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Nel suo RAPPORTO SEGRETO, Chruscev disse:

(di Giovanni Apostolou)

“Esisteva una pratica viziosa, quando nel NKVD venivano compilate delle LISTE degli individui i cui casi erano da considerarsi alla valutazione presso il Collegio Militare, e per essi veniva predeterminata a priori la misura di punizione.
Tali ELENCHI venivano inviati a Stalin personalmente da Ezov per l’autorizzazione delle sanzioni proposte.
Nel 1937-1938, a Stalin furono inviate 383 di tali ELENCHI su migliaia di funzionari del partito, sui cittadini sovietici, sui giovani del Komsomol, sui militari e sui lavoratori nelle sfere per la gestione dell’economia nazionale, e avevano ricevuto la loro sanzione” (si veda: http://stalin.memo.ru/spiski/pg05245.htm: non c’è niente di strano che il Procuratore arrivava in sede giudicante, avendo a portata di mano non solo le prove della colpevolezza dell’accusato, ma anche le raccomandazioni sulle misure della condanna, nel caso di riconoscimento della colpevolezza; come viene notato, al livello archivistico, all’esame venivano forniti le LISTE soltanto dei membri del partito, e mai di quelli che non ne appartenevano).
Gli originali di tali ELENCHI esistono.
Sono stati preparati per la stampa e pubblicati prima nei Compact Disk e inseguito emesse in Internet come “LE LISTE DELLE FUCILAZIONI DI STALIN” (si veda: http://stalin.memo.ru/images/intro1.htm).
Ahimè, il nome stesso è impreciso e tendenzioso, in quanto le LISTE, generalmente parlando, non erano state “di fucilazioni”.
Gli storici antistalinisti (alias anti-comunisti) descrivono le LISTE come delle condanne fabbricate in anticipo.
Tuttavia, proprio i loro studi-ricerche-commenti dimostrano tutta la inconsistenza di tali accuse.
In realtà, negli ELENCHI veniva citato il Verdetto di massima pena, che poteva essere imposto dalla Corte Giudicante in caso di condanna dell’accusato, vale a dire che lì veniva indicata la massima misura possibile di condanna per un preciso reato in quanto tale, e non il Verdetto vero e proprio.
Ci sono casi in cui gli individui esistenti nelle LISTE non venivano condannati o il Verdetto della condanna era assai meno grave della pena massima per un reato indicata nell’ELENCO (che alla fin fine e salvava queste persone dalla fucilazione).
Ad esempio, citato nella RELAZIONE di Khruscev e che ha vissuto fino al XX congresso, A. V. Snegov era finito per due volte negli ELENCHI (prima volta nell’ELENCO del 7 Dicembre 1937 per la Regione di Leningrado e per la seconda volta nell’ELENCO del 6 Settembre 1940 (si veda: http://stalin.memo.ru/spiski/pgl3026.htm) ).
In ambedue i casi, Snegov era stato segnalato come l’appartenente alla “CATEGORIA 1” di condanna, vale a dire che nel suo caso si sarebbe potuta applicare anche la pena capitale (la fucilazione).
Al secondo ELENCO in cui c’è il nome di Snegov è allegata una sintesi delle prove accusatorie, e si sente che di queste prove c’è ne erano molte di più.
Tuttavia Snegov non fu condannato a morte, ma era stato condannato a una lunga detenzione in un campo di lavoro.
Così, Khrusciov sapeva che Stalin non pronunciava le “condanne”, ma prendeva in visione gli ELENCHI per possibili obiezioni.
A Khrusciov questo era sicuramente noto, in quanto vi è rimasta conservata una lettera a lui indirizzata dal Ministro degli Affari Interni dell’URSS, del 3 Febbraio 1954.
In questa lettera, del fatto sui “verdetti fabbricati a priori” non c’è una sola parola, invece si afferma esplicitamente che “negli Archivi del Ministro degli Affari Interni dell’URSS vi sono trovate 383 LISTE delle persone, che debbono essere sottoposte al giudizio del Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS”.
Queste LISTE (ELENCHI) erano stati redatti negli anni 1937-1938, dalla NKVD, e nello stesso periodo (allora) anche presentate al Comitato Centrale del VKB (per l’esame).
Khrusciov aveva nascosto il fatto che non era stato Stalin, ma fu lui stesso (in modo diretto) coinvolto nel redigere degli ELENCHI con l’indicazione raccomandata della categoria di punizione.
Khrusciov fa riferimento alla NKVD, indicando che gli ELENCHI sono stati redatti proprio lì.
Ma egli accuratamente cela che la NKVD operava fianco a fianco con la dirigenza locale del VKB e che il numero considerevole di persone in quelle LISTE, probabilmente anche la maggioranza e maggiormente che nelle altre località dell’URSS, abitasse esattamente là, dove in quel periodo spadroneggiava Khrusciov.
Fino al Gennaio 1938, Khrusciov fu il Primo Segretario dei Comitati di Partito Regionale, nonché cittadino di Mosca, e più tardi il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) di Ucraina.
La sua lettera a Stalin, con la richiesta di fucilazione di 6.500 persone, porta la data:
10 Luglio 1937.
Ma la stessa data è posta sulle “LISTE DELLE FUCILAZIONI DI MOSCA” di Mosca e della Regione di Mosca.
Nella lettera a Stalin, Khrusciov conferma la propria partecipazione alla “Troika” (al trio), cui ebbe il potere di selezionare individui soggetti alle repressioni.
Dello stesso “trio” facevano parte:
S. F. Redens (il capo della NKVD nella Regione di Mosca) e K. I. Maslov che era il Sostituto Procuratore della Regione di Mosca (Khrusciov ammette (acconsente?) che “nei casi necessari” egli sarebbe stato potuto essere sostituito dal Secondo Segretario, A. A. Volkov).
Volkov rimase in carica di Secondo Segretario del MK-VKP (B) soltanto sino all’inizio del mese di Agosto dell’anno 1937, e così smise di essere subordinato a Khrusciov, il fatto che probabilmente gli salvò la vita (Volkov, l’11 Agosto 1937, è stato eletto Primo Segretario del Partito Comunista (Bolscevico) di Bielorussia, e dall’Ottobre 1938 al Febbraio 1940 occupò la carica del Primo Segretario del Comitato Regionale del VKP (B); a giudicare da tutto, morì di morte naturale nel 1941 o nel 1942; un dettagliato racconto su Volkov vi era pubblicato nel giornale LA BIELORUSSIA SOVIETICA del 21 Aprile 2001; si veda anche: http://sb.by/article.php?articleID=4039; Maslov è rimasto in carica di Procuratore per la Regione di Mosca sino al Novembre del 1937: nel 1938 fu arrestato e nel Marzo 1939 fu giustiziato con l’accusa di sovversione controrivoluzionaria; la stessa sorte toccò K. I. Mamontov, cui dapprima ha preso il posto di Maslov, e poi fu fucilato con egli nello stesso giorno; non sfuggì alla pena capitale neppure Redens: nel Novembre del 1938 fu arrestato come partecipante ad un “gruppo sovversivo e di spionaggio polacco”, e fu processato e per il Verdetto della Corte fu giustiziato il 21 Gennaio 1940; sulle pagine del loro libro, Jansen e Petrov menzionano Redens come uno degli “uomini di Ezhov”; durante il cosiddetto “disgelo”, Redens, su insistenza di Khrusciov, fu riabilitato, ma con tale flagranti violazioni delle normative legislative che nel 1988 fecero in modo che la riabilitazione di Redens era stata abolita (revocata) ).
In altre parole, ad eccezione di Volkov, tutti i più stretti collaboratori di Khrusciov cui presero parte nelle repressioni a Mosca e nella Regione di Mosca, ebbero le pene (punizioni) degne delle loro azioni.
Ma in quale modo riuscì a sfuggire la punizione a Khrusciov?
Mistero …
Disse ancora Chruscev nel RAPPORTO SEGRETO:
“E’ noto il risanamento che nelle organizzazioni del partito apportarono le disposizioni del Comitato Centrale del VKB al Plenum del Gennaio (1938).
Tuttavia le repressioni continuavano anche nel 1938”.
Qui Khrusciov fa soltanto allusione (ma più chiaramente articola il suo pensiero più tardi) che il volano delle repressioni veniva azionato proprio da Stalin.
Ma le attestazioni (gli elementi di prova) documentate, al contrario, ci stanno ostinatamente dicendo che le repressioni venivano gonfiate da Ezov e da un gruppo dei Primi Segretari, a cui Khrusciov prese parte come uno dei principali “repressori”.
Stalin e la parte della Direzione Centrale del VKB (che non fu coinvolta nella cospirazione) cercava di ridurre e mettere sotto controllo tutto lo svolgere delle repressione.
Alla fine, sono riusciti a ottenere pene severe per coloro contro cui sono stati ottenuti prove del coinvolgimento nella fabbricazione dei casi atti ad eliminazione delle persone innocenti.
Getty e Naumov fecero un’esauriente analisi della documentazione (dei materiali) del Plenum del VKB del Gennaio 1938.
Dalla loro approfondita ricerca, risulta che Stalin e i leader del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) furono estremamente preoccupati per il problema delle repressioni incontrollate.
Proprio per questo motivo, e in sede di questo plenum, Postyshev era stato rimosso dal suo incarico.
Un esame approfondito di questa materia si trova nel libro di R. Thurston (Uspebskij in quanto ricercato per tutta l’URSS fu arrestato soltanto il 14 Aprile del 1939; secondo alcune informazioni, Ezov aveva origliato una conversazione telefonica fra Stalin e Khrusciov, dopo di che avvertì Uspenskij; indipendentemente dal fatto in che cosa consistette il reato personale di Uspenskij, la responsabilità per la fabbricazione delle accuse contro le persone innocenti, lui le deve condividere con Khrusciov in quanto ambedue erano i membri della stessa “Trojka”; nei materiali (nei documenti) degli interrogatori di molti arrestati vi è detto che, seguendo le istruzioni di Ezov, Uspenskij falsificava i DOSSIER su vasta scala) in cui si conferma il fatto che Stalin stesse cercando di tenere a freno i Primi segretari, l’NKVD e le stesse repressioni in quanto tali.
Al Plenum del Gennaio 1938, Malenkov ovviamente, facendo eco a Stalin, fece una RELAZIONE sulle espulsioni non autorizzate in massa dal Partito Comunista dei compagni nella Regione di Kuibyshev.
Bisogna considerare soltanto che la colpa di questi atti era stata scaricata su Postyshev.
La RISOLUZIONE del Comitato Centrale del VKB del 9 Gennaio 1938 accusò egli di “errori”, per cui ricevette la nota di biasimo ed era stato sollevato dai suoi incarichi del Primo Segretario del Comitato Regionale di Kuibyshev.
I. A. Benediktov, che ebbe incarichi chiave negli anni 1938-1958, nella gestione dell’agricoltura dell’URSS (Commissario del Popolo per l’Agricoltura, e dopo Ministro dell’Agricoltura) che spesso partecipò alle riunioni del Comitato Centrale e del Politburo, sottolinea, riferendosi al Plenum di Gennaio, che Stalin cominciò a correggere le illegalità commesse nel corso delle repressioni.
Nel Gennaio del 1938, a capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni della Repubblica Socialista di Ucraina (RSS Ucraina), ebbe la carica A. I. Uspenskij, ma entro la fine dello stesso anno a Mosca era divenuto noto come criminale.
Avvertito da Ezov, il 14 Novembre del 1938, Uspenskij sfuggì all’arresto che incombeva sulla sua testa, finse il suicidio e passò in clandestinità.
Infine disse Chruscev nel RAPPORTO SEGRETO:
“Quando Stalin diceva che qualcuno dove essere arrestato si doveva prendere per fede che questo era un “nemico del popolo”.
Mentre la banda di Berija, che spadroneggiava nella NKVD, usciva dalla pelle per dimostrare la colpevolezza delle persone arrestate e la correttezza dei materiali (accusatori) da esso fabbricati”.
