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Dichiarazione del CC del Partito Comunista Operaio Russo per il 99° anniversario dell’Armata Rossa e le odierne celebrazioni del «Giorno del Difensore della Patria».

99 anni ci separano dalla nascita dell’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini. Ricordiamo e apprezziamo ancora una volta l’importanza di questo evento. L’Armata Rossa nasce nella lotta per la protezione del giovane Stato sovietico dall’offensiva dell’imperialismo tedesco. Ma l’importanza dell’Armata Rossa, naturalmente, va ben oltre la portata di questo conflitto.

L’organizzazione delle sue forze armate – è una necessità oggettiva, è l’unica possibile e l’unica giusta reazione della rivoluzione socialista vittoriosa all’accerchiamento capitalista ostile e al suo desiderio di distruggere la rivoluzione. Senza le forze armate della rivoluzione essa è condannata.

“Difensore” – così caloroso del popolo sovietico. Ci fu l’amore a livello nazionale del popolo verso l’Esercito che percepiva come la sua carne e sangue, come espressione della sua volontà e le sue aspirazioni. Un fenomeno che non ha precedenti nel mondo dello sfruttamento (capitalista).

L’Armata Rossa si trovava a guardia del lavoro pacifico e delle conquiste rivoluzionarie dei lavoratori. Era l’unico esercito al mondo strettamente legato alle preoccupazione del popolo, con i problemi sociali in tutto il paese.

Ecco perché uno dei primi obiettivi dei restauratori del capitalismo fu l’esercito sovietico. E’ stato diffamato, calunniato, mettendo in dubbio tutte le sue gloriose vittorie, e i suoi nemici, inveterati teppisti degradati, trasformati in «eroi della lotta contro il bolscevismo». E tutto questo perché l’Armata Rossa era in lotta per la liberazione del popolo lavoratore dal gioco del capitale.

L’Armata del nostro popolo non ha niente a che fare con gli eserciti degli stati capitalisti, tra cui l’attuale russo.

Oggi, le strutture militari e le altre di sicurezza della Russia borghese si sono trasformate in uno strumento di violenza armata contro il popolo, per proteggere il potere dei Signori, per rafforzare il sistema capitalistico di oppressione, per mantenere con la violenza le masse operaie nell’obbedienza e sopprimere la loro resistenza.

Questa è la conseguenza inevitabile della restaurazione del capitalismo nel nostro paese.

Appena emerso alla luce, l’Esercito borghese Russo, così come le altre forze dell’ordine, ha iniziato la sua storia con una pagina infame e sanguinosa.

Nel mese di ottobre 1993, i cosiddetti “difensori della patria” su ordine della classe dirigente della nuova borghesia commisero un palese crimine. Centinaia di persone inermi vennero brutalmente uccise, sparati dai mezzi blindati e carri armati, cannoneggiando e bruciando la «Casa Bianca»(parlamento russo)…

Continuando la riforma dell’esercito hanno posato le Bandiere Rosse nei musei per assumere quelle nuove col tricolore di Vlasov e altre multicolore.

Oggi, siamo inorriditi dalle “gesta” punitive dei fascisti ucraini. Ma nell’ottobre del 1993, nessuno era terrorizzato dall’esercito russo e la polizia antisommossa di recente formazione che da difensori del popolo si trasformò in loro carnefici? Da lì, nel 1993, prendono forma le fasciste autorità borghesi russe e il loro personale di funzionari governativi, politici corrotti, “intellettuali”, sacerdoti, predicatori. La ragione per la ferocia dei cani del regime nei confronti dei difensori del Consiglio Supremo è molto chiara in quanto vedevano la maturazione della resistenza del popolo lavoratore alle loro “riforme”. Qui il regime borghese della Russia affogò nel sangue una rivolta popolare. La reazione ha fatto un enorme passo in avanti nella promozione del corso capitalistico, e al tempo stesso ha esposto il brutto muso del capitalismo russo. Ed è cresciuto sempre più forte nel mostro in Ucraina che ha superato il suo fratello maggiore implementando un regime fascista banderista nel 2014.

Le annuali manifestazioni di massa con lo slogan «Nessun perdono per i carnefici» dicono che oggi «difensori della patria» e popolo stanno su lati opposti.

La celebrazione di oggi del «Giorno del Difensore della Patria» da parte del governo borghese è un orpello ipocrita per dare visibilità ad una presunta ereditarietà nella lotta e gloria militare. In questi giorni, ci sono richieste per l’unità, il patriottismo, l’amore per lo Stato borghese. I Padri della Chiesa predicano intensamente l’obbedienza e esortano a non dispiacersi per la loro pancia piena…

Ma che tipo di eroismo, sacrificio può esser discusso in relazione, ad esempio, alle forze militari della moderna borghesia Russa? Per cosa mettono in gioco la loro vita? Per i guadagni degli oligarchi o i conti bancari dei funzionari di governo? Per la costruzione di un nuovo tempio dove il sacerdote frigna il suo Hallelujah… Oh rallegriamoci, russi, con gli stipendi dei funzionari: alcuni milioni di rubli al giorno, e coloro che lavorano e producono tutta la ricchezza che si accontentano di qualche centinaio di rubli.

Le odierne chiamate al patriottismo per lo Stato della dittatura borghese, per l’unità, per l’obbedienza fanno parte dell’ideologia borghese per la riduzione in schiavitù dei lavoratori. L’ideologia della reazione.

Oggi non abbiamo una patria, perché non abbiamo nulla di nostro.

Noi diciamo, che è impossibile difendere la Patria se non per la lotta contro i capitalisti. Possiamo difendere la patria solo rovesciando la borghesia.

Ai nostri figli e nipoti nel Giorno dell’Esercito e della Marina Sovietica diciamo: «Presto sarai cresciuto. Ti daranno un fucile. Prendilo e impara a maneggiar bene le armi. E’ una scienza necessaria per le masse oppresse, al fine di lottare contro la borghesia, per porre fine allo sfruttamento, la povertà e la guerra. Solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi tutte le armi. Le masse operaie, naturalmente, lo faranno, con l’esempio e l’esperienza dell’Armata Rossa Sovietica che non ha prezzo».

Il Comitato Centrale del Partito Comunista Operaio Russo – PCUS

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Posted by La Nuova Alabarda on Sunday, February 10, 2019

