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Partigiani migranti. La Resistenza internazionalista contro il fascismo italiano.

di Wu Ming 2

Qualche settimana fa, poco prima di Natale, grazie all’account twitter dell’ANPI Brescia, siamo incappati nell’ennesimo tentativo di ridurre la Resistenza italiana a un movimento patriottico, bianco e nazionalista.
Per l’ennesima volta negli ultimi mesi, ci è toccato leggere frasi come queste: «A coloro che accostano i #migranti ai #partigiani e che cantano #bellaciao faccio notare che i VERI partigiani (non i #sinistri che s’atteggiano dell’#anpi) combattevano per difendere la propria patria!!! E combattevano contro “l’invasor” ovvero lo straniero! E non scappavano!!!»
Giustamente l’ANPI Brescia ha risposto: «I partigiani combattevano contro i fascisti, italiani e stranieri, per la liberazione dell’Italia dalla dittatura, e i migranti di allora, cioè le persone costrette a lasciare il loro Paese (ad esempio dalla guerra), li accoglievano nelle loro file. E non scappavano.»

Per aiutare a smontare la mistificazione, abbiamo iniziato ad elencare alcuni esempi di quanto la Resistenza sia stata invece multietnica, creola, internazionalista e migrante. Il thread ha avuto una rapida diffusione e molte persone hanno aggiunto notizie e testimonianze familiari sulla partecipazione di «partigiani stranieri» alle «nostre» brigate.

Per questo, abbiamo pensato che potesse essere utile radunare in un post i principali riferimenti reperibili on-line alle oltre 50 nazionalità rappresentate nella Resistenza italiana, e agli italiani che affiancarono i partigiani di altre nazioni. Così, la prossima volta che qualcuno tirerà fuori la solita “bufala sovranista”, sarà sufficiente citare questo post per stroncarla sul nascere.

Il caso più numeroso, più noto e studiato è quello dei partigiani sovietici: in uno dei primi libri sull’argomento, Mauro Galleni ricavò dai ruolini militari la cifra di 4981 combattenti e 425 caduti, che oggi è ritenuta sottostimata. Quattro di loro sono insigniti di medaglia d’oro al valor militare: Danijl Avdeev, Pore Musolishvili, Nicolaj Bujanov, Fëdor Poletaev.

Dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, ulteriori studi hanno indagato più nel dettaglio la partecipazione alla resistenza italiana di ucraini (come lo stesso Bujanov), georgiani (come Musolishvili), azeri (come Mehdi Huseynzade – attivo nella zona di Trieste – e Nuri Aliyev – che sposò la partigiana bolognese Gina Negrini). E ancora armeni (come Babasian Armenak), lettoni (come Vasilij Corimiachi), kazaki (come Vago Ieblegan), bielorussi (come Ignatij Selvanovič), daghestani (come Imir Sakhaio).

Erano sovietici anche i cosiddetti “mongoli” che si unirono alle brigate partigiane – per esempio la “Cacciatori delle Apuane“, in Versilia. In alcuni casi si trattava di prigionieri dei tedeschi internati in Italia e in altri – più rari – di disertori della 162ª Divisione “Turkistan” della Wehrmacht, formata da soldati azeri e dell’Asia centrale russa. Questi ultimi, quando tornarono in URSS dopo la guerra, furono puniti per essersi arruolati nell’esercito nazista, a prescindere dal loro successivo “ravvedimento partigiano”, come racconta Catia Giaconi – figlia di una partigiana pisana e di un azero confinato in Siberia – nel suo romanzo Buriazia.

Di un’altra nazione che non è più nazione – la Jugoslavia – è ben noto il contributo alla resistenza italiana, ma il primo studio davvero completo è stato il libro di Andrea MartocchiaI partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana (Odradek, 2011). Il volume è completato da un sito con moltissime informazioni aggiuntive. Martocchia calcola che i caduti jugoslavi in Italia – in battaglia o per via del loro antifascismo – furono 175. Tra le tante formazioni nelle quali combatterono questi partigiani, una menzione particolare  merita l’ISLAFRAN,  brigata composta da Italiani, SLAvi e FRANcesi, che operò nelle Langhe e la cui storia è stata ricostruita grazie al lavoro di Ezio Zubbini.

Anche per la ex-Jugoslavia abbiamo trovato esempi di partigiani provenienti dalle diverse nazionalità che un tempo costituivano la repubblica federale: croati come Vinka Kitarovič, nativa di Sibenik; sloveni come Rado Bordon, bosniaci come Etel Josef, serbi come Mihailo Bjelakevic, montenegrini come Milan Tomović. Ci manca un macedone, ma contiamo di trovarlo presto.

Va ricordato, inoltre, che il primo gruppo partigiano italiano – il «distaccamento Garibaldi», sulle Prealpi Giulie – naque nel marzo 1943 in sostegno ai reparti sloveni della resistenza armata jugoslava, che fu in qualche modo la “matrice”, l’esempio al quale si ispirarono i ribelli italiani.

Sempre restando alle nazioni che non esistono più sulla mappa, anche ai partigiani della Cecoslovacchia che combatterono in Italia sono stati dedicati diversi studi e in particolare un libro. I loro nomi – ma a volte nemmeno quelli – compaiono tra le vittime delle stragi nazifasciste di Cercina (FI), Susa (TO), Anzola d’Ossola (VC). Ad Argenta (FE) c’è una via intitolata a Juraj Bašnár, slovacco, morto in uno scontro con l’esercito tedesco nelle Valli di Comacchio, mentre in provincia di Imperia, partecipò alla resistenza il ceco Vladislav Hana.

Numerosa e documentata è anche la presenza in Italia di partigiani polacchi: Hermann Wygoda, ingegnere ebreo, reclutato a forza nella TODT, diventò il “comandante Enrico” della 4ª Brigata e poi delle divisione “Gin Bevilacqua”, in provincia di Savona; Mieczyslaw Bogarki diresse la squadra Mietek, nel reggiano; Borian Frejdrik venne fucilato a La Storta, subito fuori Roma, dai nazisti in fuga dalla capitale.

Nello stesso frangente morì anche Gabor Adlerungherese, volontario dell’esercito britannico e agente dello Special Operations Executive. Come ungherese era Simone Teich Alasia, nato a Budapest e laureato in medicina a Torino, organizzatore dell’ospedale partigiano di Richiardi (TO).

Un altro caso noto agli storici, ma ben poco ricordato nella vulgata, è quello dei disertori della Wermacht,  soprattutto tedeschi, austriaci, cecoslovacchi e olandesi che si unirono alle brigate partigiane. Uomini come Rudolf Jacobs, che morì nell’assalto alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana (SP), alla testa di 12 partigiani travestiti da soldati del Reich. O come il marconista Hans Schmidt, ucciso ad Albinea (RE), insieme ad altri quattro commilitoni, durante un’azione di “tradimento”. Tra la Carnia e l’Austria, i disertori dell’esercito tedesco costituirono addirittura un intero battaglione, il “Freies Deutschland Battalion“, inserito nella Brigata Garibaldi Carnia, con il commissario politico Gino Unfer “Vesuvio” – italiano di madrelingua tedesca, originario di Paluzza (UD).

Un giovane ufficiale medico austriaco, disertore della Luftwaffe, contribuì a curare i feriti dell’infermeria partigiana di Bologna, in via Duca d’Aosta 77, e morì insieme ai suoi pazienti – tra i quali un disertore olandese e un partigiano sovietico – quando il luogo venne scoperto e attaccato dai fascisti. Nella lapide che ricorda l’eccidio, le vittime di nazionalità estera vengono definite, con un ossimoro illuminante, “patrioti stranieri”.

Sempre nella zona di Bologna, partecipò alla resistenza con la Brigata “Bolero” Wilhelm Beckers detto Willy, forse il più conosciuto tra i disertori di origine olandese, grazie al suo libro di memorie, scritto direttamente in italiano: Banden! Waffen Raus! (Edizioni Alfa, Bologna, 1965).

Caj Sorensen, danese, fu arruolato nella marina tedesca dopo l’invasione nazista della Danimarca. Spedito a combattere nel Mediterraneo, disertò, si unì ai partigiani della 7ª divisione Viganò e più tardi alla missione alleata “Indelible”, sulle montagne tra Alessandria e Savona. Dopo la guerra sposò una ragazza savonese e tornò a vivere con lei nel suo paese.

Un altro capitolo importante della “resistenza internazionalista” è quello dei Prisoners Of War (POW) degli eserciti alleati. La maggior parte fuggì dai campi di prigionia dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Molti riuscirono a nascondersi grazie all’aiuto della popolazione e a mettersi in contatto, dopo lunghe peripezie, con i propri eserciti di appartenenza. Altri si aggregarono ai partigiani e combatterono per diversi mesi con gli irregolari.

L’ormai centenario Bill Rudd, australiano, nel suo sito dedicato ai soldati neozelandesi e australiani che combatterono in Europa, sostiene che 55 di loro lo fecero insieme ai partigiani. Uno di essi, Ian Sproule, ha scritto un libro dedicato ai Partigiani australiani nel biellesetradotto in italiano dagli studenti della classe 5B del Liceo Scientifico “A. Moro” di Rivarolo Canavese, nell’anno scolastico 2016-2017. La testimonianza di Malcolm R. Webster, anche lui australiano, è invece apparsa su L’impegno, a. IX, n. 1, aprile 1989. Jack Lang, Frank Gardner, Bob Smith, Pat Moncur, Dave Russell – tutti dalla Nuova Zelanda – hanno raccontato la loro esperienza di guerriglia al confine tra Italia e Yugoslavia in un lungo articolo del NZ Herald e nel libro di F. N. Millar, The “Signor Kiwi” saga (1993).

Per restare in ambito anglosassone, del tutto diversa è la vicenda di Mary Cox, nata a Firenze da genitori scozzesi, collaboratrice del CLN, arrestata dalla “banda Carità”, torturata a Villa Triste e quindi lasciata cadavere in via di Capornia. Sorte meno definitiva, ma forse ancor più tragica, toccò quasi vent’anni prima a un’altra antifascista, l’irlandese Violet Gibson, che il 7 aprile 1926 sparò in faccia a Benito Mussolini, riuscendo solo a ferirlo in maniera lieve. Di tutti gli attentati contro Mascellone, il suo fu senz’altro quello più prossimo al successo. Morirà nel manicomio di Northampton, dopo trent’anni di internamento.

Ci sono poi molti casi di britannici – come George E. Evans – che imbracciarono le armi a fianco dei partigiani italiani, oppure di irlandesi come Samuel Boone Conley, che venne catturato insieme ai fratelli Cervi e a due POW sudafricani.

Anche questi ultimi sono ben rappresentati nelle file della Resistenza, come dimostra la storia di Mich Bryant e Desmond Ford, attivi nella zona di Feltre (BL), e ancor più quella dei 10 sudafricani aggregati come reparto autonomo alla Brigata Italia Libera Campo Croce e uccisi nella strage di Carpané San Nazario (VC). Nello stesso episodio perse la vita anche Miramat Shah, soldato indiano dell’Indian Army e “partigiano alleato”.

Abbiamo trovato notizie on line anche di altri due partigiani di nazionalità indiana: uno è Sad – il sikh con tanto di turbante che si aggregò alla brigata “Stella Rossa” del comandante Lupo – mentre l’altro pare si chiamasse Bakhtiar Rana, nome di battaglia “Nobile“, torturato e fucilato a Ponte di Corva (PN). Di lui, i fascisti pordenonesi scrissero che la sua fine stava “a dimostrare all’ineffabile signor Roosvelt che quella accozzaglia di razze inferiori da lui inviate in Europa (…) è destinata a finire così miseramente”.

Prigionieri di guerra britannici, fuggiti dai campi fascisti, combatterono anche nel maceratese, e in particolare nel battaglione “Mario”, sul Monte San Vicino. “A very mixed bunch”, lo definì il maggior generale John Cowtan, che si trovò in compagnia di russi, jugoslavi, italiani, polacchi, somali ed etiopi (come abbiamo già raccontato qui e qui)

Su Giap, abbiamo ribattezzato questi partigiani provenienti dalle colonie italiane “Liberatori d’Oltremare”, e per quanto il loro sia un caso piuttosto raro, non smettiamo di trovarne: a parte l’ormai famoso Giorgio Marincola, italo-somalo, ci sono infatti  Italo Caracul, un ragazzino libico di 11 anni, portato in Italia dai militari del reggimento “Sabrata”, di ritorno dalla campagna d’Africa, che entrò nella Resistenza dalle parti di Gandino (BG), e Brahame Segai, partigiano eritreo della 175ª Brigata Garibaldi Sap Guglielmetti, in Liguria. Di lui purtroppo non sappiamo altro, ma conosciamo invece la vicenda di Isahac Menghistu, studente di Ingegneria all’Università di Roma e unico eritreo a sperimentare il confino fascista, nel 1936, prima a Ustica e poi a Ventotene, per “aver esternato accaniti sentimenti antitaliani”, arrivando a gioire per la decapitazione del tenente Tito Minniti durante la guerra d’Etiopia.

Non lontani dal Dodecaneso italiano, erano nati i ciprioti greci Gregorio Kondaxis e Giorgio Vreteas, caduti in combattimento ad Acquasanta Terme (AP), insieme a inglesi, jugoslavi, italiani e allo statunitense Lawrence Parker.

Greco era pure il partigiano “Aristotele”, morto ad Anzola d’Ossola il 6 agosto ’44, mentre sulle montagne del piacentino, a Costalta di Pecorara, aveva la sua base la “banda del Greco”, un gruppo di una trentina di ex-prigionieri greci, fuggiti dal castello di Rezzanello e guidati dal sergente Andrea Spanoyannis.

Nel cippo che ricorda la strage di Cornia (Civitella Val di Chiana – AR) è nominato “Asbi – patriota albanese“, mentre nei verbali del procedimento contro il generale Wilhelm Schmalz- accusato di quell’eccidio – compare il nome dell’albanese Harbi Dushmi (che diventa Ismail Harbi e Hasbi Ismaili nell’Atlante delle Stragi Nazifasciste).

Se si trovasse anche un cinese di Tianjin avremmo almeno un partigiano da ciascuno dei territori occupati dagli italiani, dall’Unità fino alla seconda guerra mondiale. Compresa la Francia, dato che francesi erano i ribelli della già citata brigata ISLAFRAN, e molti altri se ne potrebbero citare: Paul Henri Moscard, detto “il francesino”, disertò dall’esercito tedesco e difese la repubblica partigiana di Montefiorino (MO); Robert Hayden (o piuttosto Houdin), morì in seguito alle ferite riportate durante il rastrellamento di Monte Quoio (SI). Militava nell’esercito francese anche il marocchino Joseph Besonces, ex-prigioniero di guerra diventato partigiano, morto a Nocera Umbra (PG) nell’aprile ’44.

Di Amkonop Fublapucs, sappiamo soltanto che era bulgaro, che il suo nome di battaglia era Tortori e che fece parte, dal 28 gennaio 1945, della 117ª Brigata SAP “Jori”, operante in Val Polcevera (GE).

Dimitri Popescu detto “Bucarest”, rumeno, fu vicecomandante di distaccamento nella brigata “Pio” della Divisione Garibaldi “Mingo”, che operava sulle alture tra Genova e Alessandria.

Morton Perez, conosciuto come messicano (ma forse era un ispano-americano degli Stati Uniti), partigiano della “Francini”, morì il 3 giugno ’44 a Condotto di Sansepolcro (AR)

Manuel Serrano, portoricano di Brooklyn, cittadino statunitense, fuggì dal campo 59 di Servigliano (FM) e si unì ai partigiani (come i suoi compagni di prigionia Robert Dickinson, inglese, e Joseph Maly, dall’Illinois – grazie a Matteo Petracci per la segnalazione). Dopo la guerra, Serrano si stabilì a Roma e recitò in una quindicina di film (Sotto a chi tocca, Totò a colori, Quella sporca storia nel west…)

Carlos Collado Martinez, costaricano, laureato in medicina all’Università di Bologna, collaborò alla cura dei feriti partigiani e nell’estate del ’44 si mise in contatto con la 63ª Brigata “Bolero”. Catturato dai nazisti fu impiccato e fucilato nella strage del cavalcavia di Casalecchio di Reno (BO).

F. Abdon Miranda, detto Tinico, peruviano, venne fucilato a Seborga (IM) il 9 settembre ’44. Di lui sappiamo che morì insieme a due giovani partigiane italiane, le sorelle Carmen e Gioconda Manassero, nate nella sua stessa città – il porto di Callao. Forse si trattava di un domestico, o di un amico, che seguì la famiglia Manassero al suo rientro in Italia?

Ancora più misteriosa è la figura di Nicolò Do Rosario, portoghese di Capo Verdepartigiano dal 20 aprile ’45, morto solo quattro giorni dopo, durante la Liberazione di Genova.

Giuseppe Maiani, comunista sanmarinese, fu staffetta della 5ª Brigata Garibaldi in Montefeltro. Due suoi connazionali, Claudio Canti e Vittorio Ghiotti, sono ricordati nella  lapide per i 50 partigiani stranieri, caduti per la liberazione di Genova e dichiarati cittadini onorari della città.

Concludiamo questa prima scorribanda citando alcuni partigiani italiani che mettono ulteriormente in crisi l’idea di una resistenza bianca, italofona e nazionalista: ad esempio Alessandro Sinigaglia, figlio di David – ebreo mantovano – e dell’afroamericana Cynthia White, oppure i tre sinti uccisi al Ponte dei Marmi di Vicenza, o il battaglione sinto dei “Leoni di Breda Solini“, attivi nella pianura tra Reggio e Mantova, o ancora Emilio “Mirko” Levak, rom kalderash, fuggito da Birkenau e diventato partigiano, come molti altri rom e sinti di nazionalità italiana.

Alle nazioni elencate fin qui, possiamo poi aggiungerne altre, grazie alle ricerche svolte sui partigiani stranieri in alcune regioni e province italiane.

Partigiani stranieri in Emilia Romagna:
In tutto 1401, dei quali: 1284 sovietici, 70 jugoslavi, 49 polacchi, 23 cecoslovacchi, 14 inglesi, 122 tedeschi, 33 austriaci, 23 francesi, 7 olandesi, 2 neozelandesi, 1 australiano, 8 greci, 2 lussemburghesi, 2 turchi, 1 danese, 2 americani, 1 svizzero, 9 imprecisati.

Partigiani stranieri in provincia di Brescia:
44 russi, 7 polacchi, 7 tedeschi/austriaci, 4 cecoslovacchi, 15 jugoslavi, 28 inglesi, 4 belgi, 6 francesi, 1 svizzero, 42 sudafricani, 1 canadese, 1 statunitense

Partigiani stranieri in provincia di Bergamo:
Negli archivi risultano soltanto 15 partigiani di nazionalità straniera: 5 francesi, 4 belgi, 2 iraniani (!?), 1 tedesco, 1 polacco, 1 turco, 1 “slavo”. Si conoscono i nomi di molti sovietici, che però non risultano nelle fonti scritte.

Partigiani stranieri in provincia di Forlì:
82 in tutto, dei quali: 44 sovietici, 15 jugoslavi, 11 cecoslovacchi, 5 polacchi, 2 tedeschi, 3 austriaci, 1 francese, 1 belga

Elenco di partigiani stranieri caduti in provincia di Macerata (39).

Monumenti che ricordano partigiani stranieri caduti in Toscana.

Partigiani stranieri in provincia di Arezzo: 47 in totale.

Questa ricerca, per quanto superficiale e a largo spettro, sarebbe incompleta se non si citassero, come in un chiasmo, le esperienze di italiani che aiutarono i partigiani di altre nazioni nella loro battaglia contro il fascismo e i suoi alleati.

L’esempio più noto in assoluto è quello dei volontari antifascisti nella Guerra di Spagna, sul quale non c’è bisogno di soffermarsi, vista la vastissima documentazione e pubblicistica sull’argomento. Ma prima ancora ci fu Carmine Iorio, bufalaro di Altavilla (SA), fucilato nel 1928, all’ombra delle palme di Gialo, in Cirenaica, per essere passato nelle fila della resistenza libica.

https://player.vimeo.com/video/193074103

C’è poi la missione di supporto ai partigiani arbegnuoc etiopi intrapresa nel 1938 da Ilio Barontini, Anton Ukmar e Domenico Rolla, oltre all’aiuto medico prestato agli stessi guerriglieri dall’infermiere Saverio Briglio, che già si trovava in Etiopia per motivi di lavoro (grazie a Matteo Petracci per averci segnalato: R. Pankhurst, “Un italiano a fianco dei patrioti etiopici”, in Materiali di Lavoro: Rivista di Studi Storici, 9/10, 1991/92, pp. 179-82).

Durante la seconda guerra mondiale, ci furono moltissimi “partigiani migranti” all’interno dei confini italiani, da una regione all’altra. Centinaia di siciliani che combatterono al Nord, cremonesi in Val Susa, bolognesi in Veneto, imolesi in Istria… Se poi si vanno a guardare negli archivi le nazioni d’origine di tanti protagonisti della Resistenza, si scoprono mille altre storie di migrazione, italiani “oriundi” e di seconda generazione. Solo in Piemonte,  239 partigiani risultano nati in Argentina, 49 in Brasile, 18 in Egitto. In Liguria 4 arrivano dall’Ecuador, 12 dal Cile, uno da Cuba (Italo Calvino).

Dopo l’armistizio dell’8 settembre, migliaia di soldati italiani entrarono nelle Brigate partigiane jugoslave. In Montenegro (e Bosnia) fu attiva la divisione Garibaldi, con 16mila effettivi, inquadrata come unità dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo.

In Albania si formò la “Brigata Gramsci“, al comando di Terzilio Cardinali, un fornaio del Valdarno. Forse non per caso questa formazione combatté tra Berat – prima capitale dell’Albania libera – e Gramsh, paese d’origine della famiglia di Antonio Gramsci.

In Grecia, sono molto conosciute le gesta dei reparti dell’esercito italiano che combatterono contro i nazisti dopo l’otto settembre. La 24ª divisione di fanteria “Pinerolo”, che aveva compiuto violenze e massacri in Tessaglia, dopo l’armistizio strinse un accordo con l’Esercito Popolare Greco di Liberazione (ELAS). La divisione venne smembrata all’interno di varie brigate, ma la collaborazione fu difficile, e dopo neanche due mesi i militari italiani furono disarmati e internati nei campi di Grevenà, Neraida e Karpenison. Altri soldati della Pinerolo si diedero alla macchia e formarono il distaccamento TIMO (Truppe Italiane della Macedonia Orientale) che continuò ad appoggiare la Resistenza greca. Altri ancora entrarono nelle formazioni dell’ELAS e dell’EDES (Esercito nazionale democratico ellenico). Sappiamo che 45 partigiani italiani sfilarono a Volos il 19 ottobre 1944, giorno della liberazione della città e conosciamo i nomi di alcuni uomini dell’Alta Val Tiberina che parteciparono alla guerriglia contro i nazisti nella Grecia continentale: Antonio Magrini di Citerna (PG), Pietro Marconi e Leonello Ceccacci di Pietralunga (PG), Giuseppe Brachelente di Umbertide (PG), Natale Balducci, Amedeo Cardinali, Oneglio Giornelli e Paolo Guidi di Città di Castello (PG) (per dare un’idea del fenomeno: si calcola che furono 122 gli altotiberini a fare la Resistenza fuori dall’Italia e 3180 gli emiliano-romagnoli, come si ricava dalla lapide riprodotta più sopra)

Meno noti dei partigiani italiani che combatterono nei Balcani, sono invece quelli che parteciparono alla resistenza francese. I nuclei più consistenti furono quelli legati alla MOI (Main d’Oeuvre Immigrée), un’organizzazione del Partito Comunista Francese, e al cosiddetto “gruppo Manouchian” (Cesare Luccarini, Amedeo Usseglio, Spartaco Fontanot, Ines Tonsi…) . Cellule importanti operarono in Isère, Franche-Comté e Pays d’Arles.

Anche in Belgio, gli immigrati italiani si unirono alle brigate partigiane per combattere contro gli occupanti nazisti. Anne Morelli, nel suo libro Gli emigrati italiani nella resistenza belga – pubblicato in francese nel 1983 e da poco tradotto anche in italiano – ne ha censiti 200, di cui 19 donne.

Casi simili esistono di certo anche in molti altri paesi europei, vista la capillarità dell’emigrazione italiana all’estero. Si tratta di un fenomeno da studiare e approfondire con ulteriori ricerche.

Come giusta conclusione, bisognerebbe infine ricordare tutti i partigiani stranieri che combatterono il fascismo italiano all’estero, nei territori occupati e nelle colonie.

Da diversi anni, con il collettivo di collettivi Resistenze in Cirenaica, cerchiamo di allargare proprio in questo senso il concetto stesso di “Resistenza italiana”. Perché un contributo alla caduta del regime di Mussolini lo hanno dato senza dubbio anche Omar Al-Mukhtar, Lorenzo Taezaz,il pilota afroamericano John Charles Robinson, istruttore volontario dell’aviazione etiope, Manolis Glezos, Mehmet Shehu, i militanti del TIGR, Janko Premrl e migliaia di altri uomini e donne come loro.

