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IL MARXISMO E LA QUESTIONE MERIDIONALE (I)

 

(Con alcuni giudizi di Marx e di Engels su Garibaldi)

di Demetrio De Stefano

 

Gli scritti in lingua italiana che maggiormente definiscono il pensiero di Marx e di Engels sul Risorgimento, e precisamente sugli avvenimenti di Sicilia e di Napoli del 18606, sono indubbiamente alcuni brani del «Carteggio». Oltre questi sei volumi di lettere (l) sono stati pubblicati: gli «Scritti di Carlo Marx e di Federico Engels sulla rivoluzione italiana del 1848» (2), che trattano dell’indipendenza dallo straniero e di riforme in senso liberale, nonché di una unione democratica di tutti gli italiani; i volumetti di Engels «Po e Reno», «Nizza, Savoia e Reno» (3), scritti tra l’inizio del 1859 e il febbraio del 1860, concernenti questioni prevalentemente militari; gli «Scritti italiani» (4), che sono nella quasi totalità posteriori al 1871, e che riguardano la formazione del movimento operaio italiano. Gli articoli di Marx e di Engels sul giornale degli emigrati tedeschi a Londra «Das Volk», sulla viennese «Die Presse» e sulla «New York Tribune» che, secondo Giuseppe Garritano (5), «completano e definiscono la posizione di Marx e di Engels nei confronti della guerra italiana del ’59, dei suoi principali protagonisti e in generale del movimento italiano di unificazione», rimangono ancora sconosciuti ai lettori italiani, nonostante lo stesso Garritano abbia annunciato, già nel 1952, che le Edizioni Rinascita si preparavano a pubblicarne la traduzione in un unico volume (6).

Il 1860 fu indubbiamente l’anno in cui è nata la questione meridionale; fu allora che Il Regno delle Due Sicilie, dove ebbero inizio i movimenti che costituirono «il prologo della sollevazione europea del 1848» (7) e dove Ferdinando II di Borbone, «primo fra tutti i principi italiani» (8); fu costretto a concedere una Costituzione ancora più avanzata del successivo Statuto albertino (9), fu proprio in quell’anno che il Regno delle Due Sicilie cessò la propria esistenza come nazione indipendente e sovrana. Intervenuto in aiuto dei siciliani insorti, cui fecero seguito i calabresi insorti anch’essi, Garibaldi trasformò l’insurrezione in annessione, e, in opposizione alla volontà della popolazione pure se un plebiscito ebbe luogo, al quale non può attribuirsi alcun valore per il modo e le condizioni in cui venne tenuto, rimise il più vasto e il più antico degli Stati italiani incondizionatamente al piccolo Piemonte, che gl’impose i propri ordinamenti politici, militari e amministrativi, al posto di quelli nazionali spezzati, soffocò ogni forma di sviluppo economico, distrusse la classe dirigente, disperse il patrimonio culturale, instaurò un regime poliziesco. Pur di estendere la propria egemonia, la borghesia piemontese non rifuggì neppure dalla rappresentazione di un Mezzogiorno barbaro. Qui, intanto, uniche forze nazionali rimasero i Borboni e il popolo, entrambi avversi alla conquista piemontese, mentre gli esuli moderati e la borghesia pavida inaugurarono una politica di tradimenti nazionali, gli uni per soddisfare ambizioni personali, l’altra per la conservazione dei propri privilegi. Per l’interpretazione di questi fatti molto sarebbe giovata la conoscenza del pensiero espresso da Marx e da Engels, entrambi portati dalla loro stessa dottrina al ristabilimento della verità. Compito dei Partiti Socialista e Comunista sarebbe stato, perciò, di divulgare i loto scritti sul ’60 italiano; i due partiti, invece, continuano ad ignorarlo, forse per conservare un indirizzo politico che è in contrasto con lo sviluppo del Mezzogiorno e con i principi del marxismo-leninismo, ma che risponde perfettamente agli inferissi del proletariato settentrionale.

L’attenzione di Marx e di Engels per gli avvenimenti ed i protagonisti del movimenta di unificazione italiana fu molto viva; i successi dei garibaldini in Sicilia e a Napoli vennero da loro seguiti quasi con entusiasmo; di Garibaldi stesso scrissero con ammirazione. Già prima dello sbarco a Marsala, in una lettera dell’8 maggio 1860 (n. 664), Marx domandava ad Engels: «Che ne pensi della faccenda di Sicilia?»; successivamente, da giugno a settembre, egli chiese per ben sei volte ad Engels di scrivere qualcosa su Garibaldi. Mentre si attendeva la capitolazione di Milazzo e di Messina, in una lettera del 5 ottobre (n. 701), Engels scriveva a Marx: «Papà Garibaldi ha dunque battuto di nuovo i napoletani e fatto duemila prigionieri. L’ascendente che ha sulle truppe deve essere fantastico…Per Bombalino (leggi Francesco II) sarà presto finita; presto le sue truppe non avranno più niente da mangiare e si sbanderanno, quella piccola striscia di terra non può nutrire. Per il momento non c’è nient’altro da dire su questa storia. Del resto non si può negare che il «re galantuomo» fa il suo gioco con molta decisione se va a Napoli adesso». A proposito del re, in un articolo probabilmente di Marx o di Engels del 12    agosto 1848, era scritto: «D’ora in poi gli italiani non possono porre e non porranno più la loro liberazione nelle mani di un principe o di un re…Se essi l’avessero fatto prima, se avessero messo a riposo il re e il suo regime assieme con tutti i partigiani, ed avessero realizzata un’ unione democratica, oggi probabilmente non ci sarebbero più austriaci in Italia» (10).

Le idee di Marx e di Engels non potevano essere cambiate dal 1848 al ’60; la loro simpatia per Garibaldi doveva quindi nascere da una coincidenza d’idee e dal fatto che quest’ultimo le veniva realizzando. Che Marx ed Engels non fossero per l’annessione al Piemonte è provato dal brano di una lettera del 17 luglio 1860 (n. 68), in cui Marx scriveva: «Che bellezza che Garibaldi abbia mandato al diavolo Farina». Il siciliano Giuseppe La Farina, emigrato a Torino, dove era deputato e dove presiedeva la «Società Nazionale», veniva mandato da Cavour in Sicilia per preparare ed affrettare la sua annessione al Piemonte; contro La Farina reagiva Garibaldi che lo faceva espellere violentemente da Palermo; La Farina, tornato a Torino, accusava Garibaldi di voler preparare la repubblica in Sicilia, d’accordo con Crispi (11). In effetti Garibaldi allora conveniva per una confederazione italiana, tanto è vero che i giornali del 27 luglio pubblicavano le istruzioni da lui date ai principi siciliani di S. Cataldo e di S. Giuseppe, suoi legati a Londra per trattare con i rappresentanti borbonici: I) la restaurazione in Sicilia della Costituzione del 1812; 2) l’autonomia completa dell’Isola e la sua separazione dal Regno di Napoli; 3) la partecipazione della Sicilia stessa nella «Lega Italica» come Stato indipendente e sotto un proprio re (12). Altre dimostrazioni del federalismo di Garibaldi sono: i ripetuti arresti ed espulsioni da Palermo e da Napoli di annessionisti che venivano mandati dal governo di Torino; l’invito che era stato fatto ed accettato nel settembre del 1860 da Garibaldi al federalista Cattaneo di venire a Napoli per assisterlo con i suoi consigli (13); la difesa che dell’operato di Garibaldi faceva alla Camera italiana l’altro glande federalista Giuseppe Ferrari (14); il brano di uno scritto del garibaldino Alberto Mario in cui diceva: «Noi democratici vogliamo l’unità politica, che è una delle forme della nazionalità, ma unità la quale più si accosti alla costituzione elvetica che all’accentramento francese» (15).

