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http://www.senzatregua.it/il-25-aprile-e-lipocrisia-della-brigata-ebraica/

Centinaia di ebrei hanno combattuto la Resistenza partigiana per la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista. Facevano parte delle Brigate Garibaldi e delle numerose formazioni partigiane di diversa ispirazione. Ma per qualche ragione le comunità ebraiche e i circoli filo-israeliani più estremisti sono ben poco interessati ad onorare questa memoria, e pretendono piuttosto di manifestare il 25 aprile ricordando la cosiddetta “Brigata ebraica”, un reparto dell’esercito inglese che nulla ebbe a che vedere con la Resistenza. Un copione che si ripete da anni, e che finisce con bandiere dello Stato di Israele che sventolano nei cortei del 25 aprile. Ma andiamo con ordine…

Ha fatto discutere ieri l’annuncio congiunto di PD e comunità ebraiche, che hanno voluto prendere le distanze dalla manifestazione di Roma. «Purtroppo ancora una volta a Roma il corteo dell’Anpi è diventato elemento di divisione quando dovrebbe essere invece l’occasione di unire la città intorno ai valori della resistenza e dell’antifascismo. Per questo, come già l’anno passato, non parteciperemo», ha affermato il commissario romano del PD, Matteo Orfini. La presidente della comunità ebraica, Ruth Dureghello, ha invece affermato che «L’Anpi che paragona la comunità ebraica di Roma a una comunità straniera è fuori dalla storia e non rappresenta più i veri partigiani».

Andrebbe detto per onestà intellettuale, in realtà, che da anni nei diversi cortei che hanno luogo il 25 aprile nelle città d’Italia i rappresentanti della c.d. “Brigata ebraica” manifestano proprio grazie all’ANPI, che più di una volta (come a Milano) ha steso il tappeto rosso a queste persone preferendo sbarrare la strada (letteralmente) agli “estremisti” che ne contestavano la presenza. Certo è che oggi esiste una grande confusione sul tema al centro della discussione.

Ma cos’è stata realmente la Brigata ebraica? È giusto scrivere, come si affermava in un articolo pubblicato anni fa sul Manifesto, che “la bandiera della Brigata ebraica appartiene a una delle formazioni che sono state in prima fila nella liberazione d’Europa. È quindi a casa propria il 25 Aprile”?

Partiamo da un concetto quasi basilare: contestare la presenza di bandiere della Brigata ebraica non significa essere contro gli ebrei, né tantomeno significa negare il contributo degli ebrei alla Resistenza italiana. Il punto è proprio che la Brigata ebraica con la Resistenza italiana c’entra poco o nulla. La Brigata ebraica era un reparto dell’esercito britannico, reclutato nella Palestina che allora era amministrata dall’Inghilterra su mandato della Società delle Nazioni. La sua creazione fu annunciata da Winston Churchill nel settembre del 1944, come reparto volontario di fanteria inquadrato nella VIII Armata Britannica. La Brigata sbarca il 10 novembre 1944 a Taranto, nell’Italia già liberata dagli alleati, e non combatte fino al 27 marzo 1945, quando affianca l’esercito cobelligerante italiano (cioè quello Alleato) nello sfondamento della linea gotica. Nel complesso, l’attività della Brigata ebraica si limita a qualche combattimento nel Ravennate nell’ultimo mese di conflitto, quando ormai si era già a ridosso della Liberazione e dell’insurrezione del 25 aprile.

Chi il 25 aprile scende a commemorare la Brigata ebraica, prima ancora della Resistenza insulta la memoria di centinaia di ebrei italiani, nostri fratelli e sorelle, che alla Resistenza parteciparono per davvero, spesso dando anche la vita. Il fondatore del Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà, la più nota ed estesa organizzazione giovanile partigiana (di cui il Fronte della Gioventù Comunista ha ripreso il nome nel 2012), era il giovane ebreo e dirigente del PCI Eugenio Curiel, fucilato dalle camicie nere nel febbraio del ’45. Centinaia di ebrei italiani combatterono arruolati nelle Brigate Garibaldi (le formazioni partigiane legate al PCI, che costituivano la maggioranza delle formazioni partigiane) e nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Andando oltre la Resistenza italiana, si potrebbe ricordare che migliaia di ebrei combatterono la guerra contro il Terzo Reich sin dal 1941 nel Palestine Regiment, anch’esso inquadrato nell’esercito britannico ma privo di distinzione fra palestinesi di etnia araba ed ebrei, che combattevano spalla a spalla.

Veder sventolare bandiere di Israele nei cortei del 25 aprile, "mimetizzate" fra quelle della Brigata ebraica, è ormai diventato la normalità...
Veder sventolare bandiere di Israele nei cortei del 25 aprile, “mimetizzate” fra quelle della Brigata ebraica, è ormai diventato la normalità…

Tutto questo i sostenitori della Brigata ebraica non lo dicono, e il motivo è chiaro: l’interesse fondamentale di queste persone non è la memoria della Resistenza partigiana, ma la celebrazione dell’ideologia sionista e di Israele. La funzione storica della Brigata ebraica fu quella di contribuire alla costruzione di una identità “ebraica” che più che all’ebraismo era legata al sionismo più estremista e radicale (predicato dagli odierni circoli filo-israeliani), in prospettiva della futura costruzione dello Stato di Israele. Oggi viene celebrata in modo strumentale da certi ambienti che il 25 aprile pretendono di manifestare con bandiere della Brigata ebraica e di Israele (fra loro molto simili), con il beneplacito delle istituzioni che certo le preferiscono alla bandiere rosse e ai tricolori delle Brigate Garibaldi. Ma chissà quale bandiera avrebbero preferito i partigiani…

La scelta di PD e comunità filo-israeliane di non partecipare al corteo del 25 aprile nella capitale non solo non costituisce una grave perdita, ma è da guardare come un elemento positivo, una maggiore garanzia della difesa del carattere della mobilitazione del 25 aprile. Da anni il PD schiera il suo servizio d’ordine al fianco di cordoni di polizia che impediscono ai comunisti di entrare nei cortei del 25 aprile per stendere il tappeto rosso a chi sventola la bandiera di Israele. Il PD fa questo mentre fa propria una retorica antifascista “istituzionale”, che si richiama strumentalmente, in modo rituale e innocuo, alla Resistenza partigiana svuotandola del suo carattere rivoluzionario, per utilizzarla come copertura ideologica delle politiche antipopolari che questo partito porta avanti contro i diritti dei lavoratori e della gioventù, in nome degli interessi dei grandi monopoli europei e della grande finanza, gli stessi che portarono il fascismo al potere. Quando il PD chiede un 25 aprile unito “attorno ai valori dell’antifascismo”, chiede in realtà un 25 aprile a difesa dello stato attuale delle cose.

Le bandiere giuste da sventolare il 25 aprile...
Le bandiere giuste da sventolare il 25 aprile… 

La presenza del PD nella manifestazione del 25 aprile di Roma avrebbe inquinato una giornata che dovrebbe tornare ad essere legata alle lotte della gioventù, dei lavoratori e dei popoli per un futuro di pace, giustizia e uguaglianza sociale, contro un sistema che produce disoccupazione, sfruttamento, precarietà e guerra. Certo è che dinanzi all’arroganza di chi afferma che senza le bandiere di Israele e della “Brigata ebraica” si stravolge il senso del 25 aprile, i primi a rivoltarsi nella tomba sono proprio i partigiani. Anche, e forse soprattutto, i partigiani ebrei

https://lastellanera.wordpress.com/2014/03/24/ecco-le-prove-rivoluzione-ucraina-pagata-dagli-usa/

Ecco le prove, rivoluzione ucraina pagata dagli Usa

«Fermiamo il nazismo ucraino». Chiaro riferimento alla direzione della protesta di piazza Maidan da parte di partiti nazisti e all’entrata nel nuovo governo di quattro ministri dichiaratamente ammiratori di Hitler.

Rivolta costata 5 miliardi di euro in due anni. Stipendiati anche i nazisti responsabili degli scontri di piazza. Alcuni gruppi addestrati militarmente in Estonia. [Franco Fracassi]

di Franco Fracassi

«Dopo avere organizzato la rivoluzione arancione del 2004, un fallimento totale, anche questo colpo di Stato a Kiev è stato organizzato dai servizi segreti americani». L’accusa non arriva dal presidente russo Vladimir Putin o dal defenestrato presidente ucraino Viktor Yanukovich. A farla è Paul Craig Roberts, direttore del Centro studi strategici e internazionali della Georgetown University. «La cosa più grave è che questi incompetenti, arroganti, ideologi non hanno previsto che l’unica forza organizzata dell’opposizione erano i due partiti neonazisti, che hanno immediatamente sfruttato la situazione per prendere il sopravvento ed emarginare i cosiddetti moderati, che ora non contano nulla. Questi neonazisti hanno ammazzato diversi poliziotti a sangue freddo, alcuni sono stati macellati, altri bruciati. Il loro primo atto di governo è stato il divieto di uso della lingua russa e altre provocazioni, come saccheggi alle case degli ex gerarchi. Ora la Casa Bianca e i suoi lacchè si trovano nella situazione o di ammettere di essere degli idioti oppure di negare a oltranza, mobilitando la propaganda e spingendosi sempre più in là nella provocazione verso i russi».

Cinque, centottantaquattro, duecento, cinquecento, duemila. Sono numeri che confermano le affermazioni di Roberts. Cinque sono i miliardi di dollari che l’Amministrazione Obama ha investito negli ultimi due anni per rovesciare il governo di Yanukovich, venti milioni a settimana. Centottantaquattro sono i milioni che il dipartimento di Stato ha elargito direttamente ai dimostranti di piazza Maidan. Duecento sono i dollari che quotidianamente sono stati versati a ogni «combattente attivo». Cinquecento ai «combattenti» che facevano parte di gruppi armati composti da almeno dieci persone. Duemila i dollari dati ai coordinatori dei manipoli di dimostranti che compivano azioni offensive contro agenti di polizia o rappresentanti delle autorità pubbliche. Cifre rivelate da “Jane’s Review”, la più autorevole rivista statunitense di cose militari e di inteligence. «Combattenti attivi e leader ricevono i pagamenti sui loro conti personali», aggiunge Jane’s. Su Youtube è apparso anche un video che mostra valige diplomatiche arrivate a Kiev via Lufthansa e scortate da dipendenti armati del Dipartimento di Stato Usa. Valigette contenenti banconote da cento dollari.

I combattenti di piazza Maidan sono stati stipendiati dal Dipartimento di Stato. Molti di loro sono nazisti.

Ma c’è anche dell’altro. “Intelligenceonline” ha documentato come molti dei gruppi neonazisti siano stati «preparati in basi militari della Nato». Uno tra tutti l’Una-Unso. «I suoi membri sono stati addestrati in Estonia alla guerriglia urbana a partire dal 2006».

Forse anche per questo, quando alcuni media denunciavano la presenza, anzi, il comando della protesta da parte dei neonazisti Washington ha fatto finta di nulla. Nulla, perfino quando ventinove leader politici ucraini hanno inviato una lettera aperta, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti, denunciando «il sostegno occidentale alla campagna neonazista finalizzata al rovesciamento cruento di un governo democraticamente eletto».

Eppure non si trattava di suposizioni allarmistiche. Sarebbe bastato leggere l’articolo scritto da Simon Shuster su “TimeMagazine”, in cui si parlava apertamente di «criminali di destra che stanno dirottando la rivolta liberale in Ucraina. Al centro dei tafferugli un gruppo di picchiatori neonazisti chiamato “Spilna Prava” (Causa comune), le cui iniziali in ucraino sono Ss».

Foto scattata da un giornalista israeliano a un combattente di piazza Maidan apertamente definitosi mercenario straniero.

Oppure il colloquio tra il giornalista del “Guardian” Shaun Walker e uno dei coordinatori di piazza Maidan Andriy Tarasenko: «Per noi il problema non è l’Europa, infatti l’unione con l’Europa sarebbe la morte dell’Ucraina. L’Europa significa la morte dello Stato-nazione, della Cristianità. Vogliamo un’Ucraina per gli ucraini, governata dagli ucraini. L’obiettivo del gruppo è una rivoluzione nazionale».

O ancora l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, che ha dichiarato al “New York Times”: «Teppisti stanno attaccando la polizia, incendiano auto, assaltano edifici, creano un ambiente di distruzione. Questa gente è di chiara matrice nazista e antisemita».

La Casa Bianca, oltre che non volere, non poteva fare altrimenti perché la conduzione della sua politica con l’Europa dell’Est è affidata all’ex capo della Cia un Unione Sovietica (prima) e in Russia (poi), una neocon convinta, fedele all’ex Amministrazione Bush e al suo amico Dick Chaney. Il funzionario del Dipartimento di Stato in questione, Victoria Nuland, ha tenuto lo scorso 13 dicembre un discorso al National Press Club (sponsorizzato da US-Ukraine Foundation, Chevron e Ukraine-in-Washington Lobby Group), durante il quale si compiaceva del fatto che Washington avesse speso «cinque miliardi di dollari per fomentare l’agitazione e per trascinare l’Ucraina nell’Ue». Aggiungendo: «Una volta preda di Bruxelles, l’Ucraina sarebbe aiutata dall’occidente attraverso il Fmi».

Victoria Nuland insieme a tre dei leader della rivolta: a sinistra il leader del partito neonazista Svoboda (Oleh Tyahnybok); al centro il leader del partito Udar (Vitaly Klichko), nonché leader politico di piazza Maidan e alleato di Svoboda; a destra l’attuale primo ministro ucraino Arseniy Yachenyuk.

