Archivi per la categoria: Uncategorized

QUANDO TROZCHI STAVA DALLA PARTE DI HITLER
DALLE INCHIESTE DI GROVER FURR

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=59305667#entry420628344

http://chss.montclair.edu/english/furr/

Riceviamo e pubblichiamo un estratto dell’abominevole accordo segreto tra i trozchisti e i nazisti.. quando si parla oggi di Trozchi bisognerebbe imprimersi bene nella mente quanto sotto.
“Stava fermamente per il rovesciamento violento del potere stalinisti con terrore sabotaggio (…) dal 1923 al 1930 ha ottenuto 2 milioni di marchi dai tedeschi per attività dei Trozchisti nello spionaggio(…)Inevitabile fare concessioni territoriali al Giappone e alla Germania”Krestinsky Nikolay (ex segetario di Trozchi)
Accordo segreto
1. Garantire un atteggiamento posititivo nei conforonti della Germania
2. Accettare concessioni territoriali
3. Permettere ai tedeschi di aprire imprese
4. Creare un ambiente favorevole per i tedeschi
5. In tempo di guerra (di cui egli ritiene che stiamo parlando del 1937) attivare nel lavoro sovversivo di imprese militari, e nella parte anteriore
“Ci sono due possibili opzioni per il nostro avvento al potere. Prima della arrivo della guerra o dopo l’arrivo della guerra (…) Ogni azione di sabotaggio militare deve essere controllata dal comando Giapponese e Tedesco (…) La Germania ci permetterà di partecipare al suo sfruttamento di minerali, manganese,oro,petrolio,apatite e di impregnarsi per un tempo determinato per la fornitura di cibo a un prezzo superiore a livello mondiale” Lettera di Trotsky nel 1935*”

Gli abietti intrighi attizzati sistematicamente da Lenin, maestro in queste cose e sfruttatore professionale di ogni arretratezza del movimento operaio russo, sembrano un’assurda allucinazione”. Trotsky. ( = infamone) lettera a Ckheidze,nell’aprile del 1913

“Non mi dilungherò sulle caratteristiche personali degli altri membri del CC. Ricordo soltanto che l’episodio di ottobre di Zinoviev e Kamenev non è naturalmente dovuto al caso,ma lo si può ascrivere a loro colpa personale tanto poco quanto a Trotski il suo non bolscevismo”. “Testamento” di Lenin
Non siamo arrivati alla creazione di una società socialista, anzi non ci siamo neppure avvicinati ad essa Trotsky. 1922
Abbiamo introdotto il socialismo nella vita di ogni giorno e di ciò dobbiamo renderci conto. Lenin stesso periodo 1922

Il leninismo, come sistema di azione rivoluzionaria, presuppone un istinto rivoluzionario educato dalla riflessionee dall’esperienza, che nel campo sociale equivale alla sensazione muscolare nel lavoro fisico.- Trotsky. “Il nuovo corso” ed.1924… (infamone vile e traditore)

Non è tutt’oro quel che riluce. Le frasi diTrotsky sono molto luccicanti e sonore, ma non hanno contenuto” Lenin “Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità”
Infine qualche considerazione di Vladimir Ilic:

E’ possibile la vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi capitalistici o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Lenin “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa
In un’organizzazione con milioni di membri bisogna anche avere, checché ne dica Trotsky, una certa percentuale di impiegati chi sbrighino le pratiche, di burocrati (non si potrà fare a meno di buoni burocrati per molti anni). …. Col pretesto di proporre un punto di vista “produttivo” (Trotsky e Bucharin) ci hanno offerto la dimenticanza del marxismo che si è espressa in una definizione teoricamente errata, eclettica del rapporto tra politica ed economia…..Avevo definito mania burocratica di far progetti le tesi di Trotsky che proponevano di fare ntrare nei Consigli dell’economia nazionale una percentuale di rappresentanti dei sindacati variabile da un terzo a una metà e da una metà ai due terzi.Lenin Ancora sui Sindacati 25-1-1921
Lo so, ci sono certo dei sapientoni – che si ritengono molto intelligenti e si chiamano perfino socialisti – i quali affermano che non bisognava prendere il potere finché non fosse scoppiata la rivoluzione in tutti i paesi. Essi non sospettano che parlando in questo modo, abbandonano la rivoluzione e passano dalla parte della borghesia. Aspettare che le classi lavoratrici compiano la rivoluzione su scala internazionale significa che tutti devono attendere nell’immobilità. Questo è un assurdo. Lenin
Il solo fatto di porre il dilemma: “dittatura del partito oppure dittatura della classe? Dittatura (partito) dei capi oppure dittatura (partito) delle masse?”, attesta una incredibile e irrimediabile confusione di idee…Tutti sanno che le masse Si dividono in classi…che le classi sono dirette, di solito e nella maggior parte dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici, che i partiti politici, come regola generale, sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite della maggiore autorità, dotate d’influenza ed’esperienza maggiori, elette ai posti di maggiore responsabilità, e chiamate capi… Giungere… fino a contrapporre, in linea generale, la dittatura delle masse alla dittatura dei capi, è un’assurda e ridicola sciocchezza. Lenin da “L’estremismo malattia infantile del comunismo”
Dobbiamo attenerci a questa tattica oppure attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Ci dobbiamo sforzare di costruire uno Stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, godano della fiducia dei contadini e con la più grande economia eliminino dai rapporti sociali ognitraccia di sperpero. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista ed il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato. Non sarà questo il regno della grettezza contadina?
No. Se la classe operaia continuerà a dirigere i contadini, avremo la possibilità, gestendo il nostro Stato con la massima economia, di far sì che ogni più piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l’elettrificazione, l’estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, ecc. Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell’elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.. (da “Meglio meno, ma meglio” Lenin 1923)
“Dirò, entrando nel merito, che il compagno Trotzki non ha affatto capito l’idea fondamentale del compagno Plekhanov e perciò nei suoi ragionamenti ha eluso tutta la sostanza della questione. Egli ha parlato degli intellettuali e degli operai, del punto di vista classista e del movimento di massa, ma non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto,mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua ‘elasticità’. E proprio l”elasticità’, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati,tentennanti e opportunisti. Per confutare questa conclusione semplice ed evidente è necessario dimostrare che questi elementi non esistono, e i l compagno Trotzki non ha nemmeno pensato di farlo. Del resto, non lo si può dimostrare, perché tutti sanno che questi elementi sono abbastanza numerosi e desistono anche nella classe operaia. La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principi del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente, in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa”
Lenin, Su Trotzki, Opere complete, Editori Riuniti, vol. VI, pagg. 464-465
“L’articolo di A.P. sulla Berner Tagwacht (24 luglio) intorno al congresso del Partito socialdemocratico olandese è molto importante ai fini della nostra comprensione reciproca… il nostro compito più importante consiste ora appunto nel tracciare una netta linea di confine tra la sinistra marxista, da una parte, e gli opportunisti (e i kautskiani) e gli anarchici, dall’altra. Un punto dell’articolo di A.P. mi ha però addirittura indignato, e precisamente dove si dice che la dichiarazione di principio della signora Roland-Holst’ corrisponde perfettamente al punto di vista del Partito socialdemocratico’!!Da questa dichiarazione di principio … vedo che in nessun caso noi potremo solidarizzare con la signora Roland-Holst. Questa a mio avviso, è il Kautskio landese o il Trotzki olandese. Costoro in linea di principio ‘non sono assolutamente d’accordo con gli opportunisti, ma in pratica, in tutte le questioni più importanti, sono d’accordo!! La signora Roland-Holst respinge il principio della difesa della patria, cioè respinge il socialsciovinismo. Questo va bene. Ma essa non respinge l’opportunismo!! Nella interminabile dichiarazione neanche una parola contro l’opportunismo! Neanche una parola precisa, non ambigua, sui mezzi di lotta rivoluzionari… Neanche una parola sulla rottura con gli opportunisti! Parola d’ordine della ‘pace’ completamente à la Kautski!… In tutto e per tutto come il nostro signor Trotzki: ‘in linea di principio decisamente contro la difesa della patria’, in pratica per l’unità con il gruppo di Ckheidze nella Duma russa (cioè con gli avversari del nostro gruppo deportato in Siberia, coni migliori amici dei socialsciovinisti russi)… Questo è internazionalismo del tutto avventato, meramente platonico e ipocrita. Nient’altro che tattica delle mezze misure. Questo può servire (politicamente parlando) solo a formare un”ala sinistra’ (cioè una ‘minoranza innocua’, un ‘ornamento marxista decorativo’) nei vecchi partiti di lacché, partiti vili e imputriditi (nei partiti operai liberali)… La lotta del nostro partito (e del movimento operaio in Europa in generale) dev’essere interamente diretta contro l’opportunismo. Questo non è una corrente, una tendenza; questo(l’opportunismo) è diventato oggi uno strumento organizzato della borghesia inseno al movimento operaio. E inoltre: i problemi della lotta rivoluzionaria (tattica, mezzi, propaganda nell’esercito, fraternizzazione nelle trincee,ecc.) debbono assolutamente essere esaminati punto per punto, discussi,meditati, controllati, spiegati alle masse nella stampa illegale. Senza di questo, ogni ‘riconoscimento’ della rivoluzione rimane soltanto una frase. Noie i radicali parolai (in olandese: ‘passivi’) percorriamo strade diverse”.
Lenin, Opere complete, Vol. 35, pagg. 130-132
Già che ci siamo sentiamo Kamenev:
Il trotskismo è sempre stato la forma di menscevismo più speciosa, più camuffata, più adatta ad ingannare specificamente la parte degli operai orientata in senso rivoluzionario. Raccolta di articoli “Per il leninismo”, L.Kamenev, “Il partito e il trotskismo”

