi di sicurezza” (NKVD?) sono state concentrate nelle sue mani.
Krusciov aveva usato la RELAZIONE della Commissione di Pospelov
per il suo “RAPPORTO SEGRETO”, e quindi non poteva non sapere questi fatti, ma decise di non farne alcun riferimento in modo da non dare all’auditorio un benché minimo motivo di dubitare nella interpretazione proposta da lui di questi eventi storici.
Proprio mentre Berija era stato a capo della NKVD vi ebbero luogo dei processi a carico di quelli che furono accusati di illeciti repressioni, di esecuzioni in massa, di torture e di falsificazioni delle cause penali.
Krusciov lo sapeva, ma anche questo lo tenne nascosto.
Nuove e importanti informazioni riguardano poi le vittime.
Gli storici russi Zemskov, Dugin e Klevniuk hanno potuto disporre dei dati di archivio, e comunicarli in numerosi articoli e libri.
Specialmente informato e rigoroso il primo (membro dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze Russa) : egli ha pubblicato le sue ricerche nei primi anni 90, alla fine e dopo il crollo dell’URSS, avendo accesso agli Archivi del Ministero dell’Interno (MVD-KGB), del precedente Commissariato del Popolo agli Interni (NKVD), della Polizia di Stato (OGPU-NKVD), degli Organi Giudiziari.
Le cifre complessive furono pubblicate da Zemskov, Getty e Rittesporn in AMERICAN HISTORICAL REVIEW (21 Giugno 1994).
Dal 1921 al 1953 furono condannate per attività controrivoluzionaria circa 4.000.000 di persone, delle quali 780.000 furono fucilate.
Nei Campi di Lavoro, Colonie Penali e prigioni morirono 600.000 detenuti politici.
Si possono calcolare pertanto in 1.400.000 i morti per motivi politici nell’URSS dalla fine della guerra civile alla morte di Stalin.
Sono come è evidente cifre pesanti, ma ben lontane da quelle riferite dai vari Conquest, Medvedev, Solzhenitzin, che oscillano tra 10.000.000 e 40.000.000 milioni di esecuzioni.
Nel Sistema Penale sovietico i condannati potevano, nei casi più gravi, essere inviati nei Campi di Lavoro Forzato (GULAG), per reati meno gravi nelle Colonie di Lavoro, dove i condannati erano impiegati nelle fabbriche o nell’agricoltura e percepivano un regolare salario, o in particolari zone di residenza con proibizione di risiedere in alcune città, in genere Mosca o Leningrado.
In quest’ultimo caso godevano in genere dei diritti politici.
In attesa della sentenza gli accusati erano tenuti nelle prigioni.
Il totale dei condannati nei GULAG oscillò tra un minimo di 510.000 nel 1930 a un massimo di 1.711.202 nel 1952.
I condannati presenti nei GULAG, Colonie di Lavoro e prigioni oscillarono fra 1.335.032 del 1944 e 2.56.351 del 1950.
Mancano i dati complessivi fino al 1939, quando si raggiunse la cifra generale di 2.000.000.
Le cifre, drammatiche, ma di gran lunga inferiori a quelle proposte da “storici” di parte e privi di documentazione, debbono essere completate dai dati sulla mortalità e meritano qualche commento.
La mortalità generalmente oscillante intorno al 3 % annuo toccò punte elevate nel 1942 e 1943, 17 % , durante il periodo bellico, quando anche le condizioni alimentari, igieniche, di salute della popolazione civile peggiorarono drammaticamente.
Al tempo stesso la popolazione dei GULAG diminuì drasticamente, perché molti condannati furono arruolati nell’esercito.
Il forte incremento degli anni postbellici è in parte da attribuire alla presenza di prigionieri di guerra, condannati per diserzione e collaborazione con gli occupanti tedeschi.
E’ comunque interessante notare che la popolazione detenuta nel suo complesso arrivò a toccare al massimo il 2,4 % della popolazione adulta.
Nel 1996 erano detenuti negli USA 5.500.000 persone cioè il 2,8 % della popolazione adulta.
E’ appena il caso di sottolineare che si tratta di due situazioni completamente diverse: da una parte un paese uscito da una guerra mondiale e civile, combattute sul suo territorio, sede di un drammatico rivolgimento sociale, impegnato in una lotta mortale per la sopravvivenza, prima con un gigantesco sforzo di edificazione economica e culturale, poi in una guerra vittoriosa a prezzo di immense perdite materiali e umane.
Dall’altra il paese più ricco e tecnologicamente del mondo, che pur partecipando alle due guerre mondiali non ebbe un centimetro quadrato toccato dal nemico, soffrì perdite umane di gran lunga inferiori e trasse non pochi vantaggi economici dalle guerre stesse.
Le statistiche, finalmente disponibili, ci dicono anche che la grande maggioranza dei condannati (80-90 %) nei GULAG riceveva pene inferiori a 5 anni, meno del 1 % superiori a 10.
Vanno anche ricordati i provvedimenti di Amnistia, i più larghi dei quali, che interessarono oltre un milione di detenuti, nel 1945 e nel 1953.
Credo che qualunque paragone con i campi di concentramento nazisti sia un offesa alla verità.
Li i deportati erano destinati, se ebrei, rom o di razze considerate inferiori, a morte certa.
Nessun Tribunale aveva decretato la loro condanna.
Le pene non prevedevano un termine, non c’erano Amnistie.
Non c’era la possibilità di revisione della condanna e di riabilitazione, come anche in epoca staliniana avvenne per non pochi condannati: per quanto dure potessero essere le condizioni nei GULAG (e mi riferisco alle memorie di Ginsburg, Larina, Corneli, Solzhenitsin e ad una infinita memorialistica sull’argomento), non erano paragonabili a quelle dei lager nazisti.
Non era infrequente che condannati che avevano scontato la pena restassero a lavorare come liberi nelle strutture produttive dei campi o nelle Colonie di Lavoro.
Infine i politici rappresentarono costantemente non più del 25-30 % dei condannati.
Nel 1934 gli internati politici nei GULAG erano tra i 127.000 e i 170.000 e non 5 milioni.
Il numero esatto di tutti i detenuti nei campi di lavoro, ossia i detenuti politici e comuni insieme, era di 510.307.
Sull’insieme dei detenuti, non c’era che tra il 25 % e il 33 % di politici, e non 4.850.000.
Il numero dei detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel 1934 e un massimo di 500.000 durante i due anni di guerra, nel 1941 e nel 1942.
Si trovavano in media tra 236.000 e 315.000 detenuti politici.
Dal 1936 al 1939, il numero dei detenuti nei campi aumentò di 477.789 persone (passando da 839.406 a 1.317.195) e non ci furono, come insinua la storiografia anticomunista, 7 milioni di detenuti politici.
I decessi nei GULAG in due anni furono 115.922 e non 2.000.000:
116.000 persone erano morte per cause naturali e non morirono perché, come dice la propaganda storiografica anticomunista, ci fu oltre un milione di esecuzioni.
Ai tempi rivoluzionari di Stalin, nel 1951 (anno che vide il maggior numero di detenuti nei GULAG) c’erano 1.948.158 detenuti comuni.
Il numero reale di detenuti politici era allora di 579.878 e non dai 12 ai 13 milioni di persone.
La maggior parte dei “politici” erano individui che avevano collaborato coi nazisti:
334.538 erano stati condannati per tradimento.
Un gran baccano velenoso viene sollevato artatamente sul numero dei detenuti nei GULAG, sposando cifre fantasiose di decine e decine di milioni avanzate da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo.