Marx ed Engels interpretavano le operazioni garibaldine in Sicilia e a Napoli non come una guerra di conquista, ma di liberazione, contro l’assolutismo borbonico, affinché «il popolo italiano sia messo nella posizione di pronunciare la sua volontà sovrana rispettando la forma di governo che vuole scegliersi»: cosi scriveva Marx in una lettera al giornale fiorentino «L’Alba», verso la fine di maggio 1848 (16). Parlando degli avvenimenti di Sicilia e di Napoli Marx ed Engels mostravano di sperare in una rottura tra Garibaldi e il governo e il re di Torino, come dimostra una lettera di Engels dell’1 ottobre 1860 (n. 699): «Garibaldi egli scriveva a Marx pare che, militarmente, non ce la faccia più. Ha talmente suddiviso le sue buone truppe nei battaglioni siciliani e napoletani, che non ha più nessuna organizzazione, e appena arriverà a una linea d’acqua un pò difesa, con una fortezza non dominata come Capua, dovrà fermarsi. Per ora la cosa non è seria, perché i 30 mila napoletani non possono vivere su quella piccola striscia di terra, e dovranno sparpagliarsi o avanzare entro 15 giorni, cosa che non riuscirà loro. Ma sarà ben difficile che Garibaldi arrivi tanto presto al Quirinale senza casi fortunati particolarissimi. Per di più ora tutto il gridare dei cavouriani; questi miserabili borghesi sono capaci di rendere fra poco insostenibile la sua posizione, sì che alla peggio dovrà attaccare prima di essere in condizioni di vincere. Se no sarebbe importante mettere fuori combattimento il più presto possibile i napoletani e indurre poi i piemontesi a fraternizzare, prima che Vittorio Emanuele arrivi tra loro, perché poi è troppo tardi, e loro rimarrebbero fedeli a Vittorio Emanuele». Quest’ultimo brano è particolarmente importante, poiché indica che la «fraternizzazione» tra napoletani e piemontesi doveva avvenire contro il re e il governo sardi.

I fatti cui sembra preludere la precedente lettera sono i seguenti: il 5 ottobre il prodittatore Mordini pubblicava in Palermo un decreto col quale venivano convocati i collegi elettorali per l’elezione dell’Assemblea siciliana che doveva votare l’annessione la quale doveva stabilire, cioè, il modo e il tempo dell’unione (17) a sua volta Crispi a Napoli voleva la convocazione dell’Assemblea napoletana per la ratifica del plebiscito; ciò destava preoccupazione ed ira nei fautori dell’annessione, che a Palermo facevano dimostrazioni e attaccavano Mordini sulla stampa, mentre a Napoli il cavouriano Pallavicini si dichiarava contrario all’Assemblea che diceva cagione di guerra civile (18). Da parte sua Cavour faceva pubblicare sui giornali piemontesi il suo dissenso da Garibaldi, insinuando che bisognava allontanare da lui tutti i fautori della federazione ed insistendo per l’annessione immediata. Agli intrighi dei cavouriani Garibaldi rispondeva componendo i ministeri in Sicilia e a Napoli con elementi invisi al governo di Torino e minacciando di pubblicare tutti i documenti comprovanti la piena complicità di questo governo nell’invasione delle Due Sicilie. In effetti il governo sardo non solo aveva voluto l’invasione della Sicilia, ma aveva anche sollecitata quella del Napoletano, come basta a provare: 1) la protezione data dai vascelli della marina sarda l’ «Authion» e il «Governolo» allo sbarco dei garibaldini a Marsala (19); 2) la lettera di Cavour all’ammiraglio Persano del 28 luglio 1860, in cui diceva: «Son lieto della vittoria di Milazzo…Io la prego di porgere le mie sincere e calde congratulazioni al generale Garibaldi. Dopo si splendida vittoria, io non veggo come gli si potrebbe impedire di passare sul continente. Sarebbe stato meglio, che i napoletani compissero, o almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poiché non vogliono o non possono muoversi, si lasci fare i Garibaldi» (20).

Il contrasto col governo di Torino doveva mettere ben presto in difficoltà Garibaldi; mentre le sue truppe si trovavano in cattive condizioni, ed abbisognavano di aiuti, Cavour gli vietava ogni spedizione e faceva accostare alla frontiera degli Abruzzi le truppe sarde del generale Cialdini e per mare la flotta dell’ammiraglio Persano, pronti ad invadere le Due Sicilie; ciò induceva Garibaldi ad acconsentire all’annessione, non senza prima pubblicare un manifesto, forse del 5 ottobre: «Spieghiamoci chiaramente si giustificava; noi abbiamo bisogno di un’ Italia unita, e di vedere tutte le sue parti aggruppate in una sola nazione, senza restar traccia di municipalismo. Noi non possiamo consentire, che mediante parziali, e successive annessioni, l’Italia sia a poco a poco inviluppata nel municipalismo legislativo ed amministrativo del Piemonte. Che il Piemonte diventi adunque italiano, come han fatto Sicilia e Napoli, ma che l’Italia non divenga piemontese. Vogliamo noi stessi riunirci alle altre parti d’Italia, che si uniranno parimenti a noi con uguaglianza e dignità. Non debbono adunque imporci le leggi e i codici, che sono ora specialmente propri del Piemonte. Le popolazioni che col sangue han fatto trionfare un’ idea non sono simili a’  paesi conquistati, ed hanno il diritto a crearsi i loro codici e le loro leggi…Così pensa, e deve pensare per la salute d’ Italia chiunque è italiano» (21). Altre nozioni sul le intenzioni di Garibaldi per la Sicilia e il Napoletano, si possono ricavare dalla polemica tra questi e il generale Cialdini; il 27 aprile 1861 quest’ultimo inviava una lettera a Garibaldi in cui diceva: «Voi ordinaste al colonnello Tripeti di ricevere i Piemontesi a fucilate: voi dunque provocatore della guerra civile» (22). In una diversa fonte troviamo il seguente brano della stessa lettera: «Mi sono noti gli ordini dati da voi o dai vostri per riceverci a fucilate sulla frontiera degli Abruzzi…» (23).

L’entusiasmo per Garibaldi doveva presto sbollire in Marx e in Engels: dopo la lettera del 5 ottobre e sino al 27 febbraio 1861, nessun accenno facevano sugli avvenimenti siciliani e del Napoletano; solo il 23 novembre 1860 Marx comunicava ad Engels di avere scritto un articolo sull’Italia per la «Tribune» di New York. Il 27 febbraio 1861 (lettera n. 737) Marx esprimeva un primo giudizio negativo su Garibaldi; parlando di un libro di Appiano sulle guerre civili romane, Marx scriveva ad Engels: «Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale, non un Garibaldi, carattere nobile, realmente rappresentante dell’antico proletariato». In un’altra lettera ad Engels del IO giugno (n. 742), Marx scriveva, questa volta addirittura con disprezzo: «Cavour è morto? Che ne pensi? Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo…». Anche sulla preparazione militare di Garibaldi Marx riportava un giudizio negativo; la lettera è del 28 settembre (n 70): «Oswald dice che Garibaldi è essenzialmente un capo di guerriglia, ma che con un grande esercito e su un vasto territorio non saprebbe cavarsela. I suoi consiglieri strategici sono Cosenz (ex ufficiale borbonico) e Medici». 11 19 aprile 1864 (lettera n. 852) Marx scriveva ad Engels: «…l’Associazione operaia voleva, istigata da Weber, che io facessi un indirizzo a Garibaldi e poi mi recassi da lui con la deputazione. Io rifiutai decisamente»; poi continuava: «Che miserabile questo Garibaldi, intendo dire tipo di somaro…»; infine concludeva: «Vorrei essere piuttosto una zecca nel vello di una pecora che una tal valorosa scioccheria…». Riferendosi a Garibaldi, Engels rispondeva il 29 a Marx (lettera n. 853): «Tuttavia sono cose che è inutile spiegare a chi ormai non conosce il carattere totalmente borghese di questo signore…».

Gli avvenimenti che seguirono all’annessione sono largamente noti, il cosiddetto «brigantaggio», che ebbe un carattere politico e nazionale e quindi va considerato come un movimento «partigiano», durato dal 1860 al ’65 (24); la rivolta del settembre 1866, che per sette giorni sconvolse Palermo, rivelando il completo distacco dei siciliani dai «miti unitari» (25); i Fasci siciliani del dicembre 1891 gennaio ’94, che si manifestarono come un tentativo d’ insurrezione e vennero soffocati con i massacri, gli arresti in massa e i tribunali militari (26); movimenti minori in Puglia, Campania, Calabria e Lucania; le numerose inchieste (sul brigantaggio del ’62, sulle condizioni della Sicilia del ’67 e del ’75, ecc.); le battaglie politiche sostenute da N. Colajanni, da Salvemini, ecc.; il sorgere di Partiti d’ Azione nel Mezzogiorno e nelle Isole (Lucano, Molisano, Sardo): tutto ciò sta a dimostrare che il «plebiscito» mascherava una conquista e dà quindi una falsa testimonianza della volontà della popolazione; indica che i rivoltosi siciliani, i quali in aprile del 1860 gridarono «I’ Italia e Vittorio Emanuele», si sentivano ingannati. Infatti l’unità giovò al Nord, non al Mezzogiorno, che pagò non soltanto i debiti contratti del Piemonte, non solvendo i quali questo sarebbe andato incontro alla rovina (27), ma diede all’industria e all’agricoltura settentrionali i capitali e il mercato necessari al loro sviluppo; l’industria meridionale, invece, la quale prima del 1860 non aveva nulla da invidiare a quella settentrionale, di cui era anzi per molti aspetti superiore (28), non sostenuta da una direzione politica nazionale, andò verso il fallimento; la tariffa doganale del 14 luglio 1887, di cui si giovò l’industria settentrionale, fu a sua volta esiziale per l’agricoltura e le campagne del Mezzogiorno, dove i rapporti rimasero statici, quando non vennero addirittura peggiorati: da ciò conseguenze sociali, la disoccupazione, l’emigrazione, il tentativo pseudo scientifico di far passare le popolazioni meridionali come gente di razza inferiore. Sono queste alcune delle tappe che hanno portato ad una netta divisione tra Nord e Sud più grave ancora di quella che esisteva nel 1860; la quale, pure se ancora non si manifestava sul terreno politico, per mancanza di condizioni interne ed esterne favorevoli che potrebbero crearsi col maturare di condizioni nuove nel Mediterraneo pure è evidente nelle condizioni economiche, politiche, sociali, culturali.