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https://jcbcochabamba.wordpress.com/2015/02/05/cuatro-poemas-para-stalin-miguel-hernandez-rafael-alberti-nicolas-guillen-y-pablo-neruda/

Cuatro poemas para Stalin (Miguel Hernandez, Rafael Alberti, Nicolas Guillen y Pablo Neruda)

 Que mejor homenaje a Stalin que los poemas de cuatro poetas universales que homenajearon su ejemplo, su esfuerzo, y su dirección, como lider de los pueblos sovieticos en la construccion del estado de los trabajadores y en la victoria contra el fascismo, como teorico del marxismo-leninismo y maestro de la dialéctica, adaptando la obra de sus antecesores a las nuevas circunstancias históricas y, sobre todo, como mito que incluso despues de muerto sigue dando terror a los explotadores de todo el mundo, que saben bien que si los trabajadores del mundo siguieran el camino marcado por el hombre de acero sus privilegios y su dominio serian de nuevo apisonados por la mas poderosa arma contra el sistema de dominacion de unos pocos sobre la mayoria que existe: la union de la clase obrera.
Miguel Hernandez, Nicolás Guillen, Rafael Alberti y Pablo Neruda cantaron esa union de la fuerza, y determinacion incorruptibilidad, organizacion, humildad, indignación  y sensibilidad que caracterizan a un comunista; y Stalin era y sigue siendo hoy, sin duda, tanto por su persona como por todo lo que se construyo en su epoca con su participacion y direccion, y a pesar de las infinitas mentiras, calumnias y odio vertidos contra él, uno de los mejores ejemplos:

Rusia de Miguel Hernandez En trenes poseídos de una pasión errante

por el carbón y el hierro que los provoca y mueve,
y en tensos aeroplanos de plumaje tajante
recorro la nación del trabajo y la nieve.De la extensión de Rusia, de sus tiernas ventanas,
sale una voz profunda de máquinas y manos,
que indica entre mujeres: Aquí están tus hermanas,
y prorrumpe entre hombres: Estos son tus hermanos.Basta mirar: se cubre de verdad la mirada.
Basta escuchar: retumba la sangre en las orejas.
De cada aliento sale la ardiente bocanada
de tantos corazones unidos por parejas.Ah, compañero Stalin: de un pueblo de mendigos
has hecho un pueblo de hombres que sacuden la frente,
y la cárcel ahuyentan, y prodigan los trigos,
como a un inmenso esfuerzo le cabe: inmensamente.De unos hombres que apenas a vivir se atrevían
con la boca amarrada y el sueño esclavizado:
de unos cuerpos que andaban, vacilaban, crujían,
una masa de férreo volumen has forjado.

Has forjado una especie de mineral sencillo,
que observa la conducta del metal más valioso,
perfecciona el motor, y señala el martillo,
la hélice, la salud, con un dedo orgulloso.

Polvo para los zares, los reales bandidos:
Rusia nevada de hambre, dolor y cautiverios.
Ayer sus hijos iban a la muerte vencidos,
hoy proclaman la vida y hunden los cementerios.

Ayer iban sus ríos derritiendo los hielos,
quemados por la sangre de los trabajadores.
Hoy descubren industrias, maquinarias, anhelos,
y cantan rodeados de fábricas y flores.

Y los ancianos lentos que llevan una huella
de zar sobre sus hombros, interrumpen el paso,
por desplumar alegres su alta barba de estrella
ante el fulgor que remoza su ocaso.

Las chozas se convierten en casas de granito.
El corazón se queda desnudo entre verdades.
Y como una visión real de lo inaudito,
brotan sobre la nada bandadas de ciudades.

La juventud de Rusia se esgrime y se agiganta
como un arma afilada por los rinocerontes.
La metalurgia suena dichosa de garganta,
y vibran los martillos de pie sobre los montes.

Con las inagotables vacas de oro yacente
que ordeñan los mineros de los montes Urales,
Rusia edifica un mundo feliz y trasparente
para los hombres llenos de impulsos fraternales.

Hoy que contra mi patria clavan sus bayonetas
legiones malparidas por una torpe entraña,
los girasoles rusos, como ciegos planetas,
hacen girar su rostro de rayos hacia España.

Aquí está Rusia entera vestida de soldado,
protegiendo a los niños que anhela la trilita
de Italia y de Alemania bajo el sueño sagrado,
y que del vientre mismo de la madre los quita.

Dormitorios de niños españoles: zarpazos
de inocencia que arrojan de Madrid, de Valencia,
a Mussolini, a Hitler, los dos mariconazos,
la vida que destruyen manchados de inocencia.

Frágiles dormitorios al sol de la luz clara,
sangrienta de repente y erizada de astillas.
¡Si tanto dormitorio deshecho se arrojara
sobre las dos cabezas y las cuatro mejillas!

Se arrojará, me advierte desde su tumba viva
Lenin, con pie de mármol y voz de bronce quieto,
mientras contempla inmóvil el agua constructiva
que fluye en forma humana detrás de su esqueleto.

Rusia y España, unidas como fuerzas hermanas,
fuerza serán que cierre las fauces de la guerra.
Y sólo se verá tractores y manzanas,
panes y juventud sobre la tierra.

Stalin Capitán de Nicolás Guillén
Stalin, Capitán,
a quien Changó proteja y a quien resguarde Ochun
A tu lado, cantando, los hombres libres van:
el chino, que respira con pulmón de volcán,
el negro, de ojos blancos y barbas de betún,
el blanco, de ojos verdes y barbas de azafrán.
Stalin, Capitán.
Tiembla Europa en su mapa de piedra y de cartón.
Mil siglos se desploman rodando sin contén.
Cañón
del Austro al Septentrión.
Cabezas y cabezas cortadas a cercén.
El mar arde lo mismo que un charco de alquitrán.
Bocas que ayer cantaban a la Verdad y el Bien
Hoy bajo cuatro metros de amargo sueño están…
Stalin, Capitán.
Pero el futuro afinca, levanta su ilusión
allá en tu roja tierra donde es feliz el pan,
y altos pechos armados de una misma canción
las plumas de los buitres detienen, detendrán,
allá en tu helado cielo de llama y explosión,
Stalin, Capitán.
El jarro de magnolias, el floreal corazón
de Buda, despereza su extático ademán;
gravita un continente sobre el Mar del Japón:
rudo bloque de sangre de Siberia a Ceylán
y de Esmirna a Cantón…
Stalin, Capitán.
Tambores africanos con resonante son
sobre selva y desierto su vivo alerta dan,
más fiero que el metal con que ruge el león;
y alzando hasta el Pichincha la tormentosa sien
América convoca su puma y su caimán,
pero además engrasa su motor y su tren.
Odio por dondequiera verá el ciego alemán
la paloma, el avión,
el pico del tucán,
el zoológico río de vasta indignación,
las flechas venenosas que en pleno blanco dan,
y aun el viento, impulsando sus ruedas de ciclón…
Stalin, Capitán, a quien Changó proteja y a quien resguarde Ochún…
A tu lado, cantando, los hombres libres van:
el chino, que respira con pulmón de volcán,
el negro, de ojos blancos y barbas de betún,
el blanco, de ojos verdes y barbas de azafrán…
¡Stalin, Capitán,
los pueblos que despierten junto a ti marcharán!
Redoble lento por la muerte de Stalin de Rafael Alberti
I
Por encima del mar, sobre las cordilleras,
a través de los valles, los bosques y los ríos,
por sobre los oasis y arenales desérticos,
por sobre los callados horizontes sin límites
y las deshabitadas regiones de las nieves
va pasando la voz, nos va llegando
tristemente la voz que nos lo anuncia.
José Stalin ha muerto.
A través de las calles y las plazas de los
grandes poblados,
por los anchos caminos generales y
perdidos senderos,
por sobre las atónitas aldeas, asombradas campiñas,
planicies solitarias, subterráneos
corredores mineros, olvidadas
islas y golpeados litorales desnudos
va pasando la voz, nos va llegando
tristemente la voz que nos lo anuncia.
José Stalin ha muerto.
Va cruzando las horas oscuras de la
noche,
la madrugada, el día, los extensos
crepúsculos,
todo lo austral y nórdico que
comprende la tierra,
y no hay razas, no hay pueblos, no hay rincones,
no hay partículas mínimas del mundo
en donde no penetre la voz que va llegando,
la voz que tristemente nos lo anuncia.
José Stalin ha muerto.
II
(A dos voces)
1. Padre y maestro y camarada:
quiero llorar, quiero cantar.
Que el agua clara me ilumine,
que tu alma clara me ilumine
en esta noche en que te vas.
2. Se ha detenido un corazón.
Se ha detenido un pensamiento.
Un árbol grande se ha doblado.
Un árbol grande se ha callado.
Mas ya se escucha en el silencio.
1. Padre y maestro y camarada:
solo parece que está el mar.
Pero las olas se levantan,
pero en las olas te levantas
y riges ya en la inmensidad.
2. Cerró los ojos la firmeza,
la hoja más limpia del acero.
Sobre su tierra se ha dormido.
Sobre la Tierra se ha dormido.
Mas ya se yergue en el silencio.
1. Padre y maestro y camarada:
vuela en lo oscuro un gavilán.
Pero en tu barca una paloma,
pero en tu mano una paloma
se abre a los cielos de la paz.
2. Callan los yunques y martillos.
el campo calla y calla el viento.
Mudo su pueblo le da vela.
Mudos sus pueblos le dan vela.
Mas ya camina en el silencio.
1. Padre y maestro y camarada:
fuertes nos dejas, Mariscal.
como en las puntas de la estrella,
como en las puntas de tu estrella
arde en nosotros la unidad.
2. Vence el amor en este día.
El odio ladra prisionero.
La oscuridad cierra los brazos.
La eternidad abre los brazos.
Y escribe un nombre en el silencio.III
No ha muerto Stalin. No has muerto.
Que cada lágrima cante
tu recuerdo.
Que cada gemido cante
tu recuerdo.
Tu pueblo tiene tu forma,
su voz tu viril acento.
No has muerto.
Hablan por ti sus talleres,
el hombre y la mujer nuevos.
No has muerto.
Sus piedras llevan tu nombre,
sus construcciones tu sueño.
No has muerto.
No hay mares donde no habites,
ríos donde no estés dentro.
No has muerto.
Campos en donde tus manos
abiertas no se hayan puesto.
No has muerto.
Cielos por donde no cruce
como un sol tu pensamiento.
No has muerto.
No hay ciudad que no recuerde
tu nombre cuando era fuego.
No has muerto.
Laureles de Stalingrado
siempre dirán que no has muerto.
No has muerto.
Los niños en sus canciones
te cantarán que no has muerto.
Los niños pobres del mundo,
que no has muerto.
Y en las cárceles de España
y en sus más perdidos pueblos
dirán que no has muerto.
Y los esclavos hundidos,
los amarillos, los negros,
los más olvidados tristes,
los más rotos sin consuelo,
dirán que no has muerto.
La Tierra toda girando,
que no has muerto.
Lenin, junto a ti dormido,
también dirá que no has muerto.

Oda a Stalin por Pablor Neruda

Camarada Stalin, yo estaba junto al mar en la Isla Negra,
descansando de luchas y de viajes,
cuando la noticia de tu muerte llegó como un golpe de océano.
Fue primero el silencio, el estupor de las cosas, y luego llegó del mar una
ola grande.
De algas, metales y hombres, piedras, espuma y lágrimas estaba hecha esta
ola.

Pablo Neruda, militante comunista hasta su muerte

De historia, espacio y tiempo recogió su materia
y se elevó llorando sobre el mundo
hasta que frente a mí vino a golpear la costa
y derribó a mis puertas su mensaje de luto
con un grito gigante
como si de repente se quebrara la tierra.
Era en 1914.
En las fábricas se acumulaban basuras y dolores.
Los ricos del nuevo siglo
se repartían a dentelladas el petróleo y las islas, el cobre y los canales.
Ni una sola bandera levantó sus colores
sin las salpicaduras de la sangre.
Desde Hong Kong a Chicago la policía
buscaba documentos y ensayaba
las ametralladoras en la carne del pueblo.
Las marchas militares desde el alba
mandaban soldaditos a morir.
Frenético era el baile de los gringos
en las boîtes de París llenas de humo.
Se desangraba el hombre.
Una lluvia de sangre
caía del planeta,
manchaba las estrellas.
La muerte estrenó entonces armaduras de acero.
El hambre
en los caminos de Europa
fue como un viento helado aventando hojas secas y quebrantando huesos.
El otoño soplaba los harapos.
La guerra había erizado los caminos.
Olor a invierno y sangre
emanaba de Europa
como de un matadero abandonado.
Mientras tanto los dueños
del carbón,
del hierro,
del acero,
del humo,
de los bancos,
del gas,
del oro,
de la harina,
del salitre,
del diario El Mercurio,
los dueños de burdeles,
los senadores norteamericanos,
los filibusteros
cargados de oro y sangre
de todos los países,
eran también los dueños
de la Historia.
Allí estaban sentados
de frac, ocupadísimos
en dispensar condecoraciones,
en regalarse cheques a la entrada
y robárselos a la salida,
en regalarse acciones de la carnicería
y repartirse a dentelladas
trozos de pueblo y de geografía.
Entonces con modesto
vestido y gorra obrera,
entró el viento,
entró el viento del pueblo.
Era Lenin.
Cambió la tierra, el hombre, la vida.
El aire libre revolucionario
trastornó los papeles
manchados. Nació una patria
que no ha dejado de crecer.
Es grande como el mundo, pero cabe
hasta en el corazón del más
pequeño
trabajador de usina o de oficina,
de agricultura o barco.
Era la Unión Soviética.
Junto a Lenin
Stalin avanzaba
y así, con blusa blanca,
con gorra gris de obrero,
Stalin,
con su paso tranquilo,
entró en la Historia acompañado
de Lenin y del viento.
Stalin desde entonces
fue construyendo. Todo
hacía falta. Lenin recibió de los zares
telarañas y harapos.
Lenin dejó una herencia
de patria libre y ancha.
Stalin la pobló
con escuelas y harina,
imprentas y manzanas.
Stalin desde el Volga
hasta la nieve
del Norte inaccesible
puso su mano y en su mano un hombre
comenzó a construir.
Las ciudades nacieron.
Los desiertos cantaron
por primera vez con la voz del agua.
Los minerales
acudieron,
salieron
de sus sueños oscuros,
se levantaron,
se hicieron rieles, ruedas,
locomotoras, hilos
que llevaron las sílabas eléctricas
por toda la extensión y la distancia.
Stalin
construía.
Nacieron
de sus manos
cereales,
tractores,
enseñanzas,
caminos,
y él allí,
sencillo como tú y como yo,
si tú y yo consiguiéramos
ser sencillos como él.
Pero lo aprenderemos.
Su sencillez y su sabiduría,
su estructura
de bondadoso pan y de acero inflexible
nos ayuda a ser hombres cada día,
cada día nos ayuda a ser hombres.
¡Ser hombres! ¡Es ésta
la ley staliniana!
Ser comunista es difícil.
Hay que aprender a serlo.
Ser hombres comunistas
es aún más difícil,
y hay que aprender de Stalin
su intensidad serena,
su claridad concreta,
su desprecio
al oropel vacío,
a la hueca abstracción editorial.
Él fue directamente
desentrañando el nudo
y mostrando la recta
claridad de la línea,
entrando en los problemas
sin las frases que ocultan
el vacío,
derecho al centro débil
que en nuestra lucha rectificaremos
podando los follajes
y mostrando el designio de los frutos.
Stalin es el mediodía,
la madurez del hombre y de los pueblos.
En la guerra lo vieron
las ciudades quebradas
extraer del escombro
la esperanza,
refundirla de nuevo,
hacerla acero,
y atacar con sus rayos
destruyendo
la fortificación de las tinieblas.
Pero también ayudó a los manzanos
de Siberia
a dar sus frutas bajo la tormenta.
Enseñó a todos
a crecer, a crecer,
a plantas y metales,
a criaturas y ríos
les enseñó a crecer,
a dar frutos y fuego.
Les enseñó la Paz
y así detuvo
con su pecho extendido
los lobos de la guerra.
Frente al mar de la Isla Negra, en la mañana,
icé a media asta la bandera de Chile.
Estaba solitaria la costa y una niebla de plata
se mezclaba a la espuma solemne del océano.
A mitad de su mástil, en el campo de azul,
la estrella solitaria de mi patria
parecía una lágrima entre el cielo y la tierra.
Pasó un hombre del pueblo, saludó comprendiendo,
y se sacó el sombrero.
Vino un muchacho y me estrechó la mano.
Más tarde el pescador de erizos, el viejo buzo
y poeta,
Gonzalito, se acercó a acompañarme bajo la bandera.
«Era más sabio que todos los hombres juntos», me dijo
mirando el mar con sus viejos ojos, con los viejos
ojos del pueblo.
Y luego por largo rato no dijimos nada.
Una ola
estremeció las piedras de la orilla.
«Pero Malenkov ahora continuará su obra», prosiguió
levantándose el pobre pescador de chaqueta raída.
Yo lo miré sorprendido pensando: ¿Cómo, cómo lo sabe?
¿De dónde, en esta costa solitaria?
Y comprendí que el mar se lo había enseñado.
Y allí velamos juntos, un poeta,
un pescador y el mar
al Capitán lejano que al entrar en la muerte
dejó a todos los pueblos, como herencia, su vidas

https://www.resistenze.org/sito/te/po/us/pousim25-020940.htm
Dove è diretta l’economia?

Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/11/2018

Titoli come quello apparso sul Wall Street Journal di oggi (30 ottobre) World Stocks Fall to Two-Year Low [Mercati azionari mondiali al minimo degli ultimi due anni] sollevano molte perplessità sulla tenuta del tiepido recupero seguito al crollo del 2007-2008. Dalla metà dell’estate, Shenzhen Composite, FTSE 100, Stoxx Europe 600 e altri mercati azionari di riferimento a cui si unisce Standard and Poor’s delle ultime settimane, sono costantemente calati. Come rileva l’autrice Akane Otani: “Dopo un ottobre difficile i principali indici in Europa, Giappone, Shanghai, Hong Kong, Argentina e Canada patiscono il ridimensionamento con una caduta di almeno il 10% dai recenti picchi. Gli Stati Uniti si apprestano a unirsi ai loro pari… ”

Il feticcio del mercato azionario

Proprio come il prodotto interno lordo (PIL) e il tasso di disoccupazione, la performance azionaria composita è un metro di misura limitato della salute dell’economia, ancorché favorita dagli esperti e dagli economisti di fama. In quanto tali, tutti e tre gli indici sono farina per le macine del sistema politico borghese e invariabilmente, mistificano più che chiarire.

Quindi cosa ci dicono i mercati?

In alcune parti del mondo, segnalano che i programmi di stimolo non sono riusciti a far riprendere le economie in stagnazione (ad esempio UE, Giappone). Inoltre, le misure di crescita della produzione sono diminuite in quasi tutti i segmenti del mercato globale dall’inizio dell’anno (mercati emergenti, UE, Giappone, ecc., eccetto gli Stati Uniti).

Le cifre trimestrali relative al PIL dell’UE della scorsa settimana confermano la persistente stagnazione dell’Unione europea: la crescita aggregata per i 19 membri dell’Unione europea è stata appena dello 0,6%, la più bassa degli ultimi 5 anni.

Gli alti e bassi del mercato azionario statunitense, d’altra parte, sono più intrecciati con le decisioni politiche, la manipolazione finanziaria e la speculazione. Pertanto, l’euforia del mercato degli ultimi anni non riflette i fondamentali economici reali e l’attuale volatilità non preannuncia un imminente collasso. Invece, le borse statunitensi hanno prosperato con un costo del denaro quasi gratuito e una Federal Reserve che ha rimosso tutti gli “asset” che come relitti e detriti galleggianti permanevano in conseguenza del crollo del 2007-2008. Ma il classico scossone delle imprese meno redditizie e deteriorate è stato incompleto, grazie alla disponibilità di denaro a l’azzeramento dei tassi d’interesse da parte della banca centrale, la Federal Reserve. Il contesto di bassi tassi d’interesse è stato particolarmente favorevole alle imprese high-tech (lente a mostrare una crescita dei ricavi sufficiente), ai mercati emergenti (affamati di prestiti esteri a basso interesse) e alle piccole imprese a capitalizzazione che avrebbero dovuto sprofondare nell’oblio a causa dell’inadeguatezza degli investimenti dopo il tracollo.

Per i colossi del capitale monopolistico, i bassi tassi di interesse seguiti alla crisi hanno consentito un’ondata di fusioni e acquisizioni e riacquisizioni di azioni che hanno elettrificato i mercati azionari senza generare risultati socialmente utili. In altre parole, l’era del denaro senza interessi ha tenuto a galla le navi capitaliste che facevano acqua e che, come era da attendersi, hanno convertito il regalo in “valore” di mercato e profitto.

I dirigenti più saggi della Federal Reserve hanno capito che se si continuava a fare da balia alle imprese capitaliste mature, l’inflazione degli asset sarebbe continuata senza sosta. Gli investitori si sarebbero svegliati e avrebbero visto che non c’era nessuna sostanza, facendo così scoppiare una nuova bolla di mercato.

Di conseguenza, la Fed ha avviato un programma di graduali aumenti dei tassi di interesse per rallentare il prestito indiscriminato che stava alimentando l’inflazione delle attività. Settori come tecnologia, finanza e comunicazione erano particolarmente vulnerabili a questo programma poiché la loro crescita degli utili era ben al di là della loro più modesta crescita.

Nulla mostra la debolezza del mercato gonfiato quanto le Offerte pubbliche iniziali (IPO), la prima offerta di azioni di nuove aziende pubbliche. Finora nel 2018, l’83% delle IPO è stato condotto interamente per aziende che hanno perso denaro negli ultimi 12 mesi, una cifra superiore a quella che ha portato alla crisi delle dot-com del 2000.

Non c’è da meravigliarsi se la Federal Reserve, temendo una bolla finanziaria, ha frenato. E non c’è da meravigliarsi che i capitalisti siano presi tra la responsabilità di gestire il capitalismo come sistema e la contentezza di operare con denaro gratuito, la contraddizione tra disciplina di sistema e accumulazione incontrollata.

Indicatori principali?

Ma se il mercato azionario è una guida non tanto affidabile della salute dell’economia statunitense, quali sono gli indici più affidabili?

A prima vista, l’economia degli Stati Uniti è eccezionalmente sana nel mezzo della stagnazione o del declino globale. I venditori televisivi di notizie economiche annunciano il tasso di crescita del PIL nel secondo (4,2%) e nel terzo (3,5%) trimestre di quest’anno, cifre ben al di sopra delle medie post-crisi. Allo stesso modo, i cosiddetti esperti sono preoccupati dal basso livello di disoccupazione registrato ufficialmente e tendono a evidenziare il meno impressionante, ma meglio accolto segnale di crescita dei salari negli ultimi mesi come ulteriore prova di un’economia vivace. Sono meno disponibili – imbarazzati, forse – sull’esplosione di  già solidi guadagni (profitti) nel 2018.

Probabilmente, questa immagine fotografica dell’economia statunitense andrà a beneficio di Trump e dei suoi candidati alle elezioni. L’immagine calda e indistinta trasmessa dai cosiddetti indicatori principali. Ma se apriamo il cofano e guardiamo più da vicino il motore economico capitalista, otteniamo un quadro un po’ diverso.

Dietro la crescita del PIL del 2018 ci sono diversi fattori contingenti, inclusi i tagli delle tasse di Trump. Ma all’insaputa di molti c’è l’aumento della spesa pubblica, in gran parte militare. Quasi la metà dell’aumento del tasso di crescita rispetto l’anno passato ad aprile era rappresentata esclusivamente dalla spesa pubblica, due terzi dei quali per l’esercito. L’approvazione bipartisan di uno scandaloso budget militare innalza la crescita dell’era Trump come accaduto sotto altri mandati (ricordate Reagan?).

Alla crescita del 4,2% del 2° trimestre si aggiungono 1,22 punti esclusivamente per il commercio internazionale, l’acquisto all’estero di prodotti statunitensi come la soia prima dell’introduzione delle tariffe doganali per ritorsione verso i cinesi.

E la crescita del PIL nel terzo trimestre è stata ugualmente dovuta alla spesa per consumi (la più alta crescita dal 2014) e alla già citata crescita della spesa pubblica.

Nonostante la vana celebrazione dei salari in aumento, i numeri aggregati mascherano una realtà importante: i dati del Ministero del Lavoro mostrano che la maggiore crescita dei guadagni settimanali riguarda il 10% dei salari più bassi (+ 5%) e il 10% di quelli più alti (+ 3%), mentre l’80% dei lavoratori statunitensi apprezza un aumento dello stipendio a un livello appena al di sopra del loro tenore di vita.

Se la crescita del reddito per il 10% più povero è benvenuta, deriva solo dall’ampliamento del mercato del lavoro per le occupazioni a bassa retribuzione. Dopo la crisi, infatti è questo segmento occupazionale a essere cresciuto maggiormente, evidenziando la vacuità della ripresa.