In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della massima espansione, all’inizio degli anni 50, i detenuti furono all’incirca 2 milioni e mezzo su una popolazione di più di 200 milioni.
Basti pensare che dopo l’implosione dell’URSS nel 1991 il numero dei detenuti delle Colonie Penitenziarie non ha smesso di aumentare e supera oggi il milione nella sola Federazione Russa, assai meno popolata dell’URSS socialista nell’epoca di Stalin.
I borghesi e gli anticomunisti non prendono volutamente in considerazione che dal 27 Giugno 1929 il Politbjuro dell’URSS adottò il significativo provvedimento per cui tutti i detenuti condannati a una pena superiore ai tre anni sarebbero stati trasferiti, da quel momento in avanti, nei Campi di Lavoro Collettivi.
E nemmeno che la collettivizzazione socialista delle campagne e la relativa lotta di classe contro i Kulaki, portò nel 1930 300.000 contadini ricchi antisovietici nei GULAG.
Secondo V. N. Zemskov (un ricercatore russo contemporaneo fortemente anticomunista) sembra che il numero dei contadini borghesi esiliati o fatti allontanare dalle loro case originali, non ha superato il milione e mezzo di Unità.
Le ricerche sulle “repressioni staliniane” hanno constatato che le repressioni di massa non esistettero per niente !
Può suonare strana adesso questa affermazione, ma è proprio così !
Nel 1938, secondo gli ARTICOLI DI LEGGE PER I REATI DI ATTIVITÀ CONTRORIVOLUZIONARIA, dagli organi del NKVD furono arrestate 52.372 persone.
Durante l’inquisitoria e i processi da parte degli organi giudiziari a queste persone, sono state condannate:
2731 persone di cui furono condannate alla pena capitale per fucilazione 89 persone e 41.641 furono assolte da ogni accusa.
Questa grande quantità di gente assolta dimostrò che Jezov e altri della sua cricca, come anche le spie insinuatasi negli organi di sicurezza, in tanti casi arrestavano gente innocente.
Il loro intento fu di sbarazzarsi dei migliori quadri dello Stato, e per questo furono fucilati !
Da dove allora si è arrivati al numero di un milione e mezzo di arrestati, ecct.?
Questo è il risultato della diretta falsificazione !
Khruscjov creò una Commissione presso il Politburo, sotto la guida dal cosiddetto Svernik, membro del Politburo, il quale commise un falso.
Egli mischiò gli arrestati per motivi politici con i delinquenti comuni.
Così si arrivò a quel numero !
Se si controllasse quale era la percentuale nei GULAG dei detenuti per motivi politici, si ha un quadro del tutto differente.
Peraltro tre aspiranti russi al Dottorato in Scienze della Storia, tre Colonnelli, si sono occupati di uno scrupolosissimo studio su questa questione.
Gli stessi loro risultati erano stati pubblicati in uno dei numeri della rivista “LA STORIA MILITARE”.
Nel corso della purga del 1937-1938 furono fucilate circa 700.000 persone ed espulsi oltre 100.000 membri del partito, in buona parte finiti davanti al Plotone di Esecuzione.
E’ falso il fatto che nella Grande Purga la vecchia guardia bolscevica fu colpita: dei 24.000 iscritti nel Partito Bolscevico prima del 1917 ne sopravvivevano 12.000 nel 1922, 8.000 nel 1927, meno di 5.000 (cioè tra 4.500 e 5.000) nel 1939, dopo la Grande Purga.
Dei 420.000 membri del Partito Bolscevico nel 1920 ne rimanevano 225.000 nel 1922, 115.000 nel 1927, 90.000 nel 1939.
182.600 furono gli iscritti al Partito Bolscevico prima del 1920, dei quali 125.000 erano presenti nel 1939.
Secondo lo storico russo anticomunista Brzezinski nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” nel partito, cioè membri che vi avevano aderito al più tardi nel 1920.
Nel 1939 se ne contavano 125.000.
La grande maggioranza, il 69 % , era quindi rimasta nel partito.
C’era stata, durante quei cinque anni, una perdita di 57.000 persone, cioè il totale di 31 % .
Alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, altri ancora giustiziati.
E’ chiaro che i “vecchi bolscevichi” cadevano, durante l’epurazione, non perché fossero “vecchi bolscevichi”, ma a causa del loro comportamento politico revisionista, controrivoluzionario e antisocialista.
Il numero dei Delegati e dei membri del Partito Bolscevico al XVII congresso che sono stati giustiziati sono stati 98 su un totale di 139, ma ci sono una serie di diverse categorie di questi Delegati che sono stati condannati:
– Alcuni di questi Delegati sono stati condannati per reati gravi nei processi pubblici di Mosca (Bucharin, Iagoda, Tukhachevsky e altri), ma si ha più documentazione sui loro casi che su tutti gli altri.
– Alcuni sono stati condannati, ma le prove di accusa non erano state presentate nei processi pubblici: per la maggior parte di questi si ha una documentazione scarsissima, in alcuni casi praticamente nulla.
– Alcuni erano responsabili per le repressioni di massa:
Ezhov, Kosarev e altri insieme a Ezhov ed Eiche e Postyshev erano tra gli altri, ma ci sono alcune prove (anche se non abbondanti) su alcuni di questi, ma ci sono più elementi di prova circa Ezhov.
– E’ possibile che alcuni sono stati giustiziati a causa di accuse false di Ezhov: può essere possibile, ma però non si può dimostrare, perché ancora una volta i documenti sono stati tenuti segreti.
Tra il 1937 e il 1938, durante la “Grande Purga”, furono espulse dal partito 278.818 persone, un numero molto inferiore rispetto agli anni precedenti.
Nel 1933 ci furono 854.30 espulsioni, nel 1934 se ne contarono 342.294, nel 1935 il numero fu di 281.872 e nel 1936 ce ne furono 95.145.
Bisogna sottolineare il carattere specifico delle epurazioni nei differenti periodi presi in considerazione: a differenza delle epurazioni normali, la “Grande Purga” colpì soprattutto i quadri all’interno del partito.
Dal Novembre 1936 al Marzo 1939, ci furono meno di 180.000 espulsioni dal partito: questa cifra tiene conto del numero di persone reintegrate.
Prima della Riunione Plenaria del Gennaio 1938, ci furono 53.700 APPELLI contro le espulsioni, nell’Agosto 1938 erano stati registrati 101.233 nuovi APPELLI: in quel momento, su un totale di 154.933, i Comitati del VKB ne avevano già esaminati 85.273, il 54 % dei quali era stato accolto: perciò è falso il fatto che l’epurazione fu “organizzata ciecamente e deliberatamente da un dittatore”.
Nel suo libro del 1968, dal titolo “I MEMBRI DEL PARTITO COMUNISTA IN URSS. 1917-1967”, T. H. Rigby ha calcolato che il numero massimo di membri del partito che avrebbero potuto essere “eliminati”, tra il Novembre 1936 e il Marzo 1939, era di circa 180.000.
Questo include quanti si sono dimessi o sono stati espulsi per qualche ragione (la passività, l’analfabetismo politico, ecct.) così come coloro che sono stati arrestati e processati.
Oleg Mozokhin, un ricercatore per l’FSB (il successore del KGB), ha pubblicato i dati relativi al numero dei membri e dei candidati del partito e del Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito, per il 1937 e il 1939:
– 1937:
1) Ex membri e Candidati Membri del partito tratti in arresto:
55.428.
2) Ex membri e candidati del Komsomol tratti in arresto:
8.211.
3) Totale:
63.639.
– 1939:
1) Ex membri e Candidati Membri del partito tratti in arresto:
5.387.
2) Ex membri e candidati del Komsomol tratti in arresto:
3.517.
3) Totale:
8.904.