Demetrio De Stefano

NOTE: 1) Carteggio Marx Engels, voll. III e IV, Edizioni Rinascita, 1951-58; 2) Scritti di Carlo Marx…, in II 1848, Quaderni di Rinascita, n. 1, pagg. 143-53; 3) F. Engels, Po…, 1952; Nizza…, 1955, Edizioni Rinascita; 4) Marx Engels, Scritti…,, Edizioni Avanti!, 1955; 5) Po…, cit., prefazione, pag. 9; 6) Idem, pag. 9; 7) Scritti di Carlo Marx…, cit., pag. 152: 8) Idem, pag. 9; 9) Cfr. lo Statuto napoletano e lo Statuto piemontese in Codici Costituzionali del Regno di Napoli, raccolti a cura del giornale L’Iride, Napoli 1860; adesso in Le Costituzioni Italiane, Edizioni di Comunità; 10) Scritti di Carlo Marx…, pag. 148; 11) Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Italia 1863, pag. 184. Di questa Cronaca…, Luigi Natoli scrisse nel suo libro Rivendicazioni attraverso la rivoluzione siciliana del 184860, nota a pag. 110: E’ esatta e minuziosa, condotta passo passo sui documenti borbonici. Sebbene anonima si attribuisce con certezza al principe di Castelcicala. Da questa stessa Cronaca…abbiamo tratto molte notizie della cui fonte non facciamo cenno. Vedere anche, Tito Battagliai II crollo militare del Regno delle Due Sicilie, documenti, voi. II, Milano 1939; 12) Cronaca…. cit., pag. 222; 13) Le più belle pagine di Carlo Cattaneo scelte da Gaetano Salvemini, prefazione, pag. XXV: 14) Discorsi di G. Ferrari dell’8 e dell’11 ottobre 1860; 15) Scritti politici di Alberto Mario, a cura di G. Carducci, Bologna 1901, pag. 55: 16) Scritti di Carlo Marx…, cit., pag. 146; 17)L; elezione di un’Assemblea, già negata a Napoli e poi revocata in Sicilia, era stata attuata nel granducato di Toscana e nei ducati di Modena e di Parma pochi mesi prima: per questi ultimi vedere D. M. Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860 pag. 94, Einaudi 1958; 18) Gualtiero Castellini, Crispi, Firenze 1915, pag. 80; 19) Domenico Guerrini, Un documento relativo alla spedizione dei garibaldini in Sicilia, in II Risorgimento Italiano, dicembre 1808, pag. 769 e segg.; 20) Cronaca…, cit., pag. 228; 21) Idem, pagg. 26970; 22) Carlo Amò, Garibaldi, Cavour e la spedizione dei Mille, in II Risorgimento Italiano, gennaio 1908, nota a pag. II; 23) Cronaca…, cit., nota a pag. 297; 24) Luisa Gasperini, Il pensiero politico antiunitario a Napoli dopo la spedizione dei Mille, Modena 1953, pagg. II e seguenti; 25) Paolo Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, Einaudi 1954, pag. 19; 26) Napoleone Colajanni Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause, pagg. 175-93, 260-85, 286-341, Palermo 1895. Si veda altresì l’estratto del Memorandum presentato nel 1896 dai socialisti di Palermo al Commissario civile per la Sicilia, in Storia della Questione Meridionale di S. F. Romano, pagg. 14554. Vedere infine gli interventi svolti alla Camera da Colajanni, da Di San Giuliano o da Castelletti, rispettivamente il 4, il 7 e il 9 luglio 1896; 27) A. Nota, Sessantanni di eloquenza parlamentare italiana, voi. I, pagg. 100101: è riportata una parte del discorso tenuto il 20 ottobre 1848 dal ministro piemontese Rattazzi U. alla Camera sulle tristi condizioni pel Piemonte. Vedere inoltre F. S. Nitti, Nord e Sud in Scritti sulla questione meridionale voi. 2°, pag. 471, Laterza 1958; 28) Friedrich Vochting, La Questione Meridionale, Napoli, pagg. 196-97. Vedere ancora: Corrado Barbagallo, Le origini della grande industria contemporanea, Firenze, pagg. 40553.

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I satelliti stanno cambiando sole
Angeles Master | redroja.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/12/2018

Intensificazione delle contraddizioni interimperialiste

Sulla scena internazionale si sono di recente verificati eventi apparentemente sorprendenti. Quando nello scorso mese di novembre veniva celebrato a Parigi il centenario dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale, Trump, con l’intento di attaccare la Francia e la Germania e di ricordare il ruolo egemone degli Stati Uniti in Europa, affermava che: “quando gli americani sbarcarono in Normandia nel 1944, i francesi stavano imparando a parlare tedesco”. Più che un tentativo poco simpatico di ottenere l’aumento da parte dei paesi europei del loro contributo economico e militare alla NATO, andrebbe visto come un ulteriore affondo nell’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Unione europea, culminato per il momento nella decisione di quest’ultima di creare un esercito europeo indipendente.

Sono solo sfoghi di Trump, oppure sono già in atto cambiamenti importanti nelle relazioni interimperialiste?

Red Roja ha da tempo concentrato le sue analisi sull’attuale fase del capitalismo e proprio sulle contraddizioni interimperialiste tra Unione europea – soprattutto la sua potenza egemone, la Germania – e gli Stati Uniti. Questo interesse risponde alla necessità di conoscere meglio i conflitti che si verificano al vertice del potere, intensificati in epoche, come l’attuale, di crisi generale del capitalismo. Nella lotta per la conquista del potere politico, il fattore decisivo che definisce i rapporti di forza, è la debolezza del nemico.

L’obiettivo strategico che ha guidato tutti i piani dell’imperialismo, dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’URSS nel 1991, è stato la sconfitta del comunismo. Il fine comune di distruggere il primo stato proletario ha reso possibile la lotta comune contro quello di tutte le potenze capitaliste contrapposte nelle due guerre mondiali. Di fronte a questo obiettivo superiore, le contraddizioni interimperialiste apparivano sepolte e l’egemonia di Washington assicurata.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’interesse di Washington come grande potenza vittoriosa ed erede dell’imperialismo britannico si concentrò sul controllo dell’Europa. I suoi strumenti per costruire un’Europa occidentale agganciata agli interessi statunitensi e da loro totalmente dipendente sul piano militare, erano il Piano Marshall e la NATO.

L’obiettivo storico, che ora si sta sgretolando, della Casa Bianca è sempre stato quello di controllare il continente euroasiatico, il “perno del mondo”. A tal fine, era necessario evitare l’emergere di una potenza europea con volontà propria, con un potere economico e militare sufficiente per contrastare gli Stati Uniti e che avrebbe potuto stabilire relazioni con l’URSS (o con la Russia di oggi) in modo sovrano e contro i loro interessi. Il metodo fu di progettare reiteratamente dei conflitti tra i paesi del Cuore continentale in modo che nessuno potesse divenire forte abbastanza da trasformarsi in un ostacolo all’egemonia anglosassone.

Il confronto tra le due grandi potenze socialiste, l’URSS e la Cina, la successiva scomparsa della prima e l’inserimento della seconda nei parametri capitalisti, la creazione di basi NATO nella maggior parte dei paesi europei (le principali in Germania e in Kosovo, dopo la liquidazione della Repubblica Federale di Jugoslavia) o l’integrazione nell’Alleanza Atlantica di gran parte dei paesi del defunto Patto di Varsavia, sembravano assicurare un futuro luminoso ai piani statunitensi.