Per comprendere meglio il personaggio Nuland bisogna parlare di suo marito. Robert Kagan è anch’egli un neocon con il mito dell’eccezionalità rappresentata dagli Stati Uniti. Nel 2003 Kagan scrisse un libro dal titolo “Paradiso e Potere. America ed Europa nel Nuovo Ordine Mondiale”, nel quale scriveva: «L’ordine internazionale non è un’evoluzione, è un’imposizione. È il dominio di una visione sulle altre. Nel caso dell’America, il dominio dei principi del libero mercato e della democrazia, insieme ad un sistema internazionale che li sostiene. L’ordine attuale durerà solo fino a quando coloro che lo favoriscono e ne traggono beneficio manterranno la volontà e la capacità di difenderlo. A qualcuno pare assurdo che gli Stati Uniti debbano avere un apparato militare più grande di quelli delle altre dieci prime potenze militari messi assieme. Ma, probabilmente, è proprio quel divario nella potenza militare che ha giocato un ruolo decisivo nel mantenere un sistema internazionale che è storicamente unico, e in modo unico benefico per gli americani».

L’interventismo del duo Nuland-Kagan si è tradotto in Ucraina nell’infiltrazione di agenti statunitensi (ma forse erano di società private di mercenari) tra i manifestanti. In un video girato a piazza Maidan si vede la polizia speciale trattenere un uomo che mostra un tesserino appartenente all’International Police Association (Ipa). Più di un articolo (pubblicato anche da autorevoli testate internazionali) ha accusato l’Ipa di non essere altro che un’associazione di copertura della Cia.

Poi c’è la denuncia fatta anche da Popoff, in cui si segnalava lo sbarco notturno all’aeroporto di Kiev di trecento mercenari pagati dal Pentagono. Trecento soldati super addestrati spariti tra la folla dei dimostranti poche ore dopo il loro arrivo in Ucraina, e accusati di essere loro i cecchini responsabili del massacro di piazza Maidan.

Il presidente statunitense Barak Obama e il suo equivalente russo Vladimir Putin. Più che una questione interna, la crisi ucraina è cosa loro.

 

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custdb12-012328.htm

 

Combattiamo il revisionismo storico:

Le foibe sono un falso storico propagandato dai fascisti e usato dalla borghesia

 

Salvatore Vicario | comunistisinistrapopolare.com

 

11/02/2013

 

Il 30 Marzo 2004, con la legge bipartisan n.92, è stato istituito il “giorno del ricordo” da celebrare il 10 Febbraio di ogni anno. Essa fu il risultato di due interessi convergenti: quello dei fascisti nella loro ricerca di ripulirsi e riabilitarsi e quello della borghesia nel suo tentativo di equiparazione dei comunisti con i nazi-fascisti, che vede l’Unione imperialista Europea (1), impegnata da anni nel lavoro puramente “ideologico” di equiparazione e istituzione della categoria “totalitarismi” per mettere fuori legge le organizzazioni operaie-popolari e i partiti comunisti rivoluzionari del continente europeo.

Le foibe rappresentano in Italia il principale strumento con il quale i fascisti e la borghesia, attraverso i loro mezzi di comunicazione di massa, portano avanti i loro convergenti interessi ideologici. E’ dovere di ogni rivoluzionario, di ogni sincero progressista e democratico, combattere questa propaganda puramente ideologica, decostruendo il loro “impianto accusatorio” e integrando i fatti nel loro contesto storico.

Nel 2002, il Pres. della Repubblica C.A. Ciampi dichiara in un intervista al quotidiano triestino “Piccolo”, che le foibe furono “una lotta etnica scatenata per cercare di deitalianizzare queste zone, che ha dato luogo a violenze e uccisioni. Una cosa tipo la shoah, volta a eliminare più italiani possibili“. Nel 2006 riafferma il concetto definendo le foibe una pulizia etnica affermando che: “l’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento“(2). Il 10 Febbraio 2007, l’attuale Pres. della Repubblica G. Napolitano dichiara che “(…) un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’ (3).

Queste dichiarazioni fanno parte del progetto di “creazione di una coscienza collettiva” dell’intera comunità nazionale nella ricerca dello spirito “patriottardo” dell’ “Italia riconciliata nel nome della democrazia”. Tutto questo ha un solo fine: l’equiparazione del movimento operaio e comunista con il nazi-fascismo, tra il movimento di resistenza partigiana nazionale e internazionale (fortemente composto dalle organizzazioni comuniste) e i regimi nazi-fascisti e coloniali mussoliniano, hitleriano, franchista, nonché di quello croato di Pavelic. L’obiettivo della cancellazione del ‘900, racchiudendolo nel “totalitarismo” e nella “tragedia”, è perseguito soprattutto oggi nella fase di crisi sistemica e ideologica del capitalismo, che deve perciò mettere in campo tutta la sua capacità falsificatoria applicando il metodo nazista di Goebbels, per annientare lo spirito “rivoluzionario” delle masse, colpendo gli unici che lo hanno concretizzato nella presa del potere e l’abbattimento dell’ordine borghese imperialista: i comunisti.

Come affermato dalle massime cariche dello Stato borghese italiano le foibe sono poste sotto l’etichetta di “pulizia etnica” nella versione ufficiale dello Stato, suffragando questa tesi, priva di fondamento in prove, con numeri “della tragedia” a cui ognuno è libero di dare la sua versione soggettiva, passando da qualche migliaio alle decine di migliaia fino ad arrivare alle centinaia di migliaia di italiani gettati vivi in cavità carsiche (le foibe) e lasciati morire. Secondo questa versione ufficiale colpevoli solo di esser italiani. Citiamo a questo punto un estratto di un articolo pubblicato l’8/1/1949 da un giornale della destra locale “Trieste Sera”, nel quale si ammetteva: “Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500 mila persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi e infoibati non possono costituire un atto anti-italiano ma un atto prettamente anti-fascista“. Queste 500 “vittime” avvennero durante il breve periodo di governo popolare triestino durato 40 giorni.

Fra Gorizia, Trieste e Fiume effettivamente scomparvero tra le 3 e le 4 mila persone, ma la maggioranza di esse morì nei campi di prigionia dove venivano rinchiusi i prigionieri colpevoli di esser collaboratori dei fascisti. Si parla delle foibe di Fiume, ma in questo paese non esistono foibe. Nella foiba di Fianona non è stato ritrovato nessun corpo. Nella foiba di Opicina sono stati ritrovati solo alcuni soldati morti i cui corpi vennero gettati lì per evitare il diffondersi di epidemie. Nelle foibe di Basovizza, in realtà si tratta del pozzo di una miniera, sono stati ritrovati dagli anglo-americani solo una decina di corpi di soldati tedeschi. Ma si parla di 3.500 infoibati nel triestino tra Basovizza e Monrupino. In quest’ultima in realtà, i partigiani gettarono dei corpi, ma si trattava di corpi di militari nazisti bombardati dagli inglesi, in seguito ad una battaglia tra nazisti e partigiani il 1 Maggio. Eppure li oggi vi è una targa in onore di infoibati dalmati.

Adesso inquadriamo i fatti nel loro contesto storico. Nel settembre del 1920 Benito Mussolini dichiara: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500000 slavi barbari a 50.000 italiani“(4). Si istituì così la politica del cosiddetto “fascismo di confine”, ovvero una politica aggressiva nel Nord-Est e nei Balcani nell’ordine della deslavizzazione.

Chi fu vittima della “pulizia etnica” e delle mire coloniali fu il popolo slavo, ad opera del regime fascista nella sua “guerra contro lo slavismo” e del suo progetto di “bonifica etnica” perseguita sul piano culturale con la chiusura delle scuole e il divieto di parlare pubblicamente nella loro lingua madre, l’italianizzazione forzata di cognomi e nomi di località, le insegne dei negozi in lingua croata e slovena rimosse e su quello economico con l’espropriazione forzata delle terre e la colonizzazione italiana, il tutto accompagnato da una feroce barbarie contro le popolazioni locali e la resistenza con massacri, incendi di paesi, campi di concentramento, tra questi citiamo il lager di Arbe (Dalmazia) oggi in Croazia, dove vennero rinchiusi tra le 10.000 e le 15.000 civili a maggioranza di etnia slava, diretto dal colonello dei Carabinieri Vincenzo Cuiuli, il campo di internamento e smistamento di Fiume in cui vi erano internati 3.500 slavi e oppositori, il lager di Cattaro (Dalmazia) oggi in Montenegro e il lager di Zara (Dalmazia) oggi in Croazia con 2.400 prigionieri civili.

Sul territorio italiano citiamo il lager per jugoslavi di Treviso con 3.464 di internati diretto dal Tenente Colonello dei Carabinieri A.Anceschi, quello di Chiesanuova a Padova in cui vi furono internati 3.500 civili jugoslavi, in maggioranza croati, diretto dal Colonello D.Caporali. Il lager Renicci ad Arezzo con 3.950 internati in maggioranza civili jugoslavi. Il lager di Gonars a Udine dove vi erano internati 6.500 civili jugoslavi diretto dal Tenente Colonnello Eugenio Vicedomini, Cesare Marioni, Ignazio Fragapane, Gustavo De Dominicis, Arturo Macchi.

Infine citiamo i campi di prigionia e lager per oppositori politici, “allogeni” slavi, sospettati di attività anti-nazionale, prigionieri di guerra ecc… di Fossoli a Carpi (5.000), di Bolzano (11.116) e quello di Risiera San Sabba a Trieste con circa 25.000 internati istituito dal III Reich. Tra il 1941 e il 1943 furono cacciati dall’Istria circa 30.000 Slavi- Croati e Sloveni – e venne occupata la regione. Centinaia di migliaia qui sono i morti reali dell’occupazione fascista e dei regimi nazi-fascisti nei confronti dei popoli slavi. Citiamo su tutti le 13.000 persone massacrate dalle SS e dai repubblichini di Salò nell’inverno del ’43 quando ripresero il controllo della penisola istriana, i cui corpi furono gettati nelle foibe. Infatti a differenza della Repubblica di Salò, in questi territori occupati dai nazisti dopo l’8 settembre si ebbe il diretto comando dei nazisti e il battaglione mussoliniano, la X MAS, la Guardia Civica e altre milizie furono sotto loro comando.

Nel periodo dell’insurrezione popolare avvenuta in Istria l’8 Settembre ’43, la popolazione oppressa, sia italiana che slava, inferocita prese le armi e si scagliò contro i fascisti, gli occupanti e collaborazionisti che avevano depredato una terra e umiliato un popolo, infliggendogli un duro periodo di privazioni, di pene, di morte. Dopo l’invasione nazista e i crimini commessi al loro servizio dai fascisti (vedi sopra), si istituì nel maggio del ’45 il governo partigiano di Trieste durato 40 giorni (vedi sopra).

Il quadro della situazione, politica e sociale, è stata ed era piuttosto complessa: “La situazione nell’Italia orientale era diversa dal resto del nord Italia. Quella era una terra che apparteneva all’Italia solo a partire dalla I guerra mondiale, una terra multietnica. In Italia il fascismo era la mano violenta della borghesia contro il proletariato, mentre nell’Italia orientale il fascismo si presentava oltre che sotto l’aspetto di classe, anche come soppressione delle nazionalità: proibito parlare lingue slave, chiusura di tutte le istituzioni culturali non italiane. Oltre a questo nel ’43 noi eravamo annessi alla Germania insieme a Lubiana e all’Istria. Erano i tedeschi che comandavano. Dopo il ’45, per altri 8 anni, c’è stata l’occupazione anglo-americana. Quindi la guerra è continuata con mille intrecci, lotte, con nazionalismi, servizi segreti“(5). La violenza che si scatenò fu un atto di giustizia popolare inserita all’interno di un quadro complesso.

Nulla potrà offuscare l’alto contributo dei partigiani comunisti jugoslavi nella guerra al nazifascismo e la collaborazione internazionalista con i partigiani comunisti italiani. La borghesia tenta la strada della denigrazione della resistenza, con l’obiettivo di attaccare i comunisti, dai partigiani jugoslavi ai GAP, perché erano valorosi compagni che si diedero alla causa rivoluzionaria della liberazione dei popoli e della classe operaia dall’oppressione borghese, per trasformare l’Italia in una Repubblica Socialista. E’ proprio il carattere rivoluzionario, la lotta di classe che praticarono i comunisti nella guerra di liberazione nazionale, affiancati dalla lotta dei lavoratori che insorgevano nelle città e nelle campagne per farla finita non solo con il nazi-fascismo, ma anche con l’oppressione sociale della classe borghese e il capitalismo, che si servì del fascismo e che trovò subito dopo nuovi servitori, nel proseguimento dello sfruttamento e oppressione di classe, al quale la borghesia riserva il suo profondo odio.

N.B: la ricerca della verità storica e la denuncia dell’uso propagandistico anti-comunista delle foibe, non ha nulla a che fare con un adesione al titoismo e al ruolo della Rep. Popolare Jugoslava, del tutto negativo e anti-leninista.

Note:

1) www.resistenze.org/sito/os/ep/osep9d14-004858.htm www.resistenze.org/sito/os/ep/osepbi06-009500.htm

2) www.quirinale.it/qrnw/statico/ex-presidenti/Ciampi/dinamico/discorso.asp?id=28593

3) www.storiaxxisecolo.it/dossier/Dossier1a8f.htm

4) cronologia.leonardo.it

5) Tratto dall’intervista rilasciata da Mario Toffanin “Giacca” Comandante dei GAP di Udine alla rivista “resistenze”. Condannato all’ergastolo ai processi per Porzus (1952), graziato da Pertini nel 1975. Leggere in merito ai processi di Porzus: www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custcb14-010494.htm

 

http://www.criticaproletaria.it/?p=515bruti

Il disegno di revisione proposto (recte: imposto) dal Governo, non può essere valutato solo come un’operazione “sovrastrutturale” destinata a incidere esclusivamente sulla forma di governo, ma anche come una sorta di disegno strategico di politica economica, che punta ad alterare radicalmente la configurazione dei rapporti tra “Stato” e “mercato” delineata dalla Costituzione.

Al riparo della retorica del “risparmio”, con l’abolizione del CNEL, si persegue, del resto, l’intento simbolico di sancire il definitivo abbandono della concezione del “governo democratico dell’economia” (art. 41, 3° co., C.), per far posto alle dinamiche proprie del mercato e della concorrenza.