Una nota del SAP, il sindacato di PS noto anche perché alcuni suoi dirigenti sono stati condannati per avere ripetutamente insultato ed offeso la famiglia di Stefano Cucchi, stigmatizza, in occasione del Giorno del Ricordo che «le recenti iniziative intraprese in alcune parti d’Italia da “associazioni negazioniste” di una pagina così tragica e buia della nostra storia, offendono la memoria di queste vittime innocenti, tra queste anche Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, che pagarono con la vita, il solo fatto di rappresentare i valori dell’Italia indossando una divisa a servizio degli italiani».
Nel periodo fascista i poliziotti ed i carabinieri si distinsero per la brutalità dei mezzi di repressione usati contro gli antifascisti, in tutta Italia, e nella Venezia Giulia non furono da meno; sotto l’occupazione nazista, quando il corpo dei Carabinieri venne sciolto (e quindi alla fine della guerra nessun “carabiniere”, a meno che fosse passato sotto altre formazioni collaborazioniste, fu “infoibato”) e la PS passò direttamente sotto gli ordini di Hitler, come tutte le forze armate dell’Adriatisches Kustenland annesso al Reich, le repressioni violente, con “orribili persecuzioni, torture ed infoibamenti” furono messe in atto proprio da corpi collaborazionisti come l’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia, comandato dal vicecommissario Gaetano Collotti.
Leggiamo ora alcune testimonianze.
«Collotti (…) odiava con ferocia i partigiani italiani e slavi, ma per gli slavi nutriva un odio particolare. Infatti mentre sottoponeva gli italiani ad una serie di torture che andavano dalle busse alla (…) introduzione di decine di litri di acqua calda ed allo schiacciamento delle dita, per gli sloveni riservava dei tormenti inenarrabili (…) che costituiscono il tragico ricordo di uomini e donne della nostra città che sono passati dalle celle di Villa Triste alle camere di tortura e da qui ai campi di concentramento… »[1].
«Siccome le sevizie nei confronti dei Prodan [2] continuavano, la suocera disse al Collotti di avere pietà, al che egli rispose: “Vi distruggerò tutti, maledetta razza s’ciava!”»[3].
«Il teste [4] (…) specifica che il più accanito era il Miano che soleva dire alle sue vittime: “Ricordatevi di Miano che non lo dimenticherete mai più” tanto che le vittime ritenevano si trattasse di uno pseudonimo, sembrando impossibile che l’aguzzino desse il suo vero nome»[5].
«Il dottor Toncic racconta (…) che il Mazzuccato violentò diverse donne, fra cui alcune minorenni, per quanto fosse notoriamente affetto da sifilide»[6].
Un giorno che si era recato presso l’Ispettorato Speciale, Diego de Henriquez sentì le urla, sempre più forti di una donna; gli dissero che la stavano interrogando e lo invitarono ad uscire. De Henriquez fece in tempo a vedere un pesante scudiscio ed a udire una frase: “Se non parli ti spacco la testa”. Lo studioso annotò che tali metodi erano ben noti in città[7].
«L’apparecchio di tortura elettrico è stato portato nella sede dell’Ispettorato da Collotti al quale venne regalato dalle SS secondo quanto sentivo dire dagli agenti. L’apparecchio elettrico stava nella stanza di Collotti ma qualche volta ho sentito dire che passava nell’ufficio di Perris (…)»[8].
L’ispettore De Giorgi della Polizia Scientifica firmò in data 18/1/46 una «perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale». Tale perizia, richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste [9] descrive, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: «stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a bracciuoli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurientissime confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione ».
Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurientissime confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo, come Jordan Zahar, ad esempio.
L’ispettore De Giorgi dichiarò inoltre in una intervista: «Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo». E tra gli “anfratti” (cioè le “foibe”) un teste ha indicato anche il pozzo della miniera di Basovizza: «Nell’estate del ‘44 pascolavamo il bestiame nei pressi del pozzo della miniera di Basovizza ed abbiamo visto più volte venire su due appartenenti alla Guardia Civica (riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde) che portavano con sé dei civili che, uno alla volta, gettavano dentro il pozzo. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine. Li vedemmo arrivare un giorno con un furgone della ditta Zimolo»[10].
Giuseppina Rovan, che fu anch’essa picchiata e torturata con la “cassetta”, denunciò fra i torturatori il brigadiere Fera e l’agente Mercadanti. Venne condotta ai Gesuiti «in condizioni disastrose di salute (…) sono stata visitata dal medico militare delle carceri (…) al quale ho narrato le torture subite perché perdevo sangue in gran copia dai genitali (…) era dipeso dal fatto che quando sono stata percossa nell’ufficio di Collotti, questi, mentre ero a terra abbattuta e nuda, è montato col peso della persona sul mio ventre (…) il medico ha detto che non poteva fare niente contro gli agenti di via Bellosguardo (…) ai primi di giugno durante la mia detenzione ai Gesuiti una donna proveniente da via Bellosguardo, in seguito a sevizie è stata trasportata all’Ospedale con la CRI, dove, secondo quanto si è narrato in carcere fra noi, è deceduta. Durante tale epoca è morto anche un uomo ai Gesuiti, sempre in seguito alle torture subite in via Bellosguardo (…)»[11].
Rosa Kandus testimoniò al processo contro il “collottiano” Lucio Ribaudo, che «portava i baffetti alla Hitler» e che tra i metodi di tortura pare privilegiasse quello del tubo di gomma, oltre alle sevizie sessuali sulle donne.
«La donna istriana è stata identificata per Angeluccia Paoletti (1893) (…) in data 18/8/44 ore 20.45 giungeva morta alla locale astanteria Ospedale Maggiore (…) in seguito a commozione cerebrale, frattura del braccio destro, frattura del femore sinistro, ferita lacero-contusa al ginocchio destro, gomito sinistro, probabili lesioni interne. La Paoletti era accompagnata dal commissario di polizia Tedeschi dell’ex Ispettorato di Polizia il quale dichiarava all’agente di polizia colà in servizio che detta donna poco prima si era gettata a scopo suicida da una finestra sita al primo piano del palazzo ove aveva sede l’Ispettorato stesso»[12].
Maria Merlach, incarcerata ai Gesuiti, «raccontò a tutte le detenute della cella n. 40 le sevizie che aveva subito (…) aveva il viso stravolto ed era talmente terrorizzata che ad ogni piccolo rumore sussultava». Era stata torturata con la “macchina elettrica” e disse che «preferiva darsi la morte anziché avere a che fare con quella gente. Il giorno in cui vennero gli agenti per prenderla di nuovo e condurla all’Ispettorato, la Merlach in preda ad una convulsione nervosa, si mise a piangere fortemente e diceva povera me, pregate perché io muoio»[13].
«Risulta che Maria Merlach nata a Trieste nel 1911 ebbe a suicidarsi il gennaio 1945 gettandosi in strada dagli uffici della polizia di via Cologna in Trieste, nei quali era stata accompagnata onde essere interrogata quale sospetta di appartenenza alle file partigiane e per sfuggire agli interrogatori stessi»[14].
Umberta Giacomini (nata Francescani), quando fu arrestata il 9/3/44, era incinta di quattro mesi. Il 15 marzo venne “interrogata” da Collotti, che la picchiò selvaggiamente assieme agli agenti Brugnerotto, Sica e Mignacca. A causa di questo abortì ed ebbe una forte emorragia, perciò fu trasportata all’ospedale. Successivamente Mignacca e Ribaudo vennero per riportarla all’Ispettorato, ma date le sue condizioni fisiche (non riusciva neanche a tenersi in piedi), come testimoniò lei stessa «soprassedettero dal tradurmi dal Collotti ed il Ribaudo mi disse pensate che abbiamo avuto pietà di voi perché eravate madre…»[15].
«In seguito venni inviata alle carceri dei Gesuiti, poi al Coroneo ed infine ad Auschwitz e mio marito in quello di Dachau, dove rimanemmo 18 mesi (…) Ritornammo dai campi di concentramento ammalati. Mio marito non si ristabilì più e tuttora è invalido»[16].
Marija Fontanot, nata nel 1928, fu arrestata da agenti dell’Ispettorato nella sua abitazione di via Cellini 2, perché «figlia di Bernobic Giuseppe, partigiano». Assieme a loro fu arrestata anche la sublocatrice del loro appartamento, Giuseppina Krismann. Furono portati in via Bellosguardo, dove rimasero per 8 giorni. Marija Fontanot fu ripetutamente violentata in presenza del padre. Le due donne furono poi condotte in carcere ed in seguito deportate ad Auschwitz, da dove furono liberate con l’arrivo dell’Armata Rossa. Quanto a Giuseppe Bernobic, una certa Danila, che era detenuta in via Bellosguardo, disse a Marjia che il padre era stato ucciso in Risiera[17].
Ci ha colpito il testo del comunicato del SAP, perché attribuisce ai partigiani esattamente gli stessi comportamenti criminosi dei poliziotti collaborazionisti nel corso della repressione degli antifascisti, agli ordini dell’occupatore germanico.
Ma siamo francamente stufi di tutte queste menzogne e mistificazioni diffuse sulla stampa e sui social, ancora più gravi se fatte da chi dovrebbe essere al servizio della democrazia e non della memoria nostalgica di chi ha tuttora un debole per certe idee e metodi dei tempi bui del secolo scorso.
[1] Il Lavoratore, 29/11/59.
[2] Nerina Prodan ed il fratello Pietro.
[3] Corriere di Trieste, 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[4] Il dottor Bruno Pincherle nel corso del processo Gueli.
[5] Corriere di Trieste” 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[6] Corriere di Trieste, 4/2/47, resoconto del processo Gueli.
[7] Diario n. 15, p. 2.438, conservato presso i Civici Musei di Trieste, nota raccolta da Vincenzo Cerceo.
[8] Testimonianza di Giuseppe Giacomini nel “Carteggio processuale Gueli” (archivio IRSMLT n. 914).
[9] Copia di tale perizia è conservata presso l’archivio IRSMLT, doc. 913, corredata dagli schizzi che illustrano i metodi di tortura.
[10] Sul Piccolo” del 3/11/99, dichiarazioni citate in una lettera scritta da Primož Sancin. Che Collotti usasse i carri della ditta di pompe funebri Zimolo è confermato dalla testimonianza della prof. Niny Rocco del CLN triestino (archivio IRSMLT n. 874). Quanto alle divise da Guardia civica, va detto che molti membri della Guardia civica erano stati inquadrati dell’Ispettorato Speciale.
[11] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[12] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[13] Testimonianza di Ada Benvenuti datata 6/2/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[14] Attestazione del Procuratore Generale del 14/11/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[15] Testimonianza di Umberta Francescani Giacomini, moglie di Guido Giacomini, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[16] Il Lavoratore, 29/11/54.
[17] Testimonianza di Marija Fontanot Crevatin, archivio IRSMLT 917bis.
La foto (Archivio IRSMLT 912) raffigura la squadra volante dell’Ispettorato Speciale, comandata da Collotti, prima di un rastrellamento a Boršt nel gennaio 1945. Questi i nomi degli agenti identificati: 1: Iadecola Antonio, autista; 2: “Seliska”, fiduciario di Collotti (Rado Seliskar); 3: altro fiduciario di Collotti, “Pap”, triestino (forse Mauro Padovan); 4: un ufficiale delle SS non identificato; 5: Collotti; 6: Andrian Dario, vicecommissario ausiliario, triestino; 7: altro fiduciario di Collotti, triestino, del quale Giacomini non ricorda il nome ma che negli appunti di Galliano Fogar viene indicato come Gustavo Giovannini; 8: Paccosi Bruno, guardia; 9: Simonich Mirko, ausiliario; 10: Greco Matteo, guardia; 11: Romano Gaetano, guardia; 12: “Guardia Alessandro” (dovrebbe trattarsi di Alessandro Nicola); 13: Giuffrida Salvatore
Dai vari documenti da noi consultati ci risultano scomparsi durante l’amministrazione jugoslava i seguenti 67 agenti (anche ausiliari) dell’Ispettorato Speciale di PS (su un totale di 140 poliziotti scomparsi. Li elenchiamo di seguito, con l’annotazione di ciò che abbiamo saputo di loro.
Andrian Dario (n. 6 nella foto) arrestato 2/5/45; Aurino Avelardo, arrestato 2/5/45 [1]; Barezza Salvatore, cuoco presso l’Ispettorato, arrestato 1/5/45; Bilato Massimo, arrestato 1/5/45; Binetti Corrado, come PS risulta in servizio a Lubiana ed ucciso dai partigiani il 14/1/45, come Guardia civica risulta arrestato il 24/5/45 a Trieste e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [2]; Boato Argante, arrestato 4/5/45; Bottiglieri Domenico, anche membro del Sicherheit Dienst, arrestato 1/5/45; Braccini Augusto, arrestato 21/5/45; Bruneo Antonio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Burzachechi Giovanni, già CC, poi anche SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Camminiti Santo, riesumato dall’abisso Plutone (data morte presunta 23/5/45); Carbonini Antonio, arrestato e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Castagna Antonio, squadrista “squadra manganellatori” [3], arrestato 31/5/45; Cattai Mario, arrestato 1/5/45; Cattani Roberto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Cipolli Aldo, anche membro del SI.DI., arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Conte Mario, , fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; De Simone Mario, arrestato 1/5/45; Del Papa Filippo, anche agente di custodia, a Gorizia risulta scomparso (d.m.p.) nel gennaio 1945, mentre a Trieste risulta riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Della Favera Ferruccio, arrestato 1/5/45; Esposito Carmine, riesumato dalla Grotta del Cane di Gropada; Fabaz Aurelio, arrestato 1/5/45; Fabian Mario, infoibato nel Pozzo della Miniera di Basovizza (4/5/45); Fidanza Giordano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Fregnan Emilio, arrestato 2/5/45; Gatta Vittorio, squadrista sciarpa littoria, membro del Direttivo del Fascio, rastrellatore, risulta infoibato presso Basovizza; Geraci Giovanni, già comandante della tenenza dei Carabinieri di Sesana, poi di quella di via Cologna, dopo lo scioglimento dell’Arma entrò nell’Ispettorato, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Giuffrida Francesco, “uno dei più temuti torturatori della banda Collotti” [4], arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Greco Matteo (n. 10 nella foto), riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Grieco Pasquale, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Ingravalle Mauro, risulta anche milite dell’MDT, BN, arrestato il 30/4/45 nella caserma di via Rossetti [5], condotto a Villa Decani e disperso; Krisa (o Crisa) Ottocaro, squadrista, informatore dell’Ispettorato ed interprete della SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Leban Vittorio, arrestato 1/5/45; Luciani Bruno (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti Wilma Varich, torturata e poi deportata in Germania e di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [6]), arrestato il 21/5/45; Mignacca Alessio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Milano Gaetano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Minetti Giuseppe, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Nelli Lanciotto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Nicoletti Cesidio, arrestato 2/5/45; Nussak Silvano, arrestato 1/5/45 (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [7]), Padovan Mauro (forse il n. 3 nella foto), delatore infiltrato nel movimento di liberazione, scomparso non si sa se a Monfalcone o a Trieste; Pastore Paolo, arrestato 2/5/45, internato a Prestranek e disperso; Pasutto Giovanni, anche informatore della SS, arrestato 6/5/45, morto in carcere a Lubiana 30/8/45; Piani Mario, arrestato 1/5/45 [8]; Piccinini Pietro, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Picozza Antonio, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Pisciotta Salvatore, arrestato 1/5/45; Pisetta Luigi, arrestato 5/5/45; Polidoro Edmondo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [9]; Raelli Pietro, morto in carcere a Lubiana; Runce Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sabbatini Bruno, squadrista, saccheggiatore di negozi ebraici, anche BN, rastrellatore, arrestato 6/5/45, fucilato ad Ospo; Sangiorgi Leopoldo, arrestato 2/5/45; Santini Bruno, arrestato 1/5/45; Santini Mario, arrestato 1/5/45, disperso a Hrpelje; Scimone Francesco, arrestato 1/5/45; Scionti Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sciscioli Gasparo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Selvaggi Raimondo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Sfregola Cosimo Damiano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Soranzio Ferruccio, detto Crock, infiltrato nei gruppi partigiani, arrestato nel maggio 1945, secondo gli elenchi di Ferenc “fatto uscire”, ma ancora detenuto nella primavera del 1947, come visto precedentemente; Spinella Giovanni, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Stolfa Ezechiele, arrestato 2/5/45; Suppani Mario, uno dei responsabili degli arresti del CLN di febbraio 1945, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Terranino Pietro, arrestato 3/5/45; Tomicich Giorgio, già sottotenente Esercito Repubblicano, arrestato 1/5/45; Vescera Vincenzo, arrestato 2/5/45; Zarotti Adriano, arrestato 1/5/45, riesumato dalla foiba di Gropada Orlek (d.m.p. 12/5/45); Zian Gustavo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45 [10].
[1] Il 10/12/45 si svolse a Trieste, presso la Corte d’Assise Straordinaria, un processo a carico di Migliorini Renzo, Siderini Giuseppe, Buttinaz Giordano, Monacelli Salvatore ed Aurino Avelardo (quest’ultimo contumace) imputati di avere, nel gennaio 1945, «in correità tra loro e Fregnan Fulvio >, tentato di oltrepassare la linea del confine occidentale tedesco per entrare nell’Italia liberata ed organizzare «una resistenza nazifascista >.
[2] La dicitura “forse fucilato a Lubiana” deriva dalla ricerca di Ferenc, “Kdaj so bili usmrčeni”, pubblicata nel “Primorski Dnevnik” del 7/8/90 .
[3] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[4] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[5] Nella caserma di via Rossetti era di stanza un gruppo della Guardia civica.
[6] SI AS 1827 fascicolo 34.
[7] SI AS 1827 fascicolo 34.
[8] Altra fonte lo dà come ucciso a Carbonera (TV) con Collotti.
[9] In una nota dell’Ufficio del Pubblico Accusatore leggiamo che nel 1946 Polidoro risultava in servizio presso la Questura di Venezia (nota in AS zks 1584 ae 459).
[10] Nelle citate note del Pubblico accusatore di Ajdovščina troviamo un fascicolo a nome di Ziani Guido, “segretario fascista di Trieste”, responsabile degli arresti di Josip e Ivan Pregarc di Ricmanje. SI AS 1827, fascicolo 34.
Claudia Cernigoi, 10 febbraio 2019.
https://bresciaanticapitalista.com/2017/02/07/chi-ha-infoibato-chi/?fbclid=IwAR3CYLCHsY4HVmNbiAOj8Spc3bK_7jNrcWaqJbr5uuMYp0x3wk0ZpTMCNCw#comments
Chi ha infoibato chi?