La “ripresa” capitalista degli Stati Uniti si è basata sulla disponibilità di manodopera a basso salario. Il crollo del 2007-8 ha generato un vero e proprio “esercito di riserva di disoccupati” disposto ad accettare lavori poco remunerativi, senza tutela sindacale. Di conseguenza, i capitalisti non hanno sentito la necessità di investire in attrezzature per aumentare la produttività: è più economico assumere lavoratori con salario minimo piuttosto che investire in nuovi macchinari. Pertanto, l’ultimo decennio ha registrato una tiepida crescita della produttività del lavoro, dimostrata da 32 trimestri (8 anni!) di crescita della produttività inferiore al 2%, ma con elevati profitti, inediti dal secondo dopoguerra.

La maggior parte della crescita della spesa al consumo è alimentata, non dalla retribuzione dei lavoratori, ma da ulteriori prestiti e da un maggior numero di persone che lavorano più ore. Il debito delle famiglie statunitensi ha toccato un nuovo massimo nel secondo trimestre; il debito continua a salire più velocemente del reddito per il cittadino americano medio.

Fondamentali

Contrariamente alle promesse dell’Amministrazione Trump, il consistente taglio delle imposte alle imprese e l’aumento del 21% dei profitti nel 3° trimestre hanno prodotto un lieve aumento degli investimenti delle imprese. La crescita degli investimenti è stata solo dello 0,1% sia in agosto sia in settembre.

Una misura chiave della produzione industriale di base, ossia gli ordinativi di beni durevoli esclusa la produzione militare, è diminuita dello 0,6% a settembre.

La spesa al dettaglio, un elemento chiave delle spese per i consumatori, è cresciuta solo dello 0,1% sia in agosto che in settembre.

Altre due componenti fondamentali della spesa per i consumatori, le vendite di auto e di alloggi, sono in pericolo. Le vendite di automobili sono diminuite rapidamente del 6% a settembre, dopo un anno per lo più fiacco.

E la vendita di case, un elemento fondamentale nell’economia degli Stati Uniti, affonda. Le vendite di nuovi alloggi sono diminuite a settembre del 5,5%, il tasso più basso in 2 anni e il peggiore del quadrimestre. Le vendite di alloggi esistenti, una parte molto più grande del mercato immobiliare, sono diminuite del 3,4% a settembre, il mese peggiore degli ultimi sette!

Cosa aspettarsi

Se è vero che Trump è stato in qualche modo ricondotto in seno alla destra convenzionale repubblicana, la sua personale impronta volgare e infantile sulla Presidenza, mantiene elementi non convenzionali del nazionalismo populista: la tacita confessione che l’impero è nei guai e la necessità di “far nuovamente grande l’America”. Entrambe le posizioni giocano nella politica economica di Trump in modi insoliti e contraddittori.

Come l’archetipo presidente di destra Reagan, il taglio delle tasse e la deregolamentazione guidano un approccio da “grande impresa über alles”.

Come Reagan, l’attuale amministrazione usa la spesa per la difesa come stimolo principale per l’economia. Dal momento che una tale politica ha bisogno di nemici potenti, i due partiti hanno collaborato per inventare la Russia e la Cina nel ruolo di acerrimi nemici. La minaccia di una guerra contro la Cina e/o la Russia giustifica molte più spese e vendite di armi di una guerra contro gli islamisti in sandali o nei paesi deboli equipaggiati con vecchie attrezzature sovietiche.

Il nazionalismo di Trump respinge alleanze, patti e sottomissioni che implichino vincoli, regolamenti o autorità internazionali. Invece, abbraccia l’economia delle sanzioni e dei dazi; sostituisce alla nozione sostenuta in passato di cooperazione globale la palese arroganza. Se altri paesi negassero l’egemonia degli Stati Uniti, gli Stati Uniti la dimostreranno con la forza.

Con rammarico dei democratici, la percezione popolare della prosperità economica statunitense ha quietato le paure dell’imprenditoria sulla temerarietà di Trump e ha incoraggiato i consiglieri e i sostenitori di Trump.

Ma dietro l’apparente esuberanza economica c’è un motore che sta esaurendo il carburante: i principali indicatori del consumo e degli investimenti stanno rallentando, i profitti sono minacciati e avanzano grandi ostacoli politici.

Nonostante i profitti da record, i costi di compensazione per le imprese capitaliste stanno mangiando questi profitti. Il basso tasso di disoccupazione ha stimolato un’intensa competizione nei lavoratori. Con meno disoccupati disponibili, le aziende offrono paghe, salari e benefit più alti per strappare impiegati alle altre aziende.

Inoltre, il contesto di tassi d’interesse in rialzo si scontra con l’aumento dei costi di finanziamento dei costi complessivi, riducendo i margini aziendali.

Anche la crescita relativamente lenta del fatturato aziendale, in particolare in tecnologia e comunicazione, sta comprimendo i profitti.

La crescita esplosiva del debito federale sfida ulteriormente l’economia di Trump, anche se solo per coloro che sono legati al dogma economico convenzionale. A causa delle riduzioni delle imposte, il deficit è cresciuto del 17% nell’anno fiscale che si è concluso a settembre al livello più alto in 6 anni. Con l’aumento dei tassi di interesse, la crescita del disavanzo non farà che accelerare. I critici di entrambi i partiti invocheranno in coro tagli di budget e limiti di spesa (come hanno fatto spesso durante l’amministrazione Obama). Naturalmente sosterranno i tagli che arriveranno dai programmi e dalle istituzioni che servono le persone. Il flagello dell’austerità tornerà di nuovo sull’economia, producendo il risultato prontamente prevedibile della crescita debole.

L’amministrazione Trump sta combattendo la Federal Reserve sulla questione dei tassi di interesse. La Fed sta tentando di alzare i tassi di interesse per eliminare l’ossigeno dall’economia ed evitare le bolle speculative. Trump, d’altra parte, vuole tassi bassi per pompare ossigeno nell’economia e garantire la crescita continua che ha promesso. Nessuno dei due approcci salverà l’economia dalle turbolenze future.

L’anno prossimo porterà la stagnazione, se non un declino economico, per l’economia globale e statunitense. Inevitabilmente, il capitalismo tenterà di scaricare il fardello del fallimento del sistema sulle spalle dei lavoratori. Venderà l’austerità come palliativo per quel fallimento, un altro segno della bancarotta del sistema.

Alcuni combatteranno per correggere il sistema capitalista, per riformarlo. Altri lotteranno per sostituirlo. Gli obiettivi non dovrebbero essere confusi. Sono progetti diversi. Solo uno può promettere un mondo umano, pacifico e sostenibile.

 

Lenin, Opere – Editori Riuniti vol. 27

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I compiti immediati del potere sovietico

Scritto nel marzo-aprile 1918. Pubblicato il 28 aprile 1918 sulla Pravda, n. 83 e sulle Izvestia del CEC (Comitato Esecutivo Centrale del Congresso dei Soviet di tutta la Russia), n. 85. Firmato: N. Lenin.

La situazione internazionale della Repubblica sovietica russa e i compiti fondamentali della rivoluzione socialista

 

Grazie alla pace che abbiamo ottenuto [con il trattato di pace con la Germania firmato a Brest-Litovsk il 3 marzo 1918 e approvato, nonostante l’opposizione dei “comunisti di sinistra” (in realtà la destra del Partito come dimostrerà anche la storia successiva) capeggiati da Bukharin e da Trotzki, dal VII Congresso (6-8 marzo 1918) del Partito comunista russo (bolscevico) e dal Congresso straordinario dei Soviet di tutta la Russia (Mosca 14-16 marzo1918) con l’astensione dei socialisti-rivoluzionari di sinistra e l’opposizione di “comunisti di sinistra” e altri: la documentazione essenziale relativa ai due avvenimenti è in Opere vol. 27, ndr] – per quanto dura e precaria essa sia – la repubblica sovietica russa ha la possibilità di concentrare per un certo periodo di tempo le sue forze sul settore più importante e più difficile della rivoluzione socialista, cioè sui compiti organizzativi.

Questo compito è stato posto in modo chiaro e preciso a tutte le masse lavoratrici e oppresse nel 4° paragrafo della risoluzione approvata il 15 marzo 1918 dal Congresso straordinario del soviet, tenuto a Mosca, nello stesso paragrafo (o nella stessa parte) in cui si parla dell’autodisciplina dei lavoratori e della lotta senza quartiere contro il caos e la disorganizzazione [vedi Opere vol. 27, pag. 178-179].

La precarietà della pace ottenuta dalla repubblica sovietica russa certamente non è dovuta al fatto che essa pensi ora di riprendere le operazioni militari. A parte i controrivoluzionari borghesi e i loro tirapiedi (menscevichi e simili), nessun uomo politico responsabile ci pensa. La precarietà della pace è invece determinata dal fatto che negli Stati imperialisti confinanti con la Russia ad occidente e ad oriente e in possesso di un’enorme forza militare, può prendere il sopravvento da un momento all’altro il partito della guerra, tentato dalla momentanea debolezza della Russia e spinto dai capitalisti, che odiano il socialismo e sono avidi di bottino.

Di fronte a un tale stato di cose, l’unica garanzia di pace, reale e non di carta, è per noi la rivalità tra le potenze imperialiste, rivalità che ha raggiunto limiti estremi e si manifesta, da un lato, con la ripresa del massacro imperialista dei popoli in occidente, e, dall’altro, con lo straordinario inasprimento della concorrenza imperialista tra il Giappone e l’America per il dominio dell’Oceano Pacifico e delle sue coste.

È chiaro che, protetta da una così tenue difesa, la nostra repubblica socialista sovietica si trova, dal punto di vista internazionale, in una situazione estremamente precaria, indubbiamente critica. Dobbiamo tendere al massimo tutte le nostre forze per sfruttare la tregua concessaci da un concorso di circostanze, per curare le gravissime ferite inferte dalla guerra a tutto l’organismo sociale della Russia e per risollevare economicamente il paese: senza di questo non si può nemmeno parlare di un aumento più o meno serio della sua capacità difensiva.

È chiaro altresì che noi potremo recare un serio contributo alla rivoluzione socialista in occidente, che ritarda per una serie di circostanze, solo se sapremo assolvere al compito organizzativo che abbiamo dinanzi.

La condizione essenziale per assolvere con successo al compito organizzativo che si presenta in primo piano, è che i dirigenti politici del popolo, cioè i membri del Partito comunista russo (bolscevico) e poi anche tutti i rappresentanti coscienti delle masse lavoratrici, comprendano appieno la differenza radicale che esiste sotto questo aspetto tra le precedenti rivoluzioni borghesi e l’attuale rivoluzione socialista.

Nelle rivoluzioni borghesi il compito principale delle masse lavoratrici consisteva nello svolgere l’azione negativa, o distruttiva, di spazzar via il feudalesimo, la monarchia, il medioevo. L’azione positiva, o creativa, di organizzare la nuova società era svolta dalla minoranza possidente, borghese, della popolazione. Questa svolgeva tale compito, nonostante la resistenza degli operai e dei contadini, con relativa facilità, non solo perché la resistenza delle masse sfruttate dal capitale era allora estremamente debole, data la loro dispersione e arretratezza, ma anche perché la forza organizzativa fondamentale della società capitalista, costruita anarchicamente, è il mercato nazionale e internazionale, che si sviluppa spontaneamente in estensione e in profondità.

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Al contrario, in ogni rivoluzione socialista – e, di conseguenza, anche nella rivoluzione socialista da noi iniziata in Russia il 25 ottobre 1917 – il compito principale del proletariato e dei contadini poveri da esso diretti è il lavoro positivo o creativo per fondare un sistema estremamente complesso e delicato di nuovi rapporti organizzativi, che abbracciano la produzione e la distribuzione pianificate dei prodotti necessari all’esistenza di decine di milioni di uomini. Questa rivoluzione può essere realizzata con successo solo se la maggioranza della popolazione, e innanzitutto la maggioranza dei lavoratori, è capace di un’attività storicamente creativa e autonoma. Solo nel caso in cui il proletariato e i contadini poveri sappiano trovare in sé sufficiente coscienza, forza ideale, abnegazione e tenacia, la vittoria della rivoluzione socialista sarà garantita. Creando un nuovo tipo di Stato, lo Stato dei soviet, che offre alle masse lavoratrici e oppresse la possibilità di partecipare nel modo più attivo di quanto finora mai visto all’edificazione autonoma della nuova società, noi abbiamo adempiuto soltanto una piccola parte di un difficile compito. La difficoltà principale è nel settore economico: compiere dappertutto il più severo inventario e controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti, elevare la produttività del lavoro, socializzare di fatto la direzione della produzione.

Lo sviluppo del partito bolscevico, che è oggi il partito di governo in Russia, dimostra con particolare evidenza in che cosa consiste la svolta storica che stiamo attraversando e che è il tratto caratteristico dell’attuale momento politico, svolta che esige un nuovo orientamento del potere sovietico, cioè una nuova impostazione di compiti nuovi.

– Il primo compito di ogni partito dell’avvenire è quello di convincere la maggioranza del popolo della giustezza del suo programma e della sua tattica. Questo compito era posto in primo piano sia sotto lo zarismo, sia nel periodo in cui Cernov e Tsereteli [esponenti del partito dei socialisti rivoluzionari, ndr] attuavano la loro politica di conciliazione con i Kerenski e i Kisckin [esponenti del Governo Provvisorio succeduto nel febbraio 1917 al governo zarista, ndr]. Ora questo compito che, certo, è ancora ben lungi dall’essere assolto completamente (e che potrà essere esaurito solo a lungo termine), nelle sue grandi linee è stato assolto, poiché la maggioranza degli operai e dei contadini della Russia è chiaramente dalla parte dei bolscevichi, come ha dimostrato senza tema di smentite l’ultimo congresso dei soviet a Mosca [14-16 marzo 1918, ndr].

– Il secondo compito del nostro partito era quello di conquistare il potere politico e di schiacciare la resistenza degli sfruttatori. Anche questo compito non è affatto adempiuto fino in fondo, e non lo si può ignorare, poiché i monarchici e i cadetti, da un lato, e i loro tirapiedi e reggicoda, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari di destra, dall’altro, continuano i tentativi di unirsi per abbattere il potere dei soviet. Ma, nelle sue linee generali, il compito di schiacciare la resistenza degli sfruttatori è già stato assolto nel periodo che va dal 25 ottobre 1917 fino (all’incirca) al febbraio 1918, ovvero alla resa di Bogaievski [uno dei maggiori capi della resistenza armata al governo sovietico: si arrese nella primavera 1918].

– Ora si presenta, come compito immediato e caratteristico del momento attuale, il terzo compito: quello di organizzare l’amministrazione della Russia. S’intende, questo compito si è posto ed è stato da noi assolto fin dal primo giorno successivo al 25 ottobre 1917. Ma fino a quando la resistenza degli sfruttatori ha assunto la forma di aperta guerra civile, il compito di amministrare non poteva diventare quello principale, centrale.

Oggi lo è diventato. Noi, partito bolscevico, abbiamo convinto la Russia, abbiamo conquistato la Russia prendendola ai ricchi per darla ai poveri, agli sfruttatori per darla ai lavoratori. Ora noi dobbiamo amministrare la Russia. Tutta l’originalità del momento attuale, tutta la sua difficoltà sta nel comprendere la particolarità del passaggio dal periodo in cui il compito principale era quello di convincere il popolo e di schiacciare militarmente gli sfruttatori, al periodo in cui il compito principale è quello di amministrare il paese.

Per la prima volta nella storia mondiale un partito socialista è riuscito a portare a termine, nelle sue grandi linee, la conquista del potere e la repressione degli sfruttatori, è arrivato a dovere affrontare in pieno il compito di amministrare. Dobbiamo mostrarci degni esecutori di questo difficilissimo (e nobilissimo) compito della rivoluzione socialista. Dobbiamo comprendere bene che per amministrare con successo è necessario, oltre a saper convincere, oltre a saper vincere nella guerra civile, saper organizzare praticamente. Questo è il compito più difficile, poiché si tratta di organizzare ex novo le basi più profonde, cioè le basi economiche, della vita di decine e decine di milioni di uomini. Questo è anche il compito più nobile, poiché solo dopo averlo assolto (nei suoi tratti principali e fondamentali) si potrà dire che la Russia è diventata una repubblica, non solo sovietica, ma anche socialista.

La parola d’ordine generale del momento

 

La situazione obiettiva sopra descritta, creata da una pace estremamente gravosa e precaria, da uno sfacelo economico, dolorosissimo, dalla disoccupazione e dalla carestia lasciateci in eredità dalla guerra e dal dominio della borghesia (nella persona di Kerenski e dei menscevichi e socialisti-rivoluzionari di destra suoi sostenitori), non poteva non generare un’estrema stanchezza e addirittura l’esaurimento delle forze della grande massa dei lavoratori. Questa massa esige imperiosamente – e non può non esigere – un certo riposo. Si pone all’ordine del giorno la ricostituzione delle forze produttive distrutte dalla guerra e dal malgoverno della borghesia; il risanamento delle ferite inferte dalla guerra, dalla sconfitta, dalla speculazione e dai tentativi della borghesia di restaurare l’abbattuto potere degli sfruttatori; la ripresa economica del paese; la sicura tutela dell’ordine pubblico più elementare. Può sembrare un paradosso, ma in realtà, a causa delle condizioni obiettive indicate, è assolutamente indubbio che il potere dei soviet può in questo momento consolidare il passaggio della Russia al socialismo solo se assolve praticamente, nonostante l’opposizione della borghesia, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari di destra, proprio questi elementarissimi compiti per conservare le basi dell’ordine sociale. Assolvere in pratica questi compiti elementarissimi e superare le difficoltà organizzative dei primi passi verso il socialismo sono ora – in virtù delle particolarità concrete della situazione attuale e dell’esistenza del potere dei soviet con le sue leggi sulla socializzazione della terra, sul controllo operaio, ecc. – le due facce della stessa medaglia.

Tieni accuratamente e coscienziosamente i tuoi conti, fa economie, non lasciarti prendere dalla pigrizia, non rubare, osserva la più rigorosa disciplina nel lavoro: sono appunto queste le parole d’ordine, giustamente derise dai proletari rivoluzionari quando la borghesia camuffava con tali discorsi il suo dominio di classe sfruttatrice, che divengono ora, dopo l’abbattimento della borghesia, parole d’ordine urgenti e principali del momento. La realizzazione pratica di queste parole d’ordine da parte della massa dei lavoratori è, da un lato, l’unica condizione per salvare il paese torturato quasi a morte dalla guerra imperialista e dai briganti imperialisti (con Kerenski alla testa); dall’altro lato, l’attuazione pratica di queste parole d’ordine da parte del potere sovietico, con i suoi metodi, in base alle sue leggi, è necessaria e sufficiente per la vittoria completa del socialismo. È ciò che non possono comprendere appunto coloro che rifuggono sprezzantemente dal mettere in primo piano parole d’ordine così “trite” e “triviali”. In un paese di piccoli contadini, che da appena un anno ha abbattuto lo zarismo e da meno di sei mesi si è liberato dei vari Kerenski, naturalmente è rimasto non poco anarchismo spontaneo, aggravato dalla brutalità e dalla barbarie che accompagnano ogni guerra lunga e reazionaria. Si è diffuso uno stato d’animo di esasperazione e di irritazione confusa. Se a questo si aggiunge la politica di provocazione dei lacchè della borghesia (menscevichi, socialisti-rivoluzionari di destra), sarà assai facile capire quali sforzi tenaci e perseveranti devono compiere gli operai e i contadini migliori e più coscienti per creare una svolta radicale nello stato d’animo della massa e farla passare a un lavoro regolare, continuo e disciplinato. Solo questo passaggio, attuato dalla massa dei poveri (proletari e semiproletari), è capace appunto di completare la vittoria sulla borghesia e in particolare sulla borghesia contadina, che è la più ostinata e la più numerosa.

La nuova fase della lotta contro la borghesia

 

La borghesia da noi è stata vinta, ma non è ancora stata sradicata, annientata e nemmeno abbattuta fino in fondo. Si pone perciò all’ordine del giorno una nuova, superiore forma di lotta contro la borghesia, il passaggio dal compito più semplice di continuare ad espropriare i capitalisti, al compito assai più complesso e difficile di creare condizioni tali che la borghesia non possa né continuare ad esistere, né rinascere. È chiaro che questo compito è infinitamente più alto e che se non lo assolveremo non avremo ancora il socialismo.

Se prendiamo come elemento di paragone le rivoluzioni dell’Europa occidentale, noi ci troviamo all’incirca al livello raggiunto nel 1793 [con la direzione dei Giacobini nella Rivoluzione Francese, ndr] e nel 1871 [con l’instaurazione della Comune di Pari, ndr]. Abbiamo pieno diritto di essere fieri di aver raggiunto questo livello e di averlo perfino superato sotto un certo aspetto, e precisamente: noi abbiamo decretato e instaurato in tutta la Russia un tipo superiore di Stato, il potere dei soviet. Ma non possiamo in nessun caso accontentarci di ciò che è stato raggiunto, poiché abbiamo appena iniziato il passaggio al socialismo, ma non abbiamo ancora realizzato ciò che è decisivo a questo riguardo.

Decisiva è l’organizzazione di un inventario e di un controllo popolare rigorosissimo sulla produzione e sulla distribuzione dei prodotti. Va detto a questo proposito che nelle imprese, nelle branche e nei settori dell’economia che noi abbiamo strappato alla borghesia, non siamo ancora riusciti a organizzare l’inventario e il controllo: senza questo non si può nemmeno parlare della seconda, e altrettanto essenziale, condizione materiale per instaurare il socialismo, cioè dell’aumento su scala nazionale della produttività del lavoro [che allora in Russia era molto inferiore a quella dei paesi imperialisti, ndr].

Non si potrebbe perciò definire il compito del momento attuale con la semplice formula: proseguire l’offensiva contro il capitale. Anche se, indubbiamente, non abbiamo ancora inferto al capitale il colpo di grazia e dobbiamo assolutamente continuare l’offensiva contro questo nemico dei lavoratori, una tale definizione sarebbe imprecisa e astratta, poiché non terrebbe conto della peculiarità del momento attuale, in cui, per garantire il successo dell’offensiva ulteriore, dobbiamo ora “arrestare” l’offensiva.

Ciò si può spiegare paragonando la situazione in cui ora noi ci troviamo nella guerra contro il capitale alla situazione di un esercito vittorioso che ha tolto al nemico, poniamo, la metà o due terzi del territorio ed è costretto ad arrestare l’offensiva per raccogliere le forze, reintegrare le scorte di materiale bellico, riparare e fortificare le linee di comunicazione, costruire nuovi depositi, far affluire nuove riserve, ecc. In tali condizioni l’arresto dell’offensiva dell’esercito vittorioso è necessario proprio al fine di strappare al nemico il rimanente territorio, di conseguire cioè la completa vittoria. Chi non ha capito che questo è precisamente l’“arresto” dell’offensiva contro il capitale dettatoci dalla situazione obiettiva del momento, non ha capito nulla del momento politico che attraversiamo.

S’intende, si può parlare di “arresto” dell’offensiva contro il capitale solo tra virgolette, cioè solo metaforicamente. In una guerra come le altre si può dare l’ordine di sospendere l’offensiva su tutta la linea, si può in effetti arrestare l’avanzata. Ma nella guerra contro il capitale non si può arrestare l’avanzata e non si può nemmeno pensare di rinunciare all’ulteriore espropriazione del capitale. Si tratta di spostare il centro di gravità del nostro lavoro economico e politico. Finora sono stati in primo piano i provvedimenti di immediata espropriazione degli espropriatori. Ora passa in primo piano l’organizzazione dell’inventario e del controllo nelle aziende in cui i capitalisti sono già stati espropriati e in tutte le altre.

Se volessimo ora continuare ad espropriare il capitale con lo stesso ritmo di prima, certamente subiremmo una sconfitta, giacché è chiaro, evidente per ogni uomo pensante, che il nostro lavoro di organizzazione dell’inventario e del controllo proletario è rimasto indietro rispetto al lavoro di immediata “espropriazione degli espropriatori”. Se ci accingeremo ora con tutte le forze al lavoro di organizzazione dell’inventario e del controllo, potremo risolvere questo problema, guadagneremo il tempo perduto e porteremo vittoriosamente a termine tutta la nostra “campagna” contro il capitale.

Ma riconoscere che si deve guadagnare il tempo perduto, non equivale ad ammettere che si è commesso qualche errore? Niente affatto. Portiamo di nuovo un esempio di tipo militare. Se si può sconfiggere e respingere il nemico con i soli reparti della cavalleria leggera, bisogna farlo. Ma se lo si può fare con successo solo fino ad un certo punto, è perfettamente concepibile che, al di là di questo limite, sorge la necessità di fare intervenire l’artiglieria pesante. Ammettendo ora che bisogna guadagnare il tempo perduto e fare entrare subito in azione l’artiglieria pesante, non riconosciamo affatto come un errore il vittorioso attacco con la cavalleria leggera.

I lacchè della borghesia ci hanno spesso rimproverato di aver condotto l’attacco contro il capitale “con la guardia rossa”. È un’accusa assurda, degna appunto dei lacchè del sacco di denari. Infatti l’attacco contro il capitale “con la guardia rossa” fu a suo tempo imposto assolutamente dalle circostanze.