È una bugia.
R. Thurston scrive dettagliatamente del fatto di come Khrusciov aveva travisato il senso di quello che era effettivamente accaduto quando Berija divenne il capo del NKVD.
Il suo arrivo (nel NKVD), secondo le parole dello storico, generò “l’impressionante liberalismo” : cessarono le torture ai prigionieri, furono restituiti i loro legittimi diritti legislativi.
I complici di Ezov persero i loro incarichi, molti di essi furono accusati ed ebbero dei processi da cui vennero giudicati come dei colpevoli per aver effettuato delle repressione illegali.
In conformità con la RELAZIONE della Commissione a capo di Pospelov, gli arresti scesero bruscamente: negli anni 1939-1940, il loro numero era sceso al più del 90 % rispetto agli anni 1937-1938.
Il numero delle esecuzioni nel 1939-1940 era sceso al di sotto dell’1 % al confronto degli anni 1937-1938.
Berija prese su di sé la gestione del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni nel Novembre 1938 e, quindi, il suindicato lasso di tempo combacia perfettamente col periodo in cui tutte le redini del governo “degli organi di sicurezza” (NKVD?) sono state concentrate nelle sue mani.
Krusciov aveva usato la RELAZIONE della Commissione di Pospelov
per il suo “RAPPORTO SEGRETO”, e quindi non poteva non sapere questi fatti, ma decise di non farne alcun riferimento in modo da non dare all’auditorio un benché minimo motivo di dubitare nella interpretazione proposta da lui di questi eventi storici.
Proprio mentre Berija era stato a capo della NKVD vi ebbero luogo dei processi a carico di quelli che furono accusati di illeciti repressioni, di esecuzioni in massa, di torture e di falsificazioni delle cause penali.
Krusciov lo sapeva, ma anche questo lo tenne nascosto.
Nuove e importanti informazioni riguardano poi le vittime.
Gli storici russi Zemskov, Dugin e Klevniuk hanno potuto disporre dei dati di archivio, e comunicarli in numerosi articoli e libri.
Specialmente informato e rigoroso il primo (membro dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze Russa) : egli ha pubblicato le sue ricerche nei primi anni 90, alla fine e dopo il crollo dell’URSS, avendo accesso agli Archivi del Ministero dell’Interno (MVD-KGB), del precedente Commissariato del Popolo agli Interni (NKVD), della Polizia di Stato (OGPU-NKVD), degli Organi Giudiziari.
Le cifre complessive furono pubblicate da Zemskov, Getty e Rittesporn in AMERICAN HISTORICAL REVIEW (21 Giugno 1994).
Dal 1921 al 1953 furono condannate per attività controrivoluzionaria circa 4.000.000 di persone, delle quali 780.000 furono fucilate.
Nei Campi di Lavoro, Colonie Penali e prigioni morirono 600.000 detenuti politici.
Si possono calcolare pertanto in 1.400.000 i morti per motivi politici nell’URSS dalla fine della guerra civile alla morte di Stalin.
Sono come è evidente cifre pesanti, ma ben lontane da quelle riferite dai vari Conquest, Medvedev, Solzhenitzin, che oscillano tra 10.000.000 e 40.000.000 milioni di esecuzioni.
Nel Sistema Penale sovietico i condannati potevano, nei casi più gravi, essere inviati nei Campi di Lavoro Forzato (GULAG), per reati meno gravi nelle Colonie di Lavoro, dove i condannati erano impiegati nelle fabbriche o nell’agricoltura e percepivano un regolare salario, o in particolari zone di residenza con proibizione di risiedere in alcune città, in genere Mosca o Leningrado.
In quest’ultimo caso godevano in genere dei diritti politici.
In attesa della sentenza gli accusati erano tenuti nelle prigioni.
Il totale dei condannati nei GULAG oscillò tra un minimo di 510.000 nel 1930 a un massimo di 1.711.202 nel 1952.
I condannati presenti nei GULAG, Colonie di Lavoro e prigioni oscillarono fra 1.335.032 del 1944 e 2.56.351 del 1950.
Mancano i dati complessivi fino al 1939, quando si raggiunse la cifra generale di 2.000.000.
Le cifre, drammatiche, ma di gran lunga inferiori a quelle proposte da “storici” di parte e privi di documentazione, debbono essere completate dai dati sulla mortalità e meritano qualche commento.
La mortalità generalmente oscillante intorno al 3 % annuo toccò punte elevate nel 1942 e 1943, 17 % , durante il periodo bellico, quando anche le condizioni alimentari, igieniche, di salute della popolazione civile peggiorarono drammaticamente.
Al tempo stesso la popolazione dei GULAG diminuì drasticamente, perché molti condannati furono arruolati nell’esercito.
Il forte incremento degli anni postbellici è in parte da attribuire alla presenza di prigionieri di guerra, condannati per diserzione e collaborazione con gli occupanti tedeschi.
E’ comunque interessante notare che la popolazione detenuta nel suo complesso arrivò a toccare al massimo il 2,4 % della popolazione adulta.
Nel 1996 erano detenuti negli USA 5.500.000 persone cioè il 2,8 % della popolazione adulta.
E’ appena il caso di sottolineare che si tratta di due situazioni completamente diverse: da una parte un paese uscito da una guerra mondiale e civile, combattute sul suo territorio, sede di un drammatico rivolgimento sociale, impegnato in una lotta mortale per la sopravvivenza, prima con un gigantesco sforzo di edificazione economica e culturale, poi in una guerra vittoriosa a prezzo di immense perdite materiali e umane.
Dall’altra il paese più ricco e tecnologicamente del mondo, che pur partecipando alle due guerre mondiali non ebbe un centimetro quadrato toccato dal nemico, soffrì perdite umane di gran lunga inferiori e trasse non pochi vantaggi economici dalle guerre stesse.
Le statistiche, finalmente disponibili, ci dicono anche che la grande maggioranza dei condannati (80-90 %) nei GULAG riceveva pene inferiori a 5 anni, meno del 1 % superiori a 10.
Vanno anche ricordati i provvedimenti di Amnistia, i più larghi dei quali, che interessarono oltre un milione di detenuti, nel 1945 e nel 1953.
Credo che qualunque paragone con i campi di concentramento nazisti sia un offesa alla verità.
Li i deportati erano destinati, se ebrei, rom o di razze considerate inferiori, a morte certa.
Nessun Tribunale aveva decretato la loro condanna.
Le pene non prevedevano un termine, non c’erano Amnistie.
Non c’era la possibilità di revisione della condanna e di riabilitazione, come anche in epoca staliniana avvenne per non pochi condannati: per quanto dure potessero essere le condizioni nei GULAG (e mi riferisco alle memorie di Ginsburg, Larina, Corneli, Solzhenitsin e ad una infinita memorialistica sull’argomento), non erano paragonabili a quelle dei lager nazisti.
Non era infrequente che condannati che avevano scontato la pena restassero a lavorare come liberi nelle strutture produttive dei campi o nelle Colonie di Lavoro.
Infine i politici rappresentarono costantemente non più del 25-30 % dei condannati.
Nel 1934 gli internati politici nei GULAG erano tra i 127.000 e i 170.000 e non 5 milioni.
Il numero esatto di tutti i detenuti nei campi di lavoro, ossia i detenuti politici e comuni insieme, era di 510.307.
Sull’insieme dei detenuti, non c’era che tra il 25 % e il 33 % di politici, e non 4.850.000.
Il numero dei detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel 1934 e un massimo di 500.000 durante i due anni di guerra, nel 1941 e nel 1942.
Si trovavano in media tra 236.000 e 315.000 detenuti politici.
Dal 1936 al 1939, il numero dei detenuti nei campi aumentò di 477.789 persone (passando da 839.406 a 1.317.195) e non ci furono, come insinua la storiografia anticomunista, 7 milioni di detenuti politici.
I decessi nei GULAG in due anni furono 115.922 e non 2.000.000:
116.000 persone erano morte per cause naturali e non morirono perché, come dice la propaganda storiografica anticomunista, ci fu oltre un milione di esecuzioni.
Ai tempi rivoluzionari di Stalin, nel 1951 (anno che vide il maggior numero di detenuti nei GULAG) c’erano 1.948.158 detenuti comuni.
Il numero reale di detenuti politici era allora di 579.878 e non dai 12 ai 13 milioni di persone.
La maggior parte dei “politici” erano individui che avevano collaborato coi nazisti:
334.538 erano stati condannati per tradimento.
Un gran baccano velenoso viene sollevato artatamente sul numero dei detenuti nei GULAG, sposando cifre fantasiose di decine e decine di milioni avanzate da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo.
In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della massima espansione, all’inizio degli anni 50, i detenuti furono all’incirca 2 milioni e mezzo su una popolazione di più di 200 milioni.
Basti pensare che dopo l’implosione dell’URSS nel 1991 il numero dei detenuti delle Colonie Penitenziarie non ha smesso di aumentare e supera oggi il milione nella sola Federazione Russa, assai meno popolata dell’URSS socialista nell’epoca di Stalin.
I borghesi e gli anticomunisti non prendono volutamente in considerazione che dal 27 Giugno 1929 il Politbjuro dell’URSS adottò il significativo provvedimento per cui tutti i detenuti condannati a una pena superiore ai tre anni sarebbero stati trasferiti, da quel momento in avanti, nei Campi di Lavoro Collettivi.
E nemmeno che la collettivizzazione socialista delle campagne e la relativa lotta di classe contro i Kulaki, portò nel 1930 300.000 contadini ricchi antisovietici nei GULAG.
Secondo V. N. Zemskov (un ricercatore russo contemporaneo fortemente anticomunista) sembra che il numero dei contadini borghesi esiliati o fatti allontanare dalle loro case originali, non ha superato il milione e mezzo di Unità.
Le ricerche sulle “repressioni staliniane” hanno constatato che le repressioni di massa non esistettero per niente !
Può suonare strana adesso questa affermazione, ma è proprio così !
Nel 1938, secondo gli ARTICOLI DI LEGGE PER I REATI DI ATTIVITÀ CONTRORIVOLUZIONARIA, dagli organi del NKVD furono arrestate 52.372 persone.
Durante l’inquisitoria e i processi da parte degli organi giudiziari a queste persone, sono state condannate:
2731 persone di cui furono condannate alla pena capitale per fucilazione 89 persone e 41.641 furono assolte da ogni accusa.
Questa grande quantità di gente assolta dimostrò che Jezov e altri della sua cricca, come anche le spie insinuatasi negli organi di sicurezza, in tanti casi arrestavano gente innocente.
Il loro intento fu di sbarazzarsi dei migliori quadri dello Stato, e per questo furono fucilati !
Da dove allora si è arrivati al numero di un milione e mezzo di arrestati, ecct.?
Questo è il risultato della diretta falsificazione !
Khruscjov creò una Commissione presso il Politburo, sotto la guida dal cosiddetto Svernik, membro del Politburo, il quale commise un falso.
Egli mischiò gli arrestati per motivi politici con i delinquenti comuni.
Così si arrivò a quel numero !
Se si controllasse quale era la percentuale nei GULAG dei detenuti per motivi politici, si ha un quadro del tutto differente.
Peraltro tre aspiranti russi al Dottorato in Scienze della Storia, tre Colonnelli, si sono occupati di uno scrupolosissimo studio su questa questione.
Gli stessi loro risultati erano stati pubblicati in uno dei numeri della rivista “LA STORIA MILITARE”.