La proposta di revisione Renzi-Boschi costituisce, infatti, il punto d’approdo del processo restaurativo inscritto negli indirizzi dell’UEM, che preclude ogni possibilità di inverare il programma di trasformazione economico-sociale prescritto dall’art. 3, 2° co., C., com’è dimostrato dal recepimento del principio dell’equilibrio di bilancio prescritto dagli strumenti della governance economica europea, il quale, sancendo l’obbligo di parità fra spese e entrate, rende lo Stato “finanziariamente condizionato” (F. Losurdo), impedendogli di realizzare politiche di sostegno della domanda anche solo in funzione anticiclica.

Un principio espressivo di una teorica economica di chiara marca liberista, fondata sulla convinzione che la “spesa pubblica” costituisca fonte di “sprechi” e vada, pertanto, ridotta, specie nelle fasi recessive (G. Forges Davanzati).

Per comprendere le ragioni effettive poste a base del processo controriformatore, appare utile la lettura di due documenti che hanno posto le premesse per un attacco organico alla Costituzione. Si tratta del documento della Commissione Trilateral (1975) che evidenziava la necessità di “ridurre la democrazia” e del documento della Loggia massonica P. 2 che mirava a diffondere l’ideologia di una “governabilità” funzionale alle esigenze di “stabilità” dei mercati.

In tempi recenti, è stato diffuso un report della JP Morgan (28 maggio 2013), che esortava gli Stati a disfarsi delle Costituzioni adottate nel secondo dopoguerra, perché fondate su concezioni «socialiste […] inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea».
I limiti di queste Costituzioni sono stati individuati nella previsione di governi deboli nei confronti dei parlamenti e di tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori (es. diritto di sciopero), che ostacolano la realizzazione delle politiche ritenute essenziali per il ripianamento dei “debiti sovrani”, i quali sono stati, in realtà, generati dagli interventi pubblici di salvataggio delle banche responsabili della crisi.

Nelle sue dichiarazioni, il Presidente della BCE ha sempre sollecitato, del resto, il completamento di quelle “riforme” non solo “economico-finanziarie”, ma anche “costituzionali”, irritualmente prescritte al Governo italiano con l’ormai famosa “lettera” (del 5 agosto 2011), perché ritenute indispensabili per «ristabilire la fiducia degli investitori» logorata dalla grave situazione in cui versano i «mercati finanziari».

Il disegno di revisione presentato dal Governo, si colloca in questo solco perché punta a “costituzionalizzare” un assetto idoneo alla gestione oligarchica delle dinamiche economico-sociali, ossia a stabilizzare un quadro di comando verticale svincolato dalle istanze del pluralismo, reputate incompatibili con gli indirizzi delle istituzioni tecnocratiche sovranazionali, garanti degli interessi dei grandi gruppi finanziari (D. Chirico).
Nella Relazione illustrativa si legge, infatti, che la «stabilità dell’azione di governo» e l’«efficienza dei processi decisionali» costituiscono «le premesse indispensabili» per affrontare le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie» e, quindi, «per agire, con successo, nel contesto della competizione globale».

Risulta, pertanto, evidente come lo scopo reale perseguito dal disegno di revisione che punta a trasformare il nostro sistema fondato sul primato della sovranità popolare e del Parlamento, in un sistema incentrato sul primato del Governo, sia quello di espellere dallo spazio politico visioni, progetti e rivendicazioni sociali alternative rispetto al modello neo-liberista (A. Algostino).

Nell’era della globalizzazione economica – anzi della sua crisi – si assiste pertanto al riemergere di soluzioni regressive incentrate sulla svalutazione della rappresentanza, che paiono riportarci in una situazione simile a quella dell’Ottocento caratterizzata dalla presenza di uno Stato autoritario orientato a sostenere gli interessi delle classi dominanti, anche a costo di provocare una crescita esorbitante delle diseguaglianze, che oggi assumono anche la forma estrema delle «espulsioni» (S. Sassen).

Ad onta della retorica sul “postmoderno”, ci troviamo quindi dinanzi a una “svolta autoritaria”, come sembra, del resto, comprovato dalla disposizione dell’art. 12 del disegno di revisione che, rafforzando eccessivamente le prerogative del Governo, giunge a snaturare non solo le caratteristiche della forma di governo parlamentare, ma anche quelle della forma di stato democratico-sociale.

Si attribuisce, infatti, al Governo il potere di chiedere che un disegno di legge considerato essenziale per l’attuazione del suo programma, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno della Camera (entro cinque giorni dalla richiesta) e sottoposto alla pronuncia definitiva, entro 70 giorni.

Questa disposizione che istituisce una corsia preferenziale per i disegni di legge d’iniziativa governativa, sposta di fatto l’esercizio del potere legislativo in capo al Governo, rivelando, più di ogni altra, come il disegno di revisione, in totale discordanza con i parametri del nostro modello costituzionale, punti ad assegnare al Governo non più il ruolo di “comitato esecutivo del Parlamento”, bensì quello di “suo organo direttivo”.

Con questa previsione, il disegno di smantellamento del modello “democratico-sociale” (C. Mortati) giunge al suo compimento, perché la sanzione del primato del Governo sul Parlamento nel processo di elaborazione dell’indirizzo politico, aggiungendosi ai pervasivi poteri in materia di bilancio attribuitigli dagli strumenti della governance economica europea, determina la piena integrazione fra “governabilità” e “stabilità economica”, ripristinando il nesso di compenetrazione organica fra “stato-apparato” e “interessi privati”, su cui era incardinato lo stato liberale e lo stato fascista-corporativo.

Il meccanismo del “voto a data fissa” evoca, del resto, la cultura istituzionale sottesa alla Legge 24/12/1925, n. 2263 (concernente: Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo) che condizionava fortemente l’autonomia del Parlamento, attribuendo al «Capo del Governo» il potere di determinare la formazione dell’ordine del giorno delle Camere. Nell’art. 6 della suddetta legge, si prevedeva, infatti, che: «Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle Camere, senza l’adesione del Capo del Governo».

Questo disegno di forte verticalizzazione del potere è individuabile anche nella revisione delle norme del Titolo V, che sancisce l’abbandono del cd. “progetto federalista” e il ritorno del ruolo accentratore dello Stato (v. nuovo art. 117).

Lo spazio del legislatore statale si espande considerevolmente perché viene eliminata la “potestà legislativa concorrente” e, quindi, vengono riportate alla “potestà legislativa esclusiva” dello Stato, materie concernenti interessi fondamentali delle collettività locali (quali quelle relative: alle infrastrutture strategiche; alle grandi reti di trasporto dell’energia; alla tutela della salute; alla tutela e sicurezza del lavoro; alla tutela dei beni culturali e paesaggistici; al governo del territorio; alle politiche sociali; all’istruzione e alla formazione professionale).

Il disegno di revisione introduce, inoltre, la cd. “clausola di supremazia statale”. Il nuovo quarto comma dell’art. 117 (v. art. 31 ddlc.) prevede infatti che, su proposta del Governo, il legislatore statale possa impossessarsi delle residue materie di competenza regionale, in nome della “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” o “dell’interesse nazionale”.

Con l’introduzione di questa “clausola” (denominata, da alcuni costituzionalisti, “clausola vampiro”), si pongono, quindi, le premesse per la compressione delle “autonomie socio-politiche” e, quindi, per la neutralizzazione del ruolo partecipativo delle comunità locali, i cui interessi non potranno essere idoneamente tutelati dal cd. “Senato dei territori”, perché il disegno di revisione prevede che il suo voto possa essere superato da quello diverso della Camera, proprio in relazione alle leggi fondate su tale “clausola” (cfr. artt.70, 4° co. e 117, 4° co. ddlc. Renzi-Boschi).

Sulla base di queste premesse, ogni “grande opera” potrebbe essere reputata di “interesse nazionale”, sicché le Regioni, gli enti locali e i cittadini potrebbero essere  privati della possibilità di incidere sulle decisioni essenziali per la qualità vita delle comunità (quali, ad es., quelle relative: all’alta velocità; alle discariche; agli inceneritori; alle trivellazioni; alla produzione di carbone; al deposito di scorie nucleari; alla riconversione degli stabilimenti industriali inquinanti, come l’Ilva; all’installazione di nuove basi militari).

Non si può non rilevare, pertanto, come la Costituzione esprima una concezione opposta a quella del primato del potere del governo concentrato nelle mani del «premier assoluto» (A. Pace), perché mira a promuovere «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (artt. 3, 2° co., C.).

Lo svuotamento delle funzioni del Parlamento e del ruolo partecipativo dei corpi intermedi, paiono invece funzionali alla configurazione verticistica dell’UE, che esige continue cessioni di “sovranità popolare” per consentire agli esecutivi di attuare rapidamente gli indirizzi imposti dalle istituzioni sovranazionali e dai centri di potere economico-finanziario.

Il disegno di revisione costituzionale, attraverso l’abnorme concentrazione di poteri in capo all’esecutivo, persegue infatti l’obiettivo di sincronizzare i tempi delle decisioni politiche con i tempi delle decisioni dei mercati finanziari, col fine di rendere il Paese più attrattivo per gli investimenti dei gruppi oligarchici transnazionali.

In un contesto di competizione globale, «il turnover del capitale» risulta accelerato, sicché le scelte di localizzazione degli investimenti sono influenzate dalla capacità dei Governi di creare un ambiente ad essi congeniale e, quindi, necessariamente caratterizzato dalla riduzione dei diritti dei lavoratori dai tagli allo stato sociale e da labili normative di salvaguardia ambientale (G. Forges Davanzati), ossia da politiche che deprimono la domanda e intensificano la recessione.

I poteri economici sovranazionali hanno, quindi, un estremo interesse ad una trasformazione delle Costituzioni nella direzione della verticalizzazione del potere, al fine di renderle funzionali ai processi di finanziarizzazione, che impongono un’accelerazione dei tempi di decisione.

Il fulcro della restaurazione avviata, sin dalla seconda metà degli anni Settanta, dalle Banche, dalle Borse, dagli investitori, dalle grandi società commerciali, col supporto del FMI, della Trilateral, del Washington Consesus, della scuola di Chicago e della scuola ordoliberale tedesca, consiste, infatti, nel trasferire la sovranità dal “popolo” ai “mercati”. Si tratta di una restaurazione che ha bisogno di poteri spicci capaci di mettere la “politica” al passo con i dogmi dell’economia neoliberista e che comporta, pertanto, un arresto del pluralismo e, quindi, la creazione di una società cinica, divisa tra “vincenti” e “perdenti”, “salvati e “sommersi” (R. La Valle).

Al “governo democratico dell’economia” (art. 41, 3° co., C.) – che secondo le previsioni della Costituzione, dovrebbe svolgersi con la partecipazione dei lavoratori (art. 3, 2° co., C.) e delle loro organizzazioni rappresentative (artt. 39 e 49 C.) ed articolarsi attraverso la rete delle assemblee elettive locali (art. 114 C.), per trovare nel Parlamento il punto di confluenza, elaborazione e sintesi delle istanze provenienti dai  territori – si intende, quindi, sostituire un tipo di governo verticistico orientato a rimuovere gli ostacoli al funzionamento del mercato concorrenziale, considerato come lo strumento più idoneo per allocare le risorse e quindi per conseguire l’inclusione sociale.

I movimenti e le forze politiche che contestano gli effetti distruttivi delle “politiche di rigore” imposte dall’Unione europea, dovrebbero quindi prendere coscienza che – specie nell’attuale fase di “crisi organica” (A. Gramsci) – la lotta per la difesa e l’attuazione della Costituzione risulta fondamentale, perché essa costituisce lo spazio politico entro cui diviene possibile rilanciare una dialettica conflittuale sul terreno dei rapporti economico-sociali ed entro cui può, pertanto, esprimersi l’opposizione dei lavoratori al «colpo di stato ordito dalle banche e dai governi» nelle sedi impenetrabili delle istituzioni tecnocratiche sovranazionali (L. Gallino).

di Gaetano Bucci (Università di Bari)

relazione presentata al seminario del Partito Comunista

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=15730386

III
Il Partito

Passo alla questione del partito.
Il congresso attuale si svolge sotto la bandiera della vittoria completa del leninismo, sotto la bandiera della liquidazione dei residui dei gruppi antileninisti.
Battuto e disperso il gruppo antileninista dei trotskisti. I suoi organizzatori si trascinano ora all’estero nelle rimesse dei partiti borghesi.
Battuto e disperso il gruppo antileninista dei destri. I suoi organizzatori già da lungo tempo hanno ripudiato le loro opinioni e adesso si sforzano in tutti i modi di far dimenticare i peccati che hanno commesso contro il partito.
Battuti e dispersi i gruppi sorti sulla base delle deviazioni nazionaliste. I loro organizzatori o sono definitivamente passati all’emigrazione interventista oppure hanno fatto ammenda onorevole.
La maggioranza dei partigiani di questi gruppi antirivoluzionari è stata costretta a riconoscere la giustezza della linea del partito e ha capitolato davanti al partito.
Se al XV Congresso era ancora necessario dimostrare la giustezza della linea del partito e condurre la lotta contro certi gruppi antileninisti, se al XVI Congresso si dovette dare il colpo di grazia agli ultimi seguaci di questi gruppi, in questo congresso non c’è più nulla da dimostrare e, a quel che pare, nessuno da colpire. Tutti vedono che la linea del partito ha trionfato (applausi scroscianti).
Ha trionfato la politica dell’industrializzazione del paese. I suoi risultati sono ora evidenti agli occhi di tutti. Che cosa si può opporre a questo fatto?
Ha trionfato la politica della liquidazione dei kulak e della collettivizzazione integrale. I suoi risultati sono pure evidenti agli occhi di tutti. Che cosa si può opporre a questo fatto?
L’esperienza del nostro paese ha provato che la vittoria del socialismo in un solo paese, singolarmente preso, è pienamente possibile. Che cosa si può opporre a questo fatto?
E’ evidente che tutti questi successi e, prima di tutte, la vittoria del piano quinquennale, hanno definitivamente demoralizzato e annientato i gruppi antileninisti d’ogni genere.
Bisogna riconoscere che il partito è oggi unito e compatto come non era mai stato prima (prolungati e fragorosi applausi).

