CONTROSTORIA DEI FATTI DI SREBRENICA

 Due vecchi articoli che è utile pubblicare in questa ricorrenza ipocrita, perché la storia non sia scritta solo dai vincitori (e dai propagandisti della NATO)

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Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto. Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.

– Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.

D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton? R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina. Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].

D: Cosa ci dice questo? R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.

Le “vittime di Srebrenica” votano D: Questo libro offre prove aggiuntive? R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.

D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…? R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.

D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…? R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.

La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori D: Perché hanno premuto sui serbi? R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.

D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica? R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.

D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro? R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.

D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua? R: L’editore del mio libro, Kai Homilius – di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.

fonte

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Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria”, cioè la cosiddetta “strage di Racak”, è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L’inviato del “Figaro” Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l’eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “preso in giro dall’Uck” al pari degli altri giornalisti. Poi, anche “Le Monde” e “Liberation” hanno smascherato l’inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”. L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell’Uck proprio a Racak?. L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.

Michel Chossudovsky, docente di economia presso l’Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”, Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999: “Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove “combattenti per la libertà” (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (…) L’Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l’Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell’eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (…) Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l’embargo. L’Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l’acquisto di armi e hanno consentito all’Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l’Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell’esercito yugoslavo. (…) Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano “matrimonio di convenienza” con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l’obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese”. La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia “guerre sante” contro la droga – spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia – usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l’arroganza di concedere o negare “certificazioni” a questo o a quell’altro paese… compreso il Messico. Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, “Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros”.

Riaffermare che “la verità è la prima vittima di ogni guerra”, appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del “Los Angeles Times”, cioè di un organo tutt’altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla “strage di Racak”, dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi. Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato “sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare” e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell’una o dell’altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell’esercito serbo a Pristina, aggiungendo “Non posso essere d’accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l’esodo dei profughi dal Kosovo. E’ molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti”. E il 20 giugno scrive: “Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un “intervento umanitario”, una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall’interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E’ sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa”. E’ anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall’altra, e non l’errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti “profughi scampati al bombardamento” giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall’inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà “il tragico errore”. Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l’ordine di dichiarare il falso? E’ assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe “accuse irrefutabili di testimoni oculari”.

Qualche mese dopo la fine dell’intervento “umanitario”, persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi – fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell’Osce, che questi si sono scatenati dopo l’inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l’incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi – ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l’attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell’Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall’Uck perché considerati “collaborazionisti”. Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l’altro si legge: “Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell’Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false”. Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima “difficoltà” nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.

Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall’informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l’ingresso della Kfor – cioè dei “liberatori” – e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all’aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni. “Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall’inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell’ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all’Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un’enorme confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (…) Poi, con la ritirata dell’esercito, c’erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (…) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d’Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (…) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall’Albania. E’ la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l’intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo”. C’è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall’esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice: “Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto.”

La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili – si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra “umanitaria” in Kosovo non è stata assolutamente di tipo “convenzionale”, cioè con l’uso di armi “previste” dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia – e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler “liberare” – sono stati impiegati proiettili e missili con testate all’uranio cosiddetto “impoverito” (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell’Onu, la Nato ha ammesso – il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan – di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all’uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch’esse a base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si “distribuiscono” all’estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un’arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all’uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all’impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all’istante gli occupanti chiusi all’interno. Bruciando, l’uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell’atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E’ stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all’uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 – quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico – addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l’Irak del 1991 che, per l’esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta “Sindrome del Golfo”: molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un’esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l’inalazione e l’ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del ’98 e l’aprile del ’99, in una zona contaminata da proiettili all’uranio). Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari “liberati” che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa “guerra umanitaria”, a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall’embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?

Infine, l’Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all’inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo – prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività – l’Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro – poco più grande di due lattine di birra – viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per “questioni di sicurezza” (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l’altro, riposa ancora l’intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché “ufficialmente” gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale…).

Bufale belliche: il caso Kosovo – Pino Cacucci

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