In primo luogo, il capitale oppose, allora, una resistenza militare nella persona di Kerenski e di Krasnov, di Savinkov e di Gots (Ghegheckori si oppone tuttora così), di Dutov, di Bogaievski [vari capi della lotta armata condotta dalla controrivoluzione contro il governo sovietico subito dopo la sua costituzione alla fine dell’ottobre 1917, ndr]. La resistenza armata non può essere infranta che con mezzi militari, e le guardie rosse hanno compiuto la nobilissima e importantissima opera storica di liberare i lavoratori e gli sfruttati dal giogo degli sfruttatori.

In secondo luogo, non avremmo potuto allora porre in primo piano i metodi dell’amministrazione invece che i metodi della repressione, appunto perché l’arte di amministrare non è innata negli uomini, ma si acquista con l’esperienza. Allora questa esperienza non l’avevamo. Ora l’abbiamo.

In terzo luogo, allora non potevamo avere a disposizione specialisti per i vari settori della scienza e della tecnica, perché questi o combattevano nelle file dei Bogaievski, o avevano ancora la possibilità di opporre una resistenza passiva, tenace e sistematica mediante il sabotaggio. Ma ora abbiamo spezzato il sabotaggio. L’attacco contro il capitale “con la guardia rossa” è riuscito, è stato vittorioso, poiché abbiamo vinto la resistenza opposta dal capitale sia con le armi che con il sabotaggio.

Ciò vuol forse dire che l’attacco al capitale “con la guardia rossa” è sempre opportuno, in ogni circostanza e che noi non abbiamo altri metodi di lotta contro il capitale? Sarebbe puerile pensarlo. Abbiamo vinto con la cavalleria leggera, ma possediamo anche l’artiglieria pesante. Abbiamo vinto con i metodi della repressione, sapremo vincere anche con i metodi dell’amministrazione. Bisogna saper cambiare i metodi di lotta contro il nemico, quando mutano le circostanze. Noi non rinunceremo mai nemmeno, per un istante, a reprimere “con la guardia rossa” i signori Savinkov e Ghegheckori, come qualsiasi altro contro-rivoluzionario borghese e latifondista. Ma non saremo mai tanto sciocchi da porre in primo piano i metodi “da guardia rossa” nel momento in cui l’epoca in cui erano necessari gli attacchi delle guardie rosse è sostanzialmente terminata (e terminata vittoriosamente) e batte alle porte l’epoca in cui il potere statale e proletario dovrà utilizzare gli specialisti borghesi per dissodare nuovamente il terreno in modo tale che su di esso non possa assolutamente più spuntare nessuna borghesia.

Questa è un’epoca particolare, o meglio una fase di sviluppo particolare, e per vincere completamente il capitale bisogna saper adattare le forme della nostra lotta alle condizioni particolari di questa fase.

Senza specialisti che dirigano i diversi settori della scienza, della tecnica, della ricerca, il passaggio al socialismo è impossibile, giacché il socialismo esige un’avanzata cosciente delle masse verso una produttività del lavoro maggiore rispetto a quella del capitalismo e che parta dai risultati raggiunti dal capitalismo. Il socialismo deve attuare questa avanzata a suo modo, con i suoi metodi: diciamo, più concretamente, con i metodi sovietici. E gli specialisti sono necessariamente, nella loro massa, borghesi, a causa di tutte le condizioni della vita sociale che ha fatto di loro degli specialisti. Se il nostro proletariato, una volta conquistato il potere, avesse risolto rapidamente il compito di instaurare un inventario, un controllo, un’organizzazione su scala nazionale (ciò non si è potuto realizzare a causa della guerra e dell’arretratezza della Russia), allora, spezzato il sabotaggio con l’inventario e il controllo generale, avremmo potuto attrarre completamente al nostro servizio anche gli specialisti borghesi. A causa del “considerevole ritardo” dell’inventario e del controllo in generale, anche se siamo riusciti a vincere il sabotaggio, non abbiamo ancora creato tuttavia le condizioni adatte a mettere a nostra disposizione gli specialisti borghesi; la massa dei sabotatori “si reca al lavoro”, ma i migliori organizzatori e i più grandi specialisti possono essere impiegati dallo Stato solo alla vecchia maniera, alla maniera borghese, cioè con alti compensi o alla maniera nuova, proletaria (cioè creando con l’instaurazione di un inventario e di un controllo popolare dal basso, le condizioni che permettano automaticamente di assoggettare e attrarre gli specialisti).

Abbiamo dovuto per ora ricorrere al vecchio mezzo borghese e acconsentire a pagare a caro prezzo i “servizi” dei massimi specialisti borghesi. Tutti coloro che sono al corrente della questione lo vedono, ma non tutti riflettono sul significato che ha una tale misura presa da uno Stato proletario. È chiaro che questo provvedimento è un compromesso, una deviazione dai principi della Comune di Parigi, di ogni potere proletario, i quali esigono che gli stipendi siano portati al livello della paga di un operaio medio ed esigono che si lotti con i fatti e non a parole contro il carrierismo.

E non è tutto. È chiaro che un tale provvedimento non solo è un arresto – in un certo campo e in una certa misura – dell’offensiva contro il capitale (perché il capitale non è una somma di denaro ma un determinato rapporto sociale), ma anche un passo indietro del nostro potere statale socialista, sovietico, che fin dall’inizio ha proclamato e attuato una politica mirante a ridurre gli alti stipendi al livello salariale dell’operaio medio. [Per decreto del Consiglio dei commissari del popolo in data 18 novembre (1° dicembre) 1917, lo stipendio massimo mensile dei commissari del popolo era fissato in 500 rubli. Su richiesta del Commissariato del popolo al lavoro, il Consiglio decise poco dopo che si potevano dare stipendi più elevati agli scienziati e ai tecnici altamente qualificati].

Naturalmente, i lacchè della borghesia, in particolare quelli di piccolo calibro, come i menscevichi, gli uomini della Novaia Gizn, i socialisti-rivoluzionari di destra, sogghigneranno di fronte alla nostra ammissione di aver fatto un passo indietro. Ma noi non dobbiamo badare ai loro sogghigni. Noi dobbiamo studiare le particolarità della nuova e difficilissima via che porta al socialismo, senza nascondere i nostri errori e le nostre debolezze, ma sforzandoci di completare a tempo ciò che è ancora incompiuto. Nascondere alle masse il fatto che attirare gli specialisti borghesi con retribuzioni eccezionalmente elevate è una deviazione dai principi della Comune, significherebbe scendere al livello dei politicanti borghesi e ingannare le masse. Spiegare apertamente come e perché abbiamo fatto un passo indietro, e discutere poi pubblicamente i mezzi che ci possono far riguadagnare il tempo perduto, significa educare le masse e imparare insieme con loro, sulla base dell’esperienza, a costruire il socialismo. Difficilmente si può trovare nella storia una sola campagna militare vittoriosa in cui il vincitore non abbia commesso degli errori, non abbia subito sconfitte parziali, non abbia dovuto effettuare qualche temporanea ritirata. E la “campagna” da noi intrapresa contro il capitalismo è un milione di volte più difficile della più difficile campagna militare: sarebbe sciocco e vergognoso cadere in preda all’avvilimento per una ritirata isolata e parziale.

Esaminiamo la questione dal lato pratico. Ammettiamo che la repubblica sovietica russa abbia bisogno di 1.000 scienziati e specialisti di prim’ordine nei settori della scienza, della tecnica, dell’esperienza pratica, per dirigere il lavoro del popolo al fine di assicurare lo sviluppo economico più rapido possibile del paese. Ammettiamo che queste “stelle di prima grandezza” si debbano pagare 25.000 rubli all’anno. Ammettiamo che questa somma (25 milioni di rubli) debba essere raddoppiata (considerando l’assegnazione di premi per l’esecuzione particolarmente felice e rapida dei più importanti compiti tecnici e organizzativi) o addirittura quadruplicata (considerando l’assunzione di alcune centinaia dei più esigenti specialisti stranieri). Si domanda: la spesa di 50 o 100 milioni di rubli all’anno per riorganizzare il lavoro nazionale secondo l’ultima parola della scienza e della tecnica, può essere considerata eccessiva o troppo pesante per la repubblica sovietica? Certamente no. La schiacciante maggioranza degli operai e dei contadini coscienti approverà questa spesa, ben sapendo dalla vita pratica che la nostra arretratezza ci fa perdere miliardi e che noi non abbiamo ancora raggiunto, un tale grado di organizzazione, di inventario e di controllo da provocare la partecipazione generale e volontaria delle “stelle” dell’intellettualità borghese al nostro lavoro.

È evidente che la questione ha anche un altro aspetto. È infatti indiscutibile che gli alti stipendi hanno un’influenza corruttrice sia sul potere sovietico (tanto più che, data la rapidità della rivoluzione, non poteva non attaccarsi a questo potere un certo numero di avventurieri e di malandrini, i quali, insieme con certi commissari [membri dei governi sovietici centrale e locali, emanazioni dei soviet, ndr] inetti e senza scrupoli, non sono alieni dall’inserirsi tra le “stelle di prima grandezza” … nell’arte di saccheggiare il denaro pubblico), sia sulla massa operaia. Ma tutti gli elementi coscienti e onesti tra gli operai e i contadini poveri saranno d’accordo con noi e riconosceranno che non siamo in grado di liberarci d’un colpo dalla cattiva eredità del capitalismo e che l’unico modo di liberare la repubblica sovietica dal “tributo” di 50 o 100 milioni di rubli (tributo impostoci dal nostro ritardo nell’organizzare l’inventario e il controllo popolare, cioè dal basso), è quello di organizzare, rafforzare la disciplina nelle nostre file, liberandole da tutti coloro che “conservano l’eredità del capitalismo”, “osservano le tradizioni del capitalismo”, cioè i parassiti, i fannulloni, i saccheggiatori dell’erario (adesso tutta la terra, tutte le fabbriche, tutte le ferrovie sono “erario” della repubblica sovietica). Se gli elementi avanzati e coscienti fra gli operai e i contadini poveri riuscissero entro un anno, con l’aiuto delle istituzioni sovietiche, a organizzarsi, a darsi una disciplina, a galvanizzarsi, a creare una forte disciplina nel lavoro, noi potremmo allora scrollarci di dosso entro un anno questo “tributo”, che potremmo ridurre anche prima … esattamente secondo i successi conseguiti dalla nostra disciplina nel lavoro e dalla nostra capacità di organizzazione operaia e contadina. Quanto più rapidamente noi, operai e contadini, impareremo ad applicare una migliore disciplina e una più elevata tecnica nel lavoro, utilizzando per questo gli specialisti borghesi, tanto più rapidamente ci libereremo da qualsiasi “tributo” verso questi specialisti.

Il nostro lavoro per organizzare, sotto la direzione del proletariato, l’inventario e il controllo di tutto il popolo sulla produzione e la distribuzione dei prodotti è in forte ritardo rispetto al nostro lavoro di diretta espropriazione degli espropriatori. Questo è un postulato fondamentale per comprendere le particolarità del momento attuale e i compiti del potere sovietico che ne derivano. Il centro di gravità nella lotta contro la borghesia si sposta verso l’organizzazione di questo inventario e di questo controllo. Solo partendo da questo si possono giustamente determinare i compiti immediati della politica economica e finanziaria per quanto concerne la nazionalizzazione delle banche, il monopolio del commercio estero, il controllo statale sulla circolazione monetaria, l’istituzione di una imposta sul patrimonio e sul reddito che sia soddisfacente dal punto di vista proletario, l’introduzione per tutti dell’obbligo di lavorare.

Con le trasformazioni socialiste in questi settori noi siamo in grave ritardo (e questi sono settori molto, ma molto importanti). Siamo in ritardo proprio perché l’inventario e il controllo in generale non sono sufficientemente organizzati. È evidente che questo compito è tra i più difficili, che con lo sfacelo creato dalla guerra esso può essere assolto solo lentamente. Ma non si deve dimenticare che appunto qui la borghesia – e soprattutto la numerosa piccola-borghesia e la borghesia contadina – ci dà asprissima battaglia, sabotando il controllo in via d’organizzazione, sabotando, ad esempio, il monopolio statale della distribuzione dei cereali, conquistando posizioni per la speculazione e il contrabbando. Noi siamo ancora ben lontani dall’aver applicato a sufficienza quanto abbiamo già stabilito nei nostri decreti. Il compito principale del momento è appunto quello di concentrare tutti gli sforzi nell’attuazione pratica, concreta dei principi di quelle trasformazioni che sono già diventate legge (ma non ancora realtà).

Per portare avanti la nazionalizzazione delle banche e proseguire fermamente l’opera volta a trasformare le banche in centri di contabilità pubblica nel regime socialista, bisogna innanzitutto e soprattutto ottenere reali successi, cioè aumentare il numero delle filiali della Banca nazionale, attirare i risparmiatori, facilitare al pubblico le operazioni di versamento e di prelevamento del denaro, eliminare le “code”, cogliere sul fatto e fucilare i concussionari e i furfanti, ecc. Prima mettere realmente in pratica le cose più semplici, organizzare per bene ciò che già esiste; poi affrontare le cose più complesse.

Consolidare e ordinare i monopoli statali già istituiti (sui cereali, sul cuoio, ecc.) e preparare così il monopolio statale del commercio estero; senza un tale monopolio non potremo “sottrarci” al dominio del capitale straniero pagandogli un “tributo”. Ma la possibilità stessa dell’edificazione socialista dipende dalla nostra capacità o meno di difendere la nostra indipendenza economica interna, per un certo periodo di tempo pagando un qualche tributo al capitale straniero.

Anche nella riscossione delle imposte in generale, e delle imposte sul patrimonio e sul reddito in particolare, siamo rimasti molto indietro. L’imposizione di tributi alla borghesia – misura assolutamente accettabile in linea di principio e meritevole dell’approvazione del proletariato – dimostra che noi a proposito di questo siamo ancora più vicini ai metodi di conquista (strappare la Russia ai ricchi per darla ai poveri), che ai metodi di amministrazione. Ma per diventare più forti e reggerci più fermamente sulle nostre gambe, dobbiamo passare a questi ultimi metodi: dobbiamo sostituire ai tributi imposti alla borghesia un’imposta sul patrimonio e sul reddito riscossa con regolarità e nella giusta misura, che renderà di più allo Stato proletario e che esige da noi appunto una maggiore organizzazione, una migliore impostazione dell’inventario e del controllo.

Il nostro ritardo nell’introdurre per tutti l’obbligo del lavoro mostra ancora una volta che all’ordine del giorno si pone appunto il lavoro di preparazione e di organizzazione: che, da un lato, dovrà consolidare definitivamente ciò che è stato conquistato e che, dall’altro, è necessario per preparare l’operazione di “accerchiamento” del capitale che lo costringerà a “capitolare”. Noi dovremmo cominciare immediatamente ad introdurre l’obbligo del lavoro, ma ad introdurlo con grande cautela e gradualità, verificando ogni passo alla luce dell’esperienza pratica e naturalmente cominciando, come primo passo, a introdurre il lavoro obbligatorio per i ricchi. L’istituzione di un libretto di lavoro e di consumo per ogni borghese, compresa la borghesia delle campagne, costituirebbe un serio passo verso il “completo” accerchiamento del nemico e l’istituzione di un inventario e di un controllo veramente popolari sulla produzione e sulla distribuzione dei prodotti.

L’importanza della battaglia per l’inventario e il controllo popolare

Lo Stato, che è stato per secoli un organo di oppressione e di spoliazione del popolo, ci ha lasciato in eredità l’odio e la sfiducia massima delle masse per tutto ciò che è statale. Superare questi sentimenti è un compito assai difficile, che può essere assolto solo dal potere sovietico, ma che richiede, da questo, lungo tempo e un’enorme perseveranza. Questa “eredità” si manifesta in modo particolarmente acuto nella questione dell’inventario e del controllo, questione capitale per la rivoluzione socialista all’indomani dell’abbattimento della borghesia. Passerà inevitabilmente un certo tempo prima che le masse, che si sono sentite per la prima volta libere dopo aver abbattuto i proprietari fondiari e la borghesia, comprendano non dai libri, ma dalla loro stessa esperienza sovietica – e sentano che senza un inventario e un controllo statale generale sulla produzione e la distribuzione dei prodotti, il potere dei lavoratori, la libertà dei lavoratori non si può mantenere e sarebbe inevitabile il ritorno sotto il giogo del capitalismo.

Tutte le abitudini e le tradizioni della borghesia in generale, e della piccola borghesia in particolare, si oppongono anch’esse al controllo statale, sostengono l’intangibilità delle “sacra proprietà privata”, della “sacra” impresa privata. Oggi constatiamo con particolare evidenza fino a qual punto è giusta la tesi marxista secondo cui l’anarchismo e l’anarco-sindacalismo sono correnti borghesi e quale insanabile contrasto li divide dal socialismo, dalla dittatura proletaria, dal comunismo. La battaglia per inculcare nelle masse l’idea del controllo e dell’inventario statale, sovietico, per realizzare in pratica questa idea, per rompere con il maledetto passato che aveva insegnato a considerare la lotta per il pane e per il vestiario come un affare “privato”, la compravendita come un mercato che “riguarda me solo”, è veramente la battaglia più grandiosa, d’importanza storica universale, che la coscienza socialista abbia intrapreso contro la spontaneità anarchico-borghese.

Il controllo operaio è stato istituito da noi per legge, ma con difficoltà comincia a penetrare nella vita e persino nella coscienza delle grandi masse del proletariato. Nella nostra agitazione noi non mettiamo abbastanza in rilievo, e gli operai e i contadini avanzati non ci pensano e non ne parlano abbastanza, che la mancanza di un controllo e di un inventario sulla produzione e la distribuzione dei prodotti uccide i germi del socialismo, dilapida l’erario (poiché tutti i beni ora appartengono all’erario, l’erario è il potere dei soviet, il potere della maggioranza dei lavoratori); che l’incuria nell’inventario e nel controllo costituisce una diretta complicità con i Kornilov tedeschi e russi [Kornilov è passato alla storia come il prototipo dei generali zaristi fautori dell’immediato annientamento militare dei soviet. Contro i soviet guidò le sue truppe già nell’estate del 1917, ma fu ucciso dall’Esercito rosso solo il 13 aprile 1918 nella battaglia di Ekaterinodar, ndr], i quali potranno rovesciare il potere dei lavoratori soltanto se non adempiremo i compiti dell’inventario e del controllo. Essi con l’aiuto di tutta la borghesia contadina, con l’aiuto dei cadetti, dei menscevichi, dei socialisti-rivoluzionari di destra ci “attendono al varco”, aspettando il momento opportuno. Finché il controllo operaio non sarà divenuto una realtà, finché gli operai avanzati non avranno organizzato e condotto a termine una campagna vittoriosa e implacabile contro i violatori del controllo o contro coloro che lo trascurano, non si potrà dal primo passo (il controllo operaio) passare al secondo passo verso il socialismo, cioè passare alla regolamentazione operaia della produzione.

Lo Stato socialista può sorgere soltanto come una rete di comuni di produzione e di consumo, che calcolano coscienziosamente la loro produzione e i loro consumi, economizzano il lavoro, ne elevano costantemente la produttività, riuscendo così a ridurre la giornata lavorativa a sette, a sei ore e anche a meno.

A questo punto non possiamo fare a meno di organizzare un inventario e un controllo popolari rigorosissimi, un inventario e un controllo generali sul grano e sulla produzione del grano (e poi su tutti gli altri prodotti di prima necessità).

Il capitalismo ci ha lasciato in eredità organizzazioni di massa capaci di facilitare il passaggio all’inventario e al controllo di massa sulla ripartizione dei prodotti: le cooperative di consumo. In Russia esse sono meno sviluppate che nei paesi avanzati, ma tuttavia abbracciano oltre 10 milioni di persone. Il decreto sulle cooperative di consumo emanato in questi giorni costituisce un fatto estremamente significativo che dimostra chiaramente la situazione particolare e i compiti della repubblica socialista sovietica nel momento attuale. [Il decreto sulle cooperative di consumo fu approvato dal Consiglio dei commissari del popolo il 10 aprile, ratificato dal CEC l’11 aprile 1918 e pubblicato a firma di V. Ulianov (Lenin), presidente del Consiglio dei commissari del popolo sulla Pravda del 13 aprile e le Izvestia del CEC del 16 aprile 1918]. Il decreto è un accordo concluso con cooperative borghesi e con cooperative operaie rimaste legate a un punto di vista borghese.

L’accordo o il compromesso sta, in primo luogo, nel fatto che i rappresentanti delle dette istituzioni non solo hanno partecipato alla discussione del decreto, ma di fatto hanno anche avuto il diritto di voto deliberativo, giacché le parti del decreto che hanno incontrato una decisa opposizione da parte di queste istituzioni sono state soppresse. In secondo luogo, in sostanza, il compromesso consiste nella rinuncia del potere sovietico sia al principio dell’adesione gratuita alle cooperative (unico principio conseguentemente proletario) sia all’unificazione di tutta la popolazione di una determinata località in un’unica cooperativa. In deroga a questo principio – unico principio socialista che risponde allo scopo di eliminare le classi – è stato concesso il diritto di esistenza alle “cooperative operaie di classe” (che in questo caso si chiamano “di classe” solo perché sono subordinate agli interessi di classe della borghesia). In terzo luogo è stata molto attenuata la proposta avanzata dal potere sovietico di escludere completamente la borghesia dagli organi dirigenti delle cooperative: il divieto di entrare a far parte degli organi dirigenti è stato mantenuto solo per i proprietari di aziende commerciali e industriali capitaliste, private.

Se il proletariato, che agisce attraverso il potere sovietico, fosse riuscito a organizzare l’inventario e il controllo su scala statale, o almeno a gettare le basi di questo controllo, non ci sarebbe stata necessità di giungere a simili compromessi. Attraverso le sezioni annonarie dei soviet, attraverso gli organismi di approvvigionamento presso i soviet, avremmo raggruppato il ogni località la popolazione in un’unica cooperativa diretta dal proletariato, senza il concorso delle cooperative borghesi, senza far concessioni al principio puramente borghese che spinge la cooperativa operaia a restare tale accanto alla cooperativa borghese invece di sottomettere completamente a sé questa cooperativa borghese fondendo le due cooperative, assumendo così su di sé tutta la direzione e prendendo nelle proprie mani il compito di sorvegliare il consumo dei ricchi.

Concludendo un simile accordo con le cooperative borghesi, il potere sovietico ha definito concretamente i suoi compiti tattici e i suoi particolari metodi d’azione per la presente fase di sviluppo e cioè: dirigendo gli elementi borghesi, utilizzandoli, facendo loro certe concessioni parziali, noi creiamo le condizioni per un’avanzata che sarà più lenta di quello che avevamo inizialmente previsto, ma al tempo stesso più sicura, con basi e linee di comunicazione più solide, con posizioni più saldamente conquistate. I soviet possono (e devono) ora misurare i propri successi nell’edificazione socialista, tra l’altro, con un’unità di misura estremamente chiara, semplice, pratica: vedendo cioè in quante comunità (comuni o villaggi, quartieri, ecc.) sono sorte cooperative e in quale misura esse sono vicine ad abbracciare tutta la popolazione.

 

L’aumento della produttività del lavoro

In ogni rivoluzione socialista, dopo che è stato risolto il compito della conquista del potere da parte del proletariato e nella misura in cui si risolve nelle grandi linee il compito di espropriare gli espropriatori e di schiacciarne la resistenza, si pone necessariamente in primo piano il problema fondamentale di creare un regime sociale superiore al capitalismo, cioè precisamente: aumentare al produttività del lavoro , in relazione con questo (e a questo scopo), creare una superiore organizzazione del lavoro. Il nostro potere sovietico si trova appunto nella situazione in cui, grazie alle vittorie sugli sfruttatori, da Kerenski a Kornilov, ha ottenuto la possibilità di passare direttamente a questo compito, di affrontarlo in pieno. Qui diviene subito evidente che, mentre ci si può impadronire in pochi giorni di un potere centrale statale, mentre in poche settimane si può schiacciare la resistenza armata (e il sabotaggio) degli sfruttatori perfino nei diversi angoli di un grande paese, una soluzione durevole del problema di elevare la produttività del lavoro richiede in ogni caso (e soprattutto dopo una guerra straordinariamente dolorosa e devastatrice) parecchi anni. La lunga durata di questo lavoro va qui indubbiamente attribuita a circostanze oggettive.

L’aumento della produttività del lavoro esige anzitutto che siano garantite le basi materiali della grande industria: lo sviluppo della produzione dei combustibili, del ferro, delle macchine, dell’industria chimica. La repubblica sovietica russa si trova in condizioni favorevoli in quanto essa dispone – anche dopo la pace di Brest-Litovsk – di gigantesche riserve di minerali ferrosi (negli Urali), di combustibile nella Siberia occidentale (carbon fossile), nel Caucaso e nel Sud-est (petrolio), nel Centro (torba), di immense ricchezze forestali, idriche, di materie prime per l’industria chimica (Karbugaz), ecc. La trasformazione di queste ricchezze naturali con i metodi della tecnica più moderna fornirà la base a un progresso mai visto finora delle forze produttive.