Lenin denuncia le capriole di Trotzki
“I vecchi militanti del movimento marxista in Russia conoscono bene la figura di Trotzki, e per loro non vale la pena di parlarne. Ma la giovane generazione operaia non conosce questa figura, ed è necessario parlargliene, perché si tratta di una figura tipica per tutti i cinque gruppetti dell’emigrazione, che di fatto oscillano tra i liquidatori e il partito. Al tempo della vecchia Iskra (1901-1903), questi individui esitanti, che passavano dagli economisti agli iskristi, e viceversa, furono soprannominati “transfughi di Tuscino” (si chiamavano così in Russia al tempo dei torbidi i guerrieri che passavano da un campo all’altro).Quando parliamo del liquidatorismo, ci riferiamo a una corrente ideologica determinata, che si è formata nel corso di parecchi anni, che, nella storia ventennale del marxismo, ha messo le sue radici nel “menscevismo” e nell'”economi-smo” e che si è legata alla politica e all’ideologia di una classe determinata, la borghesia liberale.I “transfughi di Tuscino” si dicono al di sopra delle frazioni solamente perché “prendono in prestito” oggi le idee di una frazione, domani quelle di un’altra. Nel 1901-1903, Trotzki è un iskrista feroce, e Rjazanov ha detto di lui che al congresso del 1903 è stato il “randello di Lenin”. Alla fine del 1903, Trotzki diventa un feroce menscevico, cioè un transfuga passato dagli iskristi agli “economisti”; egli proclama che “tra la vecchia e la nuova Iskra vi è un abisso”. Nel 1904-1905 abbandona i menscevichi e assume una posizione incerta, ora collaborando con Martynov (un “economista”) ora proclamando l’assurdamente sinistra teoria della “rivoluzione permanente”. Nel 1906-1907 si avvicina ai bolscevichi e nella primavera del 1907 si proclama d’accordo con Rosa Luxemburg. Nel periodo della disgregazione, dopo lunghe esitazioni “non frazionistiche”, si volge di nuovo a destra e, nell’agosto 1912, partecipa al blocco con i liquidatori. Oggi li abbandona nuovamente, ma in sostanza ne ripete le ideuzze. Questi tipi sono caratteristici, come residui delle formazioni storiche di ieri, dei tempi in cui il movimento operaio di massa in Russia dormiva ancora, e ogni gruppetto poteva “liberamente” farsi passare per una corrente, gruppo o frazione, in una parola per una “potenza” che discute di unità con le altre.
La giovane generazione operaia deve saper bene con chi ha da fare, quando ascolta le pretese inverosimili di gente che si rifiuta assolutamente di tener conto sia delle risoluzioni del partito, le quali fin dal 1908 hanno fissato e definito l’atteggiamento da assumere verso il liquidatorismo, sia dell’esperienza del movimento operaio russo contemporaneo, che ha creato praticamente l’unità della maggioranza sulla base della completa accettazione di queste deliberazioni.”

Lenin, Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità, pubblicato nel maggio 1914 in Prosvestcenie, n. 5, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 20, pagg. 329-330

*Praticamente questo è un inedito!

Annunci

soros

FONTE:http://www.lariscossa.com/2016/08/30/kke-lanticomunismo-della-ue-non-passera/

La delegazione del Partito Comunista di Grecia (KKE) al Parlamento Europeo ha denunciato le manifestazioni anticomuniste che sono state organizzate dall’Unione Europea e dalla presidenza slovacca dell’Unione Europea, nel quadro della cosiddetta “Giornata Europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari”, che, l’UE ha deciso di celebrare il 23 agosto. A questi eventi partecipano rappresentanti dei Ministeri della Giustizia degli Stati membri della UE, di vari “istituti” e ONG finanziati con fondi dell’Unione Europea, con la missione specifica di diffamare il socialismo e riscrivere la storia.

L’obiettivo evidente di questa riunione anticomunista è quello di manipolare la coscienza della classe operaia e del popolo, in primo luogo dei giovani, utilizzando come armi la falsificazione della storia e la mistificazione delle conquiste senza precedenti ottenute dalla classe operaia nel socialismo. Attraverso l’equiparazione astorica del comunismo con il fascismo, si cerca di scagionare il mostro fascista e il ventre che lo ha generato e lo riproduce: il sistema capitalista.

Quest’anno, gli eventi organizzati dall’Unione Europea e dal governo slovacco, che comprendono discussioni sulla “radicalizzazione in Europa”, cercano ancora più apertamente di proporre come bersagli la lotta della classe operaia per la liberazione sociale, l’attività e l’ideologia comunista, come sta succedendo in vari Stati membri dell’UE, dove i partiti comunisti e l’iniziativa politica dei comunisti sono soggetti a persecuzioni legali.

antikomounismos1.jpg_1302204135

Il governo di SYRIZA-ANEL ha gravi responsabilità, perché la sua partecipazione a questo incontro reazionario legittima e contribuisce a invigorire l’anticomunismo, ideologia ufficiale dell’Unione Europea, e a scagionare il fascismo che, ieri come oggi, ha dimostrato di rappresentare la condizione necessaria per l’applicazione della politica antipopolare in tutti gli Stati membri dell’UE.

I popoli hanno memoria, conoscono l’esperienza del passato e l’esperienza odierna – quella della barbarie antipopolare della politica dei monopoli, dell’UE e dei governi europei degli Stati che la compongono – e sono in grado di affrontare sia la campagna anticomunista che la politica antipopolare, aprendo la strada con la loro alleanza al potere operaio e popolare e a un futuro di prosperità.

183151_184095878293628_100000796521188_385909_5121508_n

13735305_1282705531770183_1867031648_nUna tragedia usata per paragonare Stalin ad Hitler.

Nel recente viaggio in Armenia, nel discorso e in un’intervista, Papa Bergoglio ha rievocato, usando il termine genocidio, le tragiche vicende del popolo armeno sotto l’Impero ottomano nel 1915 durante la prima Guerra mondiale. Richiesto del perché avesse sollevato la questione, ha aggiunto: “ho sempre parlato dei tre grandi genocidi del secolo scorso, quello armeno e poi quelli compiuti da Hitler e da Stalin” (Corriere della Sera, 27 giugno 2016). Ci si può in effetti domandare sul perché di quell’esternazione, per la quale ha ricordato anche parole simili di suoi predecessori, e che ha fra l’altro suscitato ancora una volta una prevedibile reazione diplomatica della Turchia in questo momento cosi cruciale per quel paese. Non si sfugge al pensiero che la complessiva affermazione, di portata grave ma di errato fondamento, costituisca una meditata costruzione aderente ai dettami del pensiero unico del sistema occidentale. Solo in apparenza abile: incontrando la generale e coltivata ignoranza e l’incrostazione di pregiudizi stabilita dal pensiero unico, la costruzione propone una terna di reali o asseriti genocidi come il canone dell’esemplarità negativa. Si parte dall’episodio armeno relativamente minore ma per così dire estraneo ai grandi conflitti del novecento, quasi a garantire un punto di avvio ‘neutrale’, si pongono al centro i genocidi hitleriani, gli unici generalmente indiscussi, e si culmina –forse anche suggerendosi un andamento di crescendo degli orrori- con quelli attribuiti a Stalin, che fino a qualche decennio fa nemmeno i più accaniti anticomunisti, pur nella condanna degli episodi relativi, avrebbero qualificato come genocidi. E in tal modo, fra l’altro, consacrandosi l’improponibile equiparazione di Stalin a Hitler, cara appunto al pensiero unico.