Nel corso della purga del 1937-1938 furono fucilate circa 700.000 persone ed espulsi oltre 100.000 membri del partito, in buona parte finiti davanti al Plotone di Esecuzione.
E’ falso il fatto che nella Grande Purga la vecchia guardia bolscevica fu colpita: dei 24.000 iscritti nel Partito Bolscevico prima del 1917 ne sopravvivevano 12.000 nel 1922, 8.000 nel 1927, meno di 5.000 (cioè tra 4.500 e 5.000) nel 1939, dopo la Grande Purga.
Dei 420.000 membri del Partito Bolscevico nel 1920 ne rimanevano 225.000 nel 1922, 115.000 nel 1927, 90.000 nel 1939.
182.600 furono gli iscritti al Partito Bolscevico prima del 1920, dei quali 125.000 erano presenti nel 1939.
Secondo lo storico russo anticomunista Brzezinski nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” nel partito, cioè membri che vi avevano aderito al più tardi nel 1920.
Nel 1939 se ne contavano 125.000.
La grande maggioranza, il 69 % , era quindi rimasta nel partito.
C’era stata, durante quei cinque anni, una perdita di 57.000 persone, cioè il totale di 31 % .
Alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, altri ancora giustiziati.
E’ chiaro che i “vecchi bolscevichi” cadevano, durante l’epurazione, non perché fossero “vecchi bolscevichi”, ma a causa del loro comportamento politico revisionista, controrivoluzionario e antisocialista.
Il numero dei Delegati e dei membri del Partito Bolscevico al XVII congresso che sono stati giustiziati sono stati 98 su un totale di 139, ma ci sono una serie di diverse categorie di questi Delegati che sono stati condannati:
– Alcuni di questi Delegati sono stati condannati per reati gravi nei processi pubblici di Mosca (Bucharin, Iagoda, Tukhachevsky e altri), ma si ha più documentazione sui loro casi che su tutti gli altri.
– Alcuni sono stati condannati, ma le prove di accusa non erano state presentate nei processi pubblici: per la maggior parte di questi si ha una documentazione scarsissima, in alcuni casi praticamente nulla.
– Alcuni erano responsabili per le repressioni di massa:
Ezhov, Kosarev e altri insieme a Ezhov ed Eiche e Postyshev erano tra gli altri, ma ci sono alcune prove (anche se non abbondanti) su alcuni di questi, ma ci sono più elementi di prova circa Ezhov.
– E’ possibile che alcuni sono stati giustiziati a causa di accuse false di Ezhov: può essere possibile, ma però non si può dimostrare, perché ancora una volta i documenti sono stati tenuti segreti.
Tra il 1937 e il 1938, durante la “Grande Purga”, furono espulse dal partito 278.818 persone, un numero molto inferiore rispetto agli anni precedenti.
Nel 1933 ci furono 854.30 espulsioni, nel 1934 se ne contarono 342.294, nel 1935 il numero fu di 281.872 e nel 1936 ce ne furono 95.145.
Bisogna sottolineare il carattere specifico delle epurazioni nei differenti periodi presi in considerazione: a differenza delle epurazioni normali, la “Grande Purga” colpì soprattutto i quadri all’interno del partito.
Dal Novembre 1936 al Marzo 1939, ci furono meno di 180.000 espulsioni dal partito: questa cifra tiene conto del numero di persone reintegrate.
Prima della Riunione Plenaria del Gennaio 1938, ci furono 53.700 APPELLI contro le espulsioni, nell’Agosto 1938 erano stati registrati 101.233 nuovi APPELLI: in quel momento, su un totale di 154.933, i Comitati del VKB ne avevano già esaminati 85.273, il 54 % dei quali era stato accolto: perciò è falso il fatto che l’epurazione fu “organizzata ciecamente e deliberatamente da un dittatore”.
Nel suo libro del 1968, dal titolo “I MEMBRI DEL PARTITO COMUNISTA IN URSS. 1917-1967”, T. H. Rigby ha calcolato che il numero massimo di membri del partito che avrebbero potuto essere “eliminati”, tra il Novembre 1936 e il Marzo 1939, era di circa 180.000.
Questo include quanti si sono dimessi o sono stati espulsi per qualche ragione (la passività, l’analfabetismo politico, ecct.) così come coloro che sono stati arrestati e processati.
Oleg Mozokhin, un ricercatore per l’FSB (il successore del KGB), ha pubblicato i dati relativi al numero dei membri e dei candidati del partito e del Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito, per il 1937 e il 1939:
– 1937:
1) Ex membri e Candidati Membri del partito tratti in arresto:
55.428.
2) Ex membri e candidati del Komsomol tratti in arresto:
8.211.
3) Totale:
63.639.
– 1939:
1) Ex membri e Candidati Membri del partito tratti in arresto:
5.387.
2) Ex membri e candidati del Komsomol tratti in arresto:
3.517.
3) Totale:
8.904.
Mozokhin non propone alcuna analisi dettagliata del partito per il 1938.
Dal momento che il numero totale di esecuzioni nel 1937 e nel 1938 è stato simile, si può supporre che il totale per quell’anno era in linea con quello del 1937.
Ciò suggerirebbe un numero totale di membri ed ex membri, candidati ed ex candidati, tanto del partito quanto del Komsomol, di 136.000 arrestati, nella quale cifra sono inclusi tutti gli arresti, indipendentemente dalla loro motivazione, nel corso del triennio 1937-1939, cioè gli anni della “Ezhovshchina” ( = “i brutti tempi di Ezhov”), per il quale Conquest ha inventato il soprannome “il terrore”.
Queste cifre corrispondono abbastanza bene a quelle proposte da Rigby per quanto riguarda le espulsioni, dal momento che molti degli espulsi non vennero arrestati.
Disponibili per noi oggi sono le “LISTE STALIN”, che riguardano soprattutto i membri del partito con le cifre corrette: eliminando i nomi duplicati, si contano circa 40.000 nomi, di cui non tutti vennero giustiziati.
Se la mitologia anticomunista storiografica fosse stata corretta, ciò avrebbe significato che almeno due terzi di un milione di membri del partito sarebbero stati giustiziati durante il triennio 1936-1939 (dato che questo è il periodo considerato).
In realtà, grazie allo studio di Mozokhin (pubblicato nel 2005), abbiamo i numeri totali di tutte le persone arrestate:
– 1936: numero totale di persone arrestate:
131.168.
– 1937: numero totale di persone arrestate:
936.750.
– 1938: numero totale di persone arrestate:
638.509.
– 1939: numero totale di persone arrestate:
145.407.
– Totale persone delle arrestate nel1936-1939:
851.834.
Questi i numeri delle persone giustiziate durante gli anni indicati:
– 1936: numero totale di persone giustiziate:
1.118.
– 1937: numero totale di persone giustiziate:
353.074.
– 1938: numero totale di persone giustiziate:
328.618.
– 1939: numero totale di persone giustiziate:
2.601.
– 1940: numero totale di persone giustiziate:
1.863.
– Totale delle persone giustiziate nel 1936-1940:
687.27.
Ciò significa un totale di 685.411 persone che sono state condannate per essere giustiziate durante il periodo 1936-1939.
Questa cifra totale non riguarda solo i membri del partito, ma tutti i giustiziati.
Il totale per il 1937-1938 è di 681.692.35.
Sulla base delle fonti attualmente disponibili (probabilmente incomplete) si può dire che con l’ORDINE NUMERO 0447, oltre a successivi aumenti dei limiti noti, Mosca ha dato il permesso di fucilare circa 236.000 condannati.
Sono abbastanza certo che circa 386.798 persone sono state effettivamente fucilate, e che altre 151.716 lo sono state senza però che al momento sia stata documentata la loro approvazione da parte dell’NKVD o del Politburo.
La discrepanza tra le cifre di Mozokhin e quelle che io ho riportato può dipendere dalle cifre dell’NKVD per il 1937 e 1938, mentre quelle che ho riportato io provengono dall’ORDINE NUMERO 00447, emanato il 30 Luglio 1937, ma che era parte di un’Operazione per legalizzare la repressione iniziata attorno al 3 Luglio 1937.
Io mi riferisco a questo ordine come al NUMERO 00447, che rimase in vigore fino al 17 Novembre 1938, quando l’ORDINE NUMERO 00447 venne revocato, ma che, in pratica, restò valido ancora per qualche tempo.
Altre Operazioni, specialmente quelle che riguardavano le “nazionalità”, Operazioni in cui Ezhov ed i suoi uomini uccisero un enorme numero di persone, non entrano nel conteggio come parte del totale dell’ORDINE NUMERO 00447.
In ogni caso, anche le cifre fornite da Mozokhin, le più alte di queste due serie, si applicano a tutti i cittadini dell’URSS piuttosto che ai soli membri del partito.
Tutti i dati dimostrano che le affermazioni degli anticomunisti sull’argomento sono ampiamente esagerate.
Anche se tutte le quarantamila persone del cosiddetto “ELENCO DELLE PERSONE DA FUCILARE” fossero stati membri del partito e fossero state tutte uccise (e si sa che molti non lo furono) esse rappresenterebbero ancora solo il 6 % dei 2-3 milioni indicati nella storiografia dominante.
Nel libro RUSSIA. DALLA RIVOLUZIONE ALLA CONTRORIVOLUZIONE (AC Editoriale Coop, Milano, 1998), a pag. 177 aveva scritto il defunto trozkista Ted Grant:
“(…).
Del Comitato Centrale del Partito Bolscevico del 1917, nel 1940 rimaneva soltanto un superstite, oltre Stalin”.
C’è un link archivistico (www.knowbysight.info/2_KPSS/07179.asp) dove sono contenuti tutti i nomi e i cognomi dei membri del Comitato Centrale del Partito Bolscevico eletti al 6° congresso, svoltosi clandestinamente tra il 26 Luglio e il 3 Agosto 1917.
Questo link archivistico dimostra la falsità dell’affermazione di Grant, perchè:
– Lomov, Stasova, e Ioffe sono stati eletti come Membri Candidati, di cui sono stati eletti altri cinque.
– E. Stasova è stata anche eletta come una dei cinque membri del Segretariato del Comitato Centrale.
– Otto membri del Comitato Centrale (CC) del Partito Bolscevico (VKB) del 1917 (Uritsky, Shaumian (non “Shomyan”), Sverdlov, Artem (Sergeev), Noghin, e Ioffe) erano morti nel 1938.
Stalin non aveva nulla a che fare con le loro morti.
– Lenin morì di morte naturale il 21 Gennaio 1924, mentre Dzerzhinski morì di morte naturale il 20 Luglio 1926.
– M. S. Uritsky è stato assassinato dai Socialisti Rivoluzionari di Sinistra il 30 Agosto 1918.
– Stepan (Suren) Shaumian è stato fucilato dagli inglesi il 20 Settembre 1918, come uno dei “26 Commissari di Baku “.
P. A. Dzhaparidze, uno degli altri dei Commissari di Baku, fu anche lui fucilato dagli inglesi.
– Iakov Sverdlov morì il 16 Marzo 1919 di tubercolosi.
– Artem morì il 4 Febbraio 1921 in un incidente aereo.
Stalin aveva ospitato suo figlio in casa sua.
Negli anni ’80, il figlio di Artem aveva pubblicato un libro di memorie su com’era cresciuto nella famiglia di Stalin, che è estremamente favorevole a Stalin e getta luce su alcuni eventi, come il suicidio del 21 Giugno 1932 della seconda moglie di Stalin, su cui sono circolate molte voci anti-staliniste ossia anti-comuniste (cfr. S. Artem – E. Glushik, CONVERSATIONS ABOUT STALIN, Krymskii Most-9D, Moscow, 2006).
– Nogin era morto di morte naturale il 13 Maggio 1924.
– A. A. Ioffe, un seguace di Trotsky, si suicidò il 17 Novembre 1927.
– I tre che hanno più vissuto a lungo dopo il 1938 furono:
1) A. M. Kollontaj, morta di morte naturale il 9 Marzo 1952.
2) M. K. Muranov, morto di morte naturale il 9 Dicembre 1959.
3) E. D. Stasova, morta di morte naturale il 31 Dicembre 1966.
I recenti studi accademici-archivistici smontano in maniera strettamente documentaria l’accusa anti-comunista secondo cui durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa restarono vivi solo cinque Ufficiali.