Un’altra condizione per elevare la produttività del lavoro è in primo luogo lo sviluppo educativo e culturale della massa della popolazione: questo sviluppo procede ora con enorme rapidità, cosa che non vedono coloro che sono accecati dalla routine borghese e sono incapaci di comprendere quale slancio e quale spirito d’iniziativa si manifesta oggi negli “strati inferiori” del popolo grazie all’organizzazione sovietica. In secondo luogo condizione del progresso economico sono una maggiore disciplina dei lavoratori, una maggiore capacità, solerzia e intensità nel lavoro, una migliore organizzazione. Da questo punto i vista, se si dovesse credere a coloro che si lasciano spaventare dalla borghesia o che la servono per il proprio interesse, le cose andrebbero molto male da noi, sarebbero addirittura disperate. Ma costoro non capiscono che non v’è stata mai né vi può essere rivoluzione senza che i fautori del vecchio regime non gridino alla rovina, all’anarchia, ecc. È naturale che le masse che si sono appena scrollate di dosso un giogo di una barbarie inaudita, siano in profondo e vasto fermento, che l’elaborazione dei nuovi principi di disciplina del lavoro da parte delle masse sia un processo molto lungo, che una tale elaborazione non possa nemmeno cominciare prima della vittoria completa sui grandi proprietari fondiari e sulla borghesia. Ma, senza lasciarci minimamente prendere dalla disperazione, spesso artificiosa, che viene diffusa dai borghesi e dagli intellettuali legati alla borghesia (che disperano di mantenere i loro vecchi privilegi), noi non dobbiamo affatto nascondere i mali evidenti. Al contrario dobbiamo metterli in luce e intensificare i metodi sovietici di lotta contro di essi, poiché il successo del socialismo non è concepibile senza che lo spirito di disciplina proletaria cosciente abbia vinto la spontanea anarchia piccolo-borghese che è la premessa di una eventuale restaurazione del regime dei Kerenski e dei Kornilov.

L’avanguardia più cosciente del proletariato russo si è già posto il compito di elevare la disciplina del lavoro. Per esempio, nel CC del sindacato dei metallurgici e nel Consiglio centrale dei sindacati è cominciata un’elaborazione dei relativi provvedimenti e progetti di decreti. [Si tratta della Decisione sulla disciplina del lavoro adottata dal Consiglio dei sindacati di tutta la Russia, pubblicata sulla rivista Narodnoe Khoziaistvo (Economia nazionale), n. 2, aprile 1918].

Bisogna appoggiare questo lavoro e spingerlo avanti con tutte le forze. Bisogna mettere all’ordine del giorno, applicare praticamente e sperimentare il lavoro a cottimo. Bisogna applicare quel tanto che vi è di scientifico e di progressivo nel sistema Taylor, rendere il salario proporzionale ai risultati complessivi della produzione o del lavoro svolto dai trasporti ferroviari, marittimi, fluviali, ecc. [Si tratta del principio che deve regolare la distribuzione dei prodotti nella fase del socialismo: a ciascuno secondo il suo lavoro, ndr].

In confronto ai lavoratori delle nazioni progredite, il russo è un cattivo lavoratore. Non poteva essere altrimenti sotto il regime zarista in cui sopravvivevano i resti del regime feudale. Imparare a lavorare: ecco il compito che il potere dei soviet deve porre di fronte al popolo in tutta la sua ampiezza. L’ultima parola del capitalismo a questo proposito, il sistema Taylor – come tutti i progressi del capitalismo – combina in sé la crudeltà raffinata dello sfruttamento borghese e una serie di ricchissime conquiste scientifiche per quanto riguarda l’analisi dei movimenti meccanici durante il lavoro, l’eliminazione dei movimenti superflui e maldestri, l’elaborazione dei metodi di lavoro più razionali, l’introduzione dei migliori sistemi di inventario e di controllo, ecc. La repubblica sovietica deve a ogni costo assimilare tutto ciò che vi è di prezioso tra le conquiste della scienza e della tecnica in questo campo. La possibilità di realizzare il socialismo sarà determinata appunto dai successi che sapremo conseguire nel combinare il potere sovietico e l’organizzazione amministrativa sovietica con i più avanzati progressi del capitalismo. Bisogna introdurre in Russia lo studio e l’insegnamento del sistema Taylor, sperimentarlo e adattarlo sistematicamente. Mentre si opera per aumentare la produttività del lavoro bisogna al tempo stesso tener conto delle particolarità del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, le quali da un lato esigono che siano gettate le basi dell’organizzazione socialista dell’emulazione e dall’altro richiedono l’uso della costrizione, sì che la parola d’ordine della dittatura del proletariato non sia oscurata dalla inconsistenza del potere proletario nella pratica.

 

L’organizzazione dell’emulazione

Nel novero delle assurdità che la borghesia diffonde volentieri a proposito del socialismo vi è quella secondo cui i socialisti negherebbero l’importanza dell’emulazione. In realtà solo il socialismo, eliminando le classi e, di conseguenza, l’asservimento delle masse, apre per la prima volta la strada a un’emulazione veramente di massa. È appunto l’organizzazione sovietica che, passando dalla democrazia formale della repubblica borghese all’effettiva partecipazione delle masse lavoratrici al governo, crea per la prima volta ampie possibilità per l’emulazione. Questo è molto più facile farlo nel campo politico che non in quello economico, ma è proprio quest’ultimo che è importante per il successo del socialismo.

Prendiamo un mezzo di organizzazione dell’emulazione come la stampa che rende di dominio pubblico i fatti economici. La repubblica borghese la garantisce solo formalmente ma di fatto essa assoggetta la stampa al capitale, diverte il “volgo” con piccanti futilità politiche e nasconde ciò che avviene nei luoghi di lavoro, negli affari commerciali, nelle forniture, ecc., con il pretesto del “segreto commerciale” che tutela la “proprietà privata”. Il potere dei soviet ha abolito il segreto commerciale, si è messo su una strada nuova, ma per sfruttare la pubblicità dei fatti economici ai fini dell’emulazione economica non abbiamo fatto ancora quasi nulla. Bisogna mettersi sistematicamente al lavoro perché, accanto alla repressione implacabile contro la stampa borghese profondamente menzognera e sfrontatamente calunniatrice, si conduca un’azione per creare una stampa che non diverta e non inganni le masse con piccanti stupidità politiche, ma sottoponga al giudizio delle masse le questioni economiche di ogni giorno e le aiuti a studiarle seriamente. Ogni fabbrica, ogni villaggio è una comune di produzione e di consumo, che ha il diritto e il dovere di applicare a suo modo le disposizioni legislative sovietiche (“a suo modo” non nel senso di violarle o eluderle, ma nel senso della diversità delle forme di applicazione), di risolvere a suo modo il problema dell’inventario della produzione e della distribuzione dei prodotti. Nel regime capitalista questo era un “affare privato” del singolo capitalista, grande proprietario fondiario o kulak. Sotto il potere sovietico non è un affare privato, ma un importantissimo affare di Stato.

Noi però non abbiamo ancora quasi per nulla affrontato l’enorme, difficile, ma fecondo lavoro di organizzare l’emulazione tra le comuni, per introdurre il controllo pubblico nel processo di produzione dei cereali, dell’abbigliamento, ecc., per trasformare i rendiconti aridi, morti, burocratici in vivi esempi che respingano o attraggano. Con il metodo di produzione capitalista l’importanza del singolo esempio, poniamo di una qualsiasi cooperativa di produzione, era per forza di cose limitatissima; solo l’illusione piccolo-borghese poteva sognare di “emendare” il capitalismo, influenzandolo con il modello di ottime istituzioni. Dopo che il potere politico è passato nelle mani del proletariato e che gli espropriatori sono stati espropriati, le cose mutano radicalmente e – come i più illustri socialisti hanno più volte indicato – la forza dell’esempio acquista per la prima volta la possibilità di esercitare una sua azione di massa. Le comuni modello debbono servire e serviranno da centri di educazione, di istruzione, di incitamento delle altre comuni. La conoscenza diffusa delle questioni economiche deve servire da strumento dell’edificazione socialista, facendo conoscere in tutti i particolari i successi conseguiti dalle comuni modello, studiando le cause dei loro successi, i metodi della loro gestione e mettendo, d’altro lato, “sul libro nero” le comuni che si ostinano a conservare le “tradizioni del capitalismo”, cioè l’anarchia, la negligenza, il disordine, la speculazione. Nella società capitalista la statistica era oggetto di competenza esclusiva dei “funzionari statali” o di ristretti circoli di specialisti: noi dobbiamo portarla tra le masse, popolarizzarla, affinché i lavoratori imparino gradualmente a capire e a vedere da sé come e quanto si deve lavorare, come e quanto si può riposare, affinché il confronto tra i risultati economici delle singoli comuni divenga oggetto di interesse e di studio generale, affinché le comuni migliori vengano immediatamente premiate (con la riduzione per un certo periodo della giornata lavorativa, con l’aumento dei salari, con l’assegnazione di una maggior quantità di beni e valori culturali o estetici, ecc.).

Quando una nuova classe appare sulla scena della storia in veste di guida e dirigente della società, ciò non avviene mai senza un periodo di violentissimi “scossoni”, di perturbazioni, di lotte e di tempeste, da un lato; e di passi incerti, di esperimenti, di oscillazioni, di esitazioni nella scelta dei nuovi metodi rispondenti alla nuova situazione oggettiva, dall’altro. L’agonizzante nobiltà feudale si vendicava della borghesia vittoriosa che la soppiantava, non soltanto con complotti, tentativi di rivolta e di restaurazione, ma anche con torrenti di scherno contro l’incapacità, la goffaggine, gli errori dei “nuovi ricchi”, degli “sfrontati” che avevano osato prendere nelle loro mani il “sacro timone” dello Stato senza avere la preparazione secolare dei principi, dei baroni, dei nobili, dei magnati. Esattamente come oggi in Russia i Kornilov e i Kerenski, i Gots e i Martov, tutta questa confraternita di eroi dell’affarismo e dello scetticismo borghese, si vendicano della classe operaia per il suo “temerario” tentativo di prendere il potere.

È evidente che occorrono non settimane, ma lunghi mesi o anni perché la nuova classe sociale, e tra l’altro una classe finora oppressa, schiacciata dal bisogno e dall’ignoranza, possa adattarsi alla nuova situazione, a orientarsi, a organizzare il proprio lavoro, a esprimere i propri organizzatori. È chiaro che il partito che dirige il proletariato rivoluzionario non ha potuto acquistare la pratica e l’esperienza dei grandi provvedimenti organizzativi validi per milioni e decine di milioni di cittadini e che la trasformazione dei vecchi metodi, quasi esclusivamente agitatori, richiede molto tempo. Ma non v’è qui nulla di impossibile. Una volta che avremo acquisito la chiara coscienza della necessità di questo mutamento, la salda decisione di realizzarlo e la tenacia nel perseguire questo grandioso e difficile compito, noi saremo capaci di adempierlo. Nel “popolo”, cioè tra gli operai e coloro che non sfruttano il lavoro altrui, c’è una vera e propria massa di talenti organizzativi; il capitale li ha oppressi, soffocati, respinti a migliaia; noi non sappiamo ancora scoprirli, incoraggiarli, elevarli, portarli avanti. Ma impareremo, se ci accingeremo a farlo con tutto l’entusiasmo rivoluzionario, senza il quale non vi possono essere rivoluzioni vittoriose.

Nella storia non è mai avvenuto un profondo e possente movimento popolare senza che apparisse una schiuma fangosa, senza che agli inesperti innovatori non si aggregassero avventurieri e furfanti, fanfaroni e schiamazzatori, senza un’assurda baraonda e confusione, senza vano affaccendarsi, senza che certi “capi” tentassero di accingersi a venti imprese senza portarne a termine neppure una. Guaiscano e abbaino pure i botoli della società borghese, da Bielorussov a Martov, per ogni scheggia in più che vola durante il taglio della grande, vecchia foresta! Per questo appunto sono botoli, perché abbaiano contro l’elefante proletario (la maggior parte di loro, naturalmente, quanto più è corrotta dai costumi borghesi tanto più volentieri grida alla corruzione degli operai). Abbaino pure! Noi seguiremo la nostra strada cercando di sperimentare e di individuare, con la maggior cautela e pazienza possibile, i veri organizzatori, gli uomini di sano intelletto e dotati di spirito pratico, gli uomini che uniscono alla fedeltà verso il socialismo la capacità di organizzare senza chiasso (e nonostante la confusione e il chiasso) il lavoro comune energico e concorde di un grande numero di persone nel quadro dell’organizzazione sovietica. Soltanto questi uomini, dopo essere stati messi dieci volte alla prova e promossi dai compiti più semplici ai più difficili, devono essere portati a ricoprire i posti di responsabilità, di dirigenti del lavoro del popolo, di dirigenti dell’amministrazione. Non abbiamo ancora imparato a farlo, ma impareremo.

 

“Buona organizzazione” e dittatura

La risoluzione dell’ultimo congresso dei soviet (tenuto a Mosca) pone come primissimo compito del momento la creazione di una “organizzazione funzionale” e il rafforzamento della disciplina. [Si tratta del IV Congresso straordinario dei soviet di tutta la Russia, tenutosi a Mosca tra il 14 e il 16 marzo 1918. La ricoluzione è riportata in Opere vol. 29, pagg. 178-179]. Tutti ora “votano” e “sottoscrivono” volentieri risoluzioni di questo genere, ma di solito non riflettono molto sul fatto che per metterle in pratica è necessaria la costrizione e precisamente la costrizione sotto forma di dittatura. Sarebbe tra l’altro una grossissima sciocchezza e ridicolissimo utopismo ritenere che senza costrizione e senza dittatura sia possibile passare dal capitalismo al socialismo. Già da molto tempo e con la maggiore decisione la teoria di Marx ha criticato questa assurdità anarchica e piccolo-borghese. La Russia del 1917-1918 conferma la teoria di Marx a questo riguardo in modo così evidente, tangibile e persuasivo, che solo uomini irrimediabilmente ottusi o testardamente decisi al rifiuto della verità possono ancora sbagliare a questo proposito. O la dittatura di Kornilov (se lo si considera il tipo russo del Cavaignac borghese [nome del generale che nel giugno 1848 schiacciò militarmente il popolo di Parigi insorto contro la repubblica borghese, ndr]), o la dittatura del proletariato:  per un paese che compie uno sviluppo estremamente rapido segnato da svolte eccezionalmente brusche, in preda al più tremendo sfacelo creato dalla più crudele delle guerre, non si può nemmeno parlare di un’altra via d’uscita. Tutte le soluzioni intermedie sono un tentativo della borghesia di ingannare il popolo, della borghesia che non può dire la verità, che non può dire di aver bisogno di un Kornilov; oppure sono un’ottusa escogitazione di democratici piccolo-borghesi, dei Cernov, Tsereteli e Martov, con le loro chiacchiere sull’unità della democrazia, sulla dittatura della democrazia, sul fronte comune della democrazia e altre sciocchezze simili. Chi non ha imparato nemmeno da tutto il corso della rivoluzione russa del 1917-1918 che le soluzioni intermedie non sono possibili, è un uomo da non prendere in alcuna considerazione.

D’altro canto non è difficile convincersi che in ogni periodo di transizione dal capitalismo al socialismo la dittatura è necessaria per due ragioni principali o in due principali direzioni.

In primo luogo, non si può vincere e sradicare il capitalismo senza schiacciare implacabilmente la resistenza degli sfruttatori, che non possono essere privati di colpo delle loro ricchezze, dei loro vantaggi nel campo dell’organizzazione e del sapere e quindi, per un periodo abbastanza lungo, tenteranno inevitabilmente di rovesciare l’odiato potere dei poveri.

In secondo luogo, ogni grande rivoluzione, e in particolare la rivoluzione socialista, anche se non ci fosse una guerra esterna, è inconcepibile senza una guerra interna, cioè una guerra civile, che significa uno sfacelo ancora maggiore della guerra esterna, che significa migliaia e milioni di casi di esitazione e di passaggio dall’uno all’altro campo, che significa uno stato di estrema incertezza, di squilibrio, di caos.

È naturale che in una rivoluzione così profonda tutti gli elementi di disgregazione della vecchia società, inevitabilmente assai numerosi e collegati soprattutto con la piccola borghesia (giacché questa è la più colpita e rovinata da ogni guerra e da ogni crisi), non possono “non manifestarsi”. Questi elementi disgregatori non possono “manifestarsi” altrimenti che moltiplicando i delitti, gli atti di teppismo, la corruzione, la speculazione e altre malefatte di ogni genere. Per far fronte a tutto questo ci vuole tempo e ci vuole un pugno di ferro.

Nella storia non c’è stata mai una grande rivoluzione in cui il popolo non l’abbia sentito istintivamente e non abbia mostrato salutare fermezza fucilando i ladri sul posto. Il guaio delle precedenti rivoluzioni è stato che l’entusiasmo rivoluzionario delle masse, che sosteneva il loro stato di tensione e dava loro la forza di reprimere senza pietà gli elementi disgregatori, non durava a lungo. La causa sociale, cioè di classe, di questa instabilità dell’entusiasmo rivoluzionario delle masse, era la debolezza del proletariato, l’unico e il solo che sia in grado (se è abbastanza numeroso, cosciente e disciplinato) di raccogliere intorno a sé la maggioranza dei lavoratori e degli sfruttati (la maggioranza dei poveri, per parlare in modo più semplice e popolare) e di conservare il potere abbastanza a lungo per reprimere definitivamente sia tutti gli sfruttatori che tutti gli elementi di disgregazione.

Questa esperienza storica di tutte le rivoluzioni, questa lezione economica e politica derivante dalla storia universale, fu riassunta da Marx nella formula breve, netta, precisa e chiara: dittatura del proletariato. Che la rivoluzione russa si sia accinta in modo giusto all’attuazione di questo compito d’importanza storica universale, è dimostrato dalla marcia trionfale che l’organizzazione sovietica ha compiuto tra tutti i popoli e le nazionalità della Russia. Giacché il potere sovietico non è altro che la forma organizzativa della dittatura del proletariato, della dittatura della classe più avanzata, che eleva a una nuova forma di democrazia, alla partecipazione autonoma al governo dello Stato decine e decine di milioni di lavoratori e di sfruttati, i quali imparano per propria esperienza a vedere nell’avanguardia disciplinata e cosciente del proletariato la loro guida più sicura.

Ma dittatura è una grande parola e le grandi parole non possono essere gettate al vento. La dittatura è un potere ferreo, rapido e audace in senso rivoluzionario, implacabile nella repressione sia degli sfruttatori che dei criminali. Il nostro potere invece è eccessivamente mite, addirittura più simile alla gelatina che al ferro. Non bisogna dimenticare nemmeno un istante che gli elementi borghesi e piccolo-borghesi combattono contro il potere sovietico in due modi: da un lato agendo dall’esterno, con i metodi dei Savinkov, dei Gots, dei Ghegheckori, dei Kornilov, con complotti e rivolte e con la loro sudicia espressione “ideologica”: i fiumi di menzogne e di calunnie che appaiono sulla stampa dei cadetti, dei socialisti-rivoluzionari di destra e dei menscevichi; dall’altro lato, questo elemento agisce dall’interno, sfruttando ogni elemento di disgregazione, ogni debolezza per corrompere, per aggravare l’indisciplina, la trascuratezza, il caos. Quanto più ci avviciniamo alla completa vittoria sulla rivolta armata della borghesia, tanto più è l’elemento anarchico piccolo-borghese che diviene pericoloso per noi. La lotta contro questo elemento non va condotta soltanto con la propaganda e l’agitazione, soltanto organizzando l’emulazione, soltanto con la selezione degli organizzatori: la lotta va condotta anche con la costrizione.

A mano a mano che il compito fondamentale del potere diventerà non più la repressione di carattere militare ma l’amministrazione, la tipica manifestazione della repressione e della coercizione non sarà più la fucilazione sul posto, ma il processo in tribunale. Anche da questo punto di vista, dopo il 25 ottobre 1917 le masse hanno imboccato la strada giusta e hanno dimostrato la vitalità della rivoluzione cominciando a organizzare i loro tribunali operai e contadini ancora prima che qualunque decreto sancisse lo scioglimento dell’apparato giudiziario burocratico-borghese. Ma i nostri tribunali rivoluzionari e popolari sono eccessivamente, incredibilmente deboli. Si sente che non è stata ancora definitivamente battuta la concezione lasciataci in eredità dal giogo dei grandi proprietari fondiari e della borghesia, la concezione per cui il popolo considera il tribunale come qualcosa di burocraticamente estraneo. Non c’è sufficiente coscienza del fatto che ora invece il tribunale è un organo destinato a far partecipare tutti i poveri alla direzione dello Stato (giacché l’attività giudiziaria è una delle funzioni dell’amministrazione dello Stato); che il tribunale ora è l’organo del potere del proletariato e dei contadini poveri; che il tribunale ora è diventato uno strumento di educazione alla disciplina. Non c’è abbastanza coscienza del fatto, così semplice ed evidente, che se i mali principali della Russia sono la fame e la disoccupazione perché le fabbriche sono ferme, nessuno slancio potrà vincere questa calamità: la potrà vincere solo un’organizzazione e una disciplina generale di tutto il popolo, che consentirà di aumentare la produzione del pane per gli uomini e del pane per l’industria (il combustibile), di trasportarlo in tempo utile e di distribuirlo in modo giusto; che perciò chiunque trasgredisce la disciplina del lavoro in qualsiasi azienda, in qualsiasi officina, in qualsiasi impresa è colpevole delle sofferenze causate dalla carestia e dalla disoccupazione; che i colpevoli devono essere scoperti, trascinati davanti al tribunale e puniti senza pietà. L’elemento piccolo-borghese contro il quale dobbiamo ora condurre la lotta più perseverante, si rivela appunto nella scarsa coscienza del nesso economico e politico esistente tra la carestia e la disoccupazione da un lato e la negligenza di tutti e di ciascuno nel campo dell’organizzazione e della disciplina dall’altro; nell’ostinata concezione piccolo-borghese: riempiamo il nostro sacco il più possibile e poi avvenga quel che avvenga!

Nel settore delle ferrovie, che forse incarnano nel modo più evidente i nessi economici tra le varie parti dell’organismo creato dal grande capitale, questa lotta dell’elemento della negligenza piccolo-borghese contro lo spirito di organizzazione del proletario si manifesta con particolare evidenza. L’elemento “amministrativo” fornisce sabotatori e concussionari in grande abbondanza; l’elemento proletario nella sua parte migliore lotta per la disciplina; ma nell’uno e nell’altro elemento, naturalmente, vi sono molti esitanti, “deboli”, incapaci di resistere alla “tentazione” delle speculazioni, delle bustarelle, del lucro personale ottenuto a danno di tutto l’apparato, dal buon funzionamento del quale dipende la vittoria sulla fame e la disoccupazione.

Caratteristica è la lotta che si è accesa su questo terreno intorno all’ultimo decreto sull’amministrazione delle ferrovie, decreto che conferisce pieni poteri, poteri dittatoriali (o “poteri illimitati”) a singoli dirigenti. [Si tratta del decreto del Consiglio dei commissari del popolo Sulla centralizzazione della direzione, la tutela delle vie di comunicazione e il loro migliore esercizio. Il decreto fu approvato dal Consiglio il 23 marzo 1918 e pubblicato il 26 marzo con la firma di Lenin]. I rappresentanti coscienti (ma per lo più, probabilmente, incoscienti) della negligenza piccolo-borghese hanno voluto vedere nel conferimento di poteri “illimitati” (cioè dittatoriali) a singole persone una deroga dal principio della collegialità, dalla democraticità e dai principi del potere sovietico. Tra i socialisti-rivoluzionari di sinistra si è sviluppata qua e là contro il decreto sui poteri dittatoriali un’agitazione veramente teppistica, che faceva cioè appello ai peggiori istinti e alla tendenza piccolo-proprietaria di “riempire il nostro sacco”.

La questione ha assunto veramente una enorme importanza: in primo luogo, in linea di principio la designazione di singole persone investite di poteri illimitati, dittatoriali, è o no compatibile con i principi fondamentali del potere sovietico; in secondo luogo, quale rapporto esiste tra questo caso, se volete questo precedente e i compiti specifici del potere nell’attuale situazione concreta. Su ambedue le questioni bisogna soffermarsi con la massima attenzione.

– Che nella storia dei movimenti rivoluzionari la dittatura di singoli individui sia stata assai spesso espressione, veicolo, strumento della dittatura delle classi rivoluzionarie, lo dimostra l’inconfutabile esperienza della storia. Che la democrazia borghese sia stata compatibile con la dittatura di singoli è fuor di dubbio. Ma su questo punto i denigratori borghesi del potere sovietico, nonché i loro tirapiedi piccolo-borghesi, dimostrano sempre una grande destrezza: da una parte dichiarano che il potere sovietico è semplicemente qualcosa di assurdo, di anarchico, di selvaggio, eludendo accuratamente tutti i nostri paralleli storici e tutte le nostre dimostrazioni teoriche che provano come i soviet costituiscano la forma superiore di democrazia, anzi di più, l’inizio della forma socialista della democrazia; dall’altra parte invece essi esigono da noi una forma di democrazia più alta di quella borghese e dicono: con la vostra democrazia sovietica, bolscevica (cioè non borghese, ma socialista), la dittatura personale è assolutamente incompatibile.