Mozokhin non propone alcuna analisi dettagliata del partito per il 1938.
Dal momento che il numero totale di esecuzioni nel 1937 e nel 1938 è stato simile, si può supporre che il totale per quell’anno era in linea con quello del 1937.
Ciò suggerirebbe un numero totale di membri ed ex membri, candidati ed ex candidati, tanto del partito quanto del Komsomol, di 136.000 arrestati, nella quale cifra sono inclusi tutti gli arresti, indipendentemente dalla loro motivazione, nel corso del triennio 1937-1939, cioè gli anni della “Ezhovshchina” ( = “i brutti tempi di Ezhov”), per il quale Conquest ha inventato il soprannome “il terrore”.
Queste cifre corrispondono abbastanza bene a quelle proposte da Rigby per quanto riguarda le espulsioni, dal momento che molti degli espulsi non vennero arrestati.
Disponibili per noi oggi sono le “LISTE STALIN”, che riguardano soprattutto i membri del partito con le cifre corrette: eliminando i nomi duplicati, si contano circa 40.000 nomi, di cui non tutti vennero giustiziati.
Se la mitologia anticomunista storiografica fosse stata corretta, ciò avrebbe significato che almeno due terzi di un milione di membri del partito sarebbero stati giustiziati durante il triennio 1936-1939 (dato che questo è il periodo considerato).
In realtà, grazie allo studio di Mozokhin (pubblicato nel 2005), abbiamo i numeri totali di tutte le persone arrestate:
– 1936: numero totale di persone arrestate:
131.168.
– 1937: numero totale di persone arrestate:
936.750.
– 1938: numero totale di persone arrestate:
638.509.
– 1939: numero totale di persone arrestate:
145.407.
– Totale persone delle arrestate nel1936-1939:
851.834.
Questi i numeri delle persone giustiziate durante gli anni indicati:
– 1936: numero totale di persone giustiziate:
1.118.
– 1937: numero totale di persone giustiziate:
353.074.
– 1938: numero totale di persone giustiziate:
328.618.
– 1939: numero totale di persone giustiziate:
2.601.
– 1940: numero totale di persone giustiziate:
1.863.
– Totale delle persone giustiziate nel 1936-1940:
687.27.
Ciò significa un totale di 685.411 persone che sono state condannate per essere giustiziate durante il periodo 1936-1939.
Questa cifra totale non riguarda solo i membri del partito, ma tutti i giustiziati.
Il totale per il 1937-1938 è di 681.692.35.
Sulla base delle fonti attualmente disponibili (probabilmente incomplete) si può dire che con l’ORDINE NUMERO 0447, oltre a successivi aumenti dei limiti noti, Mosca ha dato il permesso di fucilare circa 236.000 condannati.
Sono abbastanza certo che circa 386.798 persone sono state effettivamente fucilate, e che altre 151.716 lo sono state senza però che al momento sia stata documentata la loro approvazione da parte dell’NKVD o del Politburo.
La discrepanza tra le cifre di Mozokhin e quelle che io ho riportato può dipendere dalle cifre dell’NKVD per il 1937 e 1938, mentre quelle che ho riportato io provengono dall’ORDINE NUMERO 00447, emanato il 30 Luglio 1937, ma che era parte di un’Operazione per legalizzare la repressione iniziata attorno al 3 Luglio 1937.
Io mi riferisco a questo ordine come al NUMERO 00447, che rimase in vigore fino al 17 Novembre 1938, quando l’ORDINE NUMERO 00447 venne revocato, ma che, in pratica, restò valido ancora per qualche tempo.
Altre Operazioni, specialmente quelle che riguardavano le “nazionalità”, Operazioni in cui Ezhov ed i suoi uomini uccisero un enorme numero di persone, non entrano nel conteggio come parte del totale dell’ORDINE NUMERO 00447.
In ogni caso, anche le cifre fornite da Mozokhin, le più alte di queste due serie, si applicano a tutti i cittadini dell’URSS piuttosto che ai soli membri del partito.
Tutti i dati dimostrano che le affermazioni degli anticomunisti sull’argomento sono ampiamente esagerate.
Anche se tutte le quarantamila persone del cosiddetto “ELENCO DELLE PERSONE DA FUCILARE” fossero stati membri del partito e fossero state tutte uccise (e si sa che molti non lo furono) esse rappresenterebbero ancora solo il 6 % dei 2-3 milioni indicati nella storiografia dominante.
Nel libro RUSSIA. DALLA RIVOLUZIONE ALLA CONTRORIVOLUZIONE (AC Editoriale Coop, Milano, 1998), a pag. 177 aveva scritto il defunto trozkista Ted Grant:
“(…).
Del Comitato Centrale del Partito Bolscevico del 1917, nel 1940 rimaneva soltanto un superstite, oltre Stalin”.
C’è un link archivistico (www.knowbysight.info/2_KPSS/07179.asp) dove sono contenuti tutti i nomi e i cognomi dei membri del Comitato Centrale del Partito Bolscevico eletti al 6° congresso, svoltosi clandestinamente tra il 26 Luglio e il 3 Agosto 1917.
Questo link archivistico dimostra la falsità dell’affermazione di Grant, perchè:
– Lomov, Stasova, e Ioffe sono stati eletti come Membri Candidati, di cui sono stati eletti altri cinque.
– E. Stasova è stata anche eletta come una dei cinque membri del Segretariato del Comitato Centrale.
– Otto membri del Comitato Centrale (CC) del Partito Bolscevico (VKB) del 1917 (Uritsky, Shaumian (non “Shomyan”), Sverdlov, Artem (Sergeev), Noghin, e Ioffe) erano morti nel 1938.
Stalin non aveva nulla a che fare con le loro morti.
– Lenin morì di morte naturale il 21 Gennaio 1924, mentre Dzerzhinski morì di morte naturale il 20 Luglio 1926.
– M. S. Uritsky è stato assassinato dai Socialisti Rivoluzionari di Sinistra il 30 Agosto 1918.
– Stepan (Suren) Shaumian è stato fucilato dagli inglesi il 20 Settembre 1918, come uno dei “26 Commissari di Baku “.
P. A. Dzhaparidze, uno degli altri dei Commissari di Baku, fu anche lui fucilato dagli inglesi.
– Iakov Sverdlov morì il 16 Marzo 1919 di tubercolosi.
– Artem morì il 4 Febbraio 1921 in un incidente aereo.
Stalin aveva ospitato suo figlio in casa sua.
Negli anni ’80, il figlio di Artem aveva pubblicato un libro di memorie su com’era cresciuto nella famiglia di Stalin, che è estremamente favorevole a Stalin e getta luce su alcuni eventi, come il suicidio del 21 Giugno 1932 della seconda moglie di Stalin, su cui sono circolate molte voci anti-staliniste ossia anti-comuniste (cfr. S. Artem – E. Glushik, CONVERSATIONS ABOUT STALIN, Krymskii Most-9D, Moscow, 2006).
– Nogin era morto di morte naturale il 13 Maggio 1924.
– A. A. Ioffe, un seguace di Trotsky, si suicidò il 17 Novembre 1927.
– I tre che hanno più vissuto a lungo dopo il 1938 furono:
1) A. M. Kollontaj, morta di morte naturale il 9 Marzo 1952.
2) M. K. Muranov, morto di morte naturale il 9 Dicembre 1959.
3) E. D. Stasova, morta di morte naturale il 31 Dicembre 1966.
I recenti studi accademici-archivistici smontano in maniera strettamente documentaria l’accusa anti-comunista secondo cui durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa restarono vivi solo cinque Ufficiali.
Questi studi archivistici dimostrano:
– Che il numero di persone a capo dell’Armata Rossa (gli Ufficiali e i Commissari Politici), sono stati 144.300 nell’anno 1937, raggiungendo la cifra di 282.300 nell’anno 1939.
– Che durante le Grandi Purghe del biennio 1937-1938, 34.300 (numero totale) di Ufficiali e Commissari Politici erano stati espulsi per motivi politici e nel mese di Maggio del 1940, 11.596 sono stati riabilitati e restituiti ai loro posti.