Questi studi archivistici dimostrano:
– Che il numero di persone a capo dell’Armata Rossa (gli Ufficiali e i Commissari Politici), sono stati 144.300 nell’anno 1937, raggiungendo la cifra di 282.300 nell’anno 1939.
– Che durante le Grandi Purghe del biennio 1937-1938, 34.300 (numero totale) di Ufficiali e Commissari Politici erano stati espulsi per motivi politici e nel mese di Maggio del 1940, 11.596 sono stati riabilitati e restituiti ai loro posti.
– Che durante le Grandi Purghe del 1937-1938, 22.705 Ufficiali e Commissari Politici sono stati arrestati (13.000 Ufficiali, 4.700 Ufficiali della Armata Rossa e 5000 Commissari Politici): ossia il 7,7 % di tutti gli Ufficiali e Commissari Politici, non il 50 % come sostenuto nell’attuale storiografia dominante e di questi 7,7 % , alcuni sono stati condannati come traditori, ma la stragrande maggioranza (il 65 %), come mostrato negli studi sull’argomento, sono tornati alla vita civile svolgendo anche un ruolo di primo piano nella epica battaglia di Stalingrado.
– Che la purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata nell’attuale storiografia dominante: dei 144.300 Ufficiali e Commissari dell’Armata Rossa, 34.300 furono espulsi per ragioni politiche: di questi 11.586 il 20 Maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado.
– Che i repressi della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7 % del totale.
– Che durante le Grandi Purghe nell’Armata Rossa il numero di quadri epurati decresce in maniera verticale man mano che si discendono i gradi gerarchici (ridotti a 50), ossia man mano che si procede dal grado di Generale (ridotti a 30) a quello di Capitano (elevati a 200), per annullarsi al livello dei Tenenti (elevati a 350).
– Che la Grande Purga nell’Armata Rossa consente di far venire avanti tutta la nuova leva di 3000 Ufficiali, formatisi a partire dal 5 Maggio 1922 e provenienti dalle fila operaie e contadine.
– Che l’origine e l’appartenenza di classe erano requisiti indispensabili per accedere all’Accademia Militare e ricoprire i gradi nell’Armata Rossa nell’epoca socialista di Stalin.
– Un’altra mostruosa frottola su Stalin è che lui avrebbe fatto arrestare e fucilare oltre 40.000 militari esperti, il cui il risultato fu che l’Armata Rossa rimase senza il Comando di Combattimento, e perciò gli hitleriani recarono così grande danno all’Armata Rossa …
Quando si è cominciato a studiare per verificare questo fatto, risultò che questi militari furono messi in congedo.
E’ vero che prima dell’inizio della guerra quasi 40.000 dei Comandanti sono stati congedati per svariati motivi.
Ma congedare non significa fucilare.
Recenti studi accademici-archivistici dimostrano che è falsa l’accusa a Stalin (ripetuta da vari storici anticomunisti anche di estrazione trockysta) secondo cui “nelle Grandi Purghe vennero eliminati fisicamente tutti i membri del Comitato Esecutivo Internazionale Comunista (CEIC) del KOMINTERN”.
Questi studi archivistici dimostrano invece che su 394 membri da cui era costituito il CEIC del KOMINTERN nel Gennaio 1936, nell’Aprile 1938 c’è ne erano 290: solo una minima parte (il 14 % ) non c’era più a causa del fatto che erano stati imprigionati nei GULAG per la loro attività contro-rivoluzionaria (tra questa minima percentuale (in buona parte amnistiata nel 1941) ci furono cospiratori di paesi diversi: tedeschi, austriaci, yugoslavi, italiani, bulgari, finlandesi, baltici, persino inglesi e francesi).
Sull’ “Operazione Polonia” ci sono un sacco di fonti primarie (in tutto 9.000).
Ezhov ha davvero ucciso un gran numero di persone di origine polacca (in tutto 6000), o le persone i cui nomi “sembravano” polacchi (in tutto 2000).
Il numero dei prigionieri sovietici finiti nei campi nazisti polacchi (durante la Seconda Guerra Mondiale) furono 165.550.
Di questi ne tornarono in patria 75.699.
Degli altri 89.851, qualcuno evase (furono 2000 gli evasi), altri passarono ai polacchi (furono 3000) ma la stragrande maggioranza morì (il 70 %) : morì di fame, di malattie, di freddo, di maltrattamenti e di esecuzioni arbitrarie.
In Bielorussia, in Volinia e nell’Ucraina Occidentale, sotto il controllo polacco, si attuò una politica imperialista di “polonizzazione” con arresti arbitrari e uccisioni di comunisti, sindacalisti, contadini e cittadini ucraini, bielorussi ed ebrei.
A questi polacchi, implicati in crimini, le autorità sovietiche presentarono il conto.
Non vennero fucilati tutti: fu esaminato ogni singolo caso e solo coloro che risultarono colpevoli dei reati più gravi furono fucilati.
Gli altri furono internati in campi correzionali di lavoro.
A questo riguardo, ad esempio L. M. Kaganovich ebbe a dichiarare che, nella Primavera del 1940, il governo sovietico aveva dovuto prendere una decisione difficile: la fucilazione di 3.196 cittadini polacchi che si erano macchiati di crimini.
Questi crimini non riguardavano solo i casi che ho elencato sopra ma si estendevano anche al periodo seguente all’occupazione sovietica di quelle terre.
L. M. Kaganovich disse letteralmente: ”(…) gli stupratori, i banditi e gli assassini”.
Solo in alcuni casi vennero punite le famiglie dei prigionieri (in tutto le famiglie deportate furono 3.000): a seconda del loro grado di coinvolgimento.
Furono trasferiti all’interno dell’URSS (nella parte Nord) e questo fu la salvezza di molti polacchi, infatti la maggior parte di coloro (che furono in tutto 9000) che rimasero in Bielorussia, Volinia e Ucraina furono uccisi dai nazisti e dai collaborazionisti ucraini dell’UPA di Stepan Bandera.
Questi furono i soli polacchi a essere fucilati nella Primavera del 1940 dalle autorità sovietiche.
La Germania e l’Unione Sovietica firmarono il PATTO il 23 Agosto 1939, e gran parte del territorio etnicamente polacco finì sotto il controllo della Germania, mentre le aree annesse dall’URSS contenevano popoli diversi etnicamente, con un territorio suddiviso in diverse aree, alcune delle quali avevano una maggioranza non-polacca (come gli ucraini al Sud (gli ucraini erano la maggioranza della popolazione nel Voivodato di Stanislawòw, Ternopil’ e Leopoli, che costituivano la Galizia Orientale; se si considera anche il territorio del Voivodato di Volinia (70 % ucraino), la presenza ucraina nell’area diventa una maggioranza schiacciante) ).
Le parti orientali della Polonia furono divise in tre zone da Nord a Sud.
Nel Sud risiedeva una maggioranza ucraina, tranne in alcune aree dove il numero dei polacchi li eguagliava.
Nella parte centrale, in Polesia e Volinia, vi era una minoranza polacca che si confrontava con una classe contadina prevalentemente ortodossa.
Nella parte settentrionale, nei Voivodati di Bialystok, Vilnius e Nowogródek, i polacchi erano la maggioranza.
Gli ebrei costituivano la principale minoranza nelle aree urbane, e molti di essi si sentivano alienati nella Polonia interbellica nazionalista.
Questo gruppo etnico sperò pertanto nell’arrivo dei sovietici.
I polacchi comprendevano il maggiore gruppo etnico nei territori annessi dai sovietici (nella popolazione dei territori orientali, circa il 38 % erano polacchi, il 37 % ucraini, il 14,5 % bielorussi, l’8,4 % ebrei, lo 0,9 % russi e lo 0,6 % tedeschi).
Tra gli stessi storici polacchi si dibatte non solo delle dimensioni della tragedia che si è consumata negli anni Quaranta in Volinia e nell’ex Galizia Orientale, ma anche in base agli stessi accordi fino al 3 Ottobre 1946 dove vennero evacuati, in senso contrario, dalla Polonia verso la RSS Ucraina, 500 mila ucraini, 200 dei quali trascorsero la loro vita in Siberia lavorando come falegnami (e dove nello stesso periodo vennero imprigionati anche 3000 reazionari polacchi tra cui 1000 noti criminali di guerra anti-semiti).
Le persone realmente giustiziate in Polonia (negli anni della Ezovscina) si attestano a 10 mila persone.
E’ per certo (siccome si hanno a disposizione i DOSSIER di ciascun giustiziato in questione) che la maggior parte di queste persone erano innocenti, dal momento che il Responsabile dell’NKVD ha fatto delle confessioni in merito.
Dopo che Ezhov ha dato le dimissioni nel Novembre 1938 sono cominciate le indagini, e presto si è scoperto il fatto che Ezhov e i suoi uomini avevano fatto uccidere un gran numero di persone polacche, allo scopo di fomentare una rivolta contro il governo sovietico.
Sotto Beria, nel 1939-1941, moltissime persone polacche (allo stato attuale della documentazione se ne contano 2 milioni) sono state liberate dai campi (GULAG) situati a Danzica, molte accuse sono state riviste, e sono saltate fuori molte prove di uomini dell’NKVD che si sono resi responsabili di questi efferati crimini.
Nel 1938 ci fu il drammatico scioglimento del Partito Comunista di Polonia, e dopo la sua eliminazione fisica di un terzo dei membri del CC del Partito Comunista di Polonia (recenti studi archivistici polacchi parlano di 600 membri giustiziati) che erano esuli in URSS e che furono giustiziati durante le tremende purghe di Ezov: alla luce dell’attuale documentazione archivistica russa e dell’ex KOMINTERN, anche questo tragico fatto è da considerare parte della vasta trama cospirativa antisovietica (alias anticomunista).
Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, il governo bolscevico dell’URSS ha evacuato una parte di tartari, e di calmucchi, ma le persone di buon senso hanno difeso giustamente la politica dei bolscevichi di quegli anni.
Adesso si discute sull’argomento umanitario, tacendo che l’intero battaglione dei nazionalisti ceceni erano passati dalla parte degli hitleriani.
Nelle fosse comuni del Parco “Astrahan” vi è seppellito più di 2000 reclute mandati sin dalla scuola in aiuto all’assediamento di Stalingrado, ma uccisi dai traditori calmucchi.
Soltanto in un accampamento di tartari a Balaklava sono stati dilaniati 500 marinai.
Hanno bruciato vivi dei patrioti nei forni dei Sovhoz della Crimea di nome “Krasnji”.
Secondo i dati degli archivi, con i tartari della Crimea sono stati annientati 8.6000 pacifici abitanti, 84.000 funzionari di partito, 57.000 militari.
I nazionalisti della Lituania hanno fatto morire 700.000 patrioti, quelli della Lettonia 340.000 attivisti sovietici, e dell’Estonia 125.000.
I banderovzy ucraini (banditi nazionalisti che durante la Seconda Guerra Mondiale operavano nella regione di Zakarpatskaja (Ucraina) ) e gli ounovzy (gli ounovzy erano membri della OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e il loro capo era Stepan Bandera) nel Settembre 1941 a Babe Jar hanno eliminato 200.000 ebrei.
Dal 1944 al 1953 hanno compiuto 5099 atti terroristici e di sabotaggio con omicidi e incendi.
I tartari di Crimea vennero deportati in massa.
Molti documenti attinenti la loro deportazione, da archivi ex sovietici un tempo segretati, vennero pubblicati in Russia da ricercatori anticomunisti, i cui commenti sono parecchio tendenziosi.
I documenti stessi, nondimeno, sono molto interessanti ! : nel 1939 c’erano 218.000 tartari di Crimea.