Sono ragionamenti che non stanno in piedi. Se non siamo anarchici, dobbiamo ammettere la necessità di uno Stato, cioè della coercizione, per il passaggio dal capitalismo al socialismo. La forma della coercizione è determinata dal grado di sviluppo della classe rivoluzionaria, poi da particolari circostanze, come, ad esempio, l’eredità di una guerra lunga e reazionaria, infine dalle forme di resistenza della borghesia e della piccola borghesia. Perciò non vi è decisamente nessuna contraddizione di principio tra la democrazia sovietica (cioè socialista) e l’impiego del potere dittatoriale di singoli individui. La differenza tra la dittatura proletaria e la dittatura borghese è anzitutto che la prima dirige i suoi colpi contro la minoranza sfruttatrice nell’interesse della maggioranza sfruttata, poi che essa è realizzata – anche attraverso i singoli individui – non solo dalle masse lavoratrici e sfruttate, ma anche da organizzazioni costituite in modo tale da risvegliare queste masse e portarle all’altezza dell’azione storicamente creativa (le organizzazioni sovietiche appartengono a questo tipo di organizzazioni).

– Sulla seconda questione, cioè sull’importanza di un potere dittatoriale personale dal punto di vista dei compiti specifici del momento attuale, bisogna dire che qualsiasi grande industria meccanica – cioè appunto la fonte materiale, produttiva e il fondamento del socialismo – esige un’assoluta e rigorosissima unità di volontà, che diriga il lavoro comune di centinaia, migliaia e decine di migliaia di uomini. Tecnicamente, economicamente, storicamente questa necessità è evidente e tutti coloro che pensano al socialismo l’hanno sempre riconosciuta come una sua condizione. Ma come può essere assicurata la più rigorosa unità di volontà? Con la sottomissione della volontà di migliaia di persone alla volontà di uno solo.

Se i partecipanti al lavoro comune danno prova di una coscienza e di uno spirito di disciplina ideali, questa sottomissione può ricordare più che altro la direzione delicata di un direttore d’orchestra. Se non c’è questa disciplina e questa coscienza ideale, può assumere le dure forme della dittatura. Ma, in un modo ciò nell’altro, la sottomissione senza riserve ad un’unica volontà è assolutamente necessaria per il successo dei processi di lavoro organizzato sul modello della grande industria meccanica. Per le ferrovie essa è due volte, tre volte necessaria.

È appunto questo passaggio da un compito politico all’altro compito economico, esteriormente del tutto diverso, che costituisce tutta l’originalità del momento attuale. La rivoluzione ha appena spezzato le più antiche, solide e pesanti catene a cui le masse erano state assoggettate dal regime del bastone. Questo accadeva ieri. Ma oggi la rivoluzione stessa, e proprio nell’interesse del suo sviluppo e del suo consolidamento, nell’interesse del socialismo, esige la sottomissione senza riserve delle masse alla volontà unica di chi dirige il processo lavorativo ed è chiaro che un tale passaggio non è pensabile avvenga di colpo. È chiaro che esso è realizzabile solo a prezzo di fortissimi urti, scosse, ritorni all’antico, di una enorme tensione di energie da parte dell’avanguardia proletaria che guida il popolo verso la creazione del nuovo. A questo non pensano coloro che cadono in preda all’isterismo filisteo della Novaia Gizn o del Vperiod, del Dielo Naroda o del Nasc Viekh.

Prendete la mentalità del rappresentante medio, di base, della massa lavoratrice sfruttata e confrontatela con le condizioni materiali, oggettive della sua vita sociale. Prima della Rivoluzione d’Ottobre egli non aveva ancora visto nella realtà che le classi possidenti, sfruttatrici, sacrificassero qualcosa di effettivamente serio per le classi sfruttate, che agissero in loro favore. Egli non aveva ancora visto che gli dessero la terra più volte promessa e la libertà, che gli dessero la pace, che rinunciassero agli interessi della “posizione di grande potenza” e ai trattati segreti da grande potenza, che rinunciassero al capitale e ai profitti. Questo l’ha visto solo dopo il 25 ottobre 1917, allorché ha preso tutto questo da sé con la forza e con la forza ha poi dovuto difenderlo dai Kerenski, dai Gotz, dai Ghegheckori, dai Dutov, dai Kornilov. Si capisce che per un certo tempo tutta la sua attenzione, tutti i suoi pensieri e le sue forze sono stati tesi esclusivamente a uno scopo: tirare il fiato, raddrizzare la schiena, guardarsi intorno, afferrare i beni della vita che aveva a portata di mano, che ora gli era possibile prendere e che gli sfruttatori ora abbattuti non gli avevano mai concesso. Si capisce che è necessario un certo tempo prima che il rappresentante medio della massa non solo veda con i propri occhi e si convinca, ma senta anche che non si può semplicemente “prendere”, afferrare, strappare, che ciò aggrava lo sfacelo, porta alla rovina, al ritorno dei Kornilov. Il mutamento nelle condizioni di vita (e quindi anche nella mentalità) della grande massa lavoratrice comincia appena.

Tutto il nostro compito, il compito del partito comunista (bolscevico), che è I’espressione cosciente delle aspirazioni degli sfruttati all’emancipazione, è di rendersi conto di questo mutamento, di comprenderne la necessità, di mettersi alla testa delle masse esauste e che cercano stancamente una via d’uscita, di condurle sulla giusta via, sulla via della disciplina nel lavoro, sulla via che permetta di conciliare il compito di discutere nelle riunioni sulle condizioni di lavoro con il compito di obbedire senza riserve alla volontà del dirigente, del dittatore sovietico, durante il lavoro.

I borghesi, i menscevichi, gli uomini della Novaia Gizn, che vedono solo il caos, la confusione, le esplosioni di egoismo piccolo-proprietario, ridono della “mania delle riunioni” e ancor più spesso se ne fanno malignamente beffe. Ma senza le riunioni la massa degli oppressi non potrebbe mai passare dalla disciplina imposta dagli sfruttatori alla disciplina cosciente e volontaria. Discutere nelle riunioni, questo è appunto la vera democrazia dei lavoratori, il loro modo di raddrizzare la schiena, di risvegliarsi a una nuova vita, ciò che fa fare loro i primi passi su un terreno che essi stessi hanno ripulito dai rettili (sfruttatori, imperialisti, proprietari fondiari, capitalisti) ma che vogliono imparare a organizzare da soli a loro modo, per se stessi, in base ai principi del loro potere sovietico e non di un potere estraneo, aristocratico, borghese. Occorreva appunto la vittoria dell’Ottobre che i lavoratori hanno riportato sugli sfruttatori, occorreva un’intera fase storica in cui i lavoratori cominciassero a discutere essi stessi le nuove condizioni di vita e i nuovi compiti, perché diventasse possibile un passaggio durevole a forme superiori di disciplina nel lavoro, a una cosciente assimilazione della necessità della dittatura del proletariato, alla sottomissione senza riserve alle disposizioni impartite dai singoli rappresentanti del potere sovietico durante il lavoro.

Questo passaggio è cominciato ora.

Noi abbiamo realizzato con successo il primo compito della rivoluzione, abbiamo visto le masse lavoratrici creare in se stesse la condizione fondamentale del suo successo, cioè l’unione degli sforzi contro gli sfruttatori per rovesciarli. Tappe come l’ottobre 1905, il febbraio e l’ottobre del 1917, hanno un’importanza storica universale.

Noi abbiamo realizzato con successo il secondo compito della rivoluzione: risvegliare e sollevare proprio quegli strati sociali “inferiori”, che gli sfruttatori avevano spinto in basso e che solo dopo il 25 ottobre 1917 hanno avuto piena libertà di rovesciare gli sfruttatori e di incominciare a guardarsi intorno ed a organizzarsi a modo loro. Le riunioni proprio della massa dei lavoratori più oppressa, più calpestata e meno preparata, il suo passaggio dalla parte dei bolscevichi, la creazione da parte sua della propria organizzazione sovietica in ogni dove: ecco la seconda grande tappa della rivoluzione.

Incomincia la terza tappa. Dobbiamo consolidare ciò che noi stessi abbiamo conquistato, che noi stessi abbiamo decretato, legiferato, discusso, tracciato. Dobbiamo consolidarlo nelle forme stabili di una quotidiana disciplina del lavoro. È il compito più difficile, ma anche il più fecondo, giacché solo quando saremo riusciti ad adempierlo potremo avere degli ordinamenti socialisti. Bisogna imparare a unire insieme lo spirito democratico impetuoso, violento come la piena primaverile che trabocca da tutte le rive, amante delle discussioni e delle riunioni, lo spirito che è proprio delle masse lavoratrici, con una disciplina ferrea durante il lavoro, con la sottomissione senza riserve alla volontà di una sola persona, del dirigente sovietico, durante il lavoro.

Questo non l’abbiamo ancora imparato.

Ma lo impareremo.

Ieri la restaurazione dello sfruttamento borghese ci ha minacciato nella persona dei Kornilov, dei Gots, dei Dutov, dei Ghegheckori, dei Bogaievski. Noi li abbiamo vinti. Questa restaurazione, la stessa restaurazione, ci minaccia oggi in altra forma, nella forma dell’elemento piccolo-borghese della negligenza e dell’anarchismo, nell’elemento piccolo-proprietario che dice: “non è cosa che mi riguardi”; nella forma di piccoli ma numerosi attacchi e colpi quotidiani che questo elemento porta allo spirito di disciplina proletario. Dobbiamo vincere questo elemento di anarchia piccolo-borghese e lo vinceremo.

Lo sviluppo dell’organizzazione sovietica

Il carattere socialista della democrazia sovietica – cioè proletaria, nella sua applicazione concreta, attuale – in primo luogo consiste nel fatto che gli elettori sono le masse lavoratrici sfruttate e che la borghesia è esclusa; in secondo luogo consiste nel fatto che tutte le formalità burocratiche e le limitazioni elettorali sono cessate, le masse stesse fissano il sistema e i termini delle elezioni e hanno piena libertà di revocare gli eletti; in terzo luogo consiste nel fatto che si crea una migliore organizzazione di massa dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, che permette a questo ultimo di dirigere le più larghe masse degli sfruttati, di farle partecipare a una vita politica autonoma, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza; così per la prima volta ci si accinge a far sì che realmente tutta la popolazione impari a governare e comincia a governare.

Queste sono le caratteristiche principali che distinguono la forma di democrazia che ha trovato applicazione in Russia e che è il più alto tipo di democrazia, il quale segna la rottura con la deformazione borghese della democrazia e il passaggio alla democrazia socialista e a condizioni che permettono allo Stato di cominciare ad estinguersi. [Per una sintetica ma efficace esposizione dell’attuazione che questa concezione esposta da Lenin ebbe nella storia dell’Unione Sovietica fino a quando nel 1956 nel Partito comunista sovietico prevalse la destra, vedi l’opuscolo I primi paesi socialisti di Marco Martinengo, Edizioni Rapporti Sociali 2003, ndr].

Va da sé che dell’elemento della disorganizzazione piccolo-borghese (che in ogni rivoluzione proletaria si manifesterà inevitabilmente in maggiore o minor misura e che nella nostra rivoluzione, a causa del carattere piccolo-borghese del paese, della sua arretratezza e delle conseguenze della guerra reazionaria, si manifesta con particolare energia) non può non esserci l’impronta anche nei soviet.

Dobbiamo lavorare senza soste a sviluppare l’organizzazione dei soviet e del potere sovietico. Vi è una tendenza piccolo-borghese a trasformare i membri dei soviet in “parlamentari” o, d’altra parte, in burocrati. Bisogna combattere questa tendenza, facendo partecipare praticamente all’amministrazione tutti i membri dei soviet. In molte località le sezioni dei soviet si trasformano in organi che a poco a poco si fondono con i commissariati: questa è la via da seguire. Il nostro scopo è di far partecipare praticamente tutti i poveri all’amministrazione dello Stato. Tutti i passi compiuti per attuare questo obiettivo – e quanto più vari saranno, meglio sarà – devono essere accuratamente registrati, studiati, classificati, verificati sulla base di una più ampia esperienza, trasformati in leggi. Il nostro scopo è di far sì che ogni lavoratore, dopo aver terminato le “lezioni” delle otto ore di lavoro produttivo, adempia gratuitamente le funzioni statali: il passaggio a tutto questo è particolarmente difficile, ma solo in esso è la garanzia del definitivo consolidamento del socialismo. La novità e la difficoltà del cambiamento provocano, naturalmente, una gran quantità di passi compiuti, per così dire, a tentoni, una gran quantità di errori, di esitazioni, senza di che non vi può essere nessun deciso movimento in avanti. Tutta l’originalità della situazione che attraversiamo consiste, dal punto di vista di molti che vogliono essere considerati socialisti, nel fatto che la gente si è abituata a contrapporre astrattamente il socialismo al capitalismo e tra questo e quello mettono acutamente la parola “salto” (alcuni, ricordando singoli brani letti negli scritti di Engels [AntiDühring], con acume ancora maggiore aggiungevano: “il salto dal regno della necessità al regno della libertà”). Ma la maggior parte di questi sedicenti socialisti, che il socialismo “lo hanno letto nei libri” ma non hanno mai penetrato seriamente i suoi problemi, non sono riusciti a comprendere che per “salto” i maestri del socialismo intendevano una svolta costituita da rivolgimenti della storia mondiale e che salti di questo genere abbracciano periodi di dieci anni e anche più.

Naturalmente la famosa “intellettualità” fornisce in questi periodi un gran numero di prediche: una piange l’Assemblea costituente, l’altra la disciplina borghese, la terza l’ordine capitalista, la quarta il grande proprietario fondiario bene educato, la quinta la posizione di grande potenza imperialista e così via. La cosa veramente interessante nell’epoca dei grandi salti è che l’abbondanza di rovine del passato, che a volte si ammassano più rapidamente di quanto non appaiono i germi del nuovo (non sempre visibili immediatamente), esige che si sappia individuare l’essenziale nella linea o nella catena dello sviluppo. Vi sono momenti storici in cui per il successo della rivoluzione la cosa più importante di tutte è accumulare più rovine possibili, cioè far saltare in aria il maggior numero possibile di vecchie istituzioni. Vi sono momenti in cui si è fatto saltare abbastanza e sopravviene il lavoro “prosaico” (“noioso” per il rivoluzionario piccolo-borghese) di ripulire il terreno dalle rovine. Vi sono momenti in cui la cosa più importante è curare con sollecitudine i germi del nuovo che crescono tra le rovine in un terreno che ancora è stato solo in minima parte ripulito dalle macerie.

Non basta essere rivoluzionario e fautore del socialismo o comunista in generale. Bisogna saper trovare in ogni particolare momento il particolare anello della catena a cui bisogna aggrapparsi con tutte le forze, per reggere tutta la catena e preparare un sicuro passaggio all’anello successivo, ma attenzione: l’ordine degli anelli, la loro forma, il loro concatenarsi, i tratti che li distinguono l’uno dall’altro nella catena storica degli avvenimenti, non sono così semplici né così grossolani come in una comune catena forgiata da un fabbro.

La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i soviet al “popolo”, cioè ai lavoratori e agli sfruttati, dalla duttilità e dalla elasticità di questi legami. I parlamenti borghesi, anche della migliore repubblica capitalista che esista al mondo quanto a livello democratico, non sono mai considerati dai poveri come “loro” istituzioni. I soviet invece, per le masse degli operai e dei contadini, sono una cosa “loro” non estranea. I “socialdemocratici” contemporanei, del tipo di Scheidemann [capo dei socialdemocratici tedeschi al servizio della borghesia imperialista durante la Grande Guerra e negli anni successivi, ndr] o, il che è quasi lo stesso, di Martov, provano ripugnanza per i poveri, si sentono attratti dal rispettabile parlamento borghese o dall’Assemblea costituente, come Turgheniev sessant’anni fa si sentiva attratto dalla moderata costituzione monarchica e nobile, perché gli ripugnava la democraticità contadina di Dobroliubov e Cernyscevski.

È appunto questo stretto legame dei soviet con il “popolo” lavoratore che crea le forme particolari di revoca e di altro controllo dal basso che ora devono essere sviluppate con particolare slancio. Per esempio, i consigli dell’istruzione pubblica, in quanto sono conferenze periodiche di elettori sovietici e di loro delegati per discutere e controllare l’attività delle autorità sovietiche in questo campo, meritano piena simpatia e appoggio. Non v’è nulla di più sciocco che trasformare i soviet in qualcosa di statico e di chiuso in se stesso. Quanto più decisamente noi dobbiamo essere oggi per un potere implacabilmente fermo, per la dittatura dei singoli in determinati processi di lavoro, in determinati momenti dell’esercizio di funzioni puramente esecutive, tanto più vari debbono essere i metodi e le forme di controllo dal basso, per paralizzare ogni ombra di possibile deformazione del potere sovietico, per estirpare ripetutamente e instancabilmente la cattiva erba del burocratismo.

Conclusione

 

Situazione straordinariamente dura, difficile e pericolosa dal punto di vista internazionale, necessità di manovrare e di ritirarsi; periodo di attesa di nuove esplosioni rivoluzionarie che maturano in Occidente con tormentosa lentezza; all’interno del paese un periodo di lenta edificazione e di implacabile “giro di vite”, una lotta lunga e tenace della severa disciplina proletaria contro il minaccioso elemento di negligenza e di anarchismo piccolo-borghese: ecco in breve i tratti distintivi della particolare fase della rivoluzione socialista che noi attraversiamo. Questo secondo è l’anello della catena degli avvenimenti storici a cui dobbiamo ora afferrarci con tutte le nostre forze, per dimostrarci all’altezza del compito, fino a quando passeremo all’anello seguente, che ci attrae con particolare splendore, con lo splendore delle vittorie della rivoluzione proletaria internazionale.

Provate a confrontare le parole d’ordine che scaturiscono dalle particolarità della fase attuale: manovrare, ritirarsi, aspettare, costruire lentamente, stringere i freni senza pietà, disciplinare severamente, debellare la negligenza, con il concetto usuale, corrente di “rivoluzionario” … Ci si può forse meravigliare se alcuni “rivoluzionari”, nell’udire questo, sono presi da un nobile sdegno e cominciano a “lanciar fulmini” contro di noi accusandoci di dimenticare le tradizioni della Rivoluzione d’Ottobre, di avere un atteggiamento troppo conciliante con gli specialisti borghesi, di scendere a compromessi con la borghesia, di avere una mentalità piccolo-borghese, di riformismo, ecc. ecc. [Lenin tratta espressamente di questa corrente di destra nel Partito comunista russo (bolscevico), capeggiata da Bukharin e da Trotzki e autoproclamatasi “Comunisti di sinistra”, negli articoli Sull’infantilismo “di sinistra” e sullo spirito piccolo-borghese pubblicati sulla Pravda il 3, 4 e 5 maggio 1918, reperibili in Opere vol. 27, pagg. 293-322. Per Bukharin era espressione di quella scarsa assimilazione della dialettica da cui inutilmente Lenin costantemente metteva in guardia Bukharin. Per Trotzki si trattava di quel rivoluzionarismo senza principi ma tinto di ortodossia marxista che contraddistinse tutta la sua attività teorica e politica, ndr].

Il guaio di questi rivoluzionari, anche di quelli tra essi che sono animati dalle migliori intenzioni del mondo e che si distinguono per l’assoluta devozione alla causa del socialismo, è che non riescono a capire lo stato particolare e particolarmente “sgradevole” attraverso il quale deve immancabilmente passare un paese arretrato, rovinato da una guerra reazionaria e disgraziata, un paese che ha cominciato la rivoluzione socialista molto prima dei paesi più avanzati: non riescono a mantenere il sangue freddo nei momenti difficili di una difficile transizione.

È invece naturale che il partito dei “socialisti-rivoluzionari di sinistra” si contrapponga al nostro partito come opposizione “ufficiale” di questo genere. Certo, ci sono e ci saranno eccezioni individuali tra gli esponenti di un gruppo e di una classe, ma i tipi sociali restano. In un paese in cui c’è un’enorme popolazione piccolo-borghese rispetto a quella schiettamente proletaria, la differenza tra il rivoluzionario proletario e il rivoluzionario piccolo-borghese si farà inevitabilmente sentire e di quando in quando anche in modo estremamente acuto. Quest’ultimo ad ogni svolta degli avvenimenti esita e tentenna, passa dall’ardente spirito rivoluzionario del marzo 1917 all’apoteosi della “coalizione” [con la borghesia rappresentata dai cadetti, ndr] nel maggio 1917, all’odio contro i bolscevichi (o alla deprecazione del loro “avventurismo”), al distacco da essi, dettato dalla paura alla fine dell’ottobre 1917, all’appoggio che hanno accordato ai bolscevichi nel dicembre 1917. Infine, nel marzo e aprile 1918, questi tipi più che mai arricciano sprezzantemente il naso e dicono: “io non sono di quelli che cantano inni al lavoro “organico”, al praticismo e alla gradualità”.

L’origine sociale di tipi siffatti è il piccolo proprietario reso furioso dagli orrori della guerra, dall’improvvisa rovina, dalle inaudite sofferenze arrecate dalla carestia e dallo sfacelo, che si dibatte istericamente cercando una via d’uscita e di salvezza, oscillando tra la fiducia e l’appoggio al proletariato da una parte e gli accessi di disperazione dall’altra. Bisogna capire bene e fissarsi bene in mente che su questa base sociale non si può costruire nessun socialismo. Chi può dirigere le masse lavoratrici sfruttate è solo una classe che marci senza esitazioni per la sua strada, che non si abbatta e non cada in preda alla disperazione nei punti di passaggio più difficili, duri e pericolosi. Non è di slanci isterici che abbiamo bisogno, ma dei passi misurati dei ferrei battaglioni del proletariato.

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 Grover Furr

Professore della Montclair State University, Montclair, NJ 07043 Stati Uniti d’America. Quello che segue è una presentazione tenuta alla 7° Forum Mondiale del Socialismo, del Centro di Ricerche per il Socialismo Mondiale Research Center, presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS), il 22 ottobre

La personalità e gli scritti di Leon Trotsky sono stati a lungo un punto di raccolta nel mondo per gli anticomunisti, ma durante gli anni ’30 Trotsky deliberatamente mentì nei suoi scritti a riguardo di Joseph Stalin e dell’Unione Sovietica. Nel mio nuovo libro, Trotsky’s Amalgams, discuto alcune delle menzogne di Trotsky che hanno ingannato la gente e demoralizzato i comunisti onesti per decadi.

Nel gennaio del 1980 l’Archivio Trotsky dell’Università di Harvard venne aperto ai ricercatori. Nel giro di pochi giorni Pierre Broué, il più importante storico trozkista del tempo, scoprì che Trozky aveva mentito. Trotsky aveva sempre negato che alcun “blocco degli oppositori”, includente anche i trozkisti, fosse mai esistito in Unione Sovietica. Trozky definiva questo un “amalgama”, volendo alludere che fosse una montatura da parte di Stalin. Questo “blocco” fu il principale soggetto del Primo e del Secondo Processo di Mosca del gennaio 1937 e del marzo 1938. Broué dimostrò, grazie alle lettere di Trotsky e del figlio Leon Sedov, conservate nell’Archivio Trotsky, che questo blocco in realtà esisteva.

Nel 1985 lo storico americano Arch Getty scoprì che l’Archivio Trtosky di Harvard era stato sì ripulito dai materiali compromettenti, ma in modo incompleto. Anche Getty trovò le prove che Trotsky invece era rimasto in contatto con alcuni dei suoi vecchi sostenitori all’interno dell’Unione Sovietica. Trosky negò sempre strenuamente questo, affermando di aver tagliato ogni tipo di legame con coloro che avevano “capitolato” dinanzi a Stalin e che avevano pubblicamente rinunciato alle idee trozkiste. Di nuovo Trosky stava mentendo. Nel 2010 il ricercatore svedese Sven-Eric Holmström, pubblicò un articolo sulla questione dell’ Hotel Bristol nel quadro del Primo Processo di Mosca dell’agosto 1936. In codesto articolo Holmström dimostra che Trotsky mentiva per l’ennesima volta.

Nel 2005 cominciai a studiare in modo sistematico tutte le accuse contro Stalin e Beria che Nikita Khruschev fece nel suo infame “Discorso segreto”. Scoprii che neanche una delle cosiddette “rivelazioni” di Khruschev poteva essere supportata da prove, ma durante gli anni ’30 Trotsky aveva rivolto lo stesso tipo di accuse a Stalin che in seguito furono ripetute da Khruschev. Il fatto che Khruscheva non fece altro che mentire, suggeriva che anche Trotsky aveva mentito. Grazie a Broué e a Getty potei sapere che trotsky aveva mentito su punti molto importanti. Ogni investigatore, in ogni giallo, deve chiedersi:”Costui su che altro mente?”.

Stabilii di studiare i suoi scritti per determinare quali affermazioni di Trotsky potessero essere verificate. In questo modo avrei avuto delle prove indipendenti per controllare la veridicità di ogni accusa che Trotsky scagliò contro Stalin, trovai che Trotsky di nuovo aveva mentito. Oggi ho talmente tante prove che non basta un libro per racchiuderle tutte. Così ci saranno 2 altri volumi sulle menzogne di Trotzky. Il secondo volume sarà pubblicato all’inizio del 2017.