La selezione delle tre vicende ha anzitutto carattere del tutto arbitrario. Voler individuare i tre grandi genocidi del secolo XX° cancella il fatto che tutta la storia moderna, dalla scoperta delle Americhe, è costellata di enormi e indiscutibili genocidi, sui quali fra l’altro si fondano gli attuali Stati delle due Americhe, a partire dagli USA. L’intera storia coloniale, poi, è costituita da genocidi, che si sono protratti fino al secolo XX°, anche dopo il superamento almeno formale del colonialismo: si pensi solo al genocidio nel Ruanda. Il ritaglio effettuato dalle parole papali non ha senso se non nella strumentalità dell’operazione.

Questa converge con una recente tendenza, probabilmente anch’essa coltivata strumentalmente, consistente nel ‘riconoscimento’ di certi genocidi ad opera di determinati Stati, soprattutto occidentali. Un riconoscimento effettuato con atti legislativi, che spesso arrivano a sanzionare penalmente chi si ponga in contrasto con siffatte qualificazioni. Anche qui non è forse un caso che, a parte la Shoa, sia venuta in gioco, quale aggancio emotivamente utile, la vicenda armena, suscitandosi così conflitti diplomatici con la Turchia, che non nega la tragica sorte subita dal popolo armeno, ma ne contesta il carattere genocidario. Come escludere che voglia arrivarsi a un risultato analogo con gli episodi attribuiti a Stalin? Ma si tratta, con siffatti riconoscimenti, di una tendenza insana e non in linea con la vigente disciplina internazionale del genocidio, che risale alla Convenzione basata sul testo approvato dall’Assemblea generale delle NU con ris. 260 (III) del 9 dicembre 1948. Tale disciplina,  a parte la responsabilità internazionale degli Stati, impegna questi a punire il crimine di diritto internazionale di genocidio, negli atti specificamente individuati dalla Convenzione, quali crimini degli individui attori, anche se organi statali, da perseguirsi attraverso le istanze giudiziarie dello Stato individuato come competente o eventuali tribunali internazionali costituiti a tal fine. Particolarmente significativo è che viene stabilita la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia dell’Aja per l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione: quindi anche, deve ritenersi, qualora vi fosse contrasto fra Stati circa la qualificazione di determinate vicende come genocidio.  È pertanto da escludersi che tale qualificazione possa essere compiuta in sede politica o legislativa dagli Stati o da qualunque autorità, Papa compreso: solo la libera indagine storica e giuridica potrà farlo in sede scientifica, giuridicamente solo le diverse autorità giudiziarie richiamate. L’atteggiamento attualmente seguito, lungi dal favorire le pacifiche relazioni fra gli Stati, può portare solo a gravi contrasti e il caso della Turchia ne è un esempio. Questo Stato ha emanato per reazione una legge per cui si condanna, come lesivo dell’onore nazionale, chi affermi il ‘genocidio’ armeno. Con esiti paradossali: chi nega il ‘genocidio’ armeno (e dunque le stesse autorità turche o gli ossequenti alle leggi turche) potrebbe venire condannato nei Paesi del riconoscimento; chi lo afferma (comprese le autorità dei Paesi riconoscenti) potrebbe subire la stessa sorte in Turchia. Bel contributo alle pacifiche relazioni!

Ma il ricorso alla Convenzione del 1948 permette di stabilire il punto essenziale che smonta la costruzione della terna papale. Per l’art. 2, perché si possa parlare di genocidio rispetto a una serie di atti che vengono definiti, occorre che questi siano ‘commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale’ (corsivo nostro). Un elemento soggettivo, dunque, e cioè l’intento o addirittura un progetto volto  all’indicato fine distruttivo (ed è soprattutto questo il punto contestato dalla Turchia), e un elemento oggettivo, che riguarda la vittima del progetto, una popolazione individuata sotto un profilo per così dire biologico. Nelle vicende anche tragiche dell’Unione Sovietica, alle quali non restano estranee responsabilità degli Stati occidentali, sono in realtà assenti ambedue i presupposti, dato che le situazioni lamentate o non furono provocate intenzionalmente e su piani deliberati (secondo quanto invece si favoleggia per la carestia ucraina degli anni ’30) o comunque non miravano a distruggere un’entità nazionale: nel caso dell’Ucraina, la carestia provocò un’enorme quantità di vittime, non certo peraltro superiore a quelle causate negli anni venti dalla guerra civile e dall’intervento dei Paesi occidentali, ma basti riflettere al grande numero di Ucraini anche dirigenti impegnati nel partito bolscevico, e dunque dall’altra parte della barricata, per confutare l’ipotesi.

Non si obietti che il richiamo della Convezione del 1948 costituisca un argomento formalistico. Il discrimine è essenziale, perché è quello tra misure contro individui e popolazioni per quel che si è (dato biologico) o invece per quel che si fa (o si è accusati di fare). E’ un discrimine assoluto nella definizione del genocidio, che non è riconoscibile dove le misure abbiano fondamento essenzialmente politico. Il discorso non pregiudica di per sé il giudizio sulle misure dell’epoca di Stalin, e cioè se condannabili o meno, ma le fa rientrare comunque in un quadro estraneo alla problematica del genocidio.