– Che durante le Grandi Purghe del 1937-1938, 22.705 Ufficiali e Commissari Politici sono stati arrestati (13.000 Ufficiali, 4.700 Ufficiali della Armata Rossa e 5000 Commissari Politici): ossia il 7,7 % di tutti gli Ufficiali e Commissari Politici, non il 50 % come sostenuto nell’attuale storiografia dominante e di questi 7,7 % , alcuni sono stati condannati come traditori, ma la stragrande maggioranza (il 65 %), come mostrato negli studi sull’argomento, sono tornati alla vita civile svolgendo anche un ruolo di primo piano nella epica battaglia di Stalingrado.
– Che la purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata nell’attuale storiografia dominante: dei 144.300 Ufficiali e Commissari dell’Armata Rossa, 34.300 furono espulsi per ragioni politiche: di questi 11.586 il 20 Maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado.
– Che i repressi della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7 % del totale.
– Che durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa il numero di quadri epurati decresce in maniera verticale man mano che si discendono i gradi gerarchici (ridotti a 50), ossia man mano che si procede dal grado di Generale (ridotti a 30) a quello di Capitano (elevati a 200), per annullarsi al livello dei Tenenti (elevati a 350).
– Che la Grande Purga nell’Armata Rossa consente di far venire avanti tutta la nuova leva di 3000 Ufficiali, formatisi a partire dal 5 Maggio 1922 e provenienti dalle fila operaie e contadine.
– Che l’origine e l’appartenenza di classe erano requisiti indispensabili per accedere all’Accademia Militare e ricoprire i gradi nell’Armata Rossa nell’epoca socialista di Stalin.
– Un’altra mostruosa frottola su Stalin è che lui avrebbe fatto arrestare e fucilare oltre 40.000 militari esperti, il cui il risultato fu che l’Armata Rossa rimase senza il Comando di Combattimento, e perciò gli hitleriani recarono così grande danno all’Armata Rossa …
Quando si è cominciato a studiare per verificare questo fatto, risultò che questi militari furono messi in congedo.
E’ vero che prima dell’inizio della guerra quasi 40.000 dei Comandanti sono stati congedati per svariati motivi.
Ma congedare non significa fucilare.
Recenti studi accademici-archivistici dimostrano che è falsa l’accusa a Stalin (ripetuta da vari storici anticomunisti anche di estrazione trockysta) secondo cui “nelle Grandi Purghe vennero eliminati fisicamente tutti i membri del Comitato Esecutivo Internazionale Comunista (CEIC) del KOMINTERN”.
Questi studi archivistici dimostrano invece che su 394 membri da cui era costituito il CEIC del KOMINTERN nel Gennaio 1936, nell’Aprile 1938 c’è ne erano 290: solo una minima parte (il 14 % ) non c’era più a causa del fatto che erano stati imprigionati nei GULAG per la loro attività contro-rivoluzionaria (tra questa minima percentuale (in buona parte amnistiata nel 1941) ci furono cospiratori di paesi diversi: tedeschi, austriaci, yugoslavi, italiani, bulgari, finlandesi, baltici, persino inglesi e francesi).
Sull’ “Operazione Polonia” ci sono un sacco di fonti primarie (in tutto 9.000).
Ezhov ha davvero ucciso un gran numero di persone di origine polacca (in tutto 6000), o le persone i cui nomi “sembravano” polacchi (in tutto 2000).
Il numero dei prigionieri sovietici finiti nei campi nazisti polacchi (durante la Seconda Guerra Mondiale) furono 165.550.
Di questi ne tornarono in patria 75.699.
Degli altri 89.851, qualcuno evase (furono 2000 gli evasi), altri passarono ai polacchi (furono 3000) ma la stragrande maggioranza morì (il 70 %) : morì di fame, di malattie, di freddo, di maltrattamenti e di esecuzioni arbitrarie.
In Bielorussia, in Volinia e nell’Ucraina Occidentale, sotto il controllo polacco, si attuò una politica imperialista di “polonizzazione” con arresti arbitrari e uccisioni di comunisti, sindacalisti, contadini e cittadini ucraini, bielorussi ed ebrei.
A questi polacchi, implicati in crimini, le autorità sovietiche presentarono il conto.
Non vennero fucilati tutti: fu esaminato ogni singolo caso e solo coloro che risultarono colpevoli dei reati più gravi furono fucilati.
Gli altri furono internati in campi correzionali di lavoro.
A questo riguardo, ad esempio L. M. Kaganovich ebbe a dichiarare che, nella Primavera del 1940, il governo sovietico aveva dovuto prendere una decisione difficile: la fucilazione di 3.196 cittadini polacchi che si erano macchiati di crimini.
Questi crimini non riguardavano solo i casi che ho elencato sopra ma si estendevano anche al periodo seguente all’occupazione sovietica di quelle terre.
L. M. Kaganovich disse letteralmente: ”(…) gli stupratori, i banditi e gli assassini”.
Solo in alcuni casi vennero punite le famiglie dei prigionieri (in tutto le famiglie deportate furono 3.000): a seconda del loro grado di coinvolgimento.
Furono trasferiti all’interno dell’URSS (nella parte Nord) e questo fu la salvezza di molti polacchi, infatti la maggior parte di coloro (che furono in tutto 9000) che rimasero in Bielorussia, Volinia e Ucraina furono uccisi dai nazisti e dai collaborazionisti ucraini dell’UPA di Stepan Bandera.
Questi furono i soli polacchi a essere fucilati nella Primavera del 1940 dalle autorità sovietiche.
La Germania e l’Unione Sovietica firmarono il PATTO il 23 Agosto 1939, e gran parte del territorio etnicamente polacco finì sotto il controllo della Germania, mentre le aree annesse dall’URSS contenevano popoli diversi etnicamente, con un territorio suddiviso in diverse aree, alcune delle quali avevano una maggioranza non-polacca (come gli ucraini al Sud (gli ucraini erano la maggioranza della popolazione nel Voivodato di Stanislawòw, Ternopil’ e Leopoli, che costituivano la Galizia Orientale; se si considera anche il territorio del Voivodato di Volinia (70 % ucraino), la presenza ucraina nell’area diventa una maggioranza schiacciante) ).
Le parti orientali della Polonia furono divise in tre zone da Nord a Sud.
Nel Sud risiedeva una maggioranza ucraina, tranne in alcune aree dove il numero dei polacchi li eguagliava.
Nella parte centrale, in Polesia e Volinia, vi era una minoranza polacca che si confrontava con una classe contadina prevalentemente ortodossa.
Nella parte settentrionale, nei Voivodati di Bialystok, Vilnius e Nowogródek, i polacchi erano la maggioranza.
Gli ebrei costituivano la principale minoranza nelle aree urbane, e molti di essi si sentivano alienati nella Polonia interbellica nazionalista.
Questo gruppo etnico sperò pertanto nell’arrivo dei sovietici.
I polacchi comprendevano il maggiore gruppo etnico nei territori annessi dai sovietici (nella popolazione dei territori orientali, circa il 38 % erano polacchi, il 37 % ucraini, il 14,5 % bielorussi, l’8,4 % ebrei, lo 0,9 % russi e lo 0,6 % tedeschi).
Tra gli stessi storici polacchi si dibatte non solo delle dimensioni della tragedia che si è consumata negli anni Quaranta in Volinia e nell’ex Galizia Orientale, ma anche in base agli stessi accordi fino al 3 Ottobre 1946 dove vennero evacuati, in senso contrario, dalla Polonia verso la RSS Ucraina, 500 mila ucraini, 200 dei quali trascorsero la loro vita in Siberia lavorando come falegnami (e dove nello stesso periodo vennero imprigionati anche 3000 reazionari polacchi tra cui 1000 noti criminali di guerra anti-semiti).