Questo starebbe a significare circa 22.000 uomini in età da Servizio Militare, il 10 % della popolazione.
Nel 1941, da dati statistici contemporanei si evince che 20.000 soldati tartari della Crimea disertarono dall’Armata Rossa.
A partire dal 1944, 20.000 soldati tartari di Crimea si unirono alle forze naziste e combatterono contro l’Armata Rossa: così l’accusa di una massiccia collaborazione viene confermata.
Il governo sovietico decise di deportare tutta la nazionalità in Asia Centrale, cosa che fu fatta nel 1944.
Fu concessa loro della terra e qualche anno di esenzione dalla tassazione.
La nazione tartara rimase intatta e crebbe di grandezza a partire dai tardi anni 50.
I tartari di Crimea, che nella Seconda Guerra Mondiale si misero dalla parte dei nazisti, furono salvati dalla magnanimità di Stalin, che li trasferì dalla Crimea per sottrarli alla furia dei soldati sovietici rientrati dalla guerra.
Il governo bolscevico dell’URSS trasferì i tartari in nuove residenze dando loro tutto il necessario per una vita dignitosa.
Il 40 % dei tartari di Crimea venne reclutato dai nazisti.
Non tutti i tartari si unirono alle forze naziste.
Il 40 % degli uomini in Cecenia e Inguscezia vennero chiamati nel 1942 per essere reclutati dai nazisti.
Nel Febbraio del 1943 i nazionalisti filo-nazisti ceceni hanno promosso una grande rivolta a favore della Germania nazista.
Il numeri dei tartari di Crimea deportati (che fu di 15.1720) che morirono durante la deportazione fu di 191: ossia il 0,13 % .
I treni che l’NKVD organizzò per le deportazioni contennero 493.269 persone cecene, ingusce e di altre nazionalità.
50 persone morirono durante il viaggio e 1.272 riuscirono a fuggire: il totale fu dello 0,26 % delle perdite e ciò è accaduto in Inverno durante i feroci rastrellamenti nazisti: un tasso di perdita molto più basso di quello dei civili sovietici uccisi nelle zone occupate.
Nel caso della Cecenia, della Inguscezia e dei tartari della Crimea, la collaborazione con i nazisti è stata massiccia, e ha coinvolto gran parte della popolazione (una buona parte: il 60 % ).
Altri recenti studi archivistici (dopo 20 anni di ricerche d’archivio sull’argomento) dimostrano invece che la consegna da parte degli organi della giustizia rivoluzionaria del paese dei Soviet alla Ghestapo di quei 350 tedeschi esuli in URSS era la consegna di soggetti, nessuno escluso, che erano ex membri del KPD che cospirarono (dal 1932) con l’Opposizione Unificata di Destra e di Sinistra assieme ai nazisti (in questa trama cospirativa contro-rivoluzionaria furono coinvolti anche quadri del Partito Comunista di Palestina (PCP), molti dei quali erano emigrati in Polonia).
Cittadini tedeschi che sono stati arrestati per reati gravi sono stati consegnati alla Germania invece di essere imprigionati in URSS.
Non c’era una sorta di trattato per uno scambio reciproco di prigionieri.
Il governo bolscevico dell’URSS con questa manovra militare ottenne il rllascio di 400 comunisti del KPD imprigionati a Dachau.
Bucharin, che si prostra ai piedi del Partito Bolscevico (VKB) dicendo di aver confessato tutti i suoi crimini, non svela però che il Ministro degli Interni dell’epoca, Ezhov (che ricoprì questa carica dal 1937 al 1939), faceva parte della congiura trotskista.
Lo storico Grover Furr (dell’Università di Montclair nel New Jersey che, rovistando negli archivi statali di Mosca che sono stati via via desecretati, ha trovato e tradotto in inglese (dal russo) una serie di documenti di straordinaria importanza e finora sconosciuti, che smentiscono tutte (sottolineo tutte) le infamanti accuse che Krusciov ha rivolto a Stalin nel famigerato RAPPORTO “SEGRETO” passato alla CIA prima ancora che ai partiti “fratelli”) ha tradotto gli interrogatori di Ezhov che portarono alla sua condanna a morte.
Si trovano nel sito : http://msuweb.montclair.edu/~f…/research/ezhov042639eng.html.
Nel commentare l’operato di Ezhov, lo storico statunitense Grover Furr conclude che in effetti le cosiddette “Grandi Purghe” non furono opera di Stalin ma di Bucharin, il quale anche sul punto di morire si rifiutò di rivelare la vera identità politica di Ezhov il quale poté quindi compiere, prima di essere scoperto, la sua scellerata opera di assassino, dall’alto della carica pubblica che ricopriva.
Ezov svolgeva una personale attività cospirativa contro il governo sovietico e la leadership del partito.
Ezhov era stato reclutato dai servizi segreti tedeschi.
Come il gruppo della “destra” e i trotzkisti, Ezhov ed i suoi uomini migliori dell’NKVD facevano affidamento su un’invasione dalla Germania, dal Giappone, o da un altro grande paese capitalista.
Hanno torturato molte persone innocenti per spingerli a confessare crimini passibili di pena capitale in modo da fucilarli.
Sottoposero a esecuzioni sommarie un gran numero di persone utilizzando prove falsificate o addirittura senza alcuna prova.
Ezhov sperava che queste esecuzioni di massa di persone innocenti avrebbe fatto schierare gran parte della popolazione sovietica contro il governo.
Questo avrebbe creato le basi per lo scoppio di ribellioni interne contro il governo sovietico nel caso di attacco da parte della Germania o del Giappone.
Ezhov mentì a Stalin, al partito e ai capi del governo.
Le esecuzioni di massa veramente orribili del 1937- 1938 di 680.000 persone, sono state in gran parte ingiustificate esecuzioni di innocenti effettuate deliberatamente da Ezhov e dai suoi uomini migliori per seminare il malcontento tra la popolazione sovietica.
Anche se Ezhov fece fucilare un numero molto elevato di persone innocenti, è chiaro che, dalle prove ora disponibili, vi erano anche vere e proprie cospirazioni.
Il governo russo continua a conservare ogni cosa ma purtroppo alcuni documenti utili per questa investigazione rimangono top -secret.
Non si può sapere con certezza esattamente le dimensioni delle cospirazioni reali senza tali prove.
Pertanto, non si sa quante di queste 680.000 persone erano cospiratori reali e quanti sono state vittime innocenti.
Come è stato documentato Stalin e la direzione del partito cominciarono a sospettare già dall’Ottobre 1937 che la maggior parte della repressione fosse effettuata in modo illegale.
All’inizio nel 1938, quando Pavel Postiscev fu aspramente criticato, poi rimosso dal Comitato Centrale, poi espulso dal partito, processato e giustiziato per l’ingiustificata repressione di massa, questi sospetti crebbero.
Quando Lavrentii Berja venne nominato come il Vice di Ezhov, quest’ultimo e i suoi uomini compresero che Stalin e la direzione del partito non si fidavano più di loro.
Fecero un ultimo complotto per assassinare Stalin il 7 Novembre 1938, in occasione della celebrazione del 21° anniversario della rivoluzione bolscevica.
Ma gli uomini di Ezhov furono arrestati in tempo.
Ezhov venne convinto a dimettersi.
Un’intensa attività investigativa venne avviata e un enorme numero di abusi del NKVD vennero scoperti.
Un gran numero di casi di coloro che furono giudicati o puniti a causa di Ezhov vennero rivisti.
Alcune delle prove più evidenti e impressionanti pubblicate a partire dal 2005, sono le confessioni di Ezhov e di Mikhail Frinovsky, il secondo in comando di Ezhov.
Si ha anche un gran numero di confessioni e gli interrogatori, per lo più parziali, di Ezhov, in cui fa molte altre confessioni: questi sono stati pubblicati nel 2007 in un semi-ufficiale account da Aleksei Pavliukov.
Ora a 80 anni di distanza si può affermare che, senza i Processi di Mosca che la propaganda anticomunista si ostina a dire inventati da Stalin per consolidare il suo potere, l’URSS attaccata dalla Germania nazista avrebbe dovuto affrontare un tradimento interno dalle conseguenze disastrose.
La repressione, tuttavia, non si limitò a colpire gli esponenti di vertice ma colpì anche la base del complotto per cui gli arresti, i processi, le condanne ai lavori forzati e di morte coinvolsero, secondo le stime di storici veri e non buffoni anticomunisti, da 450.000 a 680.000 persone nell’annata 1937-1938 quando alla direzione del NKVD fu posto Ezhov.
Infatti, Ezhov sperava che queste esecuzioni di massa di persone innocenti avrebbero fatto schierare gran parte della popolazione sovietica contro il governo.
Con l’avvento di Berja al Ministero degli Interni oltre 100.000 persone vennero rilasciate dal carcere e dai campi.
Molti uomini della NKVD vennero arrestati e confessarono di aver torturato, processato e giustiziato persone innocenti.
Molti altri membri della NKVD furono condannati al carcere o licenziati.
Sotto Berja il numero delle esecuzioni nel 1938 e il 1940 scese a meno dell’1 % del numero raggiunto sotto il comando di Ezhov nel 1937 e 1938.
E molti di quelli giustiziati erano uomini della NKVD, tra cui Ezhov stesso, colpevoli di una massiccia repressione ingiustificata e di aver sottoposto ad esecuzione persone innocenti.
E’ evidente che quello che fu definito dagli “storici” anticomunisti il “terrore staliniano” non fu opera di Stalin e non coinvolse decine di milioni di persone come viene affermato.
In malafede, questi scribacchini uniscono 2 fenomeni storici, la repressione del complotto e il tentativo di riordino e verifica degli iscritti al Partito Comunista (proverka: in russo significa verifica e non purga), che si svolse negli stessi anni che, come storici veri e non propagandisti anticomunisti hanno appurato esaminando gli archivi di Smolensk, portò all’espulsione di una ridicola percentuale di membri.
Un aspetto schifoso della questione è che Nikolai Bukharin, leader del gruppo di destra, era al corrente dell’ “Ezhovshchina” (la repressione condotta da Ezhov detta in lingua russa) e la lodò in una lettera che scrisse dal carcere a Stalin.
Bukharin sapeva che Ezhov era membro della cospirazione della Destra.
Senza dubbio è per questo che accolse con favore la nomina di Ezhov a capo della NKVD (orientamento registrato dalla vedova di Bucharin, Anna Larina, nelle sue memorie).
Nella sua prima confessione, nella sua ormai famosa lettera a Stalin del 10 Dicembre 1937 e al suo processo nel Marzo 1938, Bucharin sostenne che era completamente “disarmato” e di aver detto tutto quello che sapeva.
In realtà Bukharin sapeva che Ezhov era un membro di spicco del complotto della Destra, ma non disse nulla.
Secondo Mikhail Frinovsky, braccio destro di Ezhov, probabilmente Ezhov gli promise di adoperarsi affinché non fosse eseguita la sentenza di morte, se avesse taciuto della partecipazione di Ezhov.
Se Bucharin avesse detto la verità, se avesse rivelato, infatti, le informazioni su Ezhov, gli omicidi di massa ad opera di quest’ultimo avrebbero potuto essere fermati all’inizio.
Si sarebbero potute salvare le vite di centinaia di migliaia di persone innocenti.
Ma Bucharin rimase fedele ai suoi compagni cospiratori.
Andò all’esecuzione, esecuzione che, giurò, meritava “dieci volte”, senza rivelare la partecipazione di Ezhov alla cospirazione.
Questo punto non potrà mai essere sottolineato troppo: il sangue delle centinaia di migliaia di persone innocenti massacrati da Ezhov e dai suoi uomini durante il 1937-1938, ricade su Bucharin e non su Stalin.