1. Problemi della direzione politica e ideologica.

Ma vuol forse dire, questo, che la lotta sia finita e che l’ulteriore offensiva del socialismo possa esser lasciata cadere, come qualche cosa d’inutile?
In nessun modo.
Vuol forse dire che nel partito tutto preceda per il meglio, che non vi si manifesterà più nessuna deviazione e che, per conseguenza, si possa ora riposare sugli allori?
No, niente affatto.
Abbiamo sconfitto i nemici del partito, gli opportunisti di tutte le tinte, i fautori di deviazioni nazionaliste d’ogni specie; ma residui della loro ideologia non sono ancora usciti dalla testa di singoli membri del partito e non di rado si fanno sentire. Non si può considerare il partito come qualche cosa di staccato dagli uomini che lo circondano. Il partito vive e combatte nell’ambiente che lo circonda. Non c’è da stupirsi che dall’esterno penetrino non di rado nel partito delle tendenze malsane. E nel nostro paese c’è senza dubbio un terreno per simili tendenze, non foss’altro per il fatto che esistono ancora da noi, tanto nella città quanto nella campagna, alcuni strati intermedi della popolazione dove si forma l’ambiente che alimenta queste tendenze.
La XVII Conferenza del nostro partito ha affermato che uno dei compiti fondamentali per l’attuazione del secondo piano quinquennale consiste “nel distruggere le sopravvivenze del capitalismo nell’economia e nella coscienza degli uomini”. E’ un concetto assolutamente giusto. Ma possiamo dire di aver già superato tutte le sopravvivenze del capitalismo nell’economia? No, non possiamo dirlo. E tanto meno possiamo dire di aver superato le sopravvivenze del capitalismo nella coscienza degli uomini. Non possiamo dirlo, non solo perché lo sviluppo della coscienza degli uomini ritarda sulla loro situazione economica, ma anche perché esiste ancora un accerchiamento capitalistico, che si sforza di ravvivare e di stimolare le sopravvivenze del capitalismo nell’economia e nella coscienza degli uomini nell’U.R.S.S., e contro il quale noi bolscevichi dobbiamo tener sempre le polveri asciutte.
E’ chiaro che queste sopravvivenze non possono non costituire un terreno favorevole per rianimare, nella testa di singoli iscritti al partito, l’ideologia dei gruppi antileninisti battuti. Aggiungete a questo il livello teorico non molto alto della maggioranza degli iscritti al nostro partito, il debole lavoro ideologico degli organismi di partito, il fatto che i nostri militanti di partito sono sovraccarichi di lavoro puramente pratico che toglie loro la possibilità di completare il loro bagaglio teorico, e comprenderete qual è l’origine della confusione che esiste nella testa di singoli membri del partito su tutta una serie di problemi del leninismo, confusione che penetra non di rado nella nostra stampa e contribuisce a ravvivare i residui dell’ideologia dei gruppi antileninisti battuti.
Ecco perché non si può dire che la lotta sia terminata e che non vi sia più la necessità di una politica d’offensiva del socialismo.
Si potrebbero prendere parecchi problemi del leninismo e dimostrare, sulla loro base, quanto siano ancora vivi in alcuni iscritti al partito i residui dell’ideologia dei gruppi antileninisti battuti.
Prendiamo, per esempio, la questione dell’edificazione della società socialista senza classi. La XVII Conferenza del partito ha detto che andiamo verso la creazione di una società socialista, senza classi. E’ chiaro che la società senza classi non può sorgere in modo, per cosi dire, spontaneo. Bisogna conquistarla e costruirla con gli sforzi di tutti i lavoratori, rafforzando gli organi della dittatura del proletariato, sviluppando la lotta di classe, sopprimendo le classi, liquidando le sopravvivenze delle classi capitalistiche, in una lotta continua tanto contro i nemici interni che contro quelli esterni.
La cosa sembra chiara.
Eppure, chi non sa che la proclamazione di questa tesi del leninismo, così chiara ed elementare, ha generato non poca confusione nelle teste e fatto sorgere delle tendenze malsane in una parte degli iscritti al partito?
La tesi sulla nostra marcia verso la società senza classi, lanciata come parola d’ordine, è stata da loro interpretata come l’affermazione d’un processo spontaneo. Ed essi aggiungevano: poiché si parla di società senza classi vuol dire che si può attenuare la lotta di classe, che si può allentare un po’ la dittatura del proletariato e in generale farla finita con lo Stato, il quale dovrà comunque estinguersi, prossimamente. E toccavano il cielo col dito, pensando che ben presto non ci sarebbe più stata nessuna classe, vale a dire non più lotta di classe, vale a dire non più preoccupazioni né affanni, e che si poteva perciò deporre le armi e andarsene tranquillamente a dormire in attesa dell’avvento della società senza classi (ilarità generale in tutta la sala).
Non c’ dubbio che questa confusione mentale e queste tendenze assomigliano, come s’assomigliano due gocce d’acqua, alle note concezioni dei destri, secondo le quali il vecchio deve automaticamente integrarsi nel nuovo, finché un bel giorno, senza accorgersene, ci dovremo trovare nella società socialista.
Come vedete, i residui dell’ideologia dei gruppi antileninisti battuti sono perfettamente in grado di rianimarsi e sono ancora ben lontani dall’aver perduto la loro vitalità.
E’ evidente che se questa confusione d’idee e queste tendenze non bolsceviche dovessero estendersi alla maggioranza del nostro partito, il partito si troverebbe smobilitato e disarmato.
Prendiamo, inoltre, la questione dell’artel agricolo e della comune agricola. Oggi tutti riconoscono che l’artel costituisce, nelle condizioni attuali, l’unica forma giusta del movimento colcosiano. Ed è comprensibilissimo: a) l’artel lega in modo giusto gli interessi personali, quotidiani dei membri dei colcos ai loro interessi collettivi; b) l’artel adatta felicemente gli interessi personali, quotidiani agli interessi della società e così facilita l’educazione nello spirito del collettivismo dei contadini che ieri ancora avevano un’azienda individuale.
A differenza dell’artel, dove vengono collettivizzati soltanto i mezzi di produzione, nelle comuni si collettivizzano, fino a questi ultimi tempi, non solo i mezzi di produzione, ma anche tutto ciò che è destinato all’uso personale e familiare di ogni membro della comune, vale a dire che i membri della comune, a differenza dei membri dell’artel, non avevano in loro possesso personale il pollame, il bestiame minuto, la vacca, il grano, l’orto attinente alla casa. Ciò vuol dire che nelle comuni gl’interessi personali, quotidiani degl’iscritti, non soltanto non erano tenuti presenti e non erano coordinati con gl’interessi collettivi, ma erano soffocati da questi ultimi ai fini d’un egualitarismo piccolo-borghese. E’ chiaro che questo fatto costituisce il lato più debole delle comuni e spiega anche perché le comuni non abbiano una larga diffusione e si contino solo ad unità o a decine. Per questa stessa ragione le comuni, per mantenersi in vita e non disgregarsi completamente, si son viste costrette a rinunciare alla socializzazione di tutto ciò che è destinato all’uso personale o familiare e incominciano a lavorare sulla base di giornate-lavoro, incominciano a distribuire a casa dei loro membri il grano, ammettono il possesso personale del pollame, del bestiame minuto, della vacca, ecc. Vale a dire che le comuni sono passate di fatto alle condizioni degli artel. E non vi è nulla di male, perché così esigono gl’interessi di un sano sviluppo del movimento di massa dei colcos.
Ciò non significa naturalmente che la comune non sia necessaria in generale, e che essa non rappresenti più una forma superiore del movimento dei colcos. No, la comune è necessaria e rappresenta, naturalmente, la forma più alta del movimento dei colcos, ma non la comune attuale, che è sorta sulla base di una tecnica non sviluppata e di una insufficienza di prodotti e che si mette essa stessa nelle condizioni d’un artel, bensì la comune futura, che sorgerà sulla base di una tecnica più sviluppata e di un’abbondanza di prodotti. L’attuale comune agricola è sorta sulla base di una tecnica poco sviluppata e di un’insufficienza di prodotti. Questo spiega, in sostanza, perché essa praticava l’egualitarismo e teneva in poco conto gl’interessi personali, quotidiani dei suoi membri, tanto da vedersi oggi costretta a trasformarsi in un artel, dove sono coordinati razionalmente gl’interessi personali e collettivi dei membri dei colcos. La comune futura nascerà dallo sviluppo e dell’agiatezza dell’artel. La futura comune agricola sorgerà quando i campi e le fattorie degli artel abbonderanno di grano, di bestiame, di pollame, di legumi e di ogni altro prodotto, quando negli artel si apriranno delle lavanderie meccanizzate, delle cucine e dei refettori moderni, delle panetterie meccanizzate, ecc., quando il membro del colcos vedrà che gli è più vantaggioso prendere la carne e il latte alla fattoria che mantenere per conto suo la vacca e il bestiame minuto, quando la colcosiana vedrà che le è più vantaggioso mangiare alla mensa collettiva, prendere il pane alla panetteria e ricevere la biancheria lavata dalla lavanderia collettiva, che non occuparsi essa stessa di queste cose. La comune futura sorgerà sulla base d’una tecnica più sviluppata e d’un artel più sviluppato, sulla base di un’abbondanza di prodotti. Quando avverrà tutto questo? Non presto, naturalmente, ma avverrà. Sarebbe un delitto accelerare artificialmente il processo di trasformazione dell’artel nella futura comune. Ciò imbroglierebbe tutte le carte e farebbe il gioco dei nostri nemici. Il processo di trasformazione dell’artel nella futura comune dovrà farsi gradualmente, nella misura in cui tutti i membri del colcos si convinceranno della necessità d’una simile trasformazione.
Così si presenta il problema dell’artel e della comune.
La cosa, a quanto pare, è chiara e quasi elementare.
Eppure in una parte degl’iscritti al partito esiste in proposito un’estrema confusione. Essi ritengono che il partito, dichiarando l’artel forma fondamentale del movimento colcosiano, si sia allontanato dal socialismo, abbia compiuto una ritirata, passando dalla comune, forma superiore del movimento colcosiano, a una forma inferiore. Perché, di grazia? Perché nell’artel, a sentir loro, non esisterebbe eguaglianza, dato che la differenza dei bisogni e delle condizioni personali di vita dei membri dell’artel rimane, mentre nella comune regnerebbe l’eguaglianza, dato che in essa i bisogni e le condizioni personali di vita dei suoi iscritti sono livellati. Ma, in primo luogo, non esistono più delle comuni dove dominino l’eguaglianza, il livellamento dei bisogni e della vita personale. La pratica ha dimostrato che le comuni sarebbero sicuramente andate in rovina, se non avessero rinunciato all’egualitarismo e non fossero passate di fatto allo stato di artel. Per conseguenza, inutile riferirsi a ciò che di fatto non esiste già più. In secondo luogo, è noto ad ogni leninista, purché sia un vero leninista, che il livellamento nel campo dei bisogni e delle condizioni di vita private è un’assurdità reazionaria da piccoli borghesi, degna di una qualche setta primitiva di asceti, ma non di una società socialistica organizzata marxisticamente, poiché non si può esigere che tutti gli uomini abbiano bisogni e gusti perfettamente uguali, che tutti gli uomini quanto al loro tenore di vita privata vivano secondo un unico modello E finalmente: forse che in mezzo agli operai non si conserva la differenza tanto nei bisogni quanto anche nel loro tenore di vita privato? Significa questo forse che gli operai si trovino più lontani dal socialismo, che i membri delle comunità rurali? Quella gente evidentemente crede che il socialismo richieda l’egualitarismo e il livellamento dei bisogni o del tenore di vita privato dei membri della società. Non occorre neanche dire che una simile supposizione non ha niente in comune col marxismo, col leninismo. Il marxismo intende l’eguaglianza non come il livellamento nel campo dei bisogni e della vita privata, ma come distruzione delle classi, cioè: a) come liberazione eguale di tutti i lavoratori dallo sfruttamento, dopo che i capitalisti siano stati spodestati ed espropriati; b) abolizione eguale per tutti della proprietà privata dei mezzi di produzione, dopo che questi ultimi sono passati a diventare proprietà di tutta la società; c) obbligo eguale per tutti di lavorare secondo le proprie capacità e diritto eguale per tutti i lavoratori di essere ricompensati di ciò secondo il loro lavoro (società socialistica); d) obbligo eguale per tutti di lavorare secondo le proprie capacità e diritto eguale per tutti i lavoratori di essere ricompensati di ciò secondo i loro bisogni (società comunistica). In tale questione il marxismo parte dal concetto che i gusti e i bisogni degli uomini non sono e non possono essere omogenei e eguali quanto alla qualità o quanto alla quantità, né nel periodo del socialismo né nel periodo del comunismo.
Eccovi dunque la concezione marxistica dell’eguaglianza.
Nessun’altra eguaglianza il marxismo né ha riconosciuto né riconosce.
Arrivare da ciò alla deduzione, che il socialismo esiga l’egualitarismo e il livellamento dei bisogni dei membri della società, il livellamento dei loro gusti e del tenore di vita privato; che secondo il marxismo tutti dovrebbero andare vestiti nella stessa maniera, mangiare gli stessi cibi, nella stessa quantità, significa dire delle insulsaggini e calunniare il marxismo.
E’ tempo ormai di persuadersi che il marxismo è nemico dell’egualitarismo. Già nel “Manifesto del Partito Comunista” Marx ed Engels sferzarono il socialismo utopistico primitivo, chiamandolo reazionario per la sua propaganda di un “ascetismo generale e di un egualitarismo grossolano”.
Engels nel suo “Anti Duhring” consacrò un intero capitolo alla critica mordace del “socialismo radicale ugualitario”, sostenuto dal Duhring come contrappeso al socialismo marxistico.
“Il contenuto reale dell’esigenza proletaria dell’eguaglianza”, diceva Engels, “si riduce all’esigenza della distruzione delle classi. Qualsiasi esigenza di eguaglianza, che vada più in là di questo punto, inevitabilmente conduce all’assurdità”.
La stessa cosa disse Lenin:
“Engels aveva mille volte ragione, quando scrisse: Il concetto di eguaglianza al di là della distruzione delle classi è un pregiudizio stupidissimo e assurdo. I professori borghesi a proposito del concetto di eguaglianza hanno tentato di accusarci, come se noi volessimo rendere un uomo uguale all’altro. Di questa assurdità, che essi stessi hanno inventata, hanno cercato di accusare i socialisti. Ma essi non sapevano nella loro ignoranza, che i socialisti – e precisamente i fondatori del moderno socialismo scientifico, Marx e Engels – dicevano: L’eguaglianza è una frase vuota, se per eguaglianza non si comprende la distruzione delle classi. Le classi, le vogliamo distruggere, – sotto questo rapporto noi stiamo per l’eguaglianza. Ma pretendere per questo, che noi renderemo tutti gli uomini eguali tra di loro, è una frase assolutamente vuota di senso e una stupida escogitazione degli intellettuali”. (Discorso di Lenin “Intorno all’inganno del popolo mediante le parole d’ordine Libertà e Eguaglianza”).
Mi pare che sia chiaro.
Gli scrittori borghesi volentieri immaginano il socialismo marxistico come una vecchia caserma zarista, nella quale tutto è subordinato al principio del livellamento. Ma i marxisti non possono essere responsabili della ignoranza e della ottusità mentale degli scrittori borghesi.
Non può essere dubbio che questa confusione di concetti nei singoli membri del Partito riguardo al socialismo marxistico e l’entusiasmo esagerato che le comunità rurali hanno dimostrato per le tendenze egualitaristiche, somiglino come due gocce d’acqua alle idee piccolo-borghesi dei nostri pasticcioni di “sinistra”, nei quali l’idealizzazione delle comunità rurali arrivava un tempo al punto che essi tentavano di impiantare le comunità perfino nelle officine e nelle fabbriche, dove operai qualificati e non qualificati lavorando ciascuno secondo le sue mansioni, dovevano versare i loro salari in una cassa comune e spartirli poi in misura eguale. E’ noto, quale danno abbiano recato alla nostra industria questi esercizi puerili egualitaristici dei pasticcioni di “sinistra”.
Come vedete, i residui ideologici dei gruppi avversi al Partito e ora sconfitti, hanno una vitalità abbastanza grande.
E’ comprensibile che se queste idee estremiste di “sinistra” trionfassero nel Partito, questo cesserebbe di essere marxista e il movimento delle aziende collettivizzate finirebbe coll’essere disorganizzato.
Oppure per esempio prendiamo la questione della parola d’ordine: “Rendere agiati tutti i membri delle aziende collettivizzate”. Questa parola d’ordine riguarda non soltanto i membri delle aziende collettivizzate, riguarda più ancora gli operai, perché vogliamo rendere agiati tutti gli operai, farne degli uomini che conducano una vita agiata e del tutto civile.
Sembrerebbe una cosa ovvia. Sarebbe stato inutile abbattere il capitalismo nell’ottobre del 1917 e costruire il socialismo durante parecchi anni, se non potessimo ottenere che tutti gli uomini vivano da noi nella contentezza. Il socialismo non significa miseria e privazioni, ma distruzione della miseria e delle privazioni, organizzazione di una vita agiata e civile per tutti i membri della società.
Eppure questa parola d’ordine chiara e in sostanza elementare ha provocato tutta una serie di malintesi, di equivoci, di confusioni in una parte dei membri del Partito. Non è questa parola d’ordine, essi dicono, un ritorno alla vecchia parola d’ordine ripudiata dal Partito: “Arricchitevi”? Se tutti diventeranno agiati, essi continuano, e se cesserà di esistere la povertà, su chi dovremo noi bolscevichi appoggiarci nel nostro lavoro, come lavoreremo senza povertà?
Forse ciò può sembrare ridicolo, ma l’esistenza di idee così ingenue ed anti-leniniste in mezzo ad una parte dei membri del Partito è un fatto indubitabile, che non si può trascurare.
Questa gente, evidentemente, non comprende, che tra la parola d’ordine “arricchitevi” e la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive” c’è tutto un abisso. In primo luogo, possono arricchirsi soltanto delle persone o dei gruppi singoli, mentre la parola d’ordine della vita agiata riguarda non persone o gruppi singoli, ma tutti quanti i membri delle aziende collettive. In secondo luogo si arricchiscono singoli gruppi o persone allo scopo di sottomettere a sé gli altri uomini e di sfruttarli, mentre la parola d’ordine della vita agiata di tutti quanti i membri delle aziende collettivizzate, essendo collettivizzati i mezzi della produzione nelle aziende collettivizzate, esclude qualsiasi possibilità di sfruttamento degli uni da parte degli altri. In terzo luogo, la parola d’ordine “arricchitevi” fu proclamata nel periodo iniziale dello stadio della NEP, quando il capitalismo parzialmente risorgeva, quando i kulak erano ancora forti, nel paese predominava l’economia rurale individuale, o l’economia rurale collettiva si trovava ancora allo stato embrionale, mentre la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive” è stata proclamata nell’ultimo stadio della NEP, quando gli elementi capitalistici nell’industria erano ormai distrutti, i kulak nelle campagne sbaragliati, l’economia rurale individuale ricacciata in posizione secondaria, e le aziende collettive trasformate nella forma predominante dell’economia rurale. Non parlo poi della circostanza che la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive” è stata proclamata non isolatamente ma in legame indissolubile con la parola d’ordine “rendere le aziende collettive bolsceviche”.
Non è forse chiaro che la parola d’ordine “arricchitevi” significava in sostanza un appello alla restaurazione del capitalismo, mentre la parola d’ordine “rendere agiati tutti i membri delle aziende collettive”, significa un appello all’annientamento degli ultimi resti del capitalismo mediante il rafforzamento della potenza economica delle aziende collettive e la trasformazione di tutti i membri di esse in lavoratori agiati?
Non è forse chiaro che tra queste due parole d’ordine non c’è e non ci può essere nessun punto di contatto?
In quanto poi alla questione, che senza l’esistenza della povertà sarebbero inconcepibili sia il lavoro bolscevico sia il socialismo, questa è una tale sciocchezza che è perfino penoso parlarne. I leninisti si appoggiano sulla povertà, quando ci sono elementi capitalistici e c’è la povertà sfruttata dai capitalisti. Ma quando gli elementi capitalistici sono sbaragliati, e la povertà è liberata dallo sfruttamento, il compito dei leninisti consiste non nel conservare e rafforzare la povertà, le premesse della sua esistenza sono già distrutte, ma consiste nell’annientare la povertà e sollevare la condizione dei poveri al livello di una vita agiata. Sarebbe sciocco credere che il socialismo possa essere costruito sulla base della miseria e delle privazioni, sulla base della contrazione dei bisogni privati e dell’abbassamento del livello della vita al livello di vita dei poveri, i quali poi essi stessi non vogliono più rimanere poveri e si spingono in su verso la vita agata. A chi giova un simile presunto socialismo? Sarebbe non un socialismo, ma una caricatura del socialismo. Il socialismo può essere costruito soltanto sulla base di un accrescimento intenso delle forze produttive della società, sulla base dell’abbondanza dei prodotti e delle merci, sulla base di una vita agiata dei lavoratori, sulla base di un rapido aumento dell’incivilimento. Perché il socialismo, il socialismo marxista, significa non la contrazione dei bisogni privati ma il loro estendersi e fiorire uniforme, non la limitazione o il rifiuto di soddisfare a codesti bisogni, ma il soddisfacimento completo e generale di tutti i bisogni dei lavoratori evoluti.
Non può essere dubbio che quella confusione d’idee in alcuni membri del Partito nei riguardi della povertà e dell’agiatezza rispecchi le idee dei nostri pasticcioni di “sinistra”, i quali idealizzano la povertà quale sostegno eterno del bolscevismo in tutte le condizioni di qualsiasi genere, e considerano le aziende collettivizzate quale arena di un’accanita lotta di classe.
Come vedete anche qui, in questa questione, i residui ideologici dei gruppi avversi al Partito, e ormai sconfitti, non hanno perduto la loro vitalità.
E’ comprensibile che se simili idee impasticciate riportassero la vittoria nel nostro Partito, le aziende collettivizzate non avrebbero avuto i successi che sono state capaci di registrare negli ultimi due anni e si sarebbero disgregate in brevissimo tempo.
Oppure prendiamo, per esempio, la questione nazionale. Anche qui, nel campo della questione nazionale, come in altre questioni, si manifesta in una parte degl’iscritti al partito una confusione d’idee che crea un certo pericolo. Ho parlato della vitalità delle sopravvivenze del capitalismo. Bisogna rilevare che le sopravvivenze del capitalismo nella coscienza degli uomini sono assai più vivaci nel campo dei problemi nazionali che in qualsiasi altro campo. Sono più vivaci, perché hanno la possibilità di ben mascherarsi d’un costume nazionale. Molti pensano che il crollo di Skripnik sia un caso unico, un’eccezione alla regola. Non è vero. Il crollo di Skripnik e del suo gruppo in Ucraina non è un’eccezione. Simili aberrazioni si riscontrano anche in alcuni compagni di altre repubbliche nazionali.
Che cos’è una deviazione verso il nazionalismo, si tratti del nazionalismo dei grandi russi o di un nazionalismo locale? Una deviazione verso il nazionalismo è un adattamento della politica internazionalista della classe operaia alla politica nazionalista della borghesia. Ogni deviazione verso il nazionalismo riflette i tentativi della “propria” borghesia “nazionale” di minare il regime sovietico e di restaurare il capitalismo. La fonte, come vedete, è la stessa per tutte e due le deviazioni; è l’abbandono dell’internazionalismo leninista. Se volete mantenere sotto il vostro fuoco tutte e due queste deviazioni, bisogna colpire, prima di tutte, la loro fonte, colpire coloro che abbandonano l’internazionalismo, si tratti della deviazione verso il nazionalismo locale o della deviazione verso il nazionalismo dei grandi russi (applausi fragorosi).
Si discute quale delle due deviazioni rappresenti il pericolo principale: se la deviazione verso il nazionalismo dei grandi russi o la deviazione verso il nazionalismo locale. Nelle condizioni attuali questa è una discussione di pura forma e perciò è vuota. Sarebbe stupido voler dare una ricetta bell’e fatta per tutti i momenti e per tutte le situazioni circa il pericolo principale e non principale. Tali ricette non esistono nella realtà. Il pericolo principale è rappresentato da quella deviazione contro la quale si è cessato di lottare e alla quale si è cosi offerta la possibilità di crescere fino a diventare un pericolo per lo Stato (applausi prolungati).
In Ucraina, fino a pochissimo tempo fa, la deviazione verso il nazionalismo ucraino non rappresentava il pericolo principale: ma quando cessò la lotta contro di essa e le si permise di svilupparsi fino a far causa comune con coloro che pensano a un intervento, questa deviazione divenne il pericolo principale. Il problema del pericolo principale nel campo della questione nazionale non si risolve con delle discussioni vane e formali, ma con un’analisi marxista dello stato di cose esistenti in un determinato momento e con lo studio degli errori che sono stati commessi in questo campo.
Lo stesso bisogna dire circa la deviazione di destra e di “sinistra” nella politica generale. Anche qui, come in altri campi, si nota non poca confusione di idee in certi membri del nostro partito. Talvolta, conducendo la lotta contro la deviazione di destra, si attenua la pressione sulla deviazione di “sinistra”, e s’indebolisce la lotta contro di essa, perché si pensa che non sia pericolosa o che sia meno pericolosa. E’ un errore grave e pericoloso. E’ una concessione alla deviazione di “sinistra” inammissibile per un iscritto al partito. E la cosa è tanto più inammissibile, in quanto negli ultimi tempi i “sinistri” sono definitivamente scivolati sulle posizioni dei destri e in sostanza non si differenziano più in nulla da costoro.
Abbiamo sempre affermato che i “sinistri” non sono altro che dei destri, i quali mascherano la loro politica di destra con delle frasi di “sinistra”. Adesso gli stessi “sinistri” confermano questa nostra affermazione. Prendete la collezione dello scorso anno del “Bollettino” trotskista. Che cosa chiedono, che cosa scrivono i signori trotskisti? In che cosa consiste il loro programma di “sinistra”? Essi esigono: lo scioglimento dei sovcos perché non redditizi, lo scioglimento della maggior parte dei colcos perché fittizi, l’abbandono della politica di liquidazione dei kulak, il ritorno alla politica delle concessioni e l’attribuzione in concessione di tutta una serie di nostre aziende industriali, perché non redditizie.
Eccovi il programma di questi miserabili poltroni e capitolatori, un programma controrivoluzionario di restaurazione del capitalismo nell’U.R.S.S.
In che cosa si differenzia questo programma da quello dell’estrema destra? In nulla, evidentemente. Ne risulta che i “sinistri” si sono apertamente associati al programma controrivoluzionario dei destri, per formare un blocco con loro e condurre una lotta comune contro il partito.
Come si potrebbe dire dopo di ciò che i “sinistri” non sono pericolosi o sono poco pericolosi? Non è forse chiaro che coloro i quali dicono simili sciocchezze portano acqua al mulino dei nemici giurati del leninismo?
Come vedete, anche qui, per quanto riguarda le deviazioni dalla linea del partito, – si tratti di deviazioni nella politica generale o di deviazioni nella questione nazionale, – le sopravvivenze del capitalismo nella coscienza degli uomini, e anche nella coscienza di certi membri del nostro partito, conservano ancora una notevole vitalità.
Eccovi dunque alcune questioni importanti e attuali del nostro lavoro politico e ideologico, sulle quali esistono in alcuni strati del partito confusione di idee, incomprensione e persino abbandono aperto del leninismo. E queste non sono le sole questioni che permettono di dimostrare la confusione di idee che si riscontra in certi membri del partito.
Si può dire, dopo di ciò, che tutto, nel partito, proceda nel migliore dei modi?
E’ chiaro che non lo si può dire.
I nostri compiti nel campo del lavoro politico e ideologico sono i seguenti:

1) portare alla dovuta altezza il livello teorico del partito;

2) rafforzare il lavoro ideologico in tutti i gradi dell’organizzazione del partito;

3) condurre una propaganda instancabile del leninismo nelle file del partito;

4) educare nello spirito dell’internazionalismo leninista le organizzazioni di partito e gli attivisti senza partito che le circondano;

5) non dissimulare, ma criticare coraggiosamente le deviazioni di alcuni compagni dal marxismo-leninismo;

6) smascherare sistematicamente l’ideologia e i residui dell’ideologia delle correnti nemiche del leninismo.

2. Problemi della direzione organizzativa.

Ho parlato dei nostri successi. Ho parlato della vittoria della linea del partito, tanto nel campo dell’economia nazionale e della cultura, quanto nel campo dell’eliminazione dei gruppi antileninisti nel partito. Ho parlato dell’importanza storica mondiale della nostra vittoria. Ciò non significa, tuttavia, che la vittoria sia già stata ottenuta ovunque e completamente, e che tutti i problemi siano già risolti. Siffatti successi e trionfi non esistono nella realtà. Rimangono non pochi problemi non risolti e non poche lacune d’ogni genere. Abbiamo davanti a noi un mucchio di compiti che attendono di essere risolti. Ma ciò significa senza dubbio che la maggior parte dei compiti immediati e non rinviabili è già stata risolta con successo e in questo senso la vittoria grandiosa riportata dal nostro partito è indiscutibile.
Ma sorge una domanda: come è stata raggiunta questa vittoria, come è stata ottenuta praticamente, con quale lotta, con quali sforzi?
Alcuni pensano che sia sufficiente elaborare una giusta linea del partito, proclamarla ai quattro venti, esporla sotto forma di tesi generali e di risoluzioni, e votarla all’unanimità perché la vittoria venga, per cosi dire, in modo spontaneo. Ciò, naturalmente, non è giusto; è un grave errore. Soltanto degli impiegatucci e dei burocrati incorreggibili possono ragionare a questo modo. In realtà queste vittorie e questi successi sono stati ottenuti non spontaneamente, ma in una lotta accanita per la realizzazione della linea del partito. La vittoria non viene mai da sé, di solito bisogna strapparla. Le buone risoluzioni e le dichiarazioni a favore della linea generale del partito sono soltanto un inizio, perché rappresentano soltanto il desiderio di vincere e non la vittoria stessa. Una volta fissata una linea giusta, una volta data al problema una giusta soluzione, il successo dipende dal lavoro organizzativo, dall’organizzazione della lotta per l’applicazione della linea del partito, dalla giusta scelta degli uomini, dal controllo dell’esecuzione delle decisioni prese dagli organi dirigenti. Senza di ciò la giusta linea del partito e le giuste decisioni rischiano d’essere seriamente compromesse. Ben più: dopo che si è fissata la linea politica giusta, è il lavoro di organizzazione che decide di tutto e tra l’altro anche del destino della linea politica stessa, vale a dire della sua realizzazione o del suo fallimento.
In realtà la vittoria è stata ottenuta e conquistata mediante una lotta sistematica e accanita contro le difficoltà di ogni genere che ingombravano il cammino dell’applicazione della linea del partito, mediante il superamento di queste difficoltà, mediante la mobilitazione a questo scopo del partito e della classe operaia, mediante l’organizzazione della lotta per il superamento delle difficoltà, mediante la sostituzione dei militanti incapaci e la scelta di altri migliori, capaci di condurre la lotta contro le difficoltà.
Quali sono queste difficoltà e dove si annidano?
Sono le difficoltà del nostro lavoro di organizzazione, le difficoltà della nostra direzione organizzativa. Esse si annidano in noi stessi, nei nostri militanti che occupano posti di direzione, nelle nostre organizzazioni, nell’apparato delle nostre organizzazioni di partito, delle nostre organizzazioni sovietiche, economiche, sindacali, giovanili e d’ogni altro genere.
Bisogna comprendere che la forza e l’autorità delle nostre organizzazioni di partito, delle nostre organizzazioni sovietiche, economiche e d’ogni altro genere, nonché dei loro dirigenti, sono salite a un livello senza precedenti. E appunto perché la loro forza e la loro autorità sono salite a un livello senza precedenti, tutto o quasi tutto dipende oggi dal loro lavoro. Invocare le cosiddette condizioni oggettive non è più ammissibile. Dopo che la giustezza della linea politica del partito è stata confermata dall’esperienza di molti anni e la volontà degli operai e dei contadini di appoggiare questa linea non lascia più dubbio, la funzione delle cosiddette condizioni oggettive si è ridotta al minimo, mentre la funzione delle nostre organizzazioni e dei loro dirigenti è diventata decisiva, eccezionale. Che cosa significa questo? Significa che oggi la responsabilità per le nostre lacune e per le insufficienze nel lavoro risiede nove volte su dieci non nelle cause “oggettive”, ma in noi stessi e solo in noi stessi.
Abbiamo nel partito più di due milioni di membri e di candidati. Abbiamo più di 4 milioni di membri e di candidati nella Gioventù comunista. Abbiamo più di 3 milioni di corrispondenti operai e contadini. Nella Società d’incoraggiamento alla difesa contro la guerra aerea e chimica sono iscritte più di 12 milioni di persone e nei sindacati più di 17 milioni. A queste organizzazioni dobbiamo i nostri successi. E se, nonostante l’esistenza di simili organizzazioni e di simili possibilità che facilitano i nostri successi, riscontriamo non poche deficienze nel lavoro e una quantità non indifferente di lacune, la colpa è solo nostra, del nostro cattivo lavoro organizzativo, della nostra cattiva direzione organizzativa.
I metodi burocratici e impiegateschi negli apparati di direzione, le chiacchiere sulla “direzione in generale” invece di una direzione viva e concreta; l’organizzazione funzionale (a compartimenti stagni tra le diverse sezioni d’una stessa istituzione) e senza responsabilità personale; l’assenza di responsabilità personale nel lavoro e l’egualitarismo nel sistema dei salari; l’assenza d’un controllo sistematico dell’esecuzione delle decisioni prese; la paura dell’autocritica, – ecco le fonti delle nostre difficoltà, ecco dove si annidano oggi le nostre difficoltà.
Sarebbe ingenuo pensare che queste difficoltà possano essere vinte con delle risoluzioni e delle deliberazioni. I burocrati e gl’imbrattacarte sono da tempo maestri nel dimostrare a parole la loro fedeltà alle decisioni del partito e del governo e nel metterle praticamente a dormire. Per vincere queste difficoltà bisognava liquidare il ritardo del nostro lavoro organizzativo rispetto alle esigenze della linea politica del partito, bisognava portare in tutti i campi dell’economia nazionale la direzione organizzativa al livello della direzione politica, bisognava ottenere che il nostro lavoro di organizzazione assicurasse l’applicazione pratica delle parole d’ordine politiche e delle decisioni del partito.
Per vincere queste difficoltà e ottenere dei successi bisognava organizzare la lotta per il superamento delle difficoltà, bisognava attrarre a questa lotta le masse degli operai e dei contadini, bisognava mobilitare il partito stesso, bisognava epurare il partito e le organizzazioni economiche dagli elementi non sicuri, instabili, degenerati.
Che cosa si esigeva per raggiungere questo obiettivo?

Ci occorreva organizzare:

1) l’estensione dell’autocritica e lo smascheramento delle insufficienze del nostro lavoro;

2) la mobilitazione delle organizzazioni di partito, sovietiche, economiche, culturali e giovanili nella lotta contro le difficoltà;

3) la mobilitazione delle masse operaie e contadine nella lotta per applicare le parole d’ordine e le decisioni del partito e del governo;

4) l’estensione tra i lavoratori dell’emulazione socialista e del lavoro udarnico;

5) una vasta rete di sezioni politiche nelle Stazioni di macchine e trattrici e nei sovcos, per avvicinare al villaggio la direzione di partito e sovietica;

6) la suddivisione dei Commissariati del popolo, delle direzioni centrali e dei trust, per avvicinare la direzione economica alle aziende;

7) la liquidazione dell’assenza di responsabilità personale nel lavoro e dell’egualitarismo nel sistema dei salari;

8) la liquidazione del “sistema funzionale”, rafforzando la responsabilità personale e orientandoci verso la soppressione dei collegi di direzione;

9) il rafforzamento del controllo dell’esecuzione, orientandoci verso la riorganizzazione della Commissione centrale di controllo e dell’Ispezione operaia e contadina al fine di rendere sempre più forte il controllo dell’esecuzione;

10) lo spostamento degli elementi qualificati dagli uffici a posti più vicini alla produzione;

11) lo smascheramento e l’allontanamento dagli apparati amministrativi dei burocrati incorreggibili;

12) la destituzione di coloro che trasgrediscono le decisioni del partito e del governo, degli imbottitori di crani, dei chiacchieroni, per mettere al loro posto gente nuova, attiva, capace di assicurare una direzione concreta del lavoro ad essa affidato, e per rafforzare la disciplina di partito sovietica;

13) l’epurazione delle organizzazioni economiche e sovietiche e la riduzione del loro personale;

14) infine, l’epurazione del partito dagli elementi infidi e degenerati.