Le persone realmente giustiziate in Polonia (negli anni della Ezovscina) si attestano a 10 mila persone.
E’ per certo (siccome si hanno a disposizione i DOSSIER di ciascun giustiziato in questione) che la maggior parte di queste persone erano innocenti, dal momento che il Responsabile dell’NKVD ha fatto delle confessioni in merito.
Dopo che Ezhov ha dato le dimissioni nel Novembre 1938 sono cominciate le indagini, e presto si è scoperto il fatto che Ezhov e i suoi uomini avevano fatto uccidere un gran numero di persone polacche, allo scopo di fomentare una rivolta contro il governo sovietico.
Sotto Beria, nel 1939-1941, moltissime persone polacche (allo stato attuale della documentazione se ne contano 2 milioni) sono state liberate dai campi (GULAG) situati a Danzica, molte accuse sono state riviste, e sono saltate fuori molte prove di uomini dell’NKVD che si sono resi responsabili di questi efferati crimini.
Nel 1938 ci fu il drammatico scioglimento del Partito Comunista di Polonia, e dopo la sua eliminazione fisica di un terzo dei membri del CC del Partito Comunista di Polonia (recenti studi archivistici polacchi parlano di 600 membri giustiziati) che erano esuli in URSS e che furono giustiziati durante le tremende purghe di Ezov: alla luce dell’attuale documentazione archivistica russa e dell’ex KOMINTERN, anche questo tragico fatto è da considerare parte della vasta trama cospirativa antisovietica (alias anticomunista).
Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, il governo bolscevico dell’URSS ha evacuato una parte di tartari, e di calmucchi, ma le persone di buon senso hanno difeso giustamente la politica dei bolscevichi di quegli anni.
Adesso si discute sull’argomento umanitario, tacendo che l’intero battaglione dei nazionalisti ceceni erano passati dalla parte degli hitleriani.
Nelle fosse comuni del Parco “Astrahan” vi è seppellito più di 2000 reclute mandati sin dalla scuola in aiuto all’assediamento di Stalingrado, ma uccisi dai traditori calmucchi.
Soltanto in un accampamento di tartari a Balaklava sono stati dilaniati 500 marinai.
Hanno bruciato vivi dei patrioti nei forni dei Sovhoz della Crimea di nome “Krasnji”.
Secondo i dati degli archivi, con i tartari della Crimea sono stati annientati 8.6000 pacifici abitanti, 84.000 funzionari di partito, 57.000 militari.
I nazionalisti della Lituania hanno fatto morire 700.000 patrioti, quelli della Lettonia 340.000 attivisti sovietici, e dell’Estonia 125.000.
I banderovzy ucraini (banditi nazionalisti che durante la Seconda Guerra Mondiale operavano nella regione di Zakarpatskaja (Ucraina) ) e gli ounovzy (gli ounovzy erano membri della OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e il loro capo era Stepan Bandera) nel Settembre 1941 a Babe Jar hanno eliminato 200.000 ebrei.
Dal 1944 al 1953 hanno compiuto 5099 atti terroristici e di sabotaggio con omicidi e incendi.
I tartari di Crimea vennero deportati in massa.
Molti documenti attinenti la loro deportazione, da archivi ex sovietici un tempo segretati, vennero pubblicati in Russia da ricercatori anticomunisti, i cui commenti sono parecchio tendenziosi.
I documenti stessi, nondimeno, sono molto interessanti ! : nel 1939 c’erano 218.000 tartari di Crimea.
Questo starebbe a significare circa 22.000 uomini in età da Servizio Militare, il 10 % della popolazione.
Nel 1941, da dati statistici contemporanei si evince che 20.000 soldati tartari della Crimea disertarono dall’Armata Rossa.
A partire dal 1944, 20.000 soldati tartari di Crimea si unirono alle forze naziste e combatterono contro l’Armata Rossa: così l’accusa di una massiccia collaborazione viene confermata.
Il governo sovietico decise di deportare tutta la nazionalità in Asia Centrale, cosa che fu fatta nel 1944.
Fu concessa loro della terra e qualche anno di esenzione dalla tassazione.
La nazione tartara rimase intatta e crebbe di grandezza a partire dai tardi anni 50.
I tartari di Crimea, che nella Seconda Guerra Mondiale si misero dalla parte dei nazisti, furono salvati dalla magnanimità di Stalin, che li trasferì dalla Crimea per sottrarli alla furia dei soldati sovietici rientrati dalla guerra.
Il governo bolscevico dell’URSS trasferì i tartari in nuove residenze dando loro tutto il necessario per una vita dignitosa.
Il 40 % dei tartari di Crimea venne reclutato dai nazisti.
Non tutti i tartari si unirono alle forze naziste.
Il 40 % degli uomini in Cecenia e Inguscezia vennero chiamati nel 1942 per essere reclutati dai nazisti.
Nel Febbraio del 1943 i nazionalisti filo-nazisti ceceni hanno promosso una grande rivolta a favore della Germania nazista.
Il numeri dei tartari di Crimea deportati (che fu di 15.1720) che morirono durante la deportazione fu di 191: ossia il 0,13 % .
I treni che l’NKVD organizzò per le deportazioni contennero 493.269 persone cecene, ingusce e di altre nazionalità.
50 persone morirono durante il viaggio e 1.272 riuscirono a fuggire: il totale fu dello 0,26 % delle perdite e ciò è accaduto in Inverno durante i feroci rastrellamenti nazisti: un tasso di perdita molto più basso di quello dei civili sovietici uccisi nelle zone occupate.
Nel caso della Cecenia, della Inguscezia e dei tartari della Crimea, la collaborazione con i nazisti è stata massiccia, e ha coinvolto gran parte della popolazione (una buona parte: il 60 % ).
Altri recenti studi archivistici (dopo 20 anni di ricerche d’archivio sull’argomento) dimostrano invece che la consegna da parte degli organi della giustizia rivoluzionaria del paese dei Soviet alla Ghestapo di quei 350 tedeschi esuli in URSS era la consegna di soggetti, nessuno escluso, che erano ex membri del KPD che cospirarono (dal 1932) con l’Opposizione Unificata di Destra e di Sinistra assieme ai nazisti (in questa trama cospirativa contro-rivoluzionaria furono coinvolti anche quadri del Partito Comunista di Palestina (PCP), molti dei quali erano emigrati in Polonia).
Cittadini tedeschi che sono stati arrestati per reati gravi sono stati consegnati alla Germania invece di essere imprigionati in URSS.
Non c’era una sorta di trattato per uno scambio reciproco di prigionieri.
Il governo bolscevico dell’URSS con questa manovra militare ottenne il rllascio di 400 comunisti del KPD imprigionati a Dachau.
Bucharin, che si prostra ai piedi del Partito Bolscevico (VKB) dicendo di aver confessato tutti i suoi crimini, non svela però che il Ministro degli Interni dell’epoca, Ezhov (che ricoprì questa carica dal 1937 al 1939), faceva parte della congiura trotskista.
Lo storico Grover Furr (dell’Università di Montclair nel New Jersey che, rovistando negli archivi statali di Mosca che sono stati via via desecretati, ha trovato e tradotto in inglese (dal russo) una serie di documenti di straordinaria importanza e finora sconosciuti, che smentiscono tutte (sottolineo tutte) le infamanti accuse che Krusciov ha rivolto a Stalin nel famigerato RAPPORTO “SEGRETO” passato alla CIA prima ancora che ai partiti “fratelli”) ha tradotto gli interrogatori di Ezhov che portarono alla sua condanna a morte.
Si trovano nel sito : http://msuweb.montclair.edu/~f…/research/ezhov042639eng.html.