Pubblichiamo volentieri questo articolo di Piero Purini, in cui si smontano (con una certa facilità, vista l’incompetenza storica dei “revisionisti” storici nostrani) tutte le favole sui “poveri italiani” infoibati dai crudeli “titini”. Non certo perché io ritenga i partigiani jugoslavi degli “angioletti” senza macchia. Errori e violenze inutili sono stati certamente commessi anche da parte delle forze di liberazione jugoslave (come in ogni guerra civile, purtroppo). Se non altro, la stessa testimonianza di mio padre, combattente partigiano nel battaglione “Antonio Gramsci”, aggregato alla Prima Brigata Dalmata dell’Esercito di Liberazione jugoslavo, me ne fornì, a suo tempo, svariati esempi. Ma concordo con il suo giudizio di allora: quando ti bruciano la casa, ti fucilano o impiccano i genitori (e i “nostri” bersaglieri o alpini, per non parlare dei criminali in camicia nera, hanno fatto di tutto per emulare le belve naziste in questo) non vai tanto per il sottile (soprattutto se sei un povero contadino con scarsa coscienza politica, guidato soprattutto, e giustamente, dalla rabbia contro l’invasore) e magari dimentichi la tua umanità. Dedicato a te, vecchio mio, nel giorno in cui cercano di infangare i tuoi compagni di allora. (Flavio)