Ecco, nelle grandi linee, i mezzi a cui il partito è dovuto ricorrere per superare le difficoltà, per portare il livello del nostro lavoro di organizzazione al livello della direzione politica e assicurare, in tal modo, l’applicazione della linea del partito.
Voi sapete che il Comitato centrale ha svolto precisamente in questo modo il suo lavoro di organizzazione nel periodo in esame.
Il Comitato centrale si è ispirato al pensiero geniale di Lenin secondo cui l’essenziale nel lavoro di organizzazione è la scelta degli uomini e il controllo dell’esecuzione.
Sulla scelta degli uomini e sulla destituzione di coloro che non sono stati all’altezza dei compiti ricevuti, vorrei dire alcune parole.
Oltre ai burocrati e imbrattacarte incorreggibili, sull’allontanamento dei quali non esistono fra noi divergenze, ci sono ancora due tipi di militanti che frenano e ostacolano il nostro lavoro, che non ci permettono di andare avanti.
I militanti del primo tipo sono coloro che hanno reso dei servizi nel passato, ma ora sono diventati dei grandi signori e ritengono che le leggi del partito e dei Soviet non siano scritte per loro, ma per gli imbecilli. Sono gli stessi che non si sentono in obbligo di applicare le decisioni del partito e del governo e distruggono, così, le basi della disciplina del partito e dello Stato. Su che cosa contano, quando infrangono le leggi del partito e dei Soviet? Sperano che il potere sovietico non si deciderà a toccarli, grazie ai loro servizi passati. Questi gran signori presuntuosi pensano di essere insostituibili e di poter impunemente infrangere le decisioni degli organi dirigenti. Che cosa fare con dei militanti di questo genere? Bisogna toglierli senza esitare dai posti di direzione, senza riguardo ai loro meriti passati (voce: “Giusto!”). Bisogna destituirli, passarli a cariche inferiori e render la cosa pubblica sulla stampa (voci: “Giusto!”). Ciò è necessario per ridurre la boria di questi burocrati, di questi gran signori presuntuosi, e metterli a posto. Ciò è necessario per rafforzare la disciplina del partito e dei Soviet in tutto il nostro lavoro (voci: “E’ giusto!”. Applausi).
E adesso sul secondo tipo di militanti. Parlo dei chiacchieroni, direi dei chiacchieroni onesti (risa): gente onesta, devota al potere dei Soviet, ma incapace di dirigere, incapace di organizzare checchessia. L’anno scorso ebbi una conversazione con un compagno di questo genere, un compagno molto stimato, ma chiacchierone incorreggibile, capace di annegare nelle chiacchiere qualsiasi opera viva. Ecco la conversazione:
Io: Come va da voi la semina?
Lui: La semina, compagno Stalin? Ci siamo mobilitati (risa).
Io: Ebbene, e allora?
Lui: Abbiamo posto la questione in pieno (risa).
Io: E poi?
Lui: C’è una svolta, compagno Stalin, presto ci sarà una svolta (risa).
Io: Ebbene?
Lui: Si intravedono dei progressi (risa).
Io: Va bene, ma come va da voi la semina?
Lui: Nella semina per ora, compagno Stalin, non abbiamo combinato nulla di buono (scoppio di ilarità generale).
Eccovi il ritratto del chiacchierone: si sono mobilitati, hanno posto la questione in pieno, vi è la svolta, vi sono i progressi e tutto resta al punto di prima.
Proprio come un operaio ucraino che non molto tempo fa, interrogato sulla linea di un’organizzazione, caratterizzava la situazione così: “Che dire? La linea… la linea, certamente, c’è, è soltanto il lavoro che non si vede” (ilarità generale). Evidentemente anche questa organizzazione ha i suoi chiacchieroni onesti.
E quando destituisci simili chiacchieroni, allontanandoli dal lavoro operativo, essi spalancano le braccia e rimangono perplessi: “Ma perché ci destituiscono? Non abbiamo fatto tutto quello ch’è necessario per il lavoro? Non abbiamo forse convocato la conferenza degli udarnichi; non abbiamo forse proclamato alla conferenza degli udarnichi le parole d’ordine del partito e del governo? Non abbiamo forse eletto tutto l’Ufficio politico del Comitato centrale alla presidenza d’onore (ilarità generale), non abbiamo forse inviato un saluto al compagno Stalin? Che cosa volete ancora da noi?” (ilarità generale).
Che fare con questi chiacchieroni incorreggibili? Se li lasciamo a un lavoro operativo, sono capaci di annegare qualsiasi lavoro vivente in un fiume di discorsi interminabili. E’ chiaro che bisogna toglierli dai posti di direzione e destinarli a un altro lavoro, non operativo. Per i chiacchieroni non c’è posto in un lavoro operativo (voci: “Giusto”. Applausi).
Sui criteri seguiti dal Comitato centrale nella scelta degli uomini per le organizzazioni sovietiche ed economiche, e sul modo come è stato svolto il lavoro per rafforzare il controllo dell’esecuzione delle decisioni, ho già brevemente parlato. Il compagno Kaganovic vi farà in proposito un rapporto più particolareggiato, al terzo punto dell’ordine del giorno del Congresso.
Vorrei dire alcune parole sul lavoro da fare per l’ulteriore rafforzamento del controllo dell’esecuzione.
Una giusta organizzazione del controllo dell’esecuzione ha un’importanza decisiva nella lotta contro i metodi burocratici e impiegateschi. Si applicano le decisioni degli organi dirigenti o vengono esse poste in disparte dai burocrati e dagl’imbrattacarte? Vengono esse applicate giustamente o deformate? L’apparato lavora in modo onesto e bolscevico o gira a vuoto? Si potrà sapere tutto ciò tempestivamente soltanto mediante un ben impostato controllo dell’esecuzione. Un controllo dell’esecuzione ben impostato è un proiettore che permette di illuminare in qualsiasi momento l’andamento del lavoro dell’apparato e di smascherare i burocrati e gli imbrattacarte. Si può affermare con sicurezza che i nove decimi dei nostri difetti e delle nostre manchevolezze si spiegano con la mancanza di un buon controllo dell’esecuzione. Non ci può esser dubbio che un simile controllo avrebbe permesso di evitare molti difetti e molte lacune del nostro lavoro.
Ma affinché il controllo dell’esecuzione raggiunga il suo scopo, sono necessarie per lo meno due condizioni: primo che il controllo dell’esecuzione sia sistematico e non saltuario, e secondo, che alla direzione del controllo dell’esecuzione, in tutti gli anelli delle organizzazioni di partito e delle organizzazioni sovietiche ed economiche, vi siano non delle persone di secondo piano, ma delle persone sufficientemente autorevoli, vale a dire i dirigenti stessi delle organizzazioni.
Di grandissima importanza è una giusta organizzazione del controllo dell’esecuzione nelle istituzioni dirigenti centrali. L’ispezione operaia e contadina, per la struttura della sua organizzazione, non può soddisfare alle esigenze di un ben impostato controllo dell’esecuzione. Alcuni anni fa, quando il nostro lavoro economico era più semplice e meno soddisfacente, e quando si poteva contare sulla possibilità di ispezionare il lavoro di tutti i Commissariati del popolo e di tutte le organizzazioni economiche, l’Ispezione operaia e contadina era al suo posto. Ma oggi che il nostro lavoro economico è cresciuto ed è diventato più complesso, e non esiste più né la necessità né la possibilità di farlo ispezionare da un centro solo, l’Ispezione operaia e contadina deve essere riorganizzata. Oggi ci occorre non già un’ispezione, bensì una verifica dell’esecuzione delle decisioni del centro; ci occorre un controllo dell’esecuzione delle decisioni del centro. Oggi ci occorre un’organizzazione che, senza proporsi lo scopo universale di ispezionare tutti e tutto, sia in grado di concentrare tutta la sua attenzione sul lavoro di controllo, sul lavoro di verifica dell’esecuzione delle decisioni emananti dagli organi centrali del potere sovietico. Una simile organizzazione può essere soltanto la Commissione di controllo sovietico presso il Consiglio dei Commissari del popolo dell’U.R.S.S., commissione che lavori su direttive del Consiglio dei Commissari del popolo e abbia nelle varie località dei rappresentanti indipendenti dagli organi locali. E affinché essa goda di un’autorità sufficiente e possa, in caso di necessità, chiamare a rispondere del proprio lavoro qualsiasi funzionario responsabile, è necessario che i candidati alla Commissione di controllo sovietico siano designati dal Congresso del partito e confermati dal Consiglio dei Commissari del popolo e dal Comitato esecutivo centrale dell’U.R.S.S. Penso che una simile organizzazione potrà rafforzare il controllo sovietico e la disciplina sovietica.
Per quel che riguarda la Commissione centrale di controllo, essa fu creata, com’è noto, prima di tutto e principalmente per prevenire la scissione del partito. Voi sapete che per un certo tempo il pericolo di una scissione è effettivamente esistito. Sapete che la Commissione centrale di controllo e le sue organizzazioni riuscirono a prevenire il pericolo d’una scissione. Ma oggi il pericolo di una scissione non esiste più. Invece abbiamo oggi assolutamente bisogno di un’organizzazione che possa concentrare il massimo della sua attenzione sul lavoro di controllo dell’esecuzione delle decisioni prese dal partito e dal suo Comitato centrale. Una simile organizzazione può essere soltanto la Commissione di controllo del partito presso il Comitato centrale del partito comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S., commissione che lavori secondo le direttive del partito e del suo Comitato centrale, e abbia nelle varie località dei rappresentanti indipendenti dalle organizzazioni locali. E’ comprensibile che un’organizzazione di così grande responsabilità debba avere una grande autorità. E perché abbia un’autorità sufficiente e possa chiamare a rispondere del proprio lavoro qualsiasi militante responsabile che si sia reso colpevole, compresi anche i membri del Comitato centrale, è necessario che soltanto l’organo supremo del partito, il Congresso del partito, possa scegliere e destituire i membri di questa commissione. Non vi può esser dubbio che una simile organizzazione sarà veramente capace di assicurare il controllo dell’esecuzione delle decisioni degli organi centrali del partito e di rafforzare la disciplina del partito.
Così si presentano i problemi della direzione organizzativa.

I nostri compiti nel campo del lavoro organizzativo sono i seguenti:

1) continuare a adeguare il nostro lavoro organizzativo alle esigenze della linea politica del partito;

2) portare la direzione organizzativa al livello della direzione politica;

3) ottenere che la direzione organizzativa assicuri completamente l’attuazione delle parole d’ordine politiche e delle decisioni del partito.

Compagni, termino il mio rapporto.
Quali conclusioni risultano da esso?
Tutti, oggi, riconoscono che i nostri successi sono grandi e senza precedenti. Il paese è stato portato, in un periodo relativamente breve, sulla via dell’industrializzazione e della collettivizzazione. Il primo piano quinquennale è stato realizzato con buoni risultati. Ciò genera un senso di fierezza e rinsalda la fiducia dei nostri lavoratori nelle loro forze. E naturalmente, è bene che sia così. Ma i successi hanno qualche volta anche il loro lato negativo. Essi generano qualche volta dei pericoli che, se lasciati sviluppare, possono scardinare tutto il lavoro. Vi è, per esempio, il pericolo che alcun nostri compagni possano lasciarsi prendere dal capogiro in seguito a questi successi. Casi simili, com’è noto, sono già avvenuti tra di noi. Vi è il pericolo che qualcuno dei nostri compagni, ubriacato dal successo, si lasci dominare dalla boria e cominci a cullarsi con canzoni laudative di questo genere: “Ormai possiamo toccare il cielo col dito”, “Nessuno al mondo potrà tagliarci la strada”, e così via. Ciò non è affatto escluso, compagni. Non vi è nulla di più pericoloso di simili stati d’animo, perché disarmano il partito e ne smobilitano le file. Se simili stati d’animo prevalessero nel nostro partito, ci potremmo trovare dinnanzi al pericolo di veder crollare tutti i nostri successi. E’ vero, abbiamo realizzato il primo piano quinquennale con successo. Ma l’impresa non è finita e non può finir lì, compagni. Abbiamo davanti a noi il secondo piano quinquennale, che esso pure dev’essere realizzato, e pure con successo. Sapete bene che i piani si compiono lottando contro le difficoltà, superando le difficoltà. Ciò significa che vi saranno delle difficoltà e che vi dovrà anche essere una lotta contro di esse. I compagni Molotov e Kuibyscev vi parleranno del secondo piano quinquennale. Dal loro rapporto vedrete quali grandi difficoltà dobbiamo superare per compiere questo piano grandioso. Ciò significa che non si deve cantare la ninna nanna al partito, ma sviluppare in esso la vigilanza; non addormentarlo, ma tenerlo preparato al combattimento; non disarmarlo, ma armarlo; non smobilitarlo, ma tenerlo mobilitato per la realizzazione del secondo piano quinquennale.
Di qui una prima conclusione: non lasciarsi inebriare dai risultati ottenuti e non cadere nella presunzione.
Abbiamo ottenuto dei successi perché abbiamo avuto una giusta linea di partito per dirigerci e abbiamo saputo organizzare le masse per applicare questa linea. E’ superfluo dire che senza queste condizioni non avremmo ottenuto i successi che abbiamo ottenuto e di cui siamo, a giusto titolo, fieri. Ma avere una linea giusta e saperla applicare è cosa molto rara nella vita dei partiti che sono al governo.
Guardate i paesi che ci circondano: trovate voi molti partiti al governo che abbiano una linea giusta e la applichino? In verità, partiti simili non ne esistono oggi al mondo, perché tutti vivono senza prospettive, si impegolano sempre più nel caos della crisi e non vedono la via per uscire dalla palude. Soltanto il nostro partito sa dove vuol andare e marcia avanti con successo A che cosa deve il nostro partito questa sua superiorità? Al fatto che esso è un partito marxista, un partito leninista. Lo deve al fatto ch’esso si ispira nel suo lavoro alla dottrina di Marx, di Engels, di Lenin. Non ci può esser dubbio di sorta che finché rimarremo fedeli a questa dottrina, finché possederemo questa bussola, registreremo sempre dei successi nel nostro lavoro.
Si dice che in alcuni paesi dell’Occidente il marxismo sarebbe già stato distrutto. Si dice che l’avrebbe distrutto una corrente borghese nazionalista, chiamata fascismo. Queste, naturalmente, sono sciocchezze. Così può parlare solo chi ignora la storia. Il marxismo è l’espressione scientifica degli interessi vitali della classe operaia. Per sterminare il marxismo bisognerebbe sterminare la classe operaia. Ma sterminare la classe operaia non è possibile. Più di ottant’anni sono passati da quando il marxismo è sceso in campo. Da allora, decine e centinaia di governi borghesi hanno tentato di sterminare il marxismo. E che cosa è avvenuto? I governi borghesi sono venuti e se ne sono andati, ma il marxismo è rimasto (applausi fragorosi). Anzi, il marxismo è riuscito a riportar vittoria su un sesto del globo e a riportar vittoria proprio nel paese in cui il marxismo era considerato come definitivamente distrutto (applausi fragorosi ). Non si può considerare fortuito il fatto che il paese dove il marxismo ha riportato vittoria completa è ora l’unico paese al mondo che non conosce né crisi né disoccupazione, mentre in tutti gli altri paesi, compresi i paesi fascisti, la crisi e la disoccupazione imperversano già da quattro anni. No, compagni, non si tratta di cosa fortuita (applausi prolungati).
Sì, compagni, noi dobbiamo i nostri successi al fatto che abbiamo lavorato e lottato sotto la bandiera di Marx, di Engels, di Lenin.
Di qui una seconda conclusione: restar fedeli sino all’ultimo alla grande bandiera di Marx, di Engels, di Lenin (applausi).
La classe operaia dell’U.R.S.S. è forte non soltanto perché ha un partito leninista temprato nelle lotte. Essa è forte non soltanto perché ha l’appoggio di masse di milioni di contadini lavoratori. Essa è forte anche perché la sostiene e l’aiuta il proletariato mondiale. La classe operaia dell’U.R.S.S. è una parte del proletariato mondiale, il suo reparto d’avanguardia, e la nostra repubblica è la pupilla del proletariato mondiale. Non v’è dubbio che se la classe operaia dell’U.R.S.S. non avesse avuto l’appoggio della classe operaia dei paesi capitalistici, non avrebbe mantenuto il potere nelle sue mani, non avrebbe assicurato le condizioni per l’edificazione socialista e di conseguenza non potrebbe registrare quei successi che oggi registra. I legami internazionali della classe operaia dell’U.R.S.S. con gli operai dei paesi capitalistici, l’alleanza fraterna degli operai dell’U.R.S.S. con gli operai di tutti i paesi: ecco una delle pietre angolari della forza e della potenza della Repubblica dei Soviet. Gli operai d’Occidente dicono che la classe operaia dell’U.R.S.S. è la squadra d’assalto del proletariato mondiale. Benissimo. Ciò vuol dire che il proletariato mondiale è pronto ad appoggiare anche in avvenire la classe operaia dell’U.R.S.S., nella misura delle proprie forze e delle proprie possibilità. Ma questo impone a noi degli obblighi seri. Questo significa che dobbiamo giustificare col nostro lavoro il titolo d’onore di squadra d’assalto dei proletari di tutti i paesi. Questo ci impegna a lavorare meglio e a lottare meglio per la vittoria definitiva del socialismo nel nostro paese, per la vittoria del socialismo in tutti i paesi.
Di qui una terza conclusione: essere fedeli sino all’ultimo alla causa dell’internazionalismo proletario, alla causa dell’alleanza fraterna dei proletari di tutti i paesi (applausi).
Tali sono le conclusioni.
Viva la grande e invincibile bandiera di Marx, di Engels, di Lenin!

(Fragorosi, prolungati applausi in tutta la sala. Il Congresso fa un’ovazione al compagno Stalin. Si canta l’ <internazionale>. Dopo il canto dell’ <internazionale>, l’ovazione riprende con nuova forza. Si grida: “Urrà per Stalin!”, “Viva Stalin!”, “Evviva il Comitato centrale del partito!”).