Eppur si muove

La sconfitta del movimento comunista e l’enorme crisi generale che colpisce il capitalismo dall’inizio degli anni’ 70 del secolo scorso e il cui ultimo shock è iniziato nel 2007, sta avendo conseguenze economiche, politiche e sociali che comportano cambiamenti qualitativi nell’ordine mondiale stabilito a partire dal 1945.

La lettura di questa crisi, effettuata dalle organizzazioni politiche e sindacali della socialdemocrazia nello Stato spagnolo – Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), Sinistra Unita e Partito Comunista Spagnolo (IU_PCE), Commissioni Operaie (CCOO), Unione Generale dei Lavoratori (UGT) e ora Unidos Podemos – sempre disposti ad aiutare il capitale, è stata quella di opporre il capitalismo europeo “sociale ed umano” al capitalismo americano “selvaggio e brutale”. Questa retorica del “ritorno allo stato sociale” ha concesso enormi favori alla borghesia, sia qui che all’estero. Ora questi tentativi di ritocco al volto del capitalismo stanno facendo acqua ovunque e la sua sovrastruttura politica sta crollando, mentre il discredito del sistema e la corrispondente radicalizzazione delle posizioni occupano sempre più la scena istituzionale.

Lotta per i mercati e le materie prime. Sanzioni e dedollarizzazione

La potente esplosione dell’industria cinese e la sua occupazione dei grandi mercati in quasi tutti i settori, hanno portato al crollo dell’economia produttiva statunitense. La risposta della Casa Bianca è stata l’imposizione di tariffe consistenti sulle importazioni cinesi e l’istituzione di nuove sanzioni contro la Russia. L’assedio economico è stato seguito dall’assedio militare: espansione delle basi militari statunitensi in Asia e intimidazione della NATO nei confronti della Russia lungo tutti i suoi confini europei.

Mentre era in gestazione la sconfitta in Siria di Stati Uniti e UE (in particolare di Francia e Gran Bretagna) per mano dell’Asse della Resistenza (Hezbollah, Siria, Resistenza palestinese e Iran) sostenuto dalla Russia, si faceva strada un nuovo conflitto economico inter-imperialista.

L’accordo nucleare con L’Iran e la revoca delle sanzioni nel 2015, è stato coscienziosamente preparato dalla Germania. Subito dopo la firma, Berlino ha dispiegato le sue relazioni commerciali con Teheran, aprendo la via ad altri paesi dell’UE. La Casa Bianca è stata relegata ai margini nella competizione per trasformare il territorio del nemico “sciita” in un’arena d’affari.

Washington, spinta dai suoi partner nella regione (Israele e Arabia Saudita) e già in manifesta ritirata dalla Siria e dall’Iraq, lo scorso novembre ha imposto nuove sanzioni all’Iran e a qualsiasi società o paese che negozi con questo. Un tentativo mascherato di impedire lo sfruttamento commerciale da parte dei concorrenti dell’UE del nuovo e potente mercato iraniano.

Il risultato di questo complesso processo non potrebbe essere più disastroso per gli Stati Uniti. Dalla Turchia allo Stato spagnolo – per fare gli esempi più palesi di stati storicamente sotto influenza USA – le dichiarazioni sono state risolute e insolite. “Non accettiamo le imposizioni dell’imperialismo statunitense. Il ‘chi non è con me, è contro di me’ appartiene a un’altra epoca e la Spagna non permetterà questo tipo di approccio”, ha detto inaspettatamente il ministro degli esteri spagnolo, il lacchè Borrel.

Se i satelliti si mostrano così, non è a causa di improvvisi attacchi di sovranità e indipendenza, ma perché stanno cambiando il loro sole.

Merkel, a nome dell’UE, si è rivolta all’Iran, con enfasi: “Mantenete i vostri impegni. Noi manterremo i nostri.”

La minaccia di sanzioni ha portato ad un elenco crescente di paesi che si dichiarano disobbedienti e decidono di realizzare le loro transazioni in valute diverse dal dollaro. Le ripercussioni, che stanno appena iniziando a manifestarsi, per gli Stati Uniti sono gravi e influenzano tutta la loro struttura di dominio.

L’imperialismo è un rapporto di potere che può essere esercitato finché i paesi subordinati lo accettano. Tutto indica che il cocktail di sanzioni più la progressiva dedollarizzazione, minaccia di essere per l’impero yankee “non un colpo ai piedi, ma più in alto.”

Il germe del nuovo esercito europeo

Questa escalation di tensione tra gli Stati Uniti e l’UE tende a crescere perché si basa su interessi economici contrastanti che, a loro volta, favoriscono il riavvicinamento di questi ultimi con la Russia. Gli ultimi episodi spiegano il conflitto: il sostegno degli Stati Uniti alla Brexit per indebolire l’UE o il suo tentativo – destinato a fallire – di impedire l’acquisto di gas russo da parte dell’UE attraverso il Nord Stream.

Sembrerebbe che stia per concludersi il lungo periodo in cui le contraddizioni euro-nordamericane erano riconciliate sotto l’egida della NATO.

Il crollo dell’URSS ha cancellato la necessità di una “protezione dalla minaccia comunista ” e la crisi generale del capitalismo si manifesta come una feroce lotta per i mercati e le materie prime nel tentativo di controllare la caduta dell’incremento del saggio di profitto.

E in effetti il confronto economico interimperialista avrà le sue conseguenze militari. Merkel ha proclamato a maggio che: “il tempo in cui per proteggerci potevamo fidarci degli Stati Uniti, è finito. L’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani ”

Il progetto PESCO (Cooperazione strutturata permanente in materia di sicurezza e difesa), dotato di un budget iniziale di 12 miliardi di euro, avvia la creazione di un esercito europeo e di una base di produzione di armi e di innovazione tecnologica fondata esclusivamente su imprese europee ed esplicitamente indipendenti dagli Stati Uniti.

Lotta di classe e relazioni interimperialiste.

La relativa decadenza economica degli Stati Uniti, che potrebbe anche avere conseguenze per il mantenimento della sua enorme struttura militare con circa 1.000 basi militari sparse sul pianeta, non significa che la sua capacità aggressiva diminuirà. La relativa indipendenza dell’UE rispetto agli Stati Uniti e alla NATO non è né stata fatta, né in fase di completamento, ma suppone che l’imperialismo europeo sia “buono” o “umano”.

I governanti europei sono guidati esattamente dagli stessi obiettivi di quelli statunitensi nella lotta alla morte per competere in condizioni più favorevoli nella giungla del capitalismo. Questi obiettivi sono costruiti sullo sfruttamento della classe operaia e della natura, senza limiti diversi da quelli imposti dalla lotta di classe

Non c’è altra via. Il dilemma rimane: socialismo o barbarie. La conquista del potere politico da parte della classe operaia, l’unica possibilità di distruggere il mostro capitalista che annienta l’umanità, esige di conoscere le sue debolezze e soprattutto le sue divisioni e i suoi contraddizioni.

Note

1. Questi aspetti sono stati analizzati in Maestro, A. (2016) ” Le contraddizioni tra l’imperialismo statunitense e quello europeo. Controllare il “perno del mondo”. http://www.redroja.net/index.php/noticias-red-roja/opinion/3968-las-contradicciones-entre-el-imperialismo-estadounidense-y-el-europeo-controlar-el-pivote-del- mondo

2. Il documento di Red Roja intitolato “Il mito del ritorno al welfare state. Un altro capitalismo è impossibile”, scritto all’inizio dello scossone della crisi (2012), in grado di annullare l’ennesimo tentativo di collocare la “riforma” dell’UE e il ritorno al “welfare state”, come l’obiettivo di mobilitazioni popolari contro il brutale shock delle conseguenze della crisi sulle classi popolari. Dopo il 15 M [movimento degli Indignados], queste proposte dovevano essere imposte da un cosiddetto Vertice Sociale che comprendeva CC.OO. UGT, PSOE e IU e i loro satelliti. Questa volta l’obiettivo non è stato raggiunto. Le Marce per la Dignità sono emerse un anno dopo ponendo il mancato pagamento del debito e la questione dell’Euro e dell’UE al centro del loro programma, tra le altre cose. http://www.redroja.net/index.php/comunicados/831-el-mito-de-la-vuelta-al-estado-del-bienestar-otro-capitalismo-es-imposible

3. L’elenco dei paesi e delle società che operano in valute diverse dal dollaro è in crescita. Spicca l’acquisto di armi dalla Russia da parte di paesi come India, Pakistan, Qatar o Turchia, alleati incondizionati degli Stati Uniti per decenni.