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe

con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

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* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983-

https://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru4f02.htm

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Russia: la via golpista al capitalismo

di Higinio Polo

Il 21 settembre 1993, il presidente russo Yeltsin, che era stato eletto nel 1991 e avrebbe finito il suo mandato nel 1996, si attribuiva tutti i poteri dello Stato dissolvendo il potere legislativo e quello giudiziario. Contemporaneamente, abbandonava la Costituzione vigente, arrogandosene il diritto perché, a suo dire, scelto dal popolo. Si dimenticava di dire che in ciò somigliava molto a Hitler: la sua decisione era in realtà un vero e proprio colpo di Stato, che inaugurava in Russia la via golpista verso il capitalismo. Pochi giorni dopo, le truppe eliminavano la resistenza con la forza e il capitalismo s’imponeva.
Nasceva così la Russia capitalista. Che cosa era successo?

Non era la prima volta che Yeltsin tentava un colpo di Stato: nel 1991, aveva distrutto l’URSS e destituito Gorbachev senza alcuna base legale, nel dicembre del 1992, dopo la catastrofe che la terapia d’urto di Gaidar causò alla popolazione russa, cercò di annullare le istituzioni, e volle farlo di nuovo il 20 marzo del 1993, ma vacillò, e i dubbi dei membri del suo governo gli fecero fare marcia indietro. In quei giorni, i suoi consiglieri, decisi a farla finita con ogni residuo del socialismo reale, si divisero: sapevano che l’interesse della Russia era che si mantenesse l’Unione, purché fosse sotto un’altra forma giuridica. La strategia di Washington, al contrario, lavorava in senso opposto, e l’ambizione di Yeltsin e di una parte dei suoi consiglieri unita alla pressione degli Stati Uniti, procurarono la divisione di ciò che era stata l’URSS.

In seguito, nei primi giorni del 1992, nella neonata “nuova” Russia, Gaidar faceva partire la terapia d’urto che avrebbe dovuto tirare fuori il paese dalle difficoltà, ma in realtà distruggeva completamente la struttura industriale sovietica e dilapidava le proprietà pubbliche ripartendole nelle clientele del nuovo potere. Quel processo, spinto dalla squadra di Yeltsin, aveva avuto dall’inizio tutto l’appoggio di Washington. In realtà, era da tempo che appoggiavano il presidente russo: si ricordi che già nell’agosto del 1991, durante il colpo di forza di Yanaev, quando Gorbachev rimase isolato in Crimea, ancora con l’URSS, tanto la CIA che la NSA aiutano Yeltsin e l’informano dei movimenti dei suoi avversari (i servizi segreti nordamericani controllavano i telefoni di Dimitri Yazov, ministro della Difesa, e di Vladimir Kriuchkov, presidente del KGB). L’ambasciata nordamericana a Mosca fornì a Yeltsin, invece, sistemi di comunicazioni sicuri.

Durante il 1992, la delirante politica di Yeltsin e Gaidar – dai duri tratti anticomunisti e che ebbe un costo sociale senza precedenti nel mondo, portando letteralmente ala morte decine di migliaia di persone – finì per inimicare Yeltsin alla maggioranza del Parlamento russo. La coalizione di Gorbachev non esisteva più, ed un amalgama di forze, comuniste e nazionaliste, impugnava la dura politica di riforme. In quei giorni, il principale argomento per giustificare la dissoluzione dell’URSS era che la riforma avrebbe aumentato il livello di vita della popolazione.