Nel commentare l’operato di Ezhov, lo storico statunitense Grover Furr conclude che in effetti le cosiddette “Grandi Purghe” non furono opera di Stalin ma di Bucharin, il quale anche sul punto di morire si rifiutò di rivelare la vera identità politica di Ezhov il quale poté quindi compiere, prima di essere scoperto, la sua scellerata opera di assassino, dall’alto della carica pubblica che ricopriva.
Ezov svolgeva una personale attività cospirativa contro il governo sovietico e la leadership del partito.
Ezhov era stato reclutato dai servizi segreti tedeschi.
Come il gruppo della “destra” e i trotzkisti, Ezhov ed i suoi uomini migliori dell’NKVD facevano affidamento su un’invasione dalla Germania, dal Giappone, o da un altro grande paese capitalista.
Hanno torturato molte persone innocenti per spingerli a confessare crimini passibili di pena capitale in modo da fucilarli.
Sottoposero a esecuzioni sommarie un gran numero di persone utilizzando prove falsificate o addirittura senza alcuna prova.
Ezhov sperava che queste esecuzioni di massa di persone innocenti avrebbe fatto schierare gran parte della popolazione sovietica contro il governo.
Questo avrebbe creato le basi per lo scoppio di ribellioni interne contro il governo sovietico nel caso di attacco da parte della Germania o del Giappone.
Ezhov mentì a Stalin, al partito e ai capi del governo.
Le esecuzioni di massa veramente orribili del 1937- 1938 di 680.000 persone, sono state in gran parte ingiustificate esecuzioni di innocenti effettuate deliberatamente da Ezhov e dai suoi uomini migliori per seminare il malcontento tra la popolazione sovietica.
Anche se Ezhov fece fucilare un numero molto elevato di persone innocenti, è chiaro che, dalle prove ora disponibili, vi erano anche vere e proprie cospirazioni.
Il governo russo continua a conservare ogni cosa ma purtroppo alcuni documenti utili per questa investigazione rimangono top -secret.
Non si può sapere con certezza esattamente le dimensioni delle cospirazioni reali senza tali prove.
Pertanto, non si sa quante di queste 680.000 persone erano cospiratori reali e quanti sono state vittime innocenti.
Come è stato documentato Stalin e la direzione del partito cominciarono a sospettare già dall’Ottobre 1937 che la maggior parte della repressione fosse effettuata in modo illegale.
All’inizio nel 1938, quando Pavel Postiscev fu aspramente criticato, poi rimosso dal Comitato Centrale, poi espulso dal partito, processato e giustiziato per l’ingiustificata repressione di massa, questi sospetti crebbero.
Quando Lavrentii Berja venne nominato come il Vice di Ezhov, quest’ultimo e i suoi uomini compresero che Stalin e la direzione del partito non si fidavano più di loro.
Fecero un ultimo complotto per assassinare Stalin il 7 Novembre 1938, in occasione della celebrazione del 21° anniversario della rivoluzione bolscevica.
Ma gli uomini di Ezhov furono arrestati in tempo.
Ezhov venne convinto a dimettersi.
Un’intensa attività investigativa venne avviata e un enorme numero di abusi del NKVD vennero scoperti.
Un gran numero di casi di coloro che furono giudicati o puniti a causa di Ezhov vennero rivisti.
Alcune delle prove più evidenti e impressionanti pubblicate a partire dal 2005, sono le confessioni di Ezhov e di Mikhail Frinovsky, il secondo in comando di Ezhov.
Si ha anche un gran numero di confessioni e gli interrogatori, per lo più parziali, di Ezhov, in cui fa molte altre confessioni: questi sono stati pubblicati nel 2007 in un semi-ufficiale account da Aleksei Pavliukov.
Ora a 80 anni di distanza si può affermare che, senza i Processi di Mosca che la propaganda anticomunista si ostina a dire inventati da Stalin per consolidare il suo potere, l’URSS attaccata dalla Germania nazista avrebbe dovuto affrontare un tradimento interno dalle conseguenze disastrose.
La repressione, tuttavia, non si limitò a colpire gli esponenti di vertice ma colpì anche la base del complotto per cui gli arresti, i processi, le condanne ai lavori forzati e di morte coinvolsero, secondo le stime di storici veri e non buffoni anticomunisti, da 450.000 a 680.000 persone nell’annata 1937-1938 quando alla direzione del NKVD fu posto Ezhov.
Infatti, Ezhov sperava che queste esecuzioni di massa di persone innocenti avrebbero fatto schierare gran parte della popolazione sovietica contro il governo.
Con l’avvento di Berja al Ministero degli Interni oltre 100.000 persone vennero rilasciate dal carcere e dai campi.
Molti uomini della NKVD vennero arrestati e confessarono di aver torturato, processato e giustiziato persone innocenti.
Molti altri membri della NKVD furono condannati al carcere o licenziati.
Sotto Berja il numero delle esecuzioni nel 1938 e il 1940 scese a meno dell’1 % del numero raggiunto sotto il comando di Ezhov nel 1937 e 1938.
E molti di quelli giustiziati erano uomini della NKVD, tra cui Ezhov stesso, colpevoli di una massiccia repressione ingiustificata e di aver sottoposto ad esecuzione persone innocenti.
E’ evidente che quello che fu definito dagli “storici” anticomunisti il “terrore staliniano” non fu opera di Stalin e non coinvolse decine di milioni di persone come viene affermato.
In malafede, questi scribacchini uniscono 2 fenomeni storici, la repressione del complotto e il tentativo di riordino e verifica degli iscritti al Partito Comunista (proverka: in russo significa verifica e non purga), che si svolse negli stessi anni che, come storici veri e non propagandisti anticomunisti hanno appurato esaminando gli archivi di Smolensk, portò all’espulsione di una ridicola percentuale di membri.
Un aspetto schifoso della questione è che Nikolai Bukharin, leader del gruppo di destra, era al corrente dell’ “Ezhovshchina” (la repressione condotta da Ezhov detta in lingua russa) e la lodò in una lettera che scrisse dal carcere a Stalin.
Bukharin sapeva che Ezhov era membro della cospirazione della Destra.
Senza dubbio è per questo che accolse con favore la nomina di Ezhov a capo della NKVD (orientamento registrato dalla vedova di Bucharin, Anna Larina, nelle sue memorie).
Nella sua prima confessione, nella sua ormai famosa lettera a Stalin del 10 Dicembre 1937 e al suo processo nel Marzo 1938, Bucharin sostenne che era completamente “disarmato” e di aver detto tutto quello che sapeva.
In realtà Bukharin sapeva che Ezhov era un membro di spicco del complotto della Destra, ma non disse nulla.
Secondo Mikhail Frinovsky, braccio destro di Ezhov, probabilmente Ezhov gli promise di adoperarsi affinché non fosse eseguita la sentenza di morte, se avesse taciuto della partecipazione di Ezhov.
Se Bucharin avesse detto la verità, se avesse rivelato, infatti, le informazioni su Ezhov, gli omicidi di massa ad opera di quest’ultimo avrebbero potuto essere fermati all’inizio.
Si sarebbero potute salvare le vite di centinaia di migliaia di persone innocenti.
Ma Bucharin rimase fedele ai suoi compagni cospiratori.
Andò all’esecuzione, esecuzione che, giurò, meritava “dieci volte”, senza rivelare la partecipazione di Ezhov alla cospirazione.
Questo punto non potrà mai essere sottolineato troppo: il sangue delle centinaia di migliaia di persone innocenti massacrati da Ezhov e dai suoi uomini durante il 1937-1938, ricade su Bucharin e non su Stalin.