4. Lo scorso 12 dicembre, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha adottato una risoluzione contro l’entrata in vigore del Nord Stream 2, per mezzo del quale minaccia di nuove sanzioni la Russia ed esorta l’UE a fare lo stesso. Nord Stream 2 è un gasdotto di 1.200 km che collega Russia e Germania attraverso il Mar Baltico, cioè senza passare attraverso l’Ucraina. Oltre al Gazprom Russo, partecipano i gruppi energetici tedeschi Uniper e Wintershall, l’austriaca OMV, la francese Engie e il gigante anglo-olandese Shell.

https://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peimja22-021141.htm

http://www.lariscossa.com/2017/02/23/23-febbraio-1918-nasceva-larmata-rossa-degli-operai-contadini/?fbclid=IwAR26N4F-EiPgl66SLQBwnIT2Umo3JFw50n1HXfcuxpinY7JywU0FaL6eaKo

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Dichiarazione del CC del Partito Comunista Operaio Russo per il 99° anniversario dell’Armata Rossa e le odierne celebrazioni del «Giorno del Difensore della Patria».

99 anni ci separano dalla nascita dell’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini. Ricordiamo e apprezziamo ancora una volta l’importanza di questo evento. L’Armata Rossa nasce nella lotta per la protezione del giovane Stato sovietico dall’offensiva dell’imperialismo tedesco. Ma l’importanza dell’Armata Rossa, naturalmente, va ben oltre la portata di questo conflitto.

L’organizzazione delle sue forze armate – è una necessità oggettiva, è l’unica possibile e l’unica giusta reazione della rivoluzione socialista vittoriosa all’accerchiamento capitalista ostile e al suo desiderio di distruggere la rivoluzione. Senza le forze armate della rivoluzione essa è condannata.

“Difensore” – così caloroso del popolo sovietico. Ci fu l’amore a livello nazionale del popolo verso l’Esercito che percepiva come la sua carne e sangue, come espressione della sua volontà e le sue aspirazioni. Un fenomeno che non ha precedenti nel mondo dello sfruttamento (capitalista).

L’Armata Rossa si trovava a guardia del lavoro pacifico e delle conquiste rivoluzionarie dei lavoratori. Era l’unico esercito al mondo strettamente legato alle preoccupazione del popolo, con i problemi sociali in tutto il paese.

Ecco perché uno dei primi obiettivi dei restauratori del capitalismo fu l’esercito sovietico. E’ stato diffamato, calunniato, mettendo in dubbio tutte le sue gloriose vittorie, e i suoi nemici, inveterati teppisti degradati, trasformati in «eroi della lotta contro il bolscevismo». E tutto questo perché l’Armata Rossa era in lotta per la liberazione del popolo lavoratore dal gioco del capitale.

L’Armata del nostro popolo non ha niente a che fare con gli eserciti degli stati capitalisti, tra cui l’attuale russo.

Oggi, le strutture militari e le altre di sicurezza della Russia borghese si sono trasformate in uno strumento di violenza armata contro il popolo, per proteggere il potere dei Signori, per rafforzare il sistema capitalistico di oppressione, per mantenere con la violenza le masse operaie nell’obbedienza e sopprimere la loro resistenza.

Questa è la conseguenza inevitabile della restaurazione del capitalismo nel nostro paese.

Appena emerso alla luce, l’Esercito borghese Russo, così come le altre forze dell’ordine, ha iniziato la sua storia con una pagina infame e sanguinosa.

Nel mese di ottobre 1993, i cosiddetti “difensori della patria” su ordine della classe dirigente della nuova borghesia commisero un palese crimine. Centinaia di persone inermi vennero brutalmente uccise, sparati dai mezzi blindati e carri armati, cannoneggiando e bruciando la «Casa Bianca»(parlamento russo)…

Continuando la riforma dell’esercito hanno posato le Bandiere Rosse nei musei per assumere quelle nuove col tricolore di Vlasov e altre multicolore.

Oggi, siamo inorriditi dalle “gesta” punitive dei fascisti ucraini. Ma nell’ottobre del 1993, nessuno era terrorizzato dall’esercito russo e la polizia antisommossa di recente formazione che da difensori del popolo si trasformò in loro carnefici? Da lì, nel 1993, prendono forma le fasciste autorità borghesi russe e il loro personale di funzionari governativi, politici corrotti, “intellettuali”, sacerdoti, predicatori. La ragione per la ferocia dei cani del regime nei confronti dei difensori del Consiglio Supremo è molto chiara in quanto vedevano la maturazione della resistenza del popolo lavoratore alle loro “riforme”. Qui il regime borghese della Russia affogò nel sangue una rivolta popolare. La reazione ha fatto un enorme passo in avanti nella promozione del corso capitalistico, e al tempo stesso ha esposto il brutto muso del capitalismo russo. Ed è cresciuto sempre più forte nel mostro in Ucraina che ha superato il suo fratello maggiore implementando un regime fascista banderista nel 2014.

Le annuali manifestazioni di massa con lo slogan «Nessun perdono per i carnefici» dicono che oggi «difensori della patria» e popolo stanno su lati opposti.

La celebrazione di oggi del «Giorno del Difensore della Patria» da parte del governo borghese è un orpello ipocrita per dare visibilità ad una presunta ereditarietà nella lotta e gloria militare. In questi giorni, ci sono richieste per l’unità, il patriottismo, l’amore per lo Stato borghese. I Padri della Chiesa predicano intensamente l’obbedienza e esortano a non dispiacersi per la loro pancia piena…

Ma che tipo di eroismo, sacrificio può esser discusso in relazione, ad esempio, alle forze militari della moderna borghesia Russa? Per cosa mettono in gioco la loro vita? Per i guadagni degli oligarchi o i conti bancari dei funzionari di governo? Per la costruzione di un nuovo tempio dove il sacerdote frigna il suo Hallelujah… Oh rallegriamoci, russi, con gli stipendi dei funzionari: alcuni milioni di rubli al giorno, e coloro che lavorano e producono tutta la ricchezza che si accontentano di qualche centinaio di rubli.

Le odierne chiamate al patriottismo per lo Stato della dittatura borghese, per l’unità, per l’obbedienza fanno parte dell’ideologia borghese per la riduzione in schiavitù dei lavoratori. L’ideologia della reazione.

Oggi non abbiamo una patria, perché non abbiamo nulla di nostro.

Noi diciamo, che è impossibile difendere la Patria se non per la lotta contro i capitalisti. Possiamo difendere la patria solo rovesciando la borghesia.

Ai nostri figli e nipoti nel Giorno dell’Esercito e della Marina Sovietica diciamo: «Presto sarai cresciuto. Ti daranno un fucile. Prendilo e impara a maneggiar bene le armi. E’ una scienza necessaria per le masse oppresse, al fine di lottare contro la borghesia, per porre fine allo sfruttamento, la povertà e la guerra. Solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi tutte le armi. Le masse operaie, naturalmente, lo faranno, con l’esempio e l’esperienza dell’Armata Rossa Sovietica che non ha prezzo».