http://stalin.blogfree.net/?t=5272952#cut

https://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=42839866
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https://www.pressenza.com/it/2018/02/si-gli-usa-fecero-guerra-biologica-corea-del-nord/

 

Sì: gli Usa fecero guerra biologica in Corea del Nord

Sì: gli Usa fecero guerra biologica in Corea del Nord

Il libro di Dave Chaddock This Must Be the Place raccoglie le prove che gli USA effettivamente tentarono di spazzare via milioni di cinesi e nord-coreani con malattie mortali. E causarono fame e morte a Cuba introducendo la febbre suina, la muffa del tabacco, e creando “un’epidemia di Dengue emorragica nel 1981.

È una sciocchezza di non poca importanza credere che gli USA bombardarono la Corea del Nord con bombe ordinarie, non biologiche. Non rimanevano più edifici da bombardare. Le persone vivevano nelle grotte, se vivevano. Milioni di persone morirono, la maggior parte delle quali era sopravvissuta alle vecchie bombe ‘non scandalose’ ma assassine di massa (incluso, ovviamente, il napalm che scioglie le persone ma non le infetta con malattie esotiche). Ancora oggi i nordcoreani vivono nel terrore che la storia si ripeta, tanto che il loro comportamento a volte è inesplicabile e sconcertante per i nordamericani che conoscono la storia attraverso le domande dei quiz televisivi…

Eppure, il fatto che gli USA tentarono di diffondere malattie come la peste bubbonica in Corea del Nord può avere un potente impatto sui creduloni che si auto-ingannano circa la pretesa bontà delle guerre statunitensi. Quindi vale la pena diffondere la consapevolezza che questo è accaduto davvero. Un grande aiuto su questo argomento è stato appena fornito da Jeffrey Kaye, che ha pubblicato online un importante rapporto che è stato in gran parte non disponibile per decenni. Il rapporto fu prodotto nel 1952, su richiesta dei governi nordcoreano e cinese, da una commissione che comprendeva eminenti scienziati provenienti da Svezia, Brasile, Francia e Italia, ed era diretto da Sir Joseph Needham, uno dei più importanti e rispettati scienziati britannici. Il suo necrologio del New York Times non dice se le conclusioni della commissione fossero accurate. Il suo necrologio dell’Independent suggerisce che la commissione aveva visto bene. La sua copertura su WikiPedia annuncia in modo prevedibile che la commissione si era sbagliata del tutto, cosa avallata dalla tipica citazione di WikiPedia: “Citazione necessaria”. Sì, a questo punto una citazione è ancora più disperatamente dovuta.

Il rapporto che Kaye ci ha messo a disposizione è completo e ben impostato e conclude che in effetti gli USA usarono la guerra batteriologica. Questa ebbe un ruolo assai minore nel massacro di massa. Ma ebbe un ruolo.
Ebbe un ruolo più ampio nel far sì che la cultura e il governo degli Stati Uniti procedessero su quella strada. Il governo inventò il concetto di “lavaggio del cervello” per sconfessare la testimonianza di piloti statunitensi che avevano confessato di aver condotto azioni di guerra biologica. Poi la CIA impiegò molti anni (e causò molte morti) cercando assurdamente di fare ciò che aveva ridicolmente accusato i cinesi di aver fatto.

Negli USA è notizia non gradita che gli Stati Uniti abbiano protetto criminali di guerra giapponesi e si siano basati sul loro lavoro. E’ ancor più sgradita la notizia che abbiano tentato di creare epidemie mortali nella Corea del Nord.
Forse ancor meno accettabile è la notizia che gli USA hanno portato la fame e la morte a Cuba, introducendo la febbre suina e la muffa del tabacco nell’isola, e creando “un’epidemia di Dengue emorragica nel 1981, durante la quale circa 340.000 persone furono infettate e 116.000 ricoverate in ospedale: questo in un paese che non aveva mai sperimentato un singolo caso di Dengue. Alla fine morirono solo 158 persone, tra cui 101 bambini. Per inciso: così tante ospedalizzazioni con così poche morti è un’eloquente testimonianza dell’eccellenza del sistema sanitario pubblico cubano”.
Stranamente, come sottolinea Kaye, potrebbe essere ancora più inaccettabile negli Stati Uniti sapere che il Giappone aveva sperimentato le armi biologiche sui prigionieri di guerra statunitensi.
E io sospetto che la cosa più inammissibile di tutte sia il fatto che il programma statunitense di armi biologiche trasformò in arma e diffuse la malattia di Lyme nell’area di Old Lyme, nel Connecticut, da cui successivamente la malattia prese il nome. E non a caso, allora, quella malattia si diffuse rapidamente.

Come ho scritto in precedenza, la lotta a colpi di propaganda durante la guerra di Corea fu intensa. Il sostegno che il governo guatemalteco diede ai rapporti sulla guerra batteriologica degli Stati Uniti in Cina fu una delle motivazioni degli USA per rovesciare il governo guatemalteco; e la diffusione di quei rapporti fu probabilmente una delle motivazioni per l’omicidio di Frank Olson della CIA – a questo proposito si veda il nuovo film di Netflix Wormwood.

Non c’è alcun dibattito sul fatto che gli Stati Uniti abbiano lavorato per anni sulle armi biologiche, a Fort Detrick (poi chiamato Camp Detrick) e in numerose altre località. E non si discute sul fatto che gli USA impiegarono gli assassini più abili nell’impiego di armi biologiche sia tra i giapponesi che i nazisti dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Né si discute sul fatto che gli USA testarono tali armi nella città di San Francisco e in numerose altre località statunitensi, e nei soldati statunitensi. C’è un museo all’Avana con testimonianze di anni di guerra biologica degli USA contro Cuba. Sappiamo che a Plum Island, al largo della punta di Long Island, fu sperimentato testare l’uso degli insetti come arma, comprese le zecche che hanno scatenato l’attuale epidemia di Morbo di Lyme.

Il libro di Dave Chaddock This Must Be the Place, che ho trovato attraverso la recensione di Jeff Kaye, raccoglie le prove che gli USA effettivamente tentarono di spazzare via milioni di cinesi e nord-coreani con malattie mortali.

“Che importa adesso?” Posso immaginare che questa domanda provenga da un solo angolo della terra.

Rispondo: importa che conosciamo i demoni della guerra e che cerchiamo di fermare quelli nuovi. Bombe a grappolo statunitensi in Yemen; attacchi con droni statunitensi in Pakistan; armamenti statunitensi in Siria; fosforo bianco e napalm e uranio impoverito statunitensi usati negli ultimi anni; torture statunitensi in campi di prigionia; arsenali nucleari statunitensi in espansione; colpi di stato USA che mettono al potere mostri in Ucraina e Honduras; bugie statunitensi sull’armamento nucleare iraniano; e infine il confonto degli USA con la Corea del Nord come parte di quella guerra mai conclusa: tutte queste cose possono essere affrontate al meglio da persone rese consapevoli di una secolare strategia di bugie.

E rispondo anche che non è ancora troppo tardi per scusarsi.

 

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Italia Libera Civile e Laica = Italia Antifascista

————–> 16 febbraio 1943 – IN GRECIA STRAGE FASCISTA.
Domenikon come Marzabotto ! Quei fascisti stile SS:

Domenikon come Marzabotto. Oltre 150 uomini fucilati per rappresaglia. Ora un documentario alza il velo sulle stragi del nostro esercito. Occultate

I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon. Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti “una salutare lezione”, come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. “Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un’ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni”, racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.

L’eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po’ meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel’avevano detto, raccontano i vecchi paesani: “Vi bruceremo tutti”. Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: “Mamma. Ci ammazzano tutti”.

Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All’una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un’ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. “Anche mio padre e i suoi tre fratelli”, ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell’eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l’indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti: fecero 150 morti.

È tutto ricostruito nel documentario ‘La guerra sporca di Mussolini’, diretto da Giovanni Donfrancesco e prodotto dalla GA&A Productions di Roma e dalla televisione greca Ert, che andrà in onda il 14 marzo su History Channel (canale 405 di Sky). La Rai si è disinteressata al progetto. Il film, che riapre una pagina odiosa dell’Italia fascista, si basa su ricerche recenti della storica Lidia Santarelli. La docente al Centre for European and Mediterranean Studies della New York University, parlando con ‘L’espresso’ di Domenikon e dei massacri italiani in Tessaglia, Epiro, Macedonia, li definisce “un buco nero nella storiografia”. Che cosa sa il grande pubblico della campagna di Grecia di Mussolini? Ricorda il presidente Ciampi, le commosse rievocazioni della tragedia di Cefalonia, il generale Gandin e la divisione Acqui, le emozioni cinematografiche di ‘Mediterraneo’ e del ‘Capitano Corelli’, con gli italiani abbronzati, generosi, portati a fraternizzare. Una proposta di legge (Galante e altri) presentata alla Camera il 24 novembre 2006 per istituire una Giornata della memoria delle vittime del fascismo accenna all’eccidio di Domenikon; ma è un’eccezione.

Italiani brava gente? Per nulla.”Domenikon”, dichiara la Santarelli nel film, “fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943. Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui principio cardine era la responsabilità collettiva. Per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità locali”.L’ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari.

A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià.

Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Azioni di cui praticamente non esistono immagini, memorie sepolte negli archivi militari. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Nel film il diario del soldato Guido Zuliani racconta di rastrellamenti e torture. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: “Vi vantate di essere il Paese più civile d’Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari”. Fu internato, torturato, deportato in Italia. La figlia: “Un incubo”.

Gli italiani imitarono i tedeschi, ma senza la loro tecnica. Nel campo di concentramento di Larisa, a nord di Volos dove nacque Giorgio de Chirico, furono fucilati per rappresaglia oltre mille prigionieri greci. Molti morirono, ricorda ‘La guerra sporca di Mussolini’, di fame, denutrizione, epidemie. Le brande con i materassi di foglie di granturco erano infestate dalle pulci. L’occupazione (sino al settembre ’43 gli italiani amministrarono due terzi della Grecia, un terzo i tedeschi) si caratterizzò per le prevaricazioni continue ai danni di innocenti. La Tessaglia era il granaio greco. L’esercito italiano eseguiva confische, saccheggi, sequestri. Introdotta la valuta di occupazione, il mercato nero andò alle stelle. La razione di pane si ridusse a 30 grammi al giorno. Il film mostra abitanti di Atene morti di fame gettati come stracci agli angoli delle strade. “Nel solo inverno 1941”, ricorda la professoressa Santarelli a ‘L’espresso’, I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon. Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti “una salutare lezione”, come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. “Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un’ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni”, racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.

L’eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po’ meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel’avevano detto, raccontano i vecchi paesani: “Vi bruceremo tutti”. Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: “Mamma. Ci ammazzano tutti”.

Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All’una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un’ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. “Anche mio padre e i suoi tre fratelli”, ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell’eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l’indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti:

Domenikon oggi è un paesino circondato dalla macchia, da ginepri, cardi e rosmarini. I tramonti lo tingono di rosa come nel 1943. I patrioti come Stathis Psomiadis hanno cercato di sollevare il velo dell’oblio, e questo documentario è un tributo agli innocenti. La realtà però è amara. Domenikon, riconosciuta città martire nel 1998, non è diventata memoria collettiva, come da noi Marzabotto. Molti greci non conoscono queste vicende. Perché già nel 1948, con la rinuncia del governo a chiedere l’estradizione dei criminali italiani, la questione si chiuse. I processi non furono mai istruiti. Anni dopo anche il Tribunale di Larisa archiviò il caso. E di Domenikon resta la memoria di pochi, gente semplice, poco mediatica, come si dice oggi. E un tramonto rosa malinconico. Sopra il villaggio, sopra la giustizia e la storia.

di Enrico Arosio

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Le S.S. Italiane :
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10153364971000008&set=a.10152800073425008.1073741830.268616425007&type=3&permPage=1

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————-> GRECIA :

GRECIA 1943: quei fascisti stile SS
http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1607.htm

Grecia: l’Italia chiede scusa
per i crimini fascisti di Domenikon
http://www.metaforum.it/archivio/2009/showthread56e6.html…

VIDEO : Crimini di guerra italiani in Grecia, 1943
http://www.youtube.com/watch?v=UxIDllFB08w&feature=related

VIDEO :
“Italiani brava gente?” Quadraro(Italia)-Domenikon(Grecia)
http://www.youtube.com/watch?v=UVdHs4ogPII

QUI SOTTO IL POST PIÙ IMPORTANTE CREATO DALLA PAGINA (dal 5.08.2009).
Tanti anni di ricerche. Ci sono importantissimi links, articoli, video e album:
https://www.facebook.com/268616425007/photos/a.10152800073425008.1073741830.268616425007/10156391782855008/?type=3&theater

————–> GALLERIA FOTO :
“Stragi nazifasciste”
http://www.facebook.com/media/set/…

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ARTICOLO :
http://espresso.repubblica.it/…/Grecia-1943:-quei-f…/1996067

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

di Piero Purini / Purich*
con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

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* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

GLI ECCIDI FASCISTI IN JUGOSLAVIA.
La pulizia etnica nei balcani ad opera dei Fascisti cominciò nel 1941 con l’occupazione delle forze dell’Asse in Yugoslavia. A tal proposito Mussolini nei suoi comizi dichiarava : ” di fronte ad una razza inferiore come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone.La repressione non si limitò a qualche schiamazzo dal balcone di piazza Venezia, ma i fascisti si dedicarono ad una vera e propria pulizia etnica.Fin dagli anni precedenti l’occupazione, la politica fascista verso i territori di confine con la Yugoslavia era di puro razzismo verso le minoranze. In una circolare segreta del 14 Novembre 1925, riservata ai prefetti fascisti erano contenute le seguenti direttive di comportamento: “…si vietino le scritte in slavo sulle tombe, vengano chiuse le società teatrali, biblioteche e cori… si arrivi all’italianizzazione dei nomi”. Il primo intento dei fascisti era di fare della Croazia un baluardo della cattolicità ed un cuneo tra la Serbia e l’Europa nazi-fascista sostenendo il movimento nazionalista croato di Pavelic. Queste concezioni portarono a quello che è conosciuto alla storia come l’Olocausto balcanico. Le chiese ortodosse vennero depredate, trasformate in chiese cattoliche oppure distrutte o trasformate in stalle; i serbi dovevano circolare con una P sul braccio (Pravoslavac = Ortodosso), gli ebrei con la stella di David e potevano andare solo nei quartieri ghetto approntati per loro; nei locali pubblici era apposto il cartello: “Ingresso vietato ai serbi, ebrei, zingari e cani”.
L’arcivescovo di Zagabria, Stepinac, legittimava questa pulizia etnica sostenendo il regime reazionario clerico-fascista di Pavelic, e dichiarava che tutto ciò era in nome di Dio.Il fascismo e il nazismo contrastarono l’avanzata partigiana instaurando tribunali speciali e giustiziando numerosi patrioti yugoslavi. Molte sono le testimonianze degli stessi soldati italiani presenti alle esecuzioni, di queste citiamo quella del generale Ponticelli, in una intervista rilasciata al quotidiano “il tempo”: “… quattro lustri di odio sono esplosi in un massacro che in un breve lasso di tempo ha avuto quale risultato lo sterminio di 350 mila serbi e decine di migliaia di altri… Tutti furono uccisi con torture inimmaginabili… Tutto può essere facilmente accertato e apparire in tutte le sue atrocità… Gli orrori che gli ustascia hanno commesso sulle ragazze serbe superano ogni idea… Centinaia di fotografie confermano i misfatti subiti dai pochi sopravvissuti: colpi di baionetta, lingue e denti strappati, occhi estirpati, seni tagliati, tutto ciò accadeva dopo che esse erano state violentate

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https://paginerosse.wordpress.com/2017/11/26/v-i-lenin-opere-complete-vol-dal-19-a-29/

 

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Dichiarazione   dei partecipanti alla conferenza teorica internazionale dei Partiti Comunisti e Operai “100 anni dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, le lezioni e i compiti dei comunisti oggi”,agosto (2017)

Firmatari in calce | rkrp.ru
Traduzione da lariscossa.com
Il nostro futuro non è il capitalismo, ma il nuovo mondo della Rivoluzione Socialista e la costruzione del socialismo-comunismo.

Noi, partecipanti alla conferenza internazionale, riuniti a Leningrado durante le celebrazioni del 6° Congresso del POSDR(B) che adottò una linea di preparazione immediata della lotta armata per la rivoluzione socialista, presentiamo questa dichiarazione come posizione comune dei partiti che si basano sugli insegnamenti del marxismo-leninismo sulla rivoluzione socialista, come legge scientifica oggettiva determinata dalle contraddizioni irrisolte del capitalismo globale.

Il Grande Ottobre del 1917 ha confermato la correttezza della teoria marxista-leninista sull’inevitabilità della rivoluzione socialista come elemento fondamentale per la vittoria del proletariato nella lotta di classe contro la borghesia e la vittoriosa costruzione del socialismo e del pieno comunismo, società per lo sviluppo libero di tutti i suoi membri. Tutti gli sforzi per sfuggire ad un mondo dominato dal capitale attraverso graduali riforme sociali hanno portato in un modo o nell’altro solo alla perpetuazione della disuguaglianza sociale e al perfezionamento delle forme di sfruttamento.

L’Ottobre del 1917 ha confermato la correttezza dell’analisi di Lenin sulla vittoria della rivoluzione socialista nelle condizioni dell’imperialismo “dapprima in alcuni o addirittura in un solo paese capitalista”. A differenza di tutte le rivoluzioni precedenti che hanno portato a un cambiamento da una forma di sfruttamento a un’altra, la rivoluzione socialista non è completa, ma inizia con la conquista del potere politico: l’istituzione della dittatura del proletariato quale condizione necessaria per la vittoria del proletariato nella lotta continua per la costruzione del socialismo e del pieno comunismo, la repressione della resistenza delle classi sfruttatrici che sono state rovesciate, degli elementi controrivoluzionari e la protezione dalla minaccia dell’aggressione imperialista straniera.

Il cammino intrapreso per la prima volta dalla Comune di Parigi è quello dell’avanguardia. Il comunismo, dallo spettro descritto da Marx e Engels nel XIX secolo, ha iniziato il suo vero cammino con la Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre in Russia. Il socialismo in un paese solo si è esteso nella seconda metà del ventesimo secolo in un sistema globale e l’Unione Sovietica è diventata la seconda superpotenza del mondo. Nella lotta continua contro i nemici esterni e interni, nella lotta mortale contro il fascismo, contro il mondo dell’oppressione e dell’oscurantismo, ha creato un nuovo mondo senza sfruttamento e parassitismo, una società di libertà e di giustizia. Durante i 70 anni della sua esistenza l’Unione Sovietica è stato un faro, illuminando la via dei popoli oppressi; è stato un esempio affinché il proletariato si sollevasse nella lotta per la sua emancipazione.

La Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha avviato la crisi del sistema coloniale capitalistico che si è sviluppata ulteriormente dopo la vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale e alla fine ha portato alla distruzione dell’intero sistema.

Siamo determinati a mantenere il nostro sostegno ai popoli che hanno lottato per difendere l’indipendenza e la sovranità dei loro paesi contro l’aggressiva politica imperialista poiché i comunisti collegano sempre questa lotta alla lotta della classe operaia contro il potere del capitale sia nei loro paesi che in tutto il mondo.

La teoria del socialismo scientifico e la pratica della costruzione del socialismo nei secoli XX e XXI dimostrano in modo convincente che il potere realizzato a seguito della vittoria della rivoluzione socialista, nella sua essenza, può essere solo la dittatura del proletariato, cioè il potere della classe operaia non condiviso con altre classi, che esprime allo stesso tempo gli interessi di tutti i lavoratori e per questo motivo è attivamente sostenuta da loro.

La Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha realizzato il potere dei Soviet come una forma di potere dei lavoratori nel paese. Già dal giorno dopo la rivoluzione del 7 novembre 1917 e il rovesciamento del Governo Provvisorio della borghesia, al Secondo Congresso dei Soviet dei delegati degli operai, dei contadini e dei soldati, fu proclamato il Potere Sovietico, la cui essenza è la dittatura del proletariato. I soviet sono emersi come organi della lotta degli operai nella Russia zarista. Inizialmente come organi di lotta economica e poi politica per la creazione del potere operaio. Dopo la rivoluzione i soviet erano una forma organizzativa pronta per l’attuazione della dittatura del proletariato.

La terza rivoluzione russa, quella dell’ottobre del 1917, è stata una rivoluzione socialista nei termini del suo contenuto (sociale, economico e politico) e ha risolto innanzitutto una serie di questioni democratiche, che il potere sovietico aveva ereditato dallo stato zarista reazionario assolutista. Tuttavia, fin dall’inizio, la Rivoluzione d’Ottobre si è impegnata a risolvere questioni fondamentali, che né l’assolutismo né la democrazia borghese avrebbero potuto o voluto risolvere. I primi decreti del governo sovietico furono i decreti per la pace, la terra, la formazione del governo degli operai e dei contadini, per il pieno potere dei soviet. Ha anche emanato decreti per l’abolizione delle caste e dei titoli, per la nazionalizzazione delle banche, delle ferrovie, delle vie di comunicazione e di numerose grandi imprese, nonché per il controllo operaio e altro.

La Dichiarazione dei Diritti dei Popoli della Russia, approvata il 15 novembre 1917, proclamava:

– Eguaglianza e sovranità dei popoli della Russia.

– Diritto dei popoli della Russia all’autodeterminazione libera, compresa la secessione e la formazione di uno Stato separato.

– Abolizione di tutti i privilegi e delle restrizioni nazionali e religiose.

– Sviluppo libero delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici che popolano il territorio della Russia.

Così il potere dei Soviet, fin dai suoi primi passi, ha attuato il contenuto socialista degli slogan che i bolscevichi avevano usato per sollevare il popolo alla rivoluzione: “Il potere ai Soviet!”, “La terra ai contadini!”, “Le fabbriche ai lavoratori!”, “Pace per i popoli! “Giornata lavorativa di otto ore!”. Quindi, dal punto di vista politico, per quanto riguarda la conquista del potere e il suo consolidamento attraverso le misure immediate della rivoluzione socialista di ottobre, ciò può e deve essere caratterizzato come sovietico.

L’importanza storica globale, che la classe operaia russa ha scoperto e che è legata alla forma organizzativa della dittatura del proletariato, sta nel fatto che il Consiglio (Soviet) fonda la sua formazione e il suo funzionamento sulla realtà oggettiva, sull’organizzazione dei lavoratori nel processo di produzione sociale, e quindi tutela l’essenza della dittatura del proletariato. I Soviet sono eletti dai collettivi dei lavoratori, permeano la società come una rete unificata, salvaguardano il carattere proletario del potere, il controllo e la gestione del potere da parte delle masse dei lavoratori.