Tra il settembre 2010 e il gennaio del 2013, feci ricerche e scrissi un libro sull’assassinio di Sergei Mironovich Kirov del 1 dicembre 1934, il Primo segretario del Partito di Leningrado. Quel libro, The Murder of Sergei Kirov, fu pubblicato nel giugno 2013. L’assassinio di Kirov è la chiave dell’alta politica sovietica del resto degli anni ’30:

  • i tre Processi pubblici di Mosca, dell’agosto 1936, del del gennaio 1937 e del marzo 1938, talvolta definì “Processi farsa”;
  • la “Purga contro i militari” o la “Questione Tukhachevsky” del maggio e del giugno del 1937;
  • l’Ezhovshchina, dal luglio 1937 all’ottobre 1938, che gli accademici anticomunisti chiamano “Grande terrore” sulla scia del libro disonesto di Robert Conquest.

Trotsky scrisse anche sull’inchiesta sull’assassinio di Kirov. Egli identificò gli articoli che leggeva sulla stampa comunista francese e sovietica. Scoprii che Trotsky mentiva su quello che questi articoli raccontavano sull’inchiesta circa l’assassinio di Kirov. Trosky fabbricò una storia secondo cui Stalin e i suoi collaboratori erano responsabili della morte di Kirov. Ancora una volta Trotsky mentiva su quello che aveva letto sul giornale francese comunista L’Humanité e sulla stampa sovietica,a cui Trotsky accedeva nel giro di un solo paio di giorni dalla pubblicazione a Mosca.

Le menzogne di Trozky dovrebbero essere immediatamente evidenti a chiunque confronti gli articoli dei quotidiani russi e francesi, che egli leggeva e che affermava di analizzare e studiare accuratamente. Sembra che nessuno fino ad oggi l’abbia mai fatto. Il risultato fu che la versione falsificata da parte di Trosky dell’assassinio di Kirov, che Stalin e il NKVD avessero ucciso Kirov, fu ripresa non solo dai suoi seguaci ma anche da Nikita Khruscev.

Nel suo “Discorso Segreto”, completamente falso, Khruschev aggiunse ulteriore credibilità alla storia che “Stalin uccise Kirov”. Khruschev e i suoi scrittori di discorsi probabilmente attinsero direttamente da Trotsky. La favola di Trotsky secondo cui “Stalin aveva ucciso Kirov” fu trasmessa da Khruschev ai professionisti della propaganda anticomunista come Robert Conquest e parecchi altri. Alla fine degli anni ’80 gli uomini Mikhail Gorbachev cercarono fallendo, di trovare negli archivi sovietici prove a supporto di questa storia.Aleksandr Iakovlev, ideologo di punta, lì rispedì a scartabellare gli archivi per cercare di nuovo. Ancora una volta gli uomini della squadra di ricerca del Politburo non trovarono alcuna prova che potesse suggerire l’uccisione di Kirov da parte di Stalin. La storia della montatura “Stalin uccise Kirov” è un buon esempio di un certo numero di balle vere e proprie inventate da Trotsky siano state recepite dagli anticomunisti sovietici come Khrushcev e Gorbachev e dagli anticomunisti filocapitalisti dell’Occidente. Nel mio nuovo libro Trotsky’s “Amalgams” rivelo e discuto una seria di altre deliberate bugie da parte di Trotsky su Stalin e l’Unione Sovietica. Tutte queste balle sono state adottate dagli anticomunisti e dai trozkisti. Nel secondo e nel terzo volume di questo libro tratterò degli intrighi di Trotsky con i sabotatori e con i fascisti all’interno dell’URSS, con i nazisti e con i militaristi giapponesi.

All’inizio del 1937, Trosky riuscì a persuadere John Dewey, il famoso pedagogo, e alcuni altri, a tenere udienze per determinare se le accuse rivolte a Trotsky, nei “Processi farsa” del’agosto 1936 e del gennaio 1937 a Mosca, fossero vere. La Commissione stabilì decisamente che Trotsky fosse innocente e che i Processi di Mosca fossero una mera macchinazione. Ho studiato con molta attenzione le 1.000 pagine dei materiali della Commissione Dewey. Ho scoperto che la Commissione fu fu disonesta dimostrando una disarmante incompetenza. Fece errori su errori nei ragionamenti logici. La cosa più interessante è che Trotsky mentì alla Commissione parecchie volte. Non sarebbe stato possible che la Coomissione abbia dichiarato Trotsky “non colpevole” se i membri fossero stati a conoscenza che Trotsky stava loro mentendo. Vorrei menzionare brevemente due sezioni del mio libro. Sono: il mio progetto di verifica, che è mirato a controllare le testimonianze del Processi di Mosca e la mia disamina degli errori che commette la maggior parte dei cultori della storia sovietica, errori che li rendono incapaci di comprendere il significato delle prove che ora abbiamo.

La testimonianza resa dagli accusati nei tre Processi di Mosca pubblici è universalmente dichiarata falsa. Estorta ad uomini innocenti dall’accusa, il NKVD. “Stalin”. Non c’è mai stato un brandello di prova a sostegno di questa nozione. Nondimeno è ostinatamente ripetuta da TUTTI gli specialisti in storia sovietica, come da tutti i trozkisti. Grazie agli anni passati ad identificare, cercare, collocare nello spazio gli eventi, ottenere e studiare fonti primarie, ho compreso che oggi ci sono abbastanza prove per controllare molte delle affermazioni fatte dagli imputati ai Processi di Mosca. Ho dedicato i primi 12 capitoli di Trotsky’s Amalgam ad una accurata verifica di molte dichiarazioni degli imputati dei Processi di Mosca, confrontandole con prove oggettive ora disponibili; viene fuori che gli imputati dei Processi di Mosca stavano dicendo la verità. Trostky, Khruschev e i suoi uomini, gli “esperti” sovietici della “guerra fredda”, Gorbachev e i suoi uomini e gli accademici di oggi specializzati in studi sovietici, tutti affermano che i Processi furono una montatura. Con le prove ho dimostrato che si sbagliano. Le dichiarazioni testimoniali (confessioni) rese ai Processi di Mosca sono quello che dicono di essere: dichiarazione che gli imputati hanno scelto di rendere. Ho sottoposto a verifica tutto questo con una una gran messe di riscontri probatori al di fuori degli stessi processi e e perfino al di fuori dell’Unione Sovietica. Questa è una conclusione importante. Questo risultato in se stesso invalida il “paradigma antistaliniano” della storia sovietica. E contribuisce anche ad invalidare la versione di Trosky della storia sovietica, versione cui il movimento trozkista oggigiorno continua a credere e a diffondere.

Quelli tra noi, ricercatori, attivisti e altri, che vogliono trovare la verità sulla storia sovietica del periodo di Stalin e che non vogliono attenersi meramente alle nostre idee preconcette, ora sono in possesso di una quantità di risultanze che rovesciano completamente la convenzione del paradigma antistaliniano della storia sovietica. I fatti inclusi sono i seguenti:

  • il fatto che Nikita Khruschev abbia mentito in ogni accusa contro Stalin (e Lavrenti Beria) nel suo sconvolgente “Discorso Segreto” al XX Congresso del CPSU del febbraio 1956. Questo vuol dire recisamente che i ricercatori di Khruschev non trovarono alcun vero “crimine” di Stalin o Beria e così furono costretti alla falsificazione.
  • il fatto che, nonostante una certosina ed estenuante ricerca negli archivi nel 1962-1964, la “Commissione Shvernik” di Khruschev non poté trovare alcuna prova che suggerisse che gli imputati del Processi di Mosca o quelli dell’ “Affare Tukhacewsky” fossero vittime di una “montatura” o che in qualche modo avessero mentito nelle loro confessioni.
  • il fatto che neppure i ricercatori di Gorbachev e di Eltsin o altri ricercatori anticomunisti, che fin da allora avevano avuto ampio accesso agli archivi ex sovietici, sono stati in grado di trovare alcuna prova che possa confutare le conclusioni nel caso dell’assassinio di Kirov, nei Processi di Mosca o nelle Purghe dei militari.
  • il fatto che le confessioni ai Processi di Mosca, sono autentiche.
  • il fatto che Ezhov e solo Ezhov, non Stalin e i suoi sostenitori all’interno della dirigenza sovietica, è responsabile per le esecuzioni di massa del periodo maggio 1938 – novembre 1939, conosciuto dagli accademici come “Ezhovshchina” e dai propagandisti anticomunisti come “Grande Terrore”.
  • il fatto che, nei suoi scritti sull’URSS dopo l’omicidio di Kirov, Trotsky mentì parecchie volte per coprire la sua complicità nei complotti.
  • il fatto che la maggior parte degli odierni accademici che si occupano del periodo di Stalin in URSS mentono per ingannare i loro lettori. Questo, tuttavia, può essere scoperto solo studiando approfonditamente e meticolosamente le loro fonti. La scuola trotzkista è fortemente ancorata in modo parassitico alla scuola anticomunista maggioritaria. Di seguito un esempio. In una recensione apparsa sul ferocemente antistaliniano World Socialist Web Site, (wsws.org) del libro Stalin dello storico Stephen Kotkin dell’Università di Princeton, il recensore trozkista si riferisce approvandole, le affermazioni antistaliniane di Oleg Khlevniuk, definendolo il rispettato storico russo Oleg Khlevniuk (link all’articolo). Khlevniuk è un fanatico anticomunista e anche un bugiardo patentato in tutte le sue opere. Khlevniuk è un antistalinista; WSWS.ORG è una pubblicazione trozkista naturalmente antistalinista; quindi i trozkisti concedono “fiducia” al più grande bugiardo anticomunista del mondo odierno! Del resto la scuola maggioritaria anticomunista fu plasmata dagli scritti dello stesso Trotsky per decenni. Trostky, naturalmente, sapeva di mentire:
  1. sul “blocco dei destri, trozkisti, degli zinoveviani e degli altri oppositori”;
  2. sul suo coinvolgimento nell’assassinio di Kirov del dicembre 1934;
  3. sul suo complottare con i congiurati militari dell’Affare Tukhachevsky per un golpe contro il governo di Stalin e per pugnalare alle spalle l’Armata Rossa duranti un’invasione ad opera della Germania o del Giappone;
  4. sul suo complottare con i nazisti e i militaristi giapponesi;
  5. sul suo cospirare con i fascisti e coni suoi seguaci all’interno dell’URSS per sabotare le industrie, i trasporti e le miniere;
  6. sulle accuse e sulle confessioni degli imputati ai Processi di Mosca, che Trotsky sapeva essere autentiche;

Trostky sapeva di aver mentito, più e più volte, nel suo Bollettino dell’Opposizione. Trotsky sapeva di ripetere le stesse menzogne alla Commissione Dewey.

La Guerra Civile Spagnola

E Trotsky sapeva di mentire ai suoi seguaci, inclusi quelli più stretti come Andreas Nin, Erwin Wolf e Kurt Landau. Nin era stato uno dei più stretti assistenti politici di Trotsky. Si supponeva che Nin avesse rotto con Trotsky nel 1931, ma nel 1930 Nin scriveva in un giornale trozkista che i seguaci di Trozky in URSS che avevano ritrattato la loro fede politica in Trotsky e promesso fedeltà alla linea del Partito, l’avevano fatto in malafede. L’avevano fatto per rimanere nel Partito per continuare a reclutare altri complici dei loro complotti segreti. Quindi, benché Nin avesse apertamente rotto con il movimento trozkista in senso organizzativo, le sue azioni i Spagna suggeriscono che si trattava di una copertura per mantenere un collegamento segreto con Trotsky.

Anche i comunisti spagnoli e il NKVD sovietico condividevano questo sospetto. Nin divenne uno dei capi del POUM, un partito antisovietico e antistalinista che era molto amichevole verso Trostky. Erwin Wolf andò in Spagna come rappresentante politico di Trotsky. Egli operava in questo modo per guidare una “rivoluzione” contro la Repubblica Spagnola, giusto nel mezzo della guerra con fascisti spagnoli aiutati da Hitler e Mussolini. Nin e Wolf corsero questi rischi poiché credevano che Trotsky fosse innocente dalle accuse che erano state fatte contro di lui nei Processi di Mosca. Ritenevano Trotsky e non Stalin, un vero comunista e un vero rivoluzionario. Di conseguenza pensavano di andare in Spagna per fare ciò che Lenin avrebbe voluto.

Nel maggio 1937 una rivolta scoppiò contro il governo della Spagna repubblicana a Barcellona. Il POUM e i trozkisti spagnoli aderirono entusiasticamente a questa rivolta. Wolf e landau pensarono di poter dare inizio a una rivoluzione di stile bolscevico, vedendo se stessi come come novelli Lenin, il POUM come i bolscevichi, il governo repubblicano come i capitalisti e i comunisti spagnoli e sovietici come falsi socialisti alla Kerensky! La “rivolta dei giorni di maggio di Barcellona”, fu una malefica pugnalata alla schiena alla Repubblica durante il tempo di guerra. Fu domata in meno di una settimana. Dopo di che la polizia spagnoloa e il NKVD sovietico diedero la caccia ai trozkisti e alla dirigenza del POUM. Andreas Nin fu certamente rapito, interrogato e quindi ucciso dalla polizie spagnola e sovietica. La stessa fine toccò probabilmente a Landau e a Wolf.

I sovietici sapevano ciò che noi oggi sappiamo: che Trotsky stava cospirando insieme ai tedeschi, ai giapponesi e ai militari implicati nell’ “Affare Tukhachevsky”, ma Nin e Wolf certamente non sapevano nulla di tutto questo. Essi credettero nella professione di innocenza di Trotsky. Se Andreas Nin, Erwin Wolf e Kurt landau, avessero saputo quello che Trotsky sapeva cio’che noi ora sappiamo, sarebbero andati in Spagna per compiere le istruzione di Trotsky? Impossibile! Quindi Trotsky inviò questi uomini in una situazione estremamente pericolosa mentendo loro sulle proprie azioni e scopi e su quello che Stalin stava facendo. E questo costò le loro vite. La stessa cosa è vero per tutti quei trotzkisti che furono fucilati nella stessa Unione Sovietica. Evidentemente, ce n’erano centinaia. Tutti loro sostenevano Trotsky perché credevano alla sua versione della storia sovietica ed erano stati convinti dagli scritti di Trotsky che Stalin stesse mentendo, che i Processi di Mosca fossero una montatura e che il regime di Stalin avesse abbandonato lo scopo della rivoluzione socialista mondiale. Quegli uomini e quelle donne non avrebbero seguito Trotsky se avessero saputo che stava loro mentendo.

Nel primo capitolo di Trotsky’s “Amalgams” esamino gli errori che molti studiosi di storia sovietica, inclusi gli accademici professionisti, quando si confrontano con prove provenienti da fonti primarie. La verità è che pochi, inclusi gli storici di professione, sanno come esaminare le prove storiche. Pochissimi marxisti hanno dimestichezza con un’esame materialistico delle prove o sono capaci di riconoscere o criticare un argomento idealistico quando se lo trovano di fronte. Questi errori non sono solo errori di “negazione” da parte di persone che non vogliono che siano demoliti i i loro preconcetti filo trotzisti o antistalinisti. La maggior parte o tutti gli stessi errori sono fatti anche dagli antirevisionisti filostalin. Le argomentazioni anticomuniste sono state così soverchianti, non solo nella forma filocapitalista durante la “Guerra Fredda”, ma anche fra gli apparentemente filocomunisti ma in realtà anticomunisti scritti delle ere di Khruscev e di Gorbachev; questo ha degradato il modo di pesare di tutti noi.

Le bugie di Trotsky che Pierre Broué e Arch Getty scoprirono 30 anni fa furono ignorate. Questo stesso fatto merita una spiegazione. Negli anni ’80 e ’90 Broué continuò a trovare e a scriverci sopra, altre menzogne di Trotsky, ma nonostante tutto egli continuò a negare l’importanza di queste menzogne. Broué ignorò anche le scoperte di Getty. Primo, l’Archivio Trotsky era stato “espurgato” del materiale compromettente; secondo, Trotsky era rimasto in contatto con gli oppositori come Radek con cui, spergiurava di aver rescisso ogni legame. Vadim Rogovin, prominente storico trozkista della storia sovietica dell’era di Stalin, si unì alla copertura di Broué ed introdusse anche alcune menzogne di suo. I trozkisti e i guerrafondai della “Guerra Fredda” continuano ad ignorare le scoperte di Broué o in alternativa ripetono l’affermazione di Broué che si tratta di bugie senza alcuna importanza. Noi possiamo capire perché facciano così.

Il fatto che Trotsky mentì, conduce a smantellare quello che io chiamo “paradigma antistalin”: le versioni della storia sovietica proprie dei trozkisti e degli anticomunisti della “Guerra Fredda”. Naturalmente Trotsky doveva mentire.
Egli stava dirigendo una grande congiura per rovesciare Stalin, insieme a molti complici all’interno dell’Unione Sovietica e in seno al Partito Bolscevico, essendo colluso con la Germania nazista, con il il Giappone militarista, con l’Inghilterra e con la Francia. Un complotto richiede segretezza e menzogne. Dopo tutto chi ingannava Trotsky? Non di certo Stalin e il governo sovietico. Essi sapevano che stava mentendo. La conclusione è inevitabile: Trotsky mentiva per ingannare i suoi seguaci! Essi erano i soli a credere a qualsiasi cosa che Trotsky scrivesse.
Credevano che Trotsky fosse il vero, originale leninista di principi che affermava di essere e che Stalin fosse un bugiardo. Questo costò la vita della maggior parte dei suoi sostenitori in Unione Sovietica, allorquando il trozkismo fu messo fuorilegge come alto tradimento dello stato sovietico a causa del complotto di Trotsky con la Germania e con il Giappone. Questo portò i seguaci di Trotsky all’estero a sprecare le loro vite in un culto devoto di un uomo che, in realtà, faceva proprio ciò di cui era imputato di fare dall’accusa e dagli imputati dei Processi di Mosca.

La figura di Leon Trotsky getta un’ombra gigantesca sulla storia dell’Unione Sovietica e quindi sulla storia mondiale del XX secolo. Trotsky fu la più prominente, realmente la sola in vista, figura dell’opposizione nelle dispute di fazione che scossero il Partito Bolscevico negli ani ’20. Fu appunto negli anni ’20 che Trotsky attrasse a sé il gruppo di persone che formarono l’Opposizione Unita e i cui complotti fecero così tanto, irreparabile danno al Partito, al Comintern e al movimento comunista mondiale.

Conclusioni

Cosa implicano le menzogne di Trotsky, di Khruscev e che siano state ignorate per così tanto tempo?

Cosa comporta per la principale questione che dobbiamo affrontare, noi e qualche miliardo di lavoratori nel mondo oggi? Io mi riferisco alla questione del perché il meraviglioso movimento comunista internazionale del 20° secolo sia crollato, il movimento che 70 anni fa, trionfante nella Seconda Guerra Mondiale , nella rivoluzione comunista cinese, nei movimenti anti-coloniali in tutto il mondo, sembrava di essere su punto di porre fine al capitalismo e portare alla vittoria del socialismo mondiale?
Come convincere i lavoratori, gli studenti e gli altri che conosciamo il motivo per cui il vecchio movimento comunista non è riuscito nei suoi scopi e che abbiamo imparato che dobbiamo fare in modo diverso per evitare di ripetere quei fallimenti in futuro? Dobbiamo studiare la questione. Abbiamo anche bisogno di discuterne, trattando e discutendo punti di vista diversi ma documentati.
Quindi dobbiamo difendere l’eredità del movimento comunista internazionale all’epoca di di Lenin e, in particolare, durante il tempo di Stalin. Allo stesso tempo, non dobbiamo avere alcun timore di criticare, in modo da scoprire quali errori abbiano fatto al fine di non ripetere nuovamente gli stessi errori. A mio giudizio, e spero che sia anche il vostro, scoprire le ragioni del crollo del magnifico movimento comunista internazionale del 20° secolo è la più importante questione storica e teorica per tutti gli sfruttati di oggi, vale a dire la stragrande maggioranza del genere umano. Per avere qualche speranza di riuscita, dobbiamo pensare con coraggio, di “andare dove nessuno è mai giunto prima”. Se noi facessimo finta di credere che “Marx ed Engels avevano tutte le risposte” o che “Lenin aveva tutte le risposte” (molti trozkisti, naturalmente, credono che “Trotsky aveva tutte le risposte”), allora avremmo la garanzia, al massimo, di ottenere ben di meno di quello che loro hanno conquistato. Marx ha detto che i grandi eventi storici si verificano due volte “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.

La tragedia del movimento comunista internazionale del 20° secolo è stata, in ultima analisi, quella di non avere ottenuto la vittoria finale. A meno che non capiamo dove hanno sbagliato, siamo destinati alla “farsa.” Potrebbe essere un crimine politico, il nostro crimine. Quindi, dobbiamo guardare con occhio critico a tutta la nostra eredità. Il detto preferito di Marx era: “De omnibus dubitandum” – “Dubita di tutto”. Marx sarebbe stata l’ultima persona al mondo ad escludere se stesso da questo interrogatorio.
La storia non può insegnare direttamente le lezioni. E la storia non è teoria politica. Ma se facciamo le domande giuste, la storia può aiutarci a rispondere. Nel frattempo, tutti noi dovremmo diffondere in tutto il mondo e in ogni modo che, come Kruscev e Gorbaciov, Trotsky ha mentito, mentito dimostrabilmente e palesemente e, per di più, che mentono anche tutti gli “esperti” anticomunisti e antistalinisti ingrassati dalle università e dagli istituti di ricerca capitalisti.

Dobbiamo sottolineare che l’unica via da seguire è quella di costruire un nuovo movimento comunista per sbarazzarci del capitalismo. E che per fare questo, abbiamo bisogno di imparare dagli eroici successi e anche dai “tragici errori”dei bolscevichi nel periodo in cui l’Unione Sovietica è stata guidata da Joseph Stalin. La mia speranza e il mio obiettivo è quello di contribuire, attraverso la mia ricerca, a questo progetto che è così vitale per il futuro delle persone che lavorano in tutto il mondo. Grazie.

 

https://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4f02.htm

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Russia: la via golpista al capitalismo

di Higinio Polo

Il 21 settembre 1993, il presidente russo Yeltsin, che era stato eletto nel 1991 e avrebbe finito il suo mandato nel 1996, si attribuiva tutti i poteri dello Stato dissolvendo il potere legislativo e quello giudiziario. Contemporaneamente, abbandonava la Costituzione vigente, arrogandosene il diritto perché, a suo dire, scelto dal popolo. Si dimenticava di dire che in ciò somigliava molto a Hitler: la sua decisione era in realtà un vero e proprio colpo di Stato, che inaugurava in Russia la via golpista verso il capitalismo. Pochi giorni dopo, le truppe eliminavano la resistenza con la forza e il capitalismo s’imponeva.
Nasceva così la Russia capitalista. Che cosa era successo?

Non era la prima volta che Yeltsin tentava un colpo di Stato: nel 1991, aveva distrutto l’URSS e destituito Gorbachev senza alcuna base legale, nel dicembre del 1992, dopo la catastrofe che la terapia d’urto di Gaidar causò alla popolazione russa, cercò di annullare le istituzioni, e volle farlo di nuovo il 20 marzo del 1993, ma vacillò, e i dubbi dei membri del suo governo gli fecero fare marcia indietro. In quei giorni, i suoi consiglieri, decisi a farla finita con ogni residuo del socialismo reale, si divisero: sapevano che l’interesse della Russia era che si mantenesse l’Unione, purché fosse sotto un’altra forma giuridica. La strategia di Washington, al contrario, lavorava in senso opposto, e l’ambizione di Yeltsin e di una parte dei suoi consiglieri unita alla pressione degli Stati Uniti, procurarono la divisione di ciò che era stata l’URSS.

In seguito, nei primi giorni del 1992, nella neonata “nuova” Russia, Gaidar faceva partire la terapia d’urto che avrebbe dovuto tirare fuori il paese dalle difficoltà, ma in realtà distruggeva completamente la struttura industriale sovietica e dilapidava le proprietà pubbliche ripartendole nelle clientele del nuovo potere. Quel processo, spinto dalla squadra di Yeltsin, aveva avuto dall’inizio tutto l’appoggio di Washington. In realtà, era da tempo che appoggiavano il presidente russo: si ricordi che già nell’agosto del 1991, durante il colpo di forza di Yanaev, quando Gorbachev rimase isolato in Crimea, ancora con l’URSS, tanto la CIA che la NSA aiutano Yeltsin e l’informano dei movimenti dei suoi avversari (i servizi segreti nordamericani controllavano i telefoni di Dimitri Yazov, ministro della Difesa, e di Vladimir Kriuchkov, presidente del KGB). L’ambasciata nordamericana a Mosca fornì a Yeltsin, invece, sistemi di comunicazioni sicuri.

Durante il 1992, la delirante politica di Yeltsin e Gaidar – dai duri tratti anticomunisti e che ebbe un costo sociale senza precedenti nel mondo, portando letteralmente ala morte decine di migliaia di persone – finì per inimicare Yeltsin alla maggioranza del Parlamento russo. La coalizione di Gorbachev non esisteva più, ed un amalgama di forze, comuniste e nazionaliste, impugnava la dura politica di riforme. In quei giorni, il principale argomento per giustificare la dissoluzione dell’URSS era che la riforma avrebbe aumentato il livello di vita della popolazione.