Il Comitato Centrale del Partito Comunista Operaio Russo – PCUS

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Posted by La Nuova Alabarda on Sunday, February 10, 2019

Una nota del SAP, il sindacato di PS noto anche perché alcuni suoi dirigenti sono stati condannati per avere ripetutamente insultato ed offeso la famiglia di Stefano Cucchi, stigmatizza, in occasione del Giorno del Ricordo che «le recenti iniziative intraprese in alcune parti d’Italia da “associazioni negazioniste” di una pagina così tragica e buia della nostra storia, offendono la memoria di queste vittime innocenti, tra queste anche Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, che pagarono con la vita, il solo fatto di rappresentare i valori dell’Italia indossando una divisa a servizio degli italiani».
Nel periodo fascista i poliziotti ed i carabinieri si distinsero per la brutalità dei mezzi di repressione usati contro gli antifascisti, in tutta Italia, e nella Venezia Giulia non furono da meno; sotto l’occupazione nazista, quando il corpo dei Carabinieri venne sciolto (e quindi alla fine della guerra nessun “carabiniere”, a meno che fosse passato sotto altre formazioni collaborazioniste, fu “infoibato”) e la PS passò direttamente sotto gli ordini di Hitler, come tutte le forze armate dell’Adriatisches Kustenland annesso al Reich, le repressioni violente, con “orribili persecuzioni, torture ed infoibamenti” furono messe in atto proprio da corpi collaborazionisti come l’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia, comandato dal vicecommissario Gaetano Collotti.
Leggiamo ora alcune testimonianze.
«Collotti (…) odiava con ferocia i partigiani italiani e slavi, ma per gli slavi nutriva un odio particolare. Infatti mentre sottoponeva gli italiani ad una serie di torture che andavano dalle busse alla (…) introduzione di decine di litri di acqua calda ed allo schiacciamento delle dita, per gli sloveni riservava dei tormenti inenarrabili (…) che costituiscono il tragico ricordo di uomini e donne della nostra città che sono passati dalle celle di Villa Triste alle camere di tortura e da qui ai campi di concentramento… »[1].
«Siccome le sevizie nei confronti dei Prodan [2] continuavano, la suocera disse al Collotti di avere pietà, al che egli rispose: “Vi distruggerò tutti, maledetta razza s’ciava!”»[3].
«Il teste [4] (…) specifica che il più accanito era il Miano che soleva dire alle sue vittime: “Ricordatevi di Miano che non lo dimenticherete mai più” tanto che le vittime ritenevano si trattasse di uno pseudonimo, sembrando impossibile che l’aguzzino desse il suo vero nome»[5].
«Il dottor Toncic racconta (…) che il Mazzuccato violentò diverse donne, fra cui alcune minorenni, per quanto fosse notoriamente affetto da sifilide»[6].
Un giorno che si era recato presso l’Ispettorato Speciale, Diego de Henriquez sentì le urla, sempre più forti di una donna; gli dissero che la stavano interrogando e lo invitarono ad uscire. De Henriquez fece in tempo a vedere un pesante scudiscio ed a udire una frase: “Se non parli ti spacco la testa”. Lo studioso annotò che tali metodi erano ben noti in città[7].
«L’apparecchio di tortura elettrico è stato portato nella sede dell’Ispettorato da Collotti al quale venne regalato dalle SS secondo quanto sentivo dire dagli agenti. L’apparecchio elettrico stava nella stanza di Collotti ma qualche volta ho sentito dire che passava nell’ufficio di Perris (…)»[8].
L’ispettore De Giorgi della Polizia Scientifica firmò in data 18/1/46 una «perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale». Tale perizia, richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste [9] descrive, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: «stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a bracciuoli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurientissime confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione ».
Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurientissime confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo, come Jordan Zahar, ad esempio.
L’ispettore De Giorgi dichiarò inoltre in una intervista: «Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo». E tra gli “anfratti” (cioè le “foibe”) un teste ha indicato anche il pozzo della miniera di Basovizza: «Nell’estate del ‘44 pascolavamo il bestiame nei pressi del pozzo della miniera di Basovizza ed abbiamo visto più volte venire su due appartenenti alla Guardia Civica (riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde) che portavano con sé dei civili che, uno alla volta, gettavano dentro il pozzo. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine. Li vedemmo arrivare un giorno con un furgone della ditta Zimolo»[10].
Giuseppina Rovan, che fu anch’essa picchiata e torturata con la “cassetta”, denunciò fra i torturatori il brigadiere Fera e l’agente Mercadanti. Venne condotta ai Gesuiti «in condizioni disastrose di salute (…) sono stata visitata dal medico militare delle carceri (…) al quale ho narrato le torture subite perché perdevo sangue in gran copia dai genitali (…) era dipeso dal fatto che quando sono stata percossa nell’ufficio di Collotti, questi, mentre ero a terra abbattuta e nuda, è montato col peso della persona sul mio ventre (…) il medico ha detto che non poteva fare niente contro gli agenti di via Bellosguardo (…) ai primi di giugno durante la mia detenzione ai Gesuiti una donna proveniente da via Bellosguardo, in seguito a sevizie è stata trasportata all’Ospedale con la CRI, dove, secondo quanto si è narrato in carcere fra noi, è deceduta. Durante tale epoca è morto anche un uomo ai Gesuiti, sempre in seguito alle torture subite in via Bellosguardo (…)»[11].
Rosa Kandus testimoniò al processo contro il “collottiano” Lucio Ribaudo, che «portava i baffetti alla Hitler» e che tra i metodi di tortura pare privilegiasse quello del tubo di gomma, oltre alle sevizie sessuali sulle donne.
«La donna istriana è stata identificata per Angeluccia Paoletti (1893) (…) in data 18/8/44 ore 20.45 giungeva morta alla locale astanteria Ospedale Maggiore (…) in seguito a commozione cerebrale, frattura del braccio destro, frattura del femore sinistro, ferita lacero-contusa al ginocchio destro, gomito sinistro, probabili lesioni interne. La Paoletti era accompagnata dal commissario di polizia Tedeschi dell’ex Ispettorato di Polizia il quale dichiarava all’agente di polizia colà in servizio che detta donna poco prima si era gettata a scopo suicida da una finestra sita al primo piano del palazzo ove aveva sede l’Ispettorato stesso»[12].
Maria Merlach, incarcerata ai Gesuiti, «raccontò a tutte le detenute della cella n. 40 le sevizie che aveva subito (…) aveva il viso stravolto ed era talmente terrorizzata che ad ogni piccolo rumore sussultava». Era stata torturata con la “macchina elettrica” e disse che «preferiva darsi la morte anziché avere a che fare con quella gente. Il giorno in cui vennero gli agenti per prenderla di nuovo e condurla all’Ispettorato, la Merlach in preda ad una convulsione nervosa, si mise a piangere fortemente e diceva povera me, pregate perché io muoio»[13].
«Risulta che Maria Merlach nata a Trieste nel 1911 ebbe a suicidarsi il gennaio 1945 gettandosi in strada dagli uffici della polizia di via Cologna in Trieste, nei quali era stata accompagnata onde essere interrogata quale sospetta di appartenenza alle file partigiane e per sfuggire agli interrogatori stessi»[14].
Umberta Giacomini (nata Francescani), quando fu arrestata il 9/3/44, era incinta di quattro mesi. Il 15 marzo venne “interrogata” da Collotti, che la picchiò selvaggiamente assieme agli agenti Brugnerotto, Sica e Mignacca. A causa di questo abortì ed ebbe una forte emorragia, perciò fu trasportata all’ospedale. Successivamente Mignacca e Ribaudo vennero per riportarla all’Ispettorato, ma date le sue condizioni fisiche (non riusciva neanche a tenersi in piedi), come testimoniò lei stessa «soprassedettero dal tradurmi dal Collotti ed il Ribaudo mi disse pensate che abbiamo avuto pietà di voi perché eravate madre…»[15].
«In seguito venni inviata alle carceri dei Gesuiti, poi al Coroneo ed infine ad Auschwitz e mio marito in quello di Dachau, dove rimanemmo 18 mesi (…) Ritornammo dai campi di concentramento ammalati. Mio marito non si ristabilì più e tuttora è invalido»[16].
Marija Fontanot, nata nel 1928, fu arrestata da agenti dell’Ispettorato nella sua abitazione di via Cellini 2, perché «figlia di Bernobic Giuseppe, partigiano». Assieme a loro fu arrestata anche la sublocatrice del loro appartamento, Giuseppina Krismann. Furono portati in via Bellosguardo, dove rimasero per 8 giorni. Marija Fontanot fu ripetutamente violentata in presenza del padre. Le due donne furono poi condotte in carcere ed in seguito deportate ad Auschwitz, da dove furono liberate con l’arrivo dell’Armata Rossa. Quanto a Giuseppe Bernobic, una certa Danila, che era detenuta in via Bellosguardo, disse a Marjia che il padre era stato ucciso in Risiera[17].
Ci ha colpito il testo del comunicato del SAP, perché attribuisce ai partigiani esattamente gli stessi comportamenti criminosi dei poliziotti collaborazionisti nel corso della repressione degli antifascisti, agli ordini dell’occupatore germanico.
Ma siamo francamente stufi di tutte queste menzogne e mistificazioni diffuse sulla stampa e sui social, ancora più gravi se fatte da chi dovrebbe essere al servizio della democrazia e non della memoria nostalgica di chi ha tuttora un debole per certe idee e metodi dei tempi bui del secolo scorso.
[1] Il Lavoratore, 29/11/59.
[2] Nerina Prodan ed il fratello Pietro.
[3] Corriere di Trieste, 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[4] Il dottor Bruno Pincherle nel corso del processo Gueli.
[5] Corriere di Trieste” 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[6] Corriere di Trieste, 4/2/47, resoconto del processo Gueli.
[7] Diario n. 15, p. 2.438, conservato presso i Civici Musei di Trieste, nota raccolta da Vincenzo Cerceo.
[8] Testimonianza di Giuseppe Giacomini nel “Carteggio processuale Gueli” (archivio IRSMLT n. 914).
[9] Copia di tale perizia è conservata presso l’archivio IRSMLT, doc. 913, corredata dagli schizzi che illustrano i metodi di tortura.
[10] Sul Piccolo” del 3/11/99, dichiarazioni citate in una lettera scritta da Primož Sancin. Che Collotti usasse i carri della ditta di pompe funebri Zimolo è confermato dalla testimonianza della prof. Niny Rocco del CLN triestino (archivio IRSMLT n. 874). Quanto alle divise da Guardia civica, va detto che molti membri della Guardia civica erano stati inquadrati dell’Ispettorato Speciale.
[11] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[12] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[13] Testimonianza di Ada Benvenuti datata 6/2/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[14] Attestazione del Procuratore Generale del 14/11/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[15] Testimonianza di Umberta Francescani Giacomini, moglie di Guido Giacomini, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[16] Il Lavoratore, 29/11/54.
[17] Testimonianza di Marija Fontanot Crevatin, archivio IRSMLT 917bis.
La foto (Archivio IRSMLT 912) raffigura la squadra volante dell’Ispettorato Speciale, comandata da Collotti, prima di un rastrellamento a Boršt nel gennaio 1945. Questi i nomi degli agenti identificati: 1: Iadecola Antonio, autista; 2: “Seliska”, fiduciario di Collotti (Rado Seliskar); 3: altro fiduciario di Collotti, “Pap”, triestino (forse Mauro Padovan); 4: un ufficiale delle SS non identificato; 5: Collotti; 6: Andrian Dario, vicecommissario ausiliario, triestino; 7: altro fiduciario di Collotti, triestino, del quale Giacomini non ricorda il nome ma che negli appunti di Galliano Fogar viene indicato come Gustavo Giovannini; 8: Paccosi Bruno, guardia; 9: Simonich Mirko, ausiliario; 10: Greco Matteo, guardia; 11: Romano Gaetano, guardia; 12: “Guardia Alessandro” (dovrebbe trattarsi di Alessandro Nicola); 13: Giuffrida Salvatore
Dai vari documenti da noi consultati ci risultano scomparsi durante l’amministrazione jugoslava i seguenti 67 agenti (anche ausiliari) dell’Ispettorato Speciale di PS (su un totale di 140 poliziotti scomparsi. Li elenchiamo di seguito, con l’annotazione di ciò che abbiamo saputo di loro.
Andrian Dario (n. 6 nella foto) arrestato 2/5/45; Aurino Avelardo, arrestato 2/5/45 [1]; Barezza Salvatore, cuoco presso l’Ispettorato, arrestato 1/5/45; Bilato Massimo, arrestato 1/5/45; Binetti Corrado, come PS risulta in servizio a Lubiana ed ucciso dai partigiani il 14/1/45, come Guardia civica risulta arrestato il 24/5/45 a Trieste e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [2]; Boato Argante, arrestato 4/5/45; Bottiglieri Domenico, anche membro del Sicherheit Dienst, arrestato 1/5/45; Braccini Augusto, arrestato 21/5/45; Bruneo Antonio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Burzachechi Giovanni, già CC, poi anche SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Camminiti Santo, riesumato dall’abisso Plutone (data morte presunta 23/5/45); Carbonini Antonio, arrestato e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Castagna Antonio, squadrista “squadra manganellatori” [3], arrestato 31/5/45; Cattai Mario, arrestato 1/5/45; Cattani Roberto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Cipolli Aldo, anche membro del SI.DI., arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Conte Mario, , fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; De Simone Mario, arrestato 1/5/45; Del Papa Filippo, anche agente di custodia, a Gorizia risulta scomparso (d.m.p.) nel gennaio 1945, mentre a Trieste risulta riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Della Favera Ferruccio, arrestato 1/5/45; Esposito Carmine, riesumato dalla Grotta del Cane di Gropada; Fabaz Aurelio, arrestato 1/5/45; Fabian Mario, infoibato nel Pozzo della Miniera di Basovizza (4/5/45); Fidanza Giordano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Fregnan Emilio, arrestato 2/5/45; Gatta Vittorio, squadrista sciarpa littoria, membro del Direttivo del Fascio, rastrellatore, risulta infoibato presso Basovizza; Geraci Giovanni, già comandante della tenenza dei Carabinieri di Sesana, poi di quella di via Cologna, dopo lo scioglimento dell’Arma entrò nell’Ispettorato, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Giuffrida Francesco, “uno dei più temuti torturatori della banda Collotti” [4], arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Greco Matteo (n. 10 nella foto), riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Grieco Pasquale, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Ingravalle Mauro, risulta anche milite dell’MDT, BN, arrestato il 30/4/45 nella caserma di via Rossetti [5], condotto a Villa Decani e disperso; Krisa (o Crisa) Ottocaro, squadrista, informatore dell’Ispettorato ed interprete della SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Leban Vittorio, arrestato 1/5/45; Luciani Bruno (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti Wilma Varich, torturata e poi deportata in Germania e di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [6]), arrestato il 21/5/45; Mignacca Alessio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Milano Gaetano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Minetti Giuseppe, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Nelli Lanciotto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Nicoletti Cesidio, arrestato 2/5/45; Nussak Silvano, arrestato 1/5/45 (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [7]), Padovan Mauro (forse il n. 3 nella foto), delatore infiltrato nel movimento di liberazione, scomparso non si sa se a Monfalcone o a Trieste; Pastore Paolo, arrestato 2/5/45, internato a Prestranek e disperso; Pasutto Giovanni, anche informatore della SS, arrestato 6/5/45, morto in carcere a Lubiana 30/8/45; Piani Mario, arrestato 1/5/45 [8]; Piccinini Pietro, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Picozza Antonio, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Pisciotta Salvatore, arrestato 1/5/45; Pisetta Luigi, arrestato 5/5/45; Polidoro Edmondo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [9]; Raelli Pietro, morto in carcere a Lubiana; Runce Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sabbatini Bruno, squadrista, saccheggiatore di negozi ebraici, anche BN, rastrellatore, arrestato 6/5/45, fucilato ad Ospo; Sangiorgi Leopoldo, arrestato 2/5/45; Santini Bruno, arrestato 1/5/45; Santini Mario, arrestato 1/5/45, disperso a Hrpelje; Scimone Francesco, arrestato 1/5/45; Scionti Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sciscioli Gasparo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Selvaggi Raimondo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Sfregola Cosimo Damiano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Soranzio Ferruccio, detto Crock, infiltrato nei gruppi partigiani, arrestato nel maggio 1945, secondo gli elenchi di Ferenc “fatto uscire”, ma ancora detenuto nella primavera del 1947, come visto precedentemente; Spinella Giovanni, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Stolfa Ezechiele, arrestato 2/5/45; Suppani Mario, uno dei responsabili degli arresti del CLN di febbraio 1945, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Terranino Pietro, arrestato 3/5/45; Tomicich Giorgio, già sottotenente Esercito Repubblicano, arrestato 1/5/45; Vescera Vincenzo, arrestato 2/5/45; Zarotti Adriano, arrestato 1/5/45, riesumato dalla foiba di Gropada Orlek (d.m.p. 12/5/45); Zian Gustavo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45 [10].
[1] Il 10/12/45 si svolse a Trieste, presso la Corte d’Assise Straordinaria, un processo a carico di Migliorini Renzo, Siderini Giuseppe, Buttinaz Giordano, Monacelli Salvatore ed Aurino Avelardo (quest’ultimo contumace) imputati di avere, nel gennaio 1945, «in correità tra loro e Fregnan Fulvio >, tentato di oltrepassare la linea del confine occidentale tedesco per entrare nell’Italia liberata ed organizzare «una resistenza nazifascista >.
[2] La dicitura “forse fucilato a Lubiana” deriva dalla ricerca di Ferenc, “Kdaj so bili usmrčeni”, pubblicata nel “Primorski Dnevnik” del 7/8/90 .
[3] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[4] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[5] Nella caserma di via Rossetti era di stanza un gruppo della Guardia civica.
[6] SI AS 1827 fascicolo 34.
[7] SI AS 1827 fascicolo 34.
[8] Altra fonte lo dà come ucciso a Carbonera (TV) con Collotti.
[9] In una nota dell’Ufficio del Pubblico Accusatore leggiamo che nel 1946 Polidoro risultava in servizio presso la Questura di Venezia (nota in AS zks 1584 ae 459).
[10] Nelle citate note del Pubblico accusatore di Ajdovščina troviamo un fascicolo a nome di Ziani Guido, “segretario fascista di Trieste”, responsabile degli arresti di Josip e Ivan Pregarc di Ricmanje. SI AS 1827, fascicolo 34.
Claudia Cernigoi, 10 febbraio 2019.
https://bresciaanticapitalista.com/2017/02/07/chi-ha-infoibato-chi/?fbclid=IwAR3CYLCHsY4HVmNbiAOj8Spc3bK_7jNrcWaqJbr5uuMYp0x3wk0ZpTMCNCw#comments
Chi ha infoibato chi?