Il contenuto fondamentale dei soviet è accompagnato sempre e ovunque da misure pratiche, rispetto alle quali la Comune di Parigi aveva già fatto i primi tentativi, nello sforzo di rendere i lavoratori i veri padroni della società. L’esperienza della Comune di Parigi, così come l’intera esperienza dell’Unione Sovietica, ha dimostrato il ruolo insostituibile del partito rivoluzionario della classe operaia come avanguardia della classe, che guida la costruzione di una nuova società. Ciò conferma pienamente l’importanza della teoria leninista sul partito, secondo cui “non ci può essere movimento rivoluzionario senza un partito rivoluzionario”. Questo partito è stato il partito dei bolscevichi, il partito di Lenin e di Stalin. Sotto la sua guida nell’Unione Sovietica sono stati risolti molti temi fondamentali ed eccezionalmente importanti. Questioni che non erano mai state risolte e non possono essere risolte da alcun paese capitalista. Questo è anche confermato dall’esperienza dei partiti fratelli degli altri paesi socialisti. In particolare, è stato risolto il problema della piena occupazione, dell’istruzione gratuita, dell’assistenza sanitaria, dell’utilizzo dei risultati della scienza e della cultura. Nell’URSS l’alloggio, le utenze pubbliche, il trasporto, ecc., erano praticamente quasi gratuiti. In nessun paese capitalista la sicurezza umana era al livello così alto come in Unione Sovietica. L’URSS aveva l’età pensionabile più bassa al mondo.

L’esperienza dell’URSS ha già dimostrato senza alcun dubbio la correttezza delle direzioni programmate del partito marxista-leninista, formulate da Marx e Engels nel “Manifesto comunista” per la socializzazione socialista dei mezzi di produzione di base, come uno delle più importanti leggi generali della rivoluzione socialista. Mentre l’esperienza della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha dimostrato in pratica che, dopo la conquista del potere statale da parte della classe operaia, ciò che segue è il compito di espropriare gli espropriatori e la proprietà di tutti i settori economici del paese, cosa necessaria per la l’eradicazione del dominio economico della borghesia, in modo tale che la base economica possa essere posta sotto la dittatura del proletariato, ossia la proprietà sociale dei mezzi di produzione, senza la quale la classe operaia non può mantenere il potere politico e portare avanti la trasformazione socialista. La base economica dell’attuazione, del rafforzamento e dello sviluppo del potere sovietico come forma della dittatura del proletariato è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, la produzione di valori d’uso con l’obiettivo di salvaguardare il pieno e gratuito benessere sociale e lo sviluppo globale di tutti i membri della società.

Non l’auto-espansione del valore, non il profitto, ma la salvaguardia della completa prosperità e il libero sviluppo globale per tutti i membri della società è l’obiettivo della produzione socialista. Il rifiuto di questo obiettivo, il ritorno al mercato porta alla distruzione del socialismo, poiché l’economia di mercato delle merci non può essere la base economica del potere dei lavoratori. La piena economia di mercato è il capitalismo, la base per la dittatura della borghesia.

La teoria marxista-leninista non propone formule dettagliate e modelli ideali per la società futura. Marx e Engels hanno scritto che il comunismo non è una situazione che può essere stabilita in anticipo, non è un ideale a cui la realtà deve conformarsi, ma una vera e propria dinamica che distrugge lo stato delle cose attuale, che è ingiusto e dannoso per lo sviluppo della società.

La necessità del proletariato di avere il proprio stato è determinata dal compito di reprimere atti che siano in contrasto con gli interessi della classe operaia, che sono invece interessi che esprimono essenzialmente quelli di tutte le sezioni dei lavoratori. Finché esistono le classi, lo stato è un organo, uno strumento per la dittatura della classe dominante. Come tale, la necessità di uno stato della dittatura del proletariato si allontana solo attraverso il raggiungimento dell’obiettivo finale dei comunisti: l’eradicazione totale delle classi, cioè le differenze tra città e campagna, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, la costruzione completa del pieno comunismo, la scomparsa della minaccia dell’offensiva capitalistica, non solo dall’interno ma anche dall’esterno.

La degenerazione ideologica e politica dei più alti livelli dell’apparato statale, la revisione del marxismo-leninismo, inizialmente avvenuta al 20° e al 22° Congresso del PCUS, che culmina nella perestroika di Gorbaciov, il rigetto dei principi fondamentali della costruzione comunista in teoria e in pratica, l’aumento del carrierismo e della burocrazia, hanno portato alla controrivoluzione e alla restaurazione del capitalismo, completata in URSS durante gli anni ’90. La distruzione del socialismo in URSS e la creazione al suo posto di un gruppo di piccoli stati borghesi è stata condotta con il sostegno dell’imperialismo internazionale. In molti paesi è stata scatenata contro i PC e i comunisti una grande ondata tetra di anticomunismo e antisovietismo, di persecuzione, che continua fino ad oggi, guidata dagli Stati Uniti e dall’UE, con la partecipazione essenzialmente anche di tutti i governi borghesi.

In queste condizioni, i comunisti dichiarano apertamente: l’anticomunismo e l’antisovietismo non vinceranno! Le controrivoluzioni degli ultimi 30 anni non alterano il carattere della nostra epoca, che rimane l’epoca del passaggio dal capitalismo al socialismo. La rivoluzione non può essere fermata! La controrivoluzione è inevitabilmente seguita dalla rivoluzione! I comunisti sono sempre rivoluzionari!

Negli ultimi anni, sotto l’effetto della legge dello sviluppo capitalistico ineguale, è diventata più evidente la tendenza a importanti cambiamenti nei rapporti di forza tra gli stati capitalistici. Gli Stati Uniti rimangono la prima potenza economica e militare, ma con una significativa riduzione della sua quota nel Prodotto Mondiale Lordo, mentre l’UE gioca un ruolo importante negli sviluppi globali, così come altre potenze in cui prevalgono le relazioni capitalistiche di produzione, come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Le contraddizioni inter-imperialistiche, che hanno portato in passato a decine di guerre locali, regionali e mondiali, continuano a portare a forti conflitti, economici, politici e militari, su materie prime, energia, vie di trasporto e quote di mercato. In questa lotta di solito un ruolo di primo piano giocano le macchine da guerra degli Stati Uniti e della NATO, così come delle altre potenze capitalistiche, come Israele in Medio Oriente.

Inoltre, continua l’offensiva selvaggia contro il lavoro e i diritti sociali dei lavoratori in tutto il mondo. Le loro armi ideologiche sono le teorie neoliberali e socialdemocratiche sulla collaborazione sociale e di classe, la pace sociale e l’esaurimento della possibilità per le rivoluzioni. Questo arsenale si aggiunge al revisionismo e all’opportunismo, che sono diventate armi guidate dall’imperialismo.

Al tempo stesso la società non può svilupparsi a beneficio della classe operaia e degli strati popolari sulla base della produzione sostenuta dalla proprietà privata.

La vita e lo sviluppo umano non possono essere limitati dalla dimensione della proprietà o dal desiderio di alcuni individui di essere padroni, mentre altri li servono. Il movimento comunista internazionale ha il compito di rafforzare gli sforzi per sviluppare la lotta di classe per gli interessi della classe operaia. I comunisti dichiarano al mondo intero in risposta agli slogan borghesi di un “mondo globalizzato” e in risposta agli slogan dello stato nazionalista: solo la lotta contro l’imperialismo con la prospettiva di costruire il socialismo e il pieno comunismo, solo il corso iniziato dalla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre è il cammino dell’umanità verso la vera libertà e uguaglianza, nel senso dell’eliminazione della possibilità di qualsiasi forma di sfruttamento, dell’eradicazione delle classi, della fraternità e della felicità di tutti i popoli, nonché la preservazione della vita sulla terra stessa.

Il riallineamento del movimento comunista internazionale, la via d’uscita dalla crisi odierna e dagli arretramenti, la formazione di una strategia unificata sulla base del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario, del riconoscimento del ruolo e del contributo dell’URSS, il riconoscimento della necessità del rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e la costruzione della nuova società socialista-comunista: sono compiti urgenti, la cui attuazione è richiesta nelle attuali condizioni della lotta contro l’intensificata offensiva dei monopoli e dei governi borghesi contro i diritti del lavoro, l’ulteriore svolta reazionaria del capitalismo, compresa la rinascita del fascismo e il pericolo costante della nascita di punti caldi della guerra imperialista. La lotta internazionale contro le guerre imperialiste è oggi importante per il movimento comunista. Uno dei nostri compiti più importanti è la lotta incessante contro il revisionismo e l’opportunismo in tutte le sue forme, come principale pericolo all’interno del movimento comunista. Le rivoluzioni non hanno confini; non accadono secondo la volontà dei leader e dei partiti, ma esprimono gli interessi oggettivi e il desiderio irrefrenabile della classe d’avanguardia, dei popoli oppressi e sfruttati a prendere in mano i frutti del proprio lavoro in relazione allo sviluppo delle forze produttive della società, la creazione di benefici materiali e intellettuali per tutti.

Che le idee e le realizzazioni del Grande Ottobre vivano per secoli! I lavoratori e i popoli sfruttati e oppressi si sollevino nella lotta per sradicare il sistema capitalistico sfruttatore e marcio, per costruire il socialismo e poi il pieno comunismo. Questa è l’unica soluzione alternativa per il futuro inevitabile e più luminoso per tutta l’umanità.

Viva la rivoluzione socialista sovietica! Per il comunismo in tutto il mondo!

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

1. Partito Algerino per la Democrazia e il Socialismo
2. Partito del Lavoro d’Austria
3. Partito Comunista dell’Azerbaijan
4. Partito Comunista dei Lavoratori Bielorusso – Sezione del PCUS
5. Partito Comunista della Bulgaria
6. Partito dei Comunisti Bulgari
7. Fronte dei Lavoratori del Donbass
8. Partito Comunista dell’Estonia
9. Partito Comunista dei Lavoratori per la Pace e il Socialismo (Finlandia)
10. Partito Comunista Rivoluzionario di Francia
11. Partito Comunista Tedesco
12. Partito Comunista di Grecia
13. Partito dei Lavoratori Ungherese
14. Partito Comunista (Italia)
15. Partito Comunista del Kazakhstan – Sezione del PCUS
16. Movimento Socialista del Kazakhstan
17. Partito Comunista del Kyrgyzstan
18. Partito Socialista della Lettonia
19. Unione dei Comunisti della Lettonia
20. Fronte Popolare Socialista (Lituania)
21. Organizzazione dei Lavoratori Comunisti della Repubblica Popolare di Lugansk
22. Partito Comunista del Messico
23. Moldova, Partito Comunista della Moldova – Sezione del PCUS
24. Resistenza Popolare della Moldova
25. Partito Comunista della Norvegia
26. Partito Comunista della Polonia
27. Partito Comunista Operaio Russo
28. Partito dei Lavoratori di Russia
29. Partito Comunista dell’Unione Sovietica
30. Nuovo Partito Comunista della Gran Bretagna
31. Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia
32. Partito Comunista dei Popoli di Spagna
33. Fronte Popolare di Liberazione dello Sri Lanka
34. Partito Comunista di Svezia
35. Partito Comunista Siriano
36. Partito Comunista del Tajikistan
37. Partito Comunista della Repubblica Moldava Transnistria
38. Partito Comunista di Turchia
39. Unione dei Comunisti d’Ucraina
40. Partito dei Comunisti USA