Al contrario, i risultati furono la distruzione del paese ed uno spettacolare sprofondamento delle condizioni di vita in tutte le repubbliche. Nel 1992, la squadra economica diretta da Gaidar, era composta di gente come Anatoli Chubais, Guennadi Burbulis, Andrei Nechaiev ed altri. Contavano sulla collaborazione d’esperti del FMI, di fondazioni nordamericane come la Ford, e di specialisti come Jeffrey Sachs, dell’IHDI, Istituto di Harvard per lo Sviluppo Internazionale, ed altri che arrivarono addirittura a redigere i decreti del governo di Yeltsin.

La sua incompetenza era enorme: la squadra economica ed i suoi assessori applicavano ricette elaborate da paesi capitalisti in difficoltà, senza nessun riguardo al fatto che l’economia sovietica non aveva quel carattere. In quel processo, nel 1992, si produce una vertiginosa caduta della produzione, accompagnata da una deliberata politica di deindustrializzazione del paese e di un’inflazione che liquidò i risparmi della popolazione, mentre si popolarizzavano i fondi d’investimento che non erano altro che “piramidi” di truffatori: tutto ciò fece aumentare l’opposizione, tanto tra i comunisti come in altri settori. Il caos, l’incompetenza, l’ansia di rubare la proprietà sociale, i nuovi liberali russi la chiameranno “terapia d’urto.”

Dietro il miraggio di creare una forza sociale che sostenesse il nuovo capitalismo banditesco, stava il deliberato proposito di Washington di liquidare la forza economica e industriale dell’antica URSS. La coalizione di facto antiyeltsiniana che si delineava in quel momento, contava su vecchi alleati del presidente russo del 1991 ora scontenti del suo operato: tanto Aleksandr Rutskoi, vicepresidente della Russia, che Ruslán Jasbulatov, presidente del Parlamento, finiranno per essere gli uomini in vista che resisteranno al colpo di Stato di Yeltsin del 1993. Benché non fossero gli unici, niente affatto.

Nel dicembre del 1992, molti degli antichi seguaci di Yeltsin hanno constatato il fallimento della sua politica e collaborano con l’opposizione. Per annullare la resistenza al suo governo, il presidente russo pretende di instaurare una gestione presidenzialista che urta la volontà del Parlamento. Il Congresso di Deputati critica con durezza la terapia d’urto, annulla i poteri straordinari che si erano concessi a Yeltsin nel 1991 e censura Gaidar. Yeltsin cerca di annullare le funzioni del Congresso, ma fallisce e si vede obbligato a scendere a patti col Parlamento. Risultato, un nuovo primo ministro: Víctor Chernomirdin. È una dura sconfitta politica. A partire da quel momento, Boris Yeltsin si dedica a preparare la rivincita. Durante i primi mesi del 1993, tenta varie volte in modo anticostituzionale anticostituzionale, di sciogliere il Congresso dei Deputati. Gli arbitrari decreti che promulga, vogliono rinforzare la sua autorità, ma finiscono con l’essere impugnati dal Tribunale Costituzionale. In quello scenario, i sostenitori di Yeltsin pensano ad una forzatura militare per finirla con l’opposizione, fino al punto che alcuni parlano confidenzialmente di imitare Pinochet!

Chernomirdin aveva sostituito proprio Gaidar come primo ministro nel dicembre del 1992, una decisione che si era imposta per attutire l’enorme scontento popolare provocato dalla “terapia d’urto”. Ma il 16 settembre 1993, Gaidar torna al governo. Glielo hanno chiesto Yeltsin ed il primo ministro Chermomirdin per sbloccare la situazione: nessuno può negare il disastro economico causato dai governi di Yeltsin, e la cosa paradossale è che di nuovo appaia in scena uno dei principali responsabili del disastro. In quei giorni di settembre, Oleg Lóbov, viceprimer ministro, è uno dei difensori delle riforme capitaliste, ed Anatoli Chubais è il capo del Comitato di Privatizzazione. Il ritorno di Gaidar è interpretato da tutti come un’offensiva contro il Parlamento, dove tanto i comunisti come i deputati di altri settori si oppongono sempre di più alle riforme del capitalismo mafioso di Yeltsin, e esistano tra loro interessi divergenti è una coalizione di facto.

La Russia rimane assorta. Sul piano internazionale – con gli Stati Uniti che tutelano attivamente il processo di smantellamento dell’Unione Sovietica, e nel momento della crisi della Somalia che finirà con l’uscita delle truppe nordamericane -, la retrocessione dell’influenza di Mosca nel mondo è indubbia. Walesa celebra con champagne a Varsavia l’uscita dei soldati russi dalla Polonia, e Washington prende posizioni nelle nuove repubbliche nate della distruzione dell’URSS, senza che niente di tutto ciò preoccupi il nuovo governo russo: il 17 settembre, Gaidar annuncia una dura politica di stabilizzazione finanziaria, nonostante il suo ritorno sia accolto male dal Parlamento, dichiara che è arrivato il momento di scegliere tra “le due linee esistenti nel governo russo.” È una dichiarazione di guerra a chi si oppone alla politica di Yeltsin, tanto evidente e tanto grossolana che il vicepresidente Rutskoi accusa Yeltsin di volere imporre una dittatura. Allo stesso tempo, Washington è attenta agli indizi preoccupanti: nelle varie repubbliche che avevano fatto parte dell’URSS fino a meno di due anni prima, ci sono tendenze di reintegrazione con Mosca, fino al punto che Jasbulatov propone un Parlamento comune a tutte, con un’organizzazione che sia almeno simile a quella della Comunità Europea. Washington, e la squadra di Yeltsin, credono che sia arrivato il momento di agire con decisione.

In un confronto sempre più duro tra Yeltsin ed il Parlamento, il presidente russo accetta di celebrare elezioni anticipate, parlamentari e presidenziali, per sbloccare la crisi, anche se i consiglieri di Yeltsin consiglino di costituire un Parlamento di transizione, senza celebrare elezioni! Il 18 settembre, in un movimento che annuncia novità, Oleg Lóbov è il famoso segretario del Consiglio di Sicurezza, ed il generale Nikolai Golushko, ministro di Sicurezza.

Il giorno chiave è il 21 di settembre: Yeltsin dissolve i poteri legislativo e giudiziario con un atto che non è altro che un colpo di Stato, come quello di Fujimori in Perù nell’aprile del 1992. Il Tribunale Costituzionale dichiara illegale il golpe ed i deputati si concentrano nell’edificio della Casa Bianca (come avevano ribattezzato il Parlamento) per ostacolarne l’occupazione militare. Dal 24 di settembre, il Parlamento è circondato da diecimila soldati del Ministero dell’Interno, e rimane senza riscaldamento né elettricità. Alla fine di settembre, Yeltsin minaccia di destituire tutti i governatori e sindaci del paese che non si allineano sulle sue posizioni e promette elezioni legislative per dicembre, ed elezioni presidenziali per il giugno del 1994. Cerca di guadagnare tempo, davanti al blocco della situazione. Il 30 settembre, si riuniscono i rappresentanti del governo di Yeltsin con rappresentanti degli assediati: giungono all’accordo che si ristabilisca il riscaldamento, l’elettricità e l’acqua al Parlamento, in cambio della consegna delle armi di chi resiste all’interno.

Tuttavia, il Parlamento respinge gli accordi raggiunti dai suoi rappresentanti, decidendo che finché non si leva l’assedio non entrerà in altre negoziazioni. Quando incomincia il mese di ottobre, i deputati sono già da dieci giorni assediati. Il vicepresidente Rutskoi crede che l’esercito sia con loro, e si dirige all’ONU affinché si ostacoli “uno sbocco sanguinoso” alla crisi, mentre il presidente russo riceve il patriarca della chiesa ortodossa, Alessio II, che si è offerto in funzione di mediatore: le due parti in lotta l’accettano. Nel frattempo, a Mosca, la situazione si complica: nella piazza Pushkin si susseguono manifestazioni di protesta contro Yeltsin, e si contano tre feriti gravi per l’azione della polizia, contemporaneamente si riuniscono i rappresentanti di 62 territori del paese (degli 89 che integrano la Russia) che esigono da Yeltsin la fine dell’assedio della Casa Bianca ed il ritorno alla situazione che esisteva prima dell’illegale decreto del 21 settembre: molti rappresentanti dei territori minacciano iniziative se Yeltsin non  revoca il suo decreto. Ma il presidente russo ed il suo circolo non sono disposti a cedere. Il deputato ed intellettuale Serguei Stankievich, membro della Russia Democratica ed affine a Yeltsin, afferma che le elezioni sono negoziabili, ma non la dissoluzione del Soviet Supremo e del Congresso.

Allo stesso tempo, il piano per screditare chi resiste nel Parlamento è eseguito con efficienza dai media russi e dalla stampa internazionale. I giornali e le televisioni dichiarano che insieme ai deputati che stanno all’interno della Casa Bianca, sono arrivati “un centinaio di nazisti”, con tanto di uniformi, che salutano braccio in alto chiunque vuole fotografarli. Le catene di televisione internazionali diffondono in tutto il mondo le immagini dei nazisti dell’Unità Nazionale Russa, diretti da Alexandr Barkashov. L’errore che commettono coloro che resistono rinchiusi nel Parlamento è di accettare ad ogni tipo di “difensori”: anni dopo si saprà che Barkashov era legato al banchiere Gusinski ed il sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, entrambi sostenitori di Yeltsin ed attivi propagandisti del colpo di Stato, e che quei nazisti andranno a lavorare col servizio di sicurezza di Yeltsin.

Benché la situazione in quel momento sia bloccata, la fine si avvicina. Il giorno 2 ottobre, ci sono decine di feriti tra i manifestanti contrari a Yeltsin, e muore un poliziotto negli scontri per le strade di Mosca. Rustkoi richiama alla ribellione contro il governo, e gli osservatori politici credono che Yeltsin si stia debilitando progressivamente e che la sua precaria situazione sia tale che non osi lanciare un attacco armato contro il Parlamento. Quello stesso giorno si aggiorna la riunione del Consiglio Federale – che era stato creato dal presidente russo come un contrappeso al Congresso sciolto – fino al giorno 9: la proroga è interpretato come un’altra dimostrazione di debolezza di Yeltsin.

Il giorno 3 ottobre, alle tre e mezza del pomeriggio, decine di migliaia di persone riescono a rompere il cerchio imposto  dalle truppe di Yeltsin al Parlamento, e le dimostrazioni di euforia si succedono. I manifestanti che inalberano bandiere rosse, gridano “Tutto il potere ai soviet!” La rivolta era cominciata davanti alla statua di Lenin, vicino al ponte di Crimea, e da lì, decine di migliaia di persone si dirigono verso la televisione che sta informando  sugli avvenimenti: vanno disarmati, ci sono tra loro alcune decine di uomini armati che spariranno davanti all’edificio dalla televisione, quando i manifestanti incominciano a cadere sotto il fuoco dalle truppe di Yeltsin. Il presidente russo che, come rivelerà dopo il maresciallo Shaposhnikov, è ubriaco, decide di tirare fuori i carri armati per schiacciare l’insurrezione popolare. Diverse fonti valutano che in quel momento erano molti i dubbi sull’atteggiamento che avrebbe adottato l’esercito, che avrebbe potuto rimanere neutrale o inclinarsi verso Yeltsin.

È il momento della verità per Yeltsin. Caso mai, nel Cremlino ha preparato un elicottero per fuggire.. Il presidente russo decreta lo stato d’assedio, e visita il ministro della Difesa, Grachov, che resisteva a dare le ordine di attaccare i manifestanti, e alle undici della notte, Yeltsin invia un messaggio al paese attraverso la televisione. Yeltsin ottiene l’accordo di Grachov in cambio di regalie per tutti: cento mila rubli per soldato, duecento cinquanta mila per ogni ufficiale e mezzo milione per generale. Prima di dare l’ordine, diffidente, Grachov ordina di raccogliere il denaro nel Cremlino. Dopo, incomincia il massacro: ci sono già quasi cinquanta morti e decine di ferite davanti alla televisione. Ore più tardi, arriverà il turno del Parlamento. Già all’alba, il primo ministro Chernomirdin parla per televisione dicendo che forzi militari si dirigono verso Mosca “per intercettare i banditi e garantire la sicurezza”, mentre decine di migliaia di manifestanti prendono le strade di Mosca protestando contro Yeltsin. Ma non potranno ostacolare l’attuazione del colpo di Stato.

Il messaggio di Yeltsin è letto da un annunciatore, ed da lui si viene a sapere che “gli avventurieri vogliono imporre la guerra civile”. In un altro comunicato, Yeltsin, feroce, parla della necessità di “spazzare la spazzatura bolscevica.” Il governo crea un “gruppo speciale d’emergenza” col generale Konstantin Kobets che era stato già con Yeltsin nell’agosto del 1991, ed alle 10 di notte, Pavel Grachov e Nikolai Golushko, ministri di Difesa e Sicurezza, rispettivamente danno l’ordine alle forze di élite di proteggere il Cremlino. Le cancellerie e la stampa occidentale creano la cornice adeguata per far sì che l’opinione pubblica accetti il colpo di Stato yeltsiniano: i giornali occidentali arrivano ad affermare che i manifestanti che protestano, assaltando la sede della televisione, stanno metteno in moto un colpo di Stato! Tutti i grandi mezzi informativi occidentali parlano della “paura del ritorno del comunismo” e sottolineano la presenza di nazisti tra i resistenti. L’incoerenza della tesi è evidente, ma la confusione serve per agitare lo spauracchio di un’inesistente coalizione rossobruna: si serve all’opinione pubblica la falsità che contro i veri democratici – cioè, i golpisti di Yeltsin – combattono i loro vecchi nemici, i comunisti ed i nazisti. Tutto incastrava. In Spagna, per esempio, il quotidiano El Pais che disponeva di informazione sulla repressione sfrenata di Yeltsin, parlava nella sua casa editrice, al contrario, di “ribellione nazional – comunista”, in un interessato linguaggio che equiparava i manifestanti di Mosca col nazional – socialismo hitleriano. Il proprio Yeltsin, ben consigliato, abbona quella versione: parla della “sanguinante battaglia in cui il paese viene sommerso dalle forze staliniste e fasciste.”

Nella scena internazionale, tutti gli attori si mobilitano. Il presidente nordamericano Clinton convoca, lo stesso giorno 3, in sessione di emergenza, il suo Consiglio Nazionale di Sicurezza, per seguire la situazione in Russia. Clinton – che non aveva pronunciato una sola parola di condanna davanti all’illegale dissoluzione del Parlamento da parte di Yelstin – afferma ora che la violenza è responsabilità di chi si oppone al presidente russo, ed accusa l’opposizione di “manovre per destabilizzare la situazione.” Secondo il presidente nordamericano, in Russia, la maggioranza del paese sta con Yeltsin, e deve appoggiarsi il “processo che condurrà ad elezioni libere e pulite”. Clinton lo dice, sapendo che non succederà niente di ciò. Da parte sua, Strobe Talbott, ambasciatore speciale di Clinton in Russia, afferma che gli Stati Uniti sono sicuri che “Yeltsin farà la cosa necessaria per evitare un gran bagno di sangue.” Lo dice, anche, sapendo che a Mosca il massacro è già cominciato.

Clinton dichiara che è vitale che Stati Uniti e la “comunità internazionale” appoggino Yeltsin. I suoi diplomatici pressano, e le decisioni sono immediate. Il governo dell’Ucraina, consigliato da Washington, esprime il suo appoggio a Yeltsin. I governi occidentali faranno la stessa cosa: il governo tedesco di Helmut Kohl, ”non vede nessuna ragione per ritirare il suo appoggio a Yeltsin e alle riforme”. La Francia di Mitterrand mantiene la stessa opinione di Kohl. Durante il giorno 4 ottobre, mentre i carri armati stanno bombardando il Parlamento russo, in una dimostrazione di indifferenza davanti al massacro, la Comunità Europea appoggia Yeltsin, all’unanimità del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri che si è riunito. Javier Solana, il ministro spagnolo, è presente. Il ministro belga attribuisce la responsabilità degli avvenimenti ai comunisti. Anche Vaclav Hável, il presidente ceco, appoggia Yeltsin. Tra le potenze mondiali, solo Cina esprime la sua preoccupazione per il bagno di sangue che ha luogo a Mosca. In Spagna, unicamente il Partito Comunista condanna il colpo di Stato. Julio Anguita, il suo segretario generale, davanti all’appoggio europeo e nordamericano al massacro, afferma con semplicità: “..l’ Occidente si è macchiato le mani di sangue.”

Il sipario sta per scendere. Yeltsin consulta Clinton per l’assalto al Parlamento, ed il presidente nordamericano dà luce verde. Alle sette della mattina del 4 ottobre, Yeltsin ordina di iniziare l’attacco; i carri armati bombardano il Parlamento. L’assalto alla Casa Bianca è feroce. Yeltsin mobilita trenta mila soldati ed unità aerotrasportate. L’operazione di attacco al Parlamento è guidata dalla divisione corazzata Tamanskaya, la divisione Dzherzhinski, i paracadutisti, e truppe di intervento speciale. Non era successo qualcosa di simile in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Yeltsin parla per televisione per annunciare l’immediato schiacciamento della “la rivolta fascista e comunista”, denunciando che i ribelli pretendevano “di ristabilire una sanguinante dittatura”, e dichiara l’illegalità di 14 organizzazioni, tra di esse il Partito Comunista russo, il controllo delle sue sedi ed il congelamento dei suoi conti. Il giornale comunista Pravda è chiuso.
Nel Parlamento muoiono più di cento persone, ma le cifre esatte sono ancora oggi un segreto di Stato. In un mondo “alla rovescia”, per giustificare il massacro il presidente russo dichiara che “quelli che agitano bandiere rosse sono tornati ad irrigare la Russia col sangue”, e il proprio Clinton afferma dopo che l’assalto al Parlamento era “inevitabile per garantire l’ordine.” Dodici ore dopo avere cominciato il bombardamento chi resiste nel Parlamento – in fiamme, distrutto, insanguinato, con decine di cadaveri abbandonati dappertutto, con centinaia di feriti – si arrende. Il colpo di Stato aveva trionfato, e la via golpista al capitalismo confermava che niente poteva i suoi ispiratori, a Mosca o a Washington.

Il 5 ottobre, Mosca è completamente controllata  dalle forze di Yeltsin. Tutto il paese ha la prova che il governo non retrocederà davanti a nulla, e che è disposto a schiacciare qualunque protesta; ha, inoltre, il completo appoggio degli Stati Uniti e della Comunità Europea. Si parla di 127 morti e di 600 feriti: non ci sono precedenti di un massacro simile in Europa dal 1945. Ma non c’è tempo da perdere, e gli avvenimenti precipitano. Yeltsin destituisce governatori, imprigiona centinaia di detenuti in un stadio, chiude giornali, stabilisce la censura precauzionale, ed incominciano ad arrivare notizie di torture ai detenuti. L’agenzia ufficiale parla di mille cinquecento detenuti. In scene che ricordavano le strade di Santiago del Cile nel 1973, varie persone erano state fucilate in un stadio vicino al Parlamento. Il Tribunale Costituzionale smette di funzionare perché decide di sospendere le sue attività: gli uomini di Yeltsin avevano voluto la dimissione di Valeri Zorkin, presidente del Tribunale, minacciandolo di processarlo come golpista! Quando la situazione è ormai sotto controllo, Yeltsin, la  cui rozzezza non nasconde la sua gratitudine, telefona a Clinton per ringraziarlo, come informerà lo stesso governo russo.

Il giorno 6, con un gesto significativo, la guardia d’onore del mausoleo di Lenin è soppressa, e Yeltsin parla di nuovo in televisione, affermando che l’opposizione preparava “una dittatura sanguinante della svastica e della falce e martello.” Zorkin non resiste alle pressioni e presenta le dimissioni, che porterà il giorno seguente alla sospensione dello stesso Tribunale Costituzionale con un decreto di Yeltsin. Mentre, il presidente russo prolunga la validità dei vaglia di privatizzazione fino a Luglio del 1994. Le operazioni di repressione sono sistematiche: nella seconda notte a Mosca sono fermate 1.700 persone per “essere uscite in strada senza autorizzazione”, ed altre 900 per altre cause. Nella terza notte, cinque civili sono feriti con armi da fuoco e 3.500 persone sono fermate. Il giorno 8, sono fermate più di 5.000 persone. L’attività delle organizzazioni politiche si limita: si annuncia che i partiti che vogliano presentarsi alle elezioni dovranno raccogliere 100.000 firme in differenti distretti del paese, ed il giorno 8 Yeltsin dichiara illegale il Partito Comunista Russo durante lo stato d’assedio, intanto Serguei Filatov, capo del gabinetto di Yeltsin, dichiara che non deve permettere al Partito Comunista di partecipare alle elezioni.

La riorganizzazione dei comunisti aveva passato momenti molto difficili: dopo aver reso illegale il partito nel 1991, il Tribunale Costituzionale aveva decretato, nell’autunno del 1992, la legittimità delle organizzazioni di base del PCUS, invalidando parzialmente la decisione di Yeltsin di proibirlo. Quella fu una delle vie per la riorganizzazione, senza mezzi, del Partito Comunista Russo.
Il 9 ottobre, Yeltsin decide di prorogare lo stato d’assedio che aveva imposto il  4. Il presidente russo firma un decreto che smonta il sistema statale dei soviet che già erano orfani del Soviet Supremo. Il decreto sospende le funzioni di tutti i deputati a tutti i livelli, dai quartieri fino ai paesi, e le funzioni passano ad essere assunte dalla amministrazione locale. Alcuni voci parlano di fare “una transizione civilizzata” che eviti nuovi bagni di sangue, e Gorbachev si offre per “salvare” il paese. Sono voci nel vuoto: ha trionfato il via golpista al capitalismo.

Dopo, una notizia ed una antidemocratica costituzione sarà imposta alla Russia: i risultati raggiunti in tutte le regioni del paese non furono mai resi pubblici, e si elaborò una nuova legge elettorale. L’alcolizzato Yeltsin approfitta della via golpista al capitalismo, e le elezioni presidenziali del 1996 saranno rubate al popolo: la vittoria sarà sottratta al candidato del Partito Comunista, Guennadi Ziuganov, in una sporca operazione diretta  dai nuovi oligarchi e dall’ambiente di Yeltsin. La stessa cosa succederà nelle elezioni dell’anno 2000, vinte ufficialmente da Putin, a dispetto delle denunce di mostruose irregolarità, che non sono mai state indagate.

Gaidar l’aveva detto con chiarezza: “I russi non impareranno a lavorare fino a che non saranno passati dalla dura scuola della disoccupazione.” Sembra impossibile, ma la sua delirante politica cercava di aumentare la disoccupazione, sicuro che l’instaurazione del capitalismo lo richiedeva, in un contesto internazionale in cui – come se fosse un mondo alla rovescia, – la stampa mondiale presentava i liberali estremisti di Yeltsin come persone democratiche e progressiste, e quelli che impugnavano le riforme del capitalismo, come conservatori. Influenti analisti del momento, come Andronik Migranian, affermavano che la Russia non poteva permettersi una democrazia parlamentare, e che, al di sopra di qualunque altra considerazione, doveva introdursi l’economia di mercato. Più tardi, si sarebbe costruita già una “vera democrazia”, che dieci anni dopo ancora non è arrivata. Non si possono smettere di ricordare le parole di Aleksandr Zinoviev, antico dissidente, che aveva affermato che il proposito di Occidente non era la democrazia, bensì la distruzione della Russia.

Oggi, la difficile situazione che soffre la popolazione delle distinte repubbliche sovietiche non è ilprodotto della “eredità comunista”, come continuano ripetere i propagandisti del liberalismo, bensì conseguenza diretta di una riforma capitalista che è stato uno dei fallimenti più clamorosi di chi ha governato il territorio dell’antica URSS, e dei suoi mentori politici. A dieci anni di distanza, riscuote stupore il fatto che, a differenza del golpe dell’agosto del 1991 – che fu condannato immediatamente da Washington, e che causò pochissime vittime -, il colpo di Stato del 1993 che causò un terribile massacro, venne difeso dagli Stati Uniti fin al primo momento. Più di una decade dopo la sparizione dell’URSS, i laboratori ideologici del liberalismo continuano a parlare improvvisamente del tentativo di golpe del 1991 contro Gorbachev, ma non parlano mai del colpo di Stato di Yeltsin del 1993 che inaugura la via golpista al capitalismo.

Una malinconica constatazione finale: non c’è dubbio che, a dispetto del suo conclamato amore della libertà e della democrazia, il capitalismo convive con le istituzioni democratiche mentre le forze sociali di sinistra non mettono in pericolo il sistema di economia di mercato; ma se il suo dominio viene impedito, le forze che difendono il capitalismo ricorrono alla forza: nella Spagna del 1936, nell’Indonesia di 1965, nel Cile del 1973 o in qualunque altro paese. È nuovamente successo dieci anni fa, per imporre la transizione al capitalismo. I russi l’hanno provato. Dopo il golpe di Yeltsin, alla Russia spettava, come nel verso di Boris Pasternak, un’alba più asfissiante ancora.

Cari compagni, ho saputo che avete pubblicato il mio articolo su Rostropovich, mi fa piacere e vi ringrazio. Se può esservi utile vi mando questo mio articolo (ben più lungo) sul colpo di stato di Eltsin, ripreso in Spagna e nell’America Latina da vari organi di stampa.
Higinio Polo