QUANDO TROZCHI STAVA DALLA PARTE DI HITLER
DALLE INCHIESTE DI GROVER FURR

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=59305667#entry420628344

http://chss.montclair.edu/english/furr/

Riceviamo e pubblichiamo un estratto dell’abominevole accordo segreto tra i trozchisti e i nazisti.. quando si parla oggi di Trozchi bisognerebbe imprimersi bene nella mente quanto sotto.
“Stava fermamente per il rovesciamento violento del potere stalinisti con terrore sabotaggio (…) dal 1923 al 1930 ha ottenuto 2 milioni di marchi dai tedeschi per attività dei Trozchisti nello spionaggio(…)Inevitabile fare concessioni territoriali al Giappone e alla Germania”Krestinsky Nikolay (ex segetario di Trozchi)
Accordo segreto
1. Garantire un atteggiamento posititivo nei conforonti della Germania
2. Accettare concessioni territoriali
3. Permettere ai tedeschi di aprire imprese
4. Creare un ambiente favorevole per i tedeschi
5. In tempo di guerra (di cui egli ritiene che stiamo parlando del 1937) attivare nel lavoro sovversivo di imprese militari, e nella parte anteriore
“Ci sono due possibili opzioni per il nostro avvento al potere. Prima della arrivo della guerra o dopo l’arrivo della guerra (…) Ogni azione di sabotaggio militare deve essere controllata dal comando Giapponese e Tedesco (…) La Germania ci permetterà di partecipare al suo sfruttamento di minerali, manganese,oro,petrolio,apatite e di impregnarsi per un tempo determinato per la fornitura di cibo a un prezzo superiore a livello mondiale” Lettera di Trotsky nel 1935*”

Gli abietti intrighi attizzati sistematicamente da Lenin, maestro in queste cose e sfruttatore professionale di ogni arretratezza del movimento operaio russo, sembrano un’assurda allucinazione”. Trotsky. ( = infamone) lettera a Ckheidze,nell’aprile del 1913

“Non mi dilungherò sulle caratteristiche personali degli altri membri del CC. Ricordo soltanto che l’episodio di ottobre di Zinoviev e Kamenev non è naturalmente dovuto al caso,ma lo si può ascrivere a loro colpa personale tanto poco quanto a Trotski il suo non bolscevismo”. “Testamento” di Lenin
Non siamo arrivati alla creazione di una società socialista, anzi non ci siamo neppure avvicinati ad essa Trotsky. 1922
Abbiamo introdotto il socialismo nella vita di ogni giorno e di ciò dobbiamo renderci conto. Lenin stesso periodo 1922

Il leninismo, come sistema di azione rivoluzionaria, presuppone un istinto rivoluzionario educato dalla riflessionee dall’esperienza, che nel campo sociale equivale alla sensazione muscolare nel lavoro fisico.- Trotsky. “Il nuovo corso” ed.1924… (infamone vile e traditore)

Non è tutt’oro quel che riluce. Le frasi diTrotsky sono molto luccicanti e sonore, ma non hanno contenuto” Lenin “Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità”
Infine qualche considerazione di Vladimir Ilic:

E’ possibile la vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi capitalistici o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Lenin “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa
In un’organizzazione con milioni di membri bisogna anche avere, checché ne dica Trotsky, una certa percentuale di impiegati chi sbrighino le pratiche, di burocrati (non si potrà fare a meno di buoni burocrati per molti anni). …. Col pretesto di proporre un punto di vista “produttivo” (Trotsky e Bucharin) ci hanno offerto la dimenticanza del marxismo che si è espressa in una definizione teoricamente errata, eclettica del rapporto tra politica ed economia…..Avevo definito mania burocratica di far progetti le tesi di Trotsky che proponevano di fare ntrare nei Consigli dell’economia nazionale una percentuale di rappresentanti dei sindacati variabile da un terzo a una metà e da una metà ai due terzi.Lenin Ancora sui Sindacati 25-1-1921
Lo so, ci sono certo dei sapientoni – che si ritengono molto intelligenti e si chiamano perfino socialisti – i quali affermano che non bisognava prendere il potere finché non fosse scoppiata la rivoluzione in tutti i paesi. Essi non sospettano che parlando in questo modo, abbandonano la rivoluzione e passano dalla parte della borghesia. Aspettare che le classi lavoratrici compiano la rivoluzione su scala internazionale significa che tutti devono attendere nell’immobilità. Questo è un assurdo. Lenin
Il solo fatto di porre il dilemma: “dittatura del partito oppure dittatura della classe? Dittatura (partito) dei capi oppure dittatura (partito) delle masse?”, attesta una incredibile e irrimediabile confusione di idee…Tutti sanno che le masse Si dividono in classi…che le classi sono dirette, di solito e nella maggior parte dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici, che i partiti politici, come regola generale, sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite della maggiore autorità, dotate d’influenza ed’esperienza maggiori, elette ai posti di maggiore responsabilità, e chiamate capi… Giungere… fino a contrapporre, in linea generale, la dittatura delle masse alla dittatura dei capi, è un’assurda e ridicola sciocchezza. Lenin da “L’estremismo malattia infantile del comunismo”
Dobbiamo attenerci a questa tattica oppure attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Ci dobbiamo sforzare di costruire uno Stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, godano della fiducia dei contadini e con la più grande economia eliminino dai rapporti sociali ognitraccia di sperpero. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista ed il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato. Non sarà questo il regno della grettezza contadina?
No. Se la classe operaia continuerà a dirigere i contadini, avremo la possibilità, gestendo il nostro Stato con la massima economia, di far sì che ogni più piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l’elettrificazione, l’estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, ecc. Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell’elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.. (da “Meglio meno, ma meglio” Lenin 1923)
“Dirò, entrando nel merito, che il compagno Trotzki non ha affatto capito l’idea fondamentale del compagno Plekhanov e perciò nei suoi ragionamenti ha eluso tutta la sostanza della questione. Egli ha parlato degli intellettuali e degli operai, del punto di vista classista e del movimento di massa, ma non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto,mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua ‘elasticità’. E proprio l”elasticità’, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati,tentennanti e opportunisti. Per confutare questa conclusione semplice ed evidente è necessario dimostrare che questi elementi non esistono, e i l compagno Trotzki non ha nemmeno pensato di farlo. Del resto, non lo si può dimostrare, perché tutti sanno che questi elementi sono abbastanza numerosi e desistono anche nella classe operaia. La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principi del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente, in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa”
Lenin, Su Trotzki, Opere complete, Editori Riuniti, vol. VI, pagg. 464-465
“L’articolo di A.P. sulla Berner Tagwacht (24 luglio) intorno al congresso del Partito socialdemocratico olandese è molto importante ai fini della nostra comprensione reciproca… il nostro compito più importante consiste ora appunto nel tracciare una netta linea di confine tra la sinistra marxista, da una parte, e gli opportunisti (e i kautskiani) e gli anarchici, dall’altra. Un punto dell’articolo di A.P. mi ha però addirittura indignato, e precisamente dove si dice che la dichiarazione di principio della signora Roland-Holst’ corrisponde perfettamente al punto di vista del Partito socialdemocratico’!!Da questa dichiarazione di principio … vedo che in nessun caso noi potremo solidarizzare con la signora Roland-Holst. Questa a mio avviso, è il Kautskio landese o il Trotzki olandese. Costoro in linea di principio ‘non sono assolutamente d’accordo con gli opportunisti, ma in pratica, in tutte le questioni più importanti, sono d’accordo!! La signora Roland-Holst respinge il principio della difesa della patria, cioè respinge il socialsciovinismo. Questo va bene. Ma essa non respinge l’opportunismo!! Nella interminabile dichiarazione neanche una parola contro l’opportunismo! Neanche una parola precisa, non ambigua, sui mezzi di lotta rivoluzionari… Neanche una parola sulla rottura con gli opportunisti! Parola d’ordine della ‘pace’ completamente à la Kautski!… In tutto e per tutto come il nostro signor Trotzki: ‘in linea di principio decisamente contro la difesa della patria’, in pratica per l’unità con il gruppo di Ckheidze nella Duma russa (cioè con gli avversari del nostro gruppo deportato in Siberia, coni migliori amici dei socialsciovinisti russi)… Questo è internazionalismo del tutto avventato, meramente platonico e ipocrita. Nient’altro che tattica delle mezze misure. Questo può servire (politicamente parlando) solo a formare un”ala sinistra’ (cioè una ‘minoranza innocua’, un ‘ornamento marxista decorativo’) nei vecchi partiti di lacché, partiti vili e imputriditi (nei partiti operai liberali)… La lotta del nostro partito (e del movimento operaio in Europa in generale) dev’essere interamente diretta contro l’opportunismo. Questo non è una corrente, una tendenza; questo(l’opportunismo) è diventato oggi uno strumento organizzato della borghesia inseno al movimento operaio. E inoltre: i problemi della lotta rivoluzionaria (tattica, mezzi, propaganda nell’esercito, fraternizzazione nelle trincee,ecc.) debbono assolutamente essere esaminati punto per punto, discussi,meditati, controllati, spiegati alle masse nella stampa illegale. Senza di questo, ogni ‘riconoscimento’ della rivoluzione rimane soltanto una frase. Noie i radicali parolai (in olandese: ‘passivi’) percorriamo strade diverse”.
Lenin, Opere complete, Vol. 35, pagg. 130-132
Già che ci siamo sentiamo Kamenev:
Il trotskismo è sempre stato la forma di menscevismo più speciosa, più camuffata, più adatta ad ingannare specificamente la parte degli operai orientata in senso rivoluzionario. Raccolta di articoli “Per il leninismo”, L.Kamenev, “Il partito e il trotskismo”

Lenin denuncia le capriole di Trotzki
“I vecchi militanti del movimento marxista in Russia conoscono bene la figura di Trotzki, e per loro non vale la pena di parlarne. Ma la giovane generazione operaia non conosce questa figura, ed è necessario parlargliene, perché si tratta di una figura tipica per tutti i cinque gruppetti dell’emigrazione, che di fatto oscillano tra i liquidatori e il partito. Al tempo della vecchia Iskra (1901-1903), questi individui esitanti, che passavano dagli economisti agli iskristi, e viceversa, furono soprannominati “transfughi di Tuscino” (si chiamavano così in Russia al tempo dei torbidi i guerrieri che passavano da un campo all’altro).Quando parliamo del liquidatorismo, ci riferiamo a una corrente ideologica determinata, che si è formata nel corso di parecchi anni, che, nella storia ventennale del marxismo, ha messo le sue radici nel “menscevismo” e nell'”economi-smo” e che si è legata alla politica e all’ideologia di una classe determinata, la borghesia liberale.I “transfughi di Tuscino” si dicono al di sopra delle frazioni solamente perché “prendono in prestito” oggi le idee di una frazione, domani quelle di un’altra. Nel 1901-1903, Trotzki è un iskrista feroce, e Rjazanov ha detto di lui che al congresso del 1903 è stato il “randello di Lenin”. Alla fine del 1903, Trotzki diventa un feroce menscevico, cioè un transfuga passato dagli iskristi agli “economisti”; egli proclama che “tra la vecchia e la nuova Iskra vi è un abisso”. Nel 1904-1905 abbandona i menscevichi e assume una posizione incerta, ora collaborando con Martynov (un “economista”) ora proclamando l’assurdamente sinistra teoria della “rivoluzione permanente”. Nel 1906-1907 si avvicina ai bolscevichi e nella primavera del 1907 si proclama d’accordo con Rosa Luxemburg. Nel periodo della disgregazione, dopo lunghe esitazioni “non frazionistiche”, si volge di nuovo a destra e, nell’agosto 1912, partecipa al blocco con i liquidatori. Oggi li abbandona nuovamente, ma in sostanza ne ripete le ideuzze. Questi tipi sono caratteristici, come residui delle formazioni storiche di ieri, dei tempi in cui il movimento operaio di massa in Russia dormiva ancora, e ogni gruppetto poteva “liberamente” farsi passare per una corrente, gruppo o frazione, in una parola per una “potenza” che discute di unità con le altre.
La giovane generazione operaia deve saper bene con chi ha da fare, quando ascolta le pretese inverosimili di gente che si rifiuta assolutamente di tener conto sia delle risoluzioni del partito, le quali fin dal 1908 hanno fissato e definito l’atteggiamento da assumere verso il liquidatorismo, sia dell’esperienza del movimento operaio russo contemporaneo, che ha creato praticamente l’unità della maggioranza sulla base della completa accettazione di queste deliberazioni.”

Lenin, Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità, pubblicato nel maggio 1914 in Prosvestcenie, n. 5, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 20, pagg. 329-330

*Praticamente questo è un inedito!

soros

FONTE:http://www.lariscossa.com/2016/08/30/kke-lanticomunismo-della-ue-non-passera/

La delegazione del Partito Comunista di Grecia (KKE) al Parlamento Europeo ha denunciato le manifestazioni anticomuniste che sono state organizzate dall’Unione Europea e dalla presidenza slovacca dell’Unione Europea, nel quadro della cosiddetta “Giornata Europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari”, che, l’UE ha deciso di celebrare il 23 agosto. A questi eventi partecipano rappresentanti dei Ministeri della Giustizia degli Stati membri della UE, di vari “istituti” e ONG finanziati con fondi dell’Unione Europea, con la missione specifica di diffamare il socialismo e riscrivere la storia.

L’obiettivo evidente di questa riunione anticomunista è quello di manipolare la coscienza della classe operaia e del popolo, in primo luogo dei giovani, utilizzando come armi la falsificazione della storia e la mistificazione delle conquiste senza precedenti ottenute dalla classe operaia nel socialismo. Attraverso l’equiparazione astorica del comunismo con il fascismo, si cerca di scagionare il mostro fascista e il ventre che lo ha generato e lo riproduce: il sistema capitalista.

Quest’anno, gli eventi organizzati dall’Unione Europea e dal governo slovacco, che comprendono discussioni sulla “radicalizzazione in Europa”, cercano ancora più apertamente di proporre come bersagli la lotta della classe operaia per la liberazione sociale, l’attività e l’ideologia comunista, come sta succedendo in vari Stati membri dell’UE, dove i partiti comunisti e l’iniziativa politica dei comunisti sono soggetti a persecuzioni legali.

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Il governo di SYRIZA-ANEL ha gravi responsabilità, perché la sua partecipazione a questo incontro reazionario legittima e contribuisce a invigorire l’anticomunismo, ideologia ufficiale dell’Unione Europea, e a scagionare il fascismo che, ieri come oggi, ha dimostrato di rappresentare la condizione necessaria per l’applicazione della politica antipopolare in tutti gli Stati membri dell’UE.

I popoli hanno memoria, conoscono l’esperienza del passato e l’esperienza odierna – quella della barbarie antipopolare della politica dei monopoli, dell’UE e dei governi europei degli Stati che la compongono – e sono in grado di affrontare sia la campagna anticomunista che la politica antipopolare, aprendo la strada con la loro alleanza al potere operaio e popolare e a un futuro di prosperità.

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