In proposito non può dimenticarsi che l’Unione sovietica è stata parte attiva nella preparazione della Convenzione del ’48, e la ha ratificata. Sarebbe ben singolare che avesse predisposto un atto internazionale vincolante che avrebbe potuto comportare la messa sotto accusa e la condanna di suoi dirigenti.

Ma, ancor più, a conclusione: i popoli sovietici sotto Stalin sono stati le vittime del più grande genocidio hitleriano, quello della guerra di aggressione del 1941, che è stata condotta con propositi e modalità genocidari ai danni dei ‘sottouomini’ slavi e in primo luogo russi per la conquista dello spazio vitale da parte del nazifascismo: ai sei milioni di vittime ebree (e a tutti gli altri) vanno fatti precedere i più di venticinque milioni di Sovietici morti nella guerra genocida. E questa, sì, condotta secondo i due criteri riconosciuti dalla Convenzione del 1948. Ed è principalmente alla lotta dei Sovietici che si deve lo schiacciamento del nazifascismo, mentre non va dimenticato l’atteggiamento compiacente degli Stati capitalisti e della stessa Santa Sede davanti alla crescita del nazifascismo.

Il gioco di prestigio perpetrato attraverso la terna di Papa Bergoglio si svela come adesione e promozione del sistema del pensiero unico occidentale, strumento certo non di verità né di pace. La criminalizzazione di Stalin è esercizio quotidiano di un sistema in profonda crisi, che deve distruggere financo la memoria dell’unica alternativa realizzata di contrasto a lungo vittorioso contro il sistema capitalistico, imperniata sul nome di Stalin. È un fatto molto triste e doloroso che l’esternazione papalina si iscriva in tale ambito.

Aldo Bernardini, già Rettore dell’Università di Chieti e membro della Direzione Centrale del Partito Comunista.

18 Luglio 2016

http://www.resistenze.org/sito/te/po/tu/potugg11-018170.htm

Scusarsi non lo salverà

Partito Comunista, Turchia | kp.org.tr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

08/07/2016

Recep Tayyip Erdogan, quando la scorsa settimana ti sei scusato con la Russia e Israele, hai praticamente dichiarato la fine dell’avventura del neo-ottomanismo. Una fine così amara dell’avventura in cui si vi siete imbarcati sotto gli auspici del finanziamento e dell’imperialismo USA che vi ha spalleggiato fin dall’inizio, di cui vi avevamo messo in guardia anni fa, è invero appropriata. Ma riconoscere l’esito di questa avventura non vi salverà, te e i tuoi associati.

Il neo-ottomanismo era attraente per i capitalisti turchi alla ricerca di nuovi mercati, risorse e manodopera a basso costo. E la religione significava per te sia uno strumento di politica estera e la possibilità di ingannare i poveri. Inoltre, l’abuso della religione adempiva al ruolo di mistificare le disuguaglianze e le ingiustizie. Il neo-ottomanismo avrebbe rafforzato la dittatura in Turchia e contestualmente aperto un nuovo spazio di vitalità.

Alcuni imperialisti, in particolare gli Stati Uniti, pensarono di aver trovato un partner ambizioso. Ti lastricarono la strada. Iniziò il più grande scontro che avesse avuto luogo in Siria. Appellasti Assad “dittatore”, quando in passato lo chiamavi “fratello mio”. Hai sostenuto con ogni mezzo le bande armate, trasformando la Turchia in una base per il terrorismo. Ma hai sbagliato i tuoi calcoli: il popolo siriano ha resistito e la Russia e l’Iran si sono inserite nel gioco per difendere i loro interessi.

Eri così sicuro di te stesso che hai lasciato tracce del tuo crimine in ogni momento di questa sporca e sanguinosa avventura. Pensavi che avresti vinto in ogni caso.

Eppure hai perso!

Hai tentato di impedire che la verità venisse alla luce imprigionando giornalisti, censurando chiunque si esprimesse contro di te, acquistando quasi tutti i media, eppure il tuo potere non è stato sufficiente contro gli stati che lottano per portare l’ordine globale. Questo è il motivo per cui ti sei scusato con Putin: per salvare te stesso! Hai implorato il perdono, dicendo: “izvinitye; sono così dispiaciuto”, per evitare l’insorgere della rabbia della classe capitalista che ti ha sostenuto fin dall’inizio, ma ha cominciato a dar segni di insofferenza rispetto la tua incompetenza.

Come se a Putin importasse! Una volta ti ha chiamato “eroe” e può farlo di nuovo. Proprio come tutti gli altri politici borghesi, anche Putin difende gli interessi della classe che rappresenta e lo Stato russo, che appartiene alla stessa classe. Tenendoti in scacco, può chiederti più di quanto puoi dare. Vedi, hai persino offerto alla Russia, verso la quale sei stato arrogante anche di recente, di aprire la base di Incirlik. Ovviamente, sei spaventato!

E questo sia di lezione per chi crede che Putin cerchi giustizia in Siria o Turchia. Che cosa abbiamo sempre detto? Né le inimicizie e né le amicizie sono reali nel mondo dei capitalisti!

E anche la controversia con Israele era falsa. Mentre ne parlavi, le relazioni tra Israele e Turchia continuavano. A partire da oggi, che la falsa inimicizia è pure inutile. Sembra che hai deciso di fare il “bravo ragazzo”.

È ora dichiari “andremo d’accordo con tutti”. Purtroppo non esiste un tale mondo sotto il capitalismo. L’imperialismo non può esistere senza competizioni, senza guerre! Ci sono dei limiti nell’allearsi con Germania, Russia e Stati Uniti contemporaneamente.