Al contrario, i risultati furono la distruzione del paese ed uno spettacolare sprofondamento delle condizioni di vita in tutte le repubbliche. Nel 1992, la squadra economica diretta da Gaidar, era composta di gente come Anatoli Chubais, Guennadi Burbulis, Andrei Nechaiev ed altri. Contavano sulla collaborazione d’esperti del FMI, di fondazioni nordamericane come la Ford, e di specialisti come Jeffrey Sachs, dell’IHDI, Istituto di Harvard per lo Sviluppo Internazionale, ed altri che arrivarono addirittura a redigere i decreti del governo di Yeltsin.

La sua incompetenza era enorme: la squadra economica ed i suoi assessori applicavano ricette elaborate da paesi capitalisti in difficoltà, senza nessun riguardo al fatto che l’economia sovietica non aveva quel carattere. In quel processo, nel 1992, si produce una vertiginosa caduta della produzione, accompagnata da una deliberata politica di deindustrializzazione del paese e di un’inflazione che liquidò i risparmi della popolazione, mentre si popolarizzavano i fondi d’investimento che non erano altro che “piramidi” di truffatori: tutto ciò fece aumentare l’opposizione, tanto tra i comunisti come in altri settori. Il caos, l’incompetenza, l’ansia di rubare la proprietà sociale, i nuovi liberali russi la chiameranno “terapia d’urto.”

Dietro il miraggio di creare una forza sociale che sostenesse il nuovo capitalismo banditesco, stava il deliberato proposito di Washington di liquidare la forza economica e industriale dell’antica URSS. La coalizione di facto antiyeltsiniana che si delineava in quel momento, contava su vecchi alleati del presidente russo del 1991 ora scontenti del suo operato: tanto Aleksandr Rutskoi, vicepresidente della Russia, che Ruslán Jasbulatov, presidente del Parlamento, finiranno per essere gli uomini in vista che resisteranno al colpo di Stato di Yeltsin del 1993. Benché non fossero gli unici, niente affatto.

Nel dicembre del 1992, molti degli antichi seguaci di Yeltsin hanno constatato il fallimento della sua politica e collaborano con l’opposizione. Per annullare la resistenza al suo governo, il presidente russo pretende di instaurare una gestione presidenzialista che urta la volontà del Parlamento. Il Congresso di Deputati critica con durezza la terapia d’urto, annulla i poteri straordinari che si erano concessi a Yeltsin nel 1991 e censura Gaidar. Yeltsin cerca di annullare le funzioni del Congresso, ma fallisce e si vede obbligato a scendere a patti col Parlamento. Risultato, un nuovo primo ministro: Víctor Chernomirdin. È una dura sconfitta politica. A partire da quel momento, Boris Yeltsin si dedica a preparare la rivincita. Durante i primi mesi del 1993, tenta varie volte in modo anticostituzionale anticostituzionale, di sciogliere il Congresso dei Deputati. Gli arbitrari decreti che promulga, vogliono rinforzare la sua autorità, ma finiscono con l’essere impugnati dal Tribunale Costituzionale. In quello scenario, i sostenitori di Yeltsin pensano ad una forzatura militare per finirla con l’opposizione, fino al punto che alcuni parlano confidenzialmente di imitare Pinochet!

Chernomirdin aveva sostituito proprio Gaidar come primo ministro nel dicembre del 1992, una decisione che si era imposta per attutire l’enorme scontento popolare provocato dalla “terapia d’urto”. Ma il 16 settembre 1993, Gaidar torna al governo. Glielo hanno chiesto Yeltsin ed il primo ministro Chermomirdin per sbloccare la situazione: nessuno può negare il disastro economico causato dai governi di Yeltsin, e la cosa paradossale è che di nuovo appaia in scena uno dei principali responsabili del disastro. In quei giorni di settembre, Oleg Lóbov, viceprimer ministro, è uno dei difensori delle riforme capitaliste, ed Anatoli Chubais è il capo del Comitato di Privatizzazione. Il ritorno di Gaidar è interpretato da tutti come un’offensiva contro il Parlamento, dove tanto i comunisti come i deputati di altri settori si oppongono sempre di più alle riforme del capitalismo mafioso di Yeltsin, e esistano tra loro interessi divergenti è una coalizione di facto.

La Russia rimane assorta. Sul piano internazionale – con gli Stati Uniti che tutelano attivamente il processo di smantellamento dell’Unione Sovietica, e nel momento della crisi della Somalia che finirà con l’uscita delle truppe nordamericane -, la retrocessione dell’influenza di Mosca nel mondo è indubbia. Walesa celebra con champagne a Varsavia l’uscita dei soldati russi dalla Polonia, e Washington prende posizioni nelle nuove repubbliche nate della distruzione dell’URSS, senza che niente di tutto ciò preoccupi il nuovo governo russo: il 17 settembre, Gaidar annuncia una dura politica di stabilizzazione finanziaria, nonostante il suo ritorno sia accolto male dal Parlamento, dichiara che è arrivato il momento di scegliere tra “le due linee esistenti nel governo russo.” È una dichiarazione di guerra a chi si oppone alla politica di Yeltsin, tanto evidente e tanto grossolana che il vicepresidente Rutskoi accusa Yeltsin di volere imporre una dittatura. Allo stesso tempo, Washington è attenta agli indizi preoccupanti: nelle varie repubbliche che avevano fatto parte dell’URSS fino a meno di due anni prima, ci sono tendenze di reintegrazione con Mosca, fino al punto che Jasbulatov propone un Parlamento comune a tutte, con un’organizzazione che sia almeno simile a quella della Comunità Europea. Washington, e la squadra di Yeltsin, credono che sia arrivato il momento di agire con decisione.

In un confronto sempre più duro tra Yeltsin ed il Parlamento, il presidente russo accetta di celebrare elezioni anticipate, parlamentari e presidenziali, per sbloccare la crisi, anche se i consiglieri di Yeltsin consiglino di costituire un Parlamento di transizione, senza celebrare elezioni! Il 18 settembre, in un movimento che annuncia novità, Oleg Lóbov è il famoso segretario del Consiglio di Sicurezza, ed il generale Nikolai Golushko, ministro di Sicurezza.

Il giorno chiave è il 21 di settembre: Yeltsin dissolve i poteri legislativo e giudiziario con un atto che non è altro che un colpo di Stato, come quello di Fujimori in Perù nell’aprile del 1992. Il Tribunale Costituzionale dichiara illegale il golpe ed i deputati si concentrano nell’edificio della Casa Bianca (come avevano ribattezzato il Parlamento) per ostacolarne l’occupazione militare. Dal 24 di settembre, il Parlamento è circondato da diecimila soldati del Ministero dell’Interno, e rimane senza riscaldamento né elettricità. Alla fine di settembre, Yeltsin minaccia di destituire tutti i governatori e sindaci del paese che non si allineano sulle sue posizioni e promette elezioni legislative per dicembre, ed elezioni presidenziali per il giugno del 1994. Cerca di guadagnare tempo, davanti al blocco della situazione. Il 30 settembre, si riuniscono i rappresentanti del governo di Yeltsin con rappresentanti degli assediati: giungono all’accordo che si ristabilisca il riscaldamento, l’elettricità e l’acqua al Parlamento, in cambio della consegna delle armi di chi resiste all’interno.