http://stalin.blogfree.net/?t=5272952#cut

https://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=42839866

https://www.pressenza.com/it/2018/02/si-gli-usa-fecero-guerra-biologica-corea-del-nord/

 

Sì: gli Usa fecero guerra biologica in Corea del Nord

Sì: gli Usa fecero guerra biologica in Corea del Nord

Il libro di Dave Chaddock This Must Be the Place raccoglie le prove che gli USA effettivamente tentarono di spazzare via milioni di cinesi e nord-coreani con malattie mortali. E causarono fame e morte a Cuba introducendo la febbre suina, la muffa del tabacco, e creando “un’epidemia di Dengue emorragica nel 1981.

È una sciocchezza di non poca importanza credere che gli USA bombardarono la Corea del Nord con bombe ordinarie, non biologiche. Non rimanevano più edifici da bombardare. Le persone vivevano nelle grotte, se vivevano. Milioni di persone morirono, la maggior parte delle quali era sopravvissuta alle vecchie bombe ‘non scandalose’ ma assassine di massa (incluso, ovviamente, il napalm che scioglie le persone ma non le infetta con malattie esotiche). Ancora oggi i nordcoreani vivono nel terrore che la storia si ripeta, tanto che il loro comportamento a volte è inesplicabile e sconcertante per i nordamericani che conoscono la storia attraverso le domande dei quiz televisivi…

Eppure, il fatto che gli USA tentarono di diffondere malattie come la peste bubbonica in Corea del Nord può avere un potente impatto sui creduloni che si auto-ingannano circa la pretesa bontà delle guerre statunitensi. Quindi vale la pena diffondere la consapevolezza che questo è accaduto davvero. Un grande aiuto su questo argomento è stato appena fornito da Jeffrey Kaye, che ha pubblicato online un importante rapporto che è stato in gran parte non disponibile per decenni. Il rapporto fu prodotto nel 1952, su richiesta dei governi nordcoreano e cinese, da una commissione che comprendeva eminenti scienziati provenienti da Svezia, Brasile, Francia e Italia, ed era diretto da Sir Joseph Needham, uno dei più importanti e rispettati scienziati britannici. Il suo necrologio del New York Times non dice se le conclusioni della commissione fossero accurate. Il suo necrologio dell’Independent suggerisce che la commissione aveva visto bene. La sua copertura su WikiPedia annuncia in modo prevedibile che la commissione si era sbagliata del tutto, cosa avallata dalla tipica citazione di WikiPedia: “Citazione necessaria”. Sì, a questo punto una citazione è ancora più disperatamente dovuta.

Il rapporto che Kaye ci ha messo a disposizione è completo e ben impostato e conclude che in effetti gli USA usarono la guerra batteriologica. Questa ebbe un ruolo assai minore nel massacro di massa. Ma ebbe un ruolo.
Ebbe un ruolo più ampio nel far sì che la cultura e il governo degli Stati Uniti procedessero su quella strada. Il governo inventò il concetto di “lavaggio del cervello” per sconfessare la testimonianza di piloti statunitensi che avevano confessato di aver condotto azioni di guerra biologica. Poi la CIA impiegò molti anni (e causò molte morti) cercando assurdamente di fare ciò che aveva ridicolmente accusato i cinesi di aver fatto.

Negli USA è notizia non gradita che gli Stati Uniti abbiano protetto criminali di guerra giapponesi e si siano basati sul loro lavoro. E’ ancor più sgradita la notizia che abbiano tentato di creare epidemie mortali nella Corea del Nord.
Forse ancor meno accettabile è la notizia che gli USA hanno portato la fame e la morte a Cuba, introducendo la febbre suina e la muffa del tabacco nell’isola, e creando “un’epidemia di Dengue emorragica nel 1981, durante la quale circa 340.000 persone furono infettate e 116.000 ricoverate in ospedale: questo in un paese che non aveva mai sperimentato un singolo caso di Dengue. Alla fine morirono solo 158 persone, tra cui 101 bambini. Per inciso: così tante ospedalizzazioni con così poche morti è un’eloquente testimonianza dell’eccellenza del sistema sanitario pubblico cubano”.
Stranamente, come sottolinea Kaye, potrebbe essere ancora più inaccettabile negli Stati Uniti sapere che il Giappone aveva sperimentato le armi biologiche sui prigionieri di guerra statunitensi.
E io sospetto che la cosa più inammissibile di tutte sia il fatto che il programma statunitense di armi biologiche trasformò in arma e diffuse la malattia di Lyme nell’area di Old Lyme, nel Connecticut, da cui successivamente la malattia prese il nome. E non a caso, allora, quella malattia si diffuse rapidamente.

Come ho scritto in precedenza, la lotta a colpi di propaganda durante la guerra di Corea fu intensa. Il sostegno che il governo guatemalteco diede ai rapporti sulla guerra batteriologica degli Stati Uniti in Cina fu una delle motivazioni degli USA per rovesciare il governo guatemalteco; e la diffusione di quei rapporti fu probabilmente una delle motivazioni per l’omicidio di Frank Olson della CIA – a questo proposito si veda il nuovo film di Netflix Wormwood.