Ti sei inginocchiato davanti alla Russia a causa del panico. Sì, la Russia e gli Stati Uniti stanno cercando di trovare un accordo sulla Siria, ma questo non significa che i conflitti tra di loro siano finiti. E in un prossimo futuro dovrai dare loro quello che vogliono come membro della NATO. Ti chiederanno sempre di più, dal momento che non si può sopravvivere senza il sostegno degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Probabilmente sai che non si fidano di te.

Tra i ricconi in Turchia, quelli che sono arrabbiati con te non sono pochi. La politica estera del neo-ottomanismo si è rivelata una delusione anche per loro: hanno perso diversi mercati e pagato grandi rischi. Inoltre, sono infastiditi dalla politica interna di crescente tensione. D’altra parte, sei stato così ambizioso nel depredare le risorse del paese e reprimere il movimento operaio che non permettono a nessuno di parlare male di te in questo senso. In breve, sono felici delle rose, ma per le spine.

Sei stretto in un angolo e quindi addivieni a un accordo con Putin, con l’imperialismo USA e i capitalisti della Turchia, dando loro più di quello che chiedono. Eppure, come abbiamo detto è un lavoro duro, hai tante falle nella tua nave che, mentre ne tappi una, se ne aprono molte altre. Può essere facile per te! Chiedere scusa.

Per quanto ci riguarda, continueremo la nostra strada. Siamo ai ferri corti con l’ordine capitalista che ti ha portato al potere e alla mentalità che rappresenti in ogni tempo, compresi i tempi in cui andavi in vacanza insieme alla famiglia di Assad e quando eri in buoni rapporti con Putin. Perché rappresenti i ricchi, rappresenti il fondamentalismo, rappresenti il capitale, mentre noi rappresentiamo i poveri, il progresso e il lavoro.

Naturalmente, anche noi siamo contenti dell’allentamento delle tensioni con la Russia, non perché ci preoccupiamo della tua amicizia con Putin, il rappresentante del capitalismo russo, ma perché ci preoccupiamo per i lavoratori della Russia, i nostri veri amici e alleati.

Puoi essere scusato da Putin, da Israele, ma non da noi!

Non permetteremo che alcun reato venga nascosto sotto il tappeto. Non si può sorvolare sui tuoi crimini contro il popolo. Te ne chiederemo conto e cambieremo questo sistema!

Come del tuo attacco sulla cittadinanza per i profughi siriani…

Il razzismo e il nazionalismo sono i valori del tuo mondo. Ma noi siamo diversi. Non respingeremo mai i siriani che hanno perso le loro case a causa delle azioni dell’alleanza reazionaria a cui hai preso parte. Non c’è dubbio che la migliore soluzione per i profughi siriani, molti dei quali sono lavoratori poveri, è la fine totale della cospirazione imperialista contro la Siria e il conseguente ritorno alle loro case in pace. E d’altro canto non approviamo chi vuole evitare che i rifugiati diventino cittadini turchi.

Quello che non permetteremo, quello per cui lotteremo, sono i tentativi di trasformare i rifugiati siriani in forza lavoro a basso costo, e il pregiudizio che li vede come potenziali terroristi fondamentalisti. Non abbandoneremo i siriani poveri alla tua misericordia e alla tua demagogia.

E non lasceremo mai questo paese alla tua mercé!

La Germania svela gli scheletri nell’armadio.

Aperti gli archivi sulla “Colonia Dignidad”

1992 visualizzazioni

Colonia Dignidad

Il governo tedesco tramite il ministero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, ha annunciato che renderà accessibile la documentazione sulla tristemente famosa “Colonia Dignidad”. Ovvero del tranquillo  villaggio cileno a 350 chilometri a sud di Santiago del Cile, diventato luogo d’asilo per decine di criminali nazisti fuggiti dall’Europa dopo la sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale. I documenti  su questa enclave nazista in America Latina sarebbero dovuti restare inaccessibili ancora per dieci anni. A creare il clima e le pressioni affinchè le autorità tedesche decidessero di anticipare l’accessibilità al dossier, è un film-inchiesta uscito a febbraio e  che a partire dal 26 maggio sarà in Italia. Il film si chiama «Colonia dignidad» , il regista è premio Oscar Florian Gallenberger.

Nei documenti dell’archivio, fino ad ora top secret, è possibile ricostruire come i gerarchi nazisti abbiano potuto lasciare la Germania nel 1945 e, attraverso la cosiddetta “Ratline” (il sentiero dei topi) e l’organizzazione Odessa (ossia Organisation der Ehemaligen SS-Angehörigen ,in tedesco Organizzazione degli ex-membri delle SS),  si siano rifugiati in America Latina, in Argentina e Cile soprattutto, ma anche in Paraguay.

Molto spesso il porto di partenza era quello di Genova e quelli di transito erano nella Spagna franchista. Sono note le complicità delle gerarchie vaticane che si adoperarono per mettere in salvo i criminali nazisti e i loro collaboratori in altri paesi: dagli ustascia croati ai collaborazionisti francesi del governo di Vichy.  C’era la rete organizzata del vescovo Alöis Hudal specializzata nella fuga dei criminali di guerra tedeschi; una seconda dedicata per gli ustascia croati, diretta e coordinata da Padre Krunoslav Draganović, segretario dell’Istituto Croato di San Girolamo.  A fuggire furono criminali nazisti come Gerhard Bohne, medico nazista che operò nel castello di Hartheim; Ante Pavelic, dittatore croato; Bilanovic Sakic, responsabile del campo di concentramento di Jasenovac; Franz Stangl, comandante del campo di concentramento di Treblinka; Josef Mengele; Adolf Eichmann; Erich Priebke; Klaus Barbie, Il boia di Lione; Walter Rauff, l’inventore dei camion-camera a gas; Eduard Roschmann, l’ex comandante del ghetto di Riga; Alois Brunner, responsabile dello sterminio di oltre 140 000 ebrei. In America Latina spesso trovarono colonie di emigrati tedeschi pronti ad accoglierli e a riciclarli.