Tuttavia, il Parlamento respinge gli accordi raggiunti dai suoi rappresentanti, decidendo che finché non si leva l’assedio non entrerà in altre negoziazioni. Quando incomincia il mese di ottobre, i deputati sono già da dieci giorni assediati. Il vicepresidente Rutskoi crede che l’esercito sia con loro, e si dirige all’ONU affinché si ostacoli “uno sbocco sanguinoso” alla crisi, mentre il presidente russo riceve il patriarca della chiesa ortodossa, Alessio II, che si è offerto in funzione di mediatore: le due parti in lotta l’accettano. Nel frattempo, a Mosca, la situazione si complica: nella piazza Pushkin si susseguono manifestazioni di protesta contro Yeltsin, e si contano tre feriti gravi per l’azione della polizia, contemporaneamente si riuniscono i rappresentanti di 62 territori del paese (degli 89 che integrano la Russia) che esigono da Yeltsin la fine dell’assedio della Casa Bianca ed il ritorno alla situazione che esisteva prima dell’illegale decreto del 21 settembre: molti rappresentanti dei territori minacciano iniziative se Yeltsin non  revoca il suo decreto. Ma il presidente russo ed il suo circolo non sono disposti a cedere. Il deputato ed intellettuale Serguei Stankievich, membro della Russia Democratica ed affine a Yeltsin, afferma che le elezioni sono negoziabili, ma non la dissoluzione del Soviet Supremo e del Congresso.

Allo stesso tempo, il piano per screditare chi resiste nel Parlamento è eseguito con efficienza dai media russi e dalla stampa internazionale. I giornali e le televisioni dichiarano che insieme ai deputati che stanno all’interno della Casa Bianca, sono arrivati “un centinaio di nazisti”, con tanto di uniformi, che salutano braccio in alto chiunque vuole fotografarli. Le catene di televisione internazionali diffondono in tutto il mondo le immagini dei nazisti dell’Unità Nazionale Russa, diretti da Alexandr Barkashov. L’errore che commettono coloro che resistono rinchiusi nel Parlamento è di accettare ad ogni tipo di “difensori”: anni dopo si saprà che Barkashov era legato al banchiere Gusinski ed il sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, entrambi sostenitori di Yeltsin ed attivi propagandisti del colpo di Stato, e che quei nazisti andranno a lavorare col servizio di sicurezza di Yeltsin.

Benché la situazione in quel momento sia bloccata, la fine si avvicina. Il giorno 2 ottobre, ci sono decine di feriti tra i manifestanti contrari a Yeltsin, e muore un poliziotto negli scontri per le strade di Mosca. Rustkoi richiama alla ribellione contro il governo, e gli osservatori politici credono che Yeltsin si stia debilitando progressivamente e che la sua precaria situazione sia tale che non osi lanciare un attacco armato contro il Parlamento. Quello stesso giorno si aggiorna la riunione del Consiglio Federale – che era stato creato dal presidente russo come un contrappeso al Congresso sciolto – fino al giorno 9: la proroga è interpretato come un’altra dimostrazione di debolezza di Yeltsin.

Il giorno 3 ottobre, alle tre e mezza del pomeriggio, decine di migliaia di persone riescono a rompere il cerchio imposto  dalle truppe di Yeltsin al Parlamento, e le dimostrazioni di euforia si succedono. I manifestanti che inalberano bandiere rosse, gridano “Tutto il potere ai soviet!” La rivolta era cominciata davanti alla statua di Lenin, vicino al ponte di Crimea, e da lì, decine di migliaia di persone si dirigono verso la televisione che sta informando  sugli avvenimenti: vanno disarmati, ci sono tra loro alcune decine di uomini armati che spariranno davanti all’edificio dalla televisione, quando i manifestanti incominciano a cadere sotto il fuoco dalle truppe di Yeltsin. Il presidente russo che, come rivelerà dopo il maresciallo Shaposhnikov, è ubriaco, decide di tirare fuori i carri armati per schiacciare l’insurrezione popolare. Diverse fonti valutano che in quel momento erano molti i dubbi sull’atteggiamento che avrebbe adottato l’esercito, che avrebbe potuto rimanere neutrale o inclinarsi verso Yeltsin.

È il momento della verità per Yeltsin. Caso mai, nel Cremlino ha preparato un elicottero per fuggire.. Il presidente russo decreta lo stato d’assedio, e visita il ministro della Difesa, Grachov, che resisteva a dare le ordine di attaccare i manifestanti, e alle undici della notte, Yeltsin invia un messaggio al paese attraverso la televisione. Yeltsin ottiene l’accordo di Grachov in cambio di regalie per tutti: cento mila rubli per soldato, duecento cinquanta mila per ogni ufficiale e mezzo milione per generale. Prima di dare l’ordine, diffidente, Grachov ordina di raccogliere il denaro nel Cremlino. Dopo, incomincia il massacro: ci sono già quasi cinquanta morti e decine di ferite davanti alla televisione. Ore più tardi, arriverà il turno del Parlamento. Già all’alba, il primo ministro Chernomirdin parla per televisione dicendo che forzi militari si dirigono verso Mosca “per intercettare i banditi e garantire la sicurezza”, mentre decine di migliaia di manifestanti prendono le strade di Mosca protestando contro Yeltsin. Ma non potranno ostacolare l’attuazione del colpo di Stato.

Il messaggio di Yeltsin è letto da un annunciatore, ed da lui si viene a sapere che “gli avventurieri vogliono imporre la guerra civile”. In un altro comunicato, Yeltsin, feroce, parla della necessità di “spazzare la spazzatura bolscevica.” Il governo crea un “gruppo speciale d’emergenza” col generale Konstantin Kobets che era stato già con Yeltsin nell’agosto del 1991, ed alle 10 di notte, Pavel Grachov e Nikolai Golushko, ministri di Difesa e Sicurezza, rispettivamente danno l’ordine alle forze di élite di proteggere il Cremlino. Le cancellerie e la stampa occidentale creano la cornice adeguata per far sì che l’opinione pubblica accetti il colpo di Stato yeltsiniano: i giornali occidentali arrivano ad affermare che i manifestanti che protestano, assaltando la sede della televisione, stanno metteno in moto un colpo di Stato! Tutti i grandi mezzi informativi occidentali parlano della “paura del ritorno del comunismo” e sottolineano la presenza di nazisti tra i resistenti. L’incoerenza della tesi è evidente, ma la confusione serve per agitare lo spauracchio di un’inesistente coalizione rossobruna: si serve all’opinione pubblica la falsità che contro i veri democratici – cioè, i golpisti di Yeltsin – combattono i loro vecchi nemici, i comunisti ed i nazisti. Tutto incastrava. In Spagna, per esempio, il quotidiano El Pais che disponeva di informazione sulla repressione sfrenata di Yeltsin, parlava nella sua casa editrice, al contrario, di “ribellione nazional – comunista”, in un interessato linguaggio che equiparava i manifestanti di Mosca col nazional – socialismo hitleriano. Il proprio Yeltsin, ben consigliato, abbona quella versione: parla della “sanguinante battaglia in cui il paese viene sommerso dalle forze staliniste e fasciste.”

Nella scena internazionale, tutti gli attori si mobilitano. Il presidente nordamericano Clinton convoca, lo stesso giorno 3, in sessione di emergenza, il suo Consiglio Nazionale di Sicurezza, per seguire la situazione in Russia. Clinton – che non aveva pronunciato una sola parola di condanna davanti all’illegale dissoluzione del Parlamento da parte di Yelstin – afferma ora che la violenza è responsabilità di chi si oppone al presidente russo, ed accusa l’opposizione di “manovre per destabilizzare la situazione.” Secondo il presidente nordamericano, in Russia, la maggioranza del paese sta con Yeltsin, e deve appoggiarsi il “processo che condurrà ad elezioni libere e pulite”. Clinton lo dice, sapendo che non succederà niente di ciò. Da parte sua, Strobe Talbott, ambasciatore speciale di Clinton in Russia, afferma che gli Stati Uniti sono sicuri che “Yeltsin farà la cosa necessaria per evitare un gran bagno di sangue.” Lo dice, anche, sapendo che a Mosca il massacro è già cominciato.