Pubblichiamo volentieri questo articolo di Piero Purini, in cui si smontano (con una certa facilità, vista l’incompetenza storica dei “revisionisti” storici nostrani) tutte le favole sui “poveri italiani” infoibati dai crudeli “titini”. Non certo perché io ritenga i partigiani jugoslavi degli “angioletti” senza macchia. Errori e violenze inutili sono stati certamente commessi anche da parte delle forze di liberazione jugoslave (come in ogni guerra civile, purtroppo). Se non altro, la stessa testimonianza di mio padre, combattente partigiano nel battaglione “Antonio Gramsci”, aggregato alla Prima Brigata Dalmata dell’Esercito di Liberazione jugoslavo, me ne fornì, a suo tempo, svariati esempi. Ma concordo con il suo giudizio di allora: quando ti bruciano la casa, ti fucilano o impiccano i genitori (e i “nostri” bersaglieri o alpini, per non parlare dei criminali in camicia nera, hanno fatto di tutto per emulare le belve naziste in questo) non vai tanto per il sottile (soprattutto se sei un povero contadino con scarsa coscienza politica, guidato soprattutto, e giustamente, dalla rabbia contro l’invasore) e magari dimentichi la tua umanità. Dedicato a te, vecchio mio, nel giorno in cui cercano di infangare i tuoi compagni di allora. (Flavio)