Ma la Colonia Dignidad è stata anche altro e ben peggiore di un enclave per  fuoriusciti. Dopo il golpe di Pinochet in Cile, i criminali nazisti che vi si erano rifugiati e sistemati, diventarono  “volenterosi torturatori” al servizio della giunta militare golpista. Gli «squadroni della morte» cileni portarono decine di prigionieri alla «Colonia Dignidad» dove dopo essere stati torturati per giorni e settimane diventeranno “desaparecidos”. Nella lista dei prigionieri torturati e poi scomparsi c’è anche un italiano: Juan Bosco Maino Canales che compare anche nelle carte del processo agli aguzzini del “piano Condor” (1) che si sta celebrando al tribunale penale di Roma.

Ma a Colonia Dignidad e in altre enclavi simili, era possibile anche incrociare neofascisti italiani come Delle Chiaie, criminali nazisti come Klaus Barbie o fascisti francesi responsabili delle atrocità nella guerra dell’Algeria, sia come uomini del governo De Gaulle sia come agenti dell’Oas che si oppose con la violenza alla decolonizzazione algerina. I fascisti italiani latitanti in Cile disponevano di una villetta vicino ad Avenida de los dos Leones e utilizzavano anche un appartamento della Dina (la polizia segreta cilena) in Avenida Portugal, che era ufficialmente – come copertura – una agenzia di stampa: la famosa Aginter Press che aveva uffici anche nella Spagna franchista e nel Portogallo della dittatura militare crollata nel 1974 conla Rivoluzione dei Garofani.. A Santiago del Cile  trovarono rifugio Stefano Delle Chiaie, Vincenzo Vinciguerra, Maurizio Giorgi, Pierluigi Pagliai, l’ex deputato del Msi Sandro Saccucci, e altri fascisti, soprattutto di Ordine Nuovo.

“Per molti anni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, i diplomatici tedeschi hanno volto lo sguardo dall’altra parte”, ha ammesso il ministro degli esteri tedesco durante la presentazione del film. Parole che avremmo voluto sentire anche in Italia, dove invece la scoperta dell’”Armadio della vergogna” (2) negli scantinati del Tribunale Militare in via Acquasparta a Roma,  fu del tutto fortuita e i dossier sui criminali nazisti colpevoli di eccidi in Italia furono secretati e sepolti per decenni in nome dell’alleanza tra Italia e Germania nella Nato durante la guerra fredda con l’Urss.

(1) Il Piano Condor era il coordinamento repressivo delle dittature militari in America Latina negli anni Settanta che provocò migliaia di omicidi sommari, scuole di tortura comuni, scomparsa di migliaia di oppositori politici della sinistra.

(2) L’Armadio della Vergogna fu “scoperto” nel 1994 nei sotterranei di una sede del Tribunale Militare. Conteneva 695 fascicoli e 2274 notizie di reato sui crimini commessi dai nazifascisti durante l’occupazione dell’Italia dal 1943 al 1945. Fu la tenacia di un giornalista della vecchia guardia, Franco Giustolisi scomparso alcuni anni fa, a portare alla scoperta di questo armadio con le ante rivolte verso il muro e che nessuno aveva mai voluto girare.

 

LA FUGA DEI CRIMINALI NAZISTI VERSO L’ARGENTINA DI PERÓN:
UNA METICOLOSA E DOCUMENTATA RICOSTRUZIONE DELLO STORICO UKI GOÑI