Clinton dichiara che è vitale che Stati Uniti e la “comunità internazionale” appoggino Yeltsin. I suoi diplomatici pressano, e le decisioni sono immediate. Il governo dell’Ucraina, consigliato da Washington, esprime il suo appoggio a Yeltsin. I governi occidentali faranno la stessa cosa: il governo tedesco di Helmut Kohl, ”non vede nessuna ragione per ritirare il suo appoggio a Yeltsin e alle riforme”. La Francia di Mitterrand mantiene la stessa opinione di Kohl. Durante il giorno 4 ottobre, mentre i carri armati stanno bombardando il Parlamento russo, in una dimostrazione di indifferenza davanti al massacro, la Comunità Europea appoggia Yeltsin, all’unanimità del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri che si è riunito. Javier Solana, il ministro spagnolo, è presente. Il ministro belga attribuisce la responsabilità degli avvenimenti ai comunisti. Anche Vaclav Hável, il presidente ceco, appoggia Yeltsin. Tra le potenze mondiali, solo Cina esprime la sua preoccupazione per il bagno di sangue che ha luogo a Mosca. In Spagna, unicamente il Partito Comunista condanna il colpo di Stato. Julio Anguita, il suo segretario generale, davanti all’appoggio europeo e nordamericano al massacro, afferma con semplicità: “..l’ Occidente si è macchiato le mani di sangue.”

Il sipario sta per scendere. Yeltsin consulta Clinton per l’assalto al Parlamento, ed il presidente nordamericano dà luce verde. Alle sette della mattina del 4 ottobre, Yeltsin ordina di iniziare l’attacco; i carri armati bombardano il Parlamento. L’assalto alla Casa Bianca è feroce. Yeltsin mobilita trenta mila soldati ed unità aerotrasportate. L’operazione di attacco al Parlamento è guidata dalla divisione corazzata Tamanskaya, la divisione Dzherzhinski, i paracadutisti, e truppe di intervento speciale. Non era successo qualcosa di simile in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Yeltsin parla per televisione per annunciare l’immediato schiacciamento della “la rivolta fascista e comunista”, denunciando che i ribelli pretendevano “di ristabilire una sanguinante dittatura”, e dichiara l’illegalità di 14 organizzazioni, tra di esse il Partito Comunista russo, il controllo delle sue sedi ed il congelamento dei suoi conti. Il giornale comunista Pravda è chiuso.
Nel Parlamento muoiono più di cento persone, ma le cifre esatte sono ancora oggi un segreto di Stato. In un mondo “alla rovescia”, per giustificare il massacro il presidente russo dichiara che “quelli che agitano bandiere rosse sono tornati ad irrigare la Russia col sangue”, e il proprio Clinton afferma dopo che l’assalto al Parlamento era “inevitabile per garantire l’ordine.” Dodici ore dopo avere cominciato il bombardamento chi resiste nel Parlamento – in fiamme, distrutto, insanguinato, con decine di cadaveri abbandonati dappertutto, con centinaia di feriti – si arrende. Il colpo di Stato aveva trionfato, e la via golpista al capitalismo confermava che niente poteva i suoi ispiratori, a Mosca o a Washington.

Il 5 ottobre, Mosca è completamente controllata  dalle forze di Yeltsin. Tutto il paese ha la prova che il governo non retrocederà davanti a nulla, e che è disposto a schiacciare qualunque protesta; ha, inoltre, il completo appoggio degli Stati Uniti e della Comunità Europea. Si parla di 127 morti e di 600 feriti: non ci sono precedenti di un massacro simile in Europa dal 1945. Ma non c’è tempo da perdere, e gli avvenimenti precipitano. Yeltsin destituisce governatori, imprigiona centinaia di detenuti in un stadio, chiude giornali, stabilisce la censura precauzionale, ed incominciano ad arrivare notizie di torture ai detenuti. L’agenzia ufficiale parla di mille cinquecento detenuti. In scene che ricordavano le strade di Santiago del Cile nel 1973, varie persone erano state fucilate in un stadio vicino al Parlamento. Il Tribunale Costituzionale smette di funzionare perché decide di sospendere le sue attività: gli uomini di Yeltsin avevano voluto la dimissione di Valeri Zorkin, presidente del Tribunale, minacciandolo di processarlo come golpista! Quando la situazione è ormai sotto controllo, Yeltsin, la  cui rozzezza non nasconde la sua gratitudine, telefona a Clinton per ringraziarlo, come informerà lo stesso governo russo.

Il giorno 6, con un gesto significativo, la guardia d’onore del mausoleo di Lenin è soppressa, e Yeltsin parla di nuovo in televisione, affermando che l’opposizione preparava “una dittatura sanguinante della svastica e della falce e martello.” Zorkin non resiste alle pressioni e presenta le dimissioni, che porterà il giorno seguente alla sospensione dello stesso Tribunale Costituzionale con un decreto di Yeltsin. Mentre, il presidente russo prolunga la validità dei vaglia di privatizzazione fino a Luglio del 1994. Le operazioni di repressione sono sistematiche: nella seconda notte a Mosca sono fermate 1.700 persone per “essere uscite in strada senza autorizzazione”, ed altre 900 per altre cause. Nella terza notte, cinque civili sono feriti con armi da fuoco e 3.500 persone sono fermate. Il giorno 8, sono fermate più di 5.000 persone. L’attività delle organizzazioni politiche si limita: si annuncia che i partiti che vogliano presentarsi alle elezioni dovranno raccogliere 100.000 firme in differenti distretti del paese, ed il giorno 8 Yeltsin dichiara illegale il Partito Comunista Russo durante lo stato d’assedio, intanto Serguei Filatov, capo del gabinetto di Yeltsin, dichiara che non deve permettere al Partito Comunista di partecipare alle elezioni.

La riorganizzazione dei comunisti aveva passato momenti molto difficili: dopo aver reso illegale il partito nel 1991, il Tribunale Costituzionale aveva decretato, nell’autunno del 1992, la legittimità delle organizzazioni di base del PCUS, invalidando parzialmente la decisione di Yeltsin di proibirlo. Quella fu una delle vie per la riorganizzazione, senza mezzi, del Partito Comunista Russo.
Il 9 ottobre, Yeltsin decide di prorogare lo stato d’assedio che aveva imposto il  4. Il presidente russo firma un decreto che smonta il sistema statale dei soviet che già erano orfani del Soviet Supremo. Il decreto sospende le funzioni di tutti i deputati a tutti i livelli, dai quartieri fino ai paesi, e le funzioni passano ad essere assunte dalla amministrazione locale. Alcuni voci parlano di fare “una transizione civilizzata” che eviti nuovi bagni di sangue, e Gorbachev si offre per “salvare” il paese. Sono voci nel vuoto: ha trionfato il via golpista al capitalismo.

Dopo, una notizia ed una antidemocratica costituzione sarà imposta alla Russia: i risultati raggiunti in tutte le regioni del paese non furono mai resi pubblici, e si elaborò una nuova legge elettorale. L’alcolizzato Yeltsin approfitta della via golpista al capitalismo, e le elezioni presidenziali del 1996 saranno rubate al popolo: la vittoria sarà sottratta al candidato del Partito Comunista, Guennadi Ziuganov, in una sporca operazione diretta  dai nuovi oligarchi e dall’ambiente di Yeltsin. La stessa cosa succederà nelle elezioni dell’anno 2000, vinte ufficialmente da Putin, a dispetto delle denunce di mostruose irregolarità, che non sono mai state indagate.