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe

con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

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* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983-

https://www.linkiesta.it/it/article/2012/07/06/rab-la-auschwitz-dimenticata-dagli-italiani/8121/?fbclid=IwAR2osGLYZKEBkBFFxY4gccNqbfw5hqFBtAYAl8updWazLlIa_Afy86BNoY0

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani

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12654131_1113006545398426_8144876131756904230_n partigiani greci fucilati dai fascisti italiani

Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l’Italia, invece, niente.

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l’Italia preferisce l’oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.

L’isola di Rab oggi

Nel 1941 l’Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.

Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull’isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant’altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.

Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant’annifa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant’Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all’azione dell’alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d’acqua dolce).

Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all’interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell’XI corpo d’armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell’esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell’esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l’8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po’ le pene.

Internati nel campo di Rab
Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L’episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un’inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l’acqua, ma persino usarla per lavarsi.

Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all’inverosimile, suscitano l’intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull’isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli.

80 grammi di pane al giorno

Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.

Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull’isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall’Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull’Adriatico. Con la resa dell’Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto».

Rab, il cimitero

Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un’orazione funebre, mai l’ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l’Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall’Italia fascista.

https://raiawadunia.com/le-bugie-di-di-maio-e-di-battista-sullafrica/?fbclid=IwAR2UM5BmFB-6C3o02adrRBlDu1mJbjYgAdHvoWztjpmGC3s26WG6IDQ_JpA

Sere fa, a ” Che tempo che fa”, Alessandro Di Battista, reduce dal “faticoso” viaggio in Sudamerica ha sparso a piene mani le sue personali “pillole di saggezza”.

Le prossime elezioni europee devono portare ad un’Europa assolutamente diversa. Meno costosa, con un parlamento dotato di poteri reali e un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Seggio da strappare alla Francia che abusivamente le occupa essendo un paesello come tanti.

Sono tesi addirittura ovvie, che in tanti sosteniamo da tempo immemorabile. Sentirle riaffermare da Di Battista rallegra, ma non tanto. Le scelte politiche, le alleanze in Europa del suo Movimento, infatti, parlano di cose assolutamente diverse. Alle elezioni i 5 Stelle andranno in compagnia di vecchi arnesi della peggior destra europea interessati ad altro, non a una vera riforma dell’Europa.

Di Battista, seguito a ruota da Di Maio, ha poi infierito sulla Francia. La responsabilità del disastro africano, udite udite, e dei flussi migratori è dei nostri cugini al di là delle Alpi. I francesi hanno imposto alle loro ex colonie una moneta, il Cfa, che le impoverisce ed è causa di emorragia di esseri umani verso le nostre sponde. I francesi hanno voluto la guerra a Gheddafi e con essa hanno provocato i flussi migratori. I prossimi naufraghi andrebbero sbarcati a Marsiglia….

Da lunghi anni denuncio inascoltato l’abominio del neocolonialismo francese in Africa e della sua arma più potente che è proprio il Cfa. Anche per questo trovo penose le affermazioni dei due capetti a 5 Stelle. E trovo squallido il modo di raccontare di Repubblica che pur di attaccarli racconta che quella moneta è scelta volontaria delle ex colonie francesi. Volontario che? Chiunque abbia provato a venir fuori da quel sistema monetario ha fatto una brutta fine.

La guerra a Gheddafi ha visto la Francia in prima linea, ma subitissimo dopo c’era l’Italia e al governo c’era l’attuale alleato di governo dei 5 Stelle, cioè la Lega di Salvini.

Affermare che la Francia sia causa del disastro africano e delle migrazioni, poi, è un assoluto falso e persino una menzogna opportunista.

La Francia e la sua moneta coloniale ( che Di Battista farebbe bene a studiare meglio onde evitare ridicole inesattezze) sono solo una piccola parte del problema. Se anche si decidesse l’abrogazione del Cfa, l’Africa resterebbe ciò che è, un continente secolarmente condannato alla miseria e alla depredazione. Resterebbe, cioè, in balia di un mercato mondiale, dei suoi poteri, che continuerebbero a farne lo stesso uso di sempre, quello di un grande contenitore di risorse da portar via al minor prezzo possibile e la discarica di ogni nostro veleno.

E’ l’attuale sistema di regole mondiali a decidere i prezzi delle materie prime africane; a inondare di armi un continente bagnato del sangue delle nostre guerre di rapina, a sostenere al potere dittatori amici; a permettere ogni corruzione e ogni trasferimento delle ricchezze di quei popoli estorte dai nostri “amici” in loco verso le nostre banche; a impedire che vi sia trasformazione in loco delle materie prime africane, unico modo per far decollare lo sviluppo di quella parte di mondo. Di esempi ne potrebbero essere fatti mille altri e coinvolgerebbero anche il nostro paese. Facile puntare il dito contro la Francia e non guardare i nostri orrori. Il colonialismo italiano non è stato diverso da quello di altri paesi. Le nostre responsabilità attuali, altrettanto. Siete al governo, cari Di Maio e Di Battista. Cosa avete fatto per la tracciabilità delle materie prime africane, per combattere la corruzione che massacra le vite di milioni di africani. Mai e poi mai vi ho sentito dire una parola sul modo di agire, ad esempio, della nostra Eni in quel continente. Mai. Eppure in questi giorni si celebra un processo che la vede imputata di una tangente per oltre un miliardo di dollari in quel di Nigeria. Quanto basterebbe per costruire scuole, ospedali e quanto altro per quella gente.

Ed allora, dite la verità. Siete solo i rappresentanti di certa finanza italiana sempre più in guerra con quella francese anche sul bottino africano. A voi dell’Africa e degli africani non importa niente. Anzi…Siete voi ad aver dato fiato alla campagna di orrori contro chi tentava di salvarsi dalle guerre e dalla miseria che il vostro mondo ha imposto agli africani. Voi avete spinto l’opinione pubblica contro chi li salvava dalla morte in mare con la vostra squallida teoria dei taxi del mare smentita da ogni inchiesta. Siete stati voi i primi alfieri della guerra tra poveri contrapponendo i nostri poveri ai poveri sui barconi. Voi avete avallato l’orrore dei lager libici finanziati con i soldi degli italiani. Voi avete reso abnorme un partitino come la Lega che oggi è un monstrum leader della cultura dell’odio e dell’intolleranza. Un monstrum che sta per divorarvi. Il che sarebbe niente, se non facesse danno a tutti noi.

silvestro montanaro