https://www.facebook.com/Comitato-Permanente-Antifascista-962630767127518/

Giovanni De Luna

Lo chiamavano il «Mengele danese», Carl Vaernet era un medico delle SS che sosteneva di aver scoperto una «cura» per l’omosessualità; nel 1944 Himmler mise a disposizione delle sue folli ricerche la popolazione del «triangolo rosa», gli omosessuali internati a Buchenwald. I malcapitati furono castrati e gli fu impiantato un «glande sessuale artificiale», un tubo metallico che rilasciava testosterone nell’inguine. Secondo i racconti dei sopravvissuti, i medici delle SS a Buchenwald raccontavano barzellette raccapriccianti su quel tipo di esperimenti. Vaernet era un pazzo sadico; inserito nella lista dei criminali di guerra, alla fine del conflitto riuscì a scappare sano e salvo in Argentina. E come lui migliaia di aguzzini nazisti tedeschi, fascisti italiani, ustascia croati, rexisti belgi, collaborazionisti francesi ecc.; tutti se la cavarono grazie a una rete di complicità mostruosamente efficiente e all’aperta connivenza del governo di Juan Domingo Perón. Un romanzo (Dossier Odessa) di Frederick Forsyth, raccontava di un gruppo di membri delle SS che dopo la sconfitta si erano raccolti in un’organizzazione segreta (Odessa, acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen) che aveva il duplice scopo di salvare i commilitoni dalle forche degli Alleati e creare un Quarto Reich che completasse l’opera di Hitler. Per quanto romanzesca fosse la trama «inventata» da Forsyth, il suo racconto si avvicinava in modo inquietante alla realtà. Odessa esisteva davvero. Solo era difficilissimo ricostruirne la storia: i fascicoli del suo archivio erano stati distrutti in gran parte nel 1955, nel marasma degli ultimi giorni del governo di Perón; quelli che rimasero furono definitivamente buttati via nel 1996. Ma le tracce della sua attività erano troppo evidenti per essere cancellate del tutto. Così ora, finalmente, grazie alla pazienza e all’abilità dello storico e giornalista argentino Uki Goñi (Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Garzanti, pp. 480, e.24) e lunghe ricerche in Belgio, Svizzera, Londra, Stati Uniti, Argentina, disponiamo di una storia completa della più incredibile operazione di salvataggio di migliaia di criminali mai progettata e mai realizzata in tutto il Novecento.
Diciamolo subito. Se l’Argentina di Perón era la «terra promessa», l’asilo già generosamente predisposto ancor prima che la guerra finisse, il cuore e il cervello dell’intera operazione Odessa era a Roma (dove Perón soggiornò dal 1939 al 1941), nel cuore del Vaticano. In quel turbinoso dopoguerra italiano era veramente difficile distinguere tra vincitori e vinti. Nazisti e fascisti avevano perso la guerra; eppure mai ai vinti mancò il soccorso dei vincitori, il sostegno di quelle istituzioni che sarebbero dovute nascere all’insegna dell’antifascismo e della democrazia e che invece erano ricostruite nel segno della più rigorosa continuità con i vecchi apparati del regime fascista. Fu l’anticomunismo, furono le prime avvisaglie della «guerra fredda» a spingere i vincitori a salvare i vinti.
Il Vaticano fu il motore di questa scelta. Ma veramente monsignor Montini fu il protagonista di questo intervento che garantì l’incolumità a criminali come Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann ecc.? E veramente il Vaticano fu il crocevia di tutta una serie di iniziative che puntavano a rimettere in piedi il movimento ustascia di Ante Pavelic per organizzare una guerriglia anticomunista contro la Jugoslavia di Tito? Sì, veramente. Già nel 1947 i servizi segreti americani avevano stabilito che «una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale rivelerebbe fatti sorprendenti e incredibili». Oggi la disamina di quei registri è possibile e Goñi l’ha fatta. E le sue conclusioni sono nette: la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell’«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa: oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (quest’ultimo, argentino, nel 1960 espresse pubblicamente – «bisogna perdonarlo» -, il suo rincrescimento per la cattura di Eichmann da parte degli israeliani), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère.
I documenti citati da Goñi sono molti e molto convincenti, da una lettera del 31 agosto 1946 del vescovo Hudal a Perón che chiedeva di consentire l’ingresso in Argentina a «5 mila combattenti anticomunisti» (la richiesta numericamente più imponente emersa dagli archivi) all’intervento di Montini per esprimere all’ambasciatore argentino presso la Santa Sede l’interesse di Pio XII all’emigrazione «non solo di italiani» (giugno 1946). Non si tratta di iniziative estemporanee e certamente la loro rilevanza storiografica non può esaurirsi in una lettura puramente «spionistica».
Un versante della seconda guerra mondiale trascurato dagli storici è quello che vede gli Stati latini, cattolici e neutrali, europei e sudamericani, protagonisti di vicende diplomatiche segnate però da un particolare contesto culturale e ideologico: nella cattolicissima Argentina (la Vergine Maria fu nominata generale dell’esercito nel 1943, dopo il golpe dei militari) ci si cullò nell’illusione di poter formare insieme con la Spagna e il Vaticano una sorta di «triangolo della pace», per preservare «i valori spirituali della civiltà» fino a quando la guerra in Europa continuava. Un progetto più ambizioso puntava a unire, con la leadership del Vaticano, i paesi dell’Europa cattolica, Ungheria, Romania, Slovenia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia di Vichy per integrarli nel «nuovo ordine europeo» voluto dai nazisti; in quel periodo (1942-1943), in Sud America governi filonazisti esistevano già in Argentina, Cile, Bolivia e Paraguay: il disegno era di conquistare a un’alleanza in chiave antiamericana anche il piccolo e democratico Uruguay e il grande e cattolico Brasile. Questi disegni naufragarono tutti sotto il peso delle rovinose sconfitte militari dell’Asse ma furono l’humus ideologica da cui nacque nel dopoguerra la rete di «Odessa».
La centrale italiana operò soprattutto per il salvataggio degli ustascia di Ante Pavelic. Alla fine della guerra ce n’erano migliaia, sparsi nei vari campi a Jesi, Fermo, Eboli, Salerno, Trani, Barletta, Riccione, Rimini ecc. Una poderosa ricerca ora avviata dal giovane storico Costantino Di Sante sta facendo luce su una delle pagine più oscure di quel periodo. Si trattava di criminali macchiatisi di delitti che avevano suscitato orrore perfino nei loro alleati nazisti (che biasimarono «gli istinti animaleschi» dei croati): fucilazioni di massa, bastonature a morte, decapitazioni, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%. Alla fine della guerra circa 700 mila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa ma nell’elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari. Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che coniugava le nozioni di «purificazione» religiosa e «igiene razziale» con un appello affinché la Croazia «fosse ripulita da elementi estranei».
Gran parte di questi criminali si salvò passando da Roma verso l’Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132. Parlando del loro capo, Ante Pavelic, un rapporto dei servizi segreti americani concludeva: «Oggi, agli occhi del Vaticano, Pavelic è un cattolico militante, un uomo che ha sbagliato, ma che ha sbagliato lottando per il cattolicesimo. È per questo motivo che il Soggetto gode ora della protezione del Vaticano». Alla fine, tra il 1947 e il 1951, secondo i dati raccolti da Di Sante, furono 13 mila gli ustascia che riuscirono a salvarsi usando il canale italoargentino.

La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/la-grande-spartizione-114530.shtml?uuid=ACe75oiC

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

 La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.