Gaidar l’aveva detto con chiarezza: “I russi non impareranno a lavorare fino a che non saranno passati dalla dura scuola della disoccupazione.” Sembra impossibile, ma la sua delirante politica cercava di aumentare la disoccupazione, sicuro che l’instaurazione del capitalismo lo richiedeva, in un contesto internazionale in cui – come se fosse un mondo alla rovescia, – la stampa mondiale presentava i liberali estremisti di Yeltsin come persone democratiche e progressiste, e quelli che impugnavano le riforme del capitalismo, come conservatori. Influenti analisti del momento, come Andronik Migranian, affermavano che la Russia non poteva permettersi una democrazia parlamentare, e che, al di sopra di qualunque altra considerazione, doveva introdursi l’economia di mercato. Più tardi, si sarebbe costruita già una “vera democrazia”, che dieci anni dopo ancora non è arrivata. Non si possono smettere di ricordare le parole di Aleksandr Zinoviev, antico dissidente, che aveva affermato che il proposito di Occidente non era la democrazia, bensì la distruzione della Russia.

Oggi, la difficile situazione che soffre la popolazione delle distinte repubbliche sovietiche non è ilprodotto della “eredità comunista”, come continuano ripetere i propagandisti del liberalismo, bensì conseguenza diretta di una riforma capitalista che è stato uno dei fallimenti più clamorosi di chi ha governato il territorio dell’antica URSS, e dei suoi mentori politici. A dieci anni di distanza, riscuote stupore il fatto che, a differenza del golpe dell’agosto del 1991 – che fu condannato immediatamente da Washington, e che causò pochissime vittime -, il colpo di Stato del 1993 che causò un terribile massacro, venne difeso dagli Stati Uniti fin al primo momento. Più di una decade dopo la sparizione dell’URSS, i laboratori ideologici del liberalismo continuano a parlare improvvisamente del tentativo di golpe del 1991 contro Gorbachev, ma non parlano mai del colpo di Stato di Yeltsin del 1993 che inaugura la via golpista al capitalismo.

Una malinconica constatazione finale: non c’è dubbio che, a dispetto del suo conclamato amore della libertà e della democrazia, il capitalismo convive con le istituzioni democratiche mentre le forze sociali di sinistra non mettono in pericolo il sistema di economia di mercato; ma se il suo dominio viene impedito, le forze che difendono il capitalismo ricorrono alla forza: nella Spagna del 1936, nell’Indonesia di 1965, nel Cile del 1973 o in qualunque altro paese. È nuovamente successo dieci anni fa, per imporre la transizione al capitalismo. I russi l’hanno provato. Dopo il golpe di Yeltsin, alla Russia spettava, come nel verso di Boris Pasternak, un’alba più asfissiante ancora.

Cari compagni, ho saputo che avete pubblicato il mio articolo su Rostropovich, mi fa piacere e vi ringrazio. Se può esservi utile vi mando questo mio articolo (ben più lungo) sul colpo di stato di Eltsin, ripreso in Spagna e nell’America Latina da vari organi di stampa.
Higinio Polo

 

1. La base economica della elettrificazione della Russia

Alla fine di dicembre del 1920 si svolse l’VIII Congresso dei Soviet della RSFSR (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa). Esso ebbe una importanza decisiva per il paese. Dopo due guerre -il primo conflitto mondiale e la guerra civile- quel congresso tracciò la via della Russia al comunismo e stabilì come il popolo avrebbe raggiunto questa meta. Allora il tema del comunismo non veniva travisato al pari di oggi, ragion per cui i delegati comprendevano senza alcuna zavorra mentale borghese che il raggiungimento del comunismo era possibile solo a condizione che si estinguesse il sistema monetario e il calcolo dei costi economici fosse effettuato con una diversa  parità. Quegli uomini conoscevano meglio degli altri le cause delle due guerre passate, scatenate entrambe dal sistema della banche che dirigeva il mondo con la banconota. La volontà dei delegati di passare al calcolo della produzone mercantile tramite un equivalente diverso era pertanto non solo maggioritaria, ma anche totale.

Lenin sintetizzò il desiderio dei delegati di sottrarsi al dominio dei banchieri con la famosa formula “Potere sovietico più elettrificazione di tutto il paese”. In sostanza ciò stava a significare che il partito aveva due programmi: il primo politico (Potere sovietico), il secondo economico (Elettrificazone di tutto il paese). Lenin, inoltre, precisò che senza l’elettrificazione di tutto il paese il potere sovietico non avrebbe retto. A distanza di parecchi decenni il crollo dell’Unione Sovietica ha demostrato che aveva ragione.

Cosa significava la formula dell’elettrificazione di tutto il paese, tratta dallo scritto “Imperialismo fase suprema del capitalismo” e da successive opere di Lenin? L’era imperialistica era nata con le prime centrali elettriche in grado di moltiplicare la produttività del lavoro nei paesi sviluppati grazie al passaggio dalla trasmissione a vapore al motore elettrico. Le linee elettriche che si diramavano dalle centrali legavano come una piovra le fabbriche e gli stabilimenti tutt’intorno, facendone dipendere il funzionamento dal prodotto del lavoro di quelle stesse centrali.Poi la gestione delle strutture produttive iniziò via via a passare dalle mani dei proprietari delle centrali, delle fabbriche e degli stabilimenti a quelle delle amministrazioni delle banche. Tutti gli impianti produttivi assunsero di conseguenza espressione monetaria e sulla base dell’ammontare di essa vennero stampati i titoli azionari con cui le banche svolgevano le loro operazioni. I banchieri seguivano con freddezza l’attività dei proprietari dei vari impianti ma, se essi non si adeguavano alle loro operazioni (effettuate attaverso l’utilizzo dei titoli), stringevano il rubinetto del credito fino alla bancarotta per renderli più docili.

Nel processo di produzione la struttura bancaria è di per sè un elemento di mediazione che provvede ad erogare il credito (ad interessi vantaggiosi) dalla fase di acquisto delle materie prime fino alla realizzazione dei prodotti sul mercato. Però, quando essa stessa diventa padrona, tende innanzitutto ad impossessarsi delle risorse di materie prime ed a ridislocare la produzione nelle aree dove la forza-lavoro è più a buon mercato. Questa situazione ha generato e genera le guerre per la spartizione del globo ed il governo del mondo intero per mezzo delle manovre finanziarie. Tuttavia, anche in un sistema di produzione di tal genere esiste l'”oro nero”, ossia quel tipo di risorsa che costituisce l’elemento portante della produttività del lavoro. Questo fondamentale indicatore della produttività del lavoro, l'”oro nero”, è nella contabilità economica il più soggetto al controllo del proletariato, che con esso svolge il suo lavoro e quindi ne può calcolare il consumo. Nel 1920 dinanzi alla giovane repubblica dei Soviet si pose il problema del calcolo e del controllo delle risorse energetiche nella prospettiva della elettrificazione dell’intero paese quando, per procedere ad una progressiva riduzione dei prezzi, occorreva necessariamente sottrarsi all’influenza della moneta e trasferire il baricentro della contabilità sul comsumo unitario di energia. Ovviamente, la classe operaia doveva innalzare la produttività del lavoro con lo stesso impegno con cui i banchieri muovevano verso l’alto i loro profitti. E questo