Non c’è alcun dibattito sul fatto che gli Stati Uniti abbiano lavorato per anni sulle armi biologiche, a Fort Detrick (poi chiamato Camp Detrick) e in numerose altre località. E non si discute sul fatto che gli USA impiegarono gli assassini più abili nell’impiego di armi biologiche sia tra i giapponesi che i nazisti dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Né si discute sul fatto che gli USA testarono tali armi nella città di San Francisco e in numerose altre località statunitensi, e nei soldati statunitensi. C’è un museo all’Avana con testimonianze di anni di guerra biologica degli USA contro Cuba. Sappiamo che a Plum Island, al largo della punta di Long Island, fu sperimentato testare l’uso degli insetti come arma, comprese le zecche che hanno scatenato l’attuale epidemia di Morbo di Lyme.

Il libro di Dave Chaddock This Must Be the Place, che ho trovato attraverso la recensione di Jeff Kaye, raccoglie le prove che gli USA effettivamente tentarono di spazzare via milioni di cinesi e nord-coreani con malattie mortali.

“Che importa adesso?” Posso immaginare che questa domanda provenga da un solo angolo della terra.

Rispondo: importa che conosciamo i demoni della guerra e che cerchiamo di fermare quelli nuovi. Bombe a grappolo statunitensi in Yemen; attacchi con droni statunitensi in Pakistan; armamenti statunitensi in Siria; fosforo bianco e napalm e uranio impoverito statunitensi usati negli ultimi anni; torture statunitensi in campi di prigionia; arsenali nucleari statunitensi in espansione; colpi di stato USA che mettono al potere mostri in Ucraina e Honduras; bugie statunitensi sull’armamento nucleare iraniano; e infine il confonto degli USA con la Corea del Nord come parte di quella guerra mai conclusa: tutte queste cose possono essere affrontate al meglio da persone rese consapevoli di una secolare strategia di bugie.

E rispondo anche che non è ancora troppo tardi per scusarsi.

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Italia Libera Civile e Laica = Italia Antifascista

————–> 16 febbraio 1943 – IN GRECIA STRAGE FASCISTA.
Domenikon come Marzabotto ! Quei fascisti stile SS:

Domenikon come Marzabotto. Oltre 150 uomini fucilati per rappresaglia. Ora un documentario alza il velo sulle stragi del nostro esercito. Occultate

I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon. Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti “una salutare lezione”, come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. “Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un’ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni”, racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.

L’eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po’ meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel’avevano detto, raccontano i vecchi paesani: “Vi bruceremo tutti”. Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: “Mamma. Ci ammazzano tutti”.

Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All’una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un’ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. “Anche mio padre e i suoi tre fratelli”, ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell’eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l’indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti: fecero 150 morti.

È tutto ricostruito nel documentario ‘La guerra sporca di Mussolini’, diretto da Giovanni Donfrancesco e prodotto dalla GA&A Productions di Roma e dalla televisione greca Ert, che andrà in onda il 14 marzo su History Channel (canale 405 di Sky). La Rai si è disinteressata al progetto. Il film, che riapre una pagina odiosa dell’Italia fascista, si basa su ricerche recenti della storica Lidia Santarelli. La docente al Centre for European and Mediterranean Studies della New York University, parlando con ‘L’espresso’ di Domenikon e dei massacri italiani in Tessaglia, Epiro, Macedonia, li definisce “un buco nero nella storiografia”. Che cosa sa il grande pubblico della campagna di Grecia di Mussolini? Ricorda il presidente Ciampi, le commosse rievocazioni della tragedia di Cefalonia, il generale Gandin e la divisione Acqui, le emozioni cinematografiche di ‘Mediterraneo’ e del ‘Capitano Corelli’, con gli italiani abbronzati, generosi, portati a fraternizzare. Una proposta di legge (Galante e altri) presentata alla Camera il 24 novembre 2006 per istituire una Giornata della memoria delle vittime del fascismo accenna all’eccidio di Domenikon; ma è un’eccezione.

Italiani brava gente? Per nulla.”Domenikon”, dichiara la Santarelli nel film, “fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943. Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui principio cardine era la responsabilità collettiva. Per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità locali”.L’ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari.

A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià.

Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Azioni di cui praticamente non esistono immagini, memorie sepolte negli archivi militari. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Nel film il diario del soldato Guido Zuliani racconta di rastrellamenti e torture. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: “Vi vantate di essere il Paese più civile d’Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari”. Fu internato, torturato, deportato in Italia. La figlia: “Un incubo”.

Gli italiani imitarono i tedeschi, ma senza la loro tecnica. Nel campo di concentramento di Larisa, a nord di Volos dove nacque Giorgio de Chirico, furono fucilati per rappresaglia oltre mille prigionieri greci. Molti morirono, ricorda ‘La guerra sporca di Mussolini’, di fame, denutrizione, epidemie. Le brande con i materassi di foglie di granturco erano infestate dalle pulci. L’occupazione (sino al settembre ’43 gli italiani amministrarono due terzi della Grecia, un terzo i tedeschi) si caratterizzò per le prevaricazioni continue ai danni di innocenti. La Tessaglia era il granaio greco. L’esercito italiano eseguiva confische, saccheggi, sequestri. Introdotta la valuta di occupazione, il mercato nero andò alle stelle. La razione di pane si ridusse a 30 grammi al giorno. Il film mostra abitanti di Atene morti di fame gettati come stracci agli angoli delle strade. “Nel solo inverno 1941”, ricorda la professoressa Santarelli a ‘L’espresso’, I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon. Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti “una salutare lezione”, come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. “Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un’ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni”, racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.

L’eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po’ meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel’avevano detto, raccontano i vecchi paesani: “Vi bruceremo tutti”. Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: “Mamma. Ci ammazzano tutti”.

Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All’una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un’ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. “Anche mio padre e i suoi tre fratelli”, ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell’eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l’indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti:

Domenikon oggi è un paesino circondato dalla macchia, da ginepri, cardi e rosmarini. I tramonti lo tingono di rosa come nel 1943. I patrioti come Stathis Psomiadis hanno cercato di sollevare il velo dell’oblio, e questo documentario è un tributo agli innocenti. La realtà però è amara. Domenikon, riconosciuta città martire nel 1998, non è diventata memoria collettiva, come da noi Marzabotto. Molti greci non conoscono queste vicende. Perché già nel 1948, con la rinuncia del governo a chiedere l’estradizione dei criminali italiani, la questione si chiuse. I processi non furono mai istruiti. Anni dopo anche il Tribunale di Larisa archiviò il caso. E di Domenikon resta la memoria di pochi, gente semplice, poco mediatica, come si dice oggi. E un tramonto rosa malinconico. Sopra il villaggio, sopra la giustizia e la storia.

di Enrico Arosio

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Le S.S. Italiane :
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————-> GRECIA :

GRECIA 1943: quei fascisti stile SS
http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1607.htm

Grecia: l’Italia chiede scusa
per i crimini fascisti di Domenikon
http://www.metaforum.it/archivio/2009/showthread56e6.html…

VIDEO : Crimini di guerra italiani in Grecia, 1943
http://www.youtube.com/watch?v=UxIDllFB08w&feature=related

VIDEO :
“Italiani brava gente?” Quadraro(Italia)-Domenikon(Grecia)
http://www.youtube.com/watch?v=UVdHs4ogPII

QUI SOTTO IL POST PIÙ IMPORTANTE CREATO DALLA PAGINA (dal 5.08.2009).
Tanti anni di ricerche. Ci sono importantissimi links, articoli, video e album:
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————–> GALLERIA FOTO :
“Stragi nazifasciste”
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ARTICOLO :
http://espresso.repubblica.it/…/Grecia-1943:-quei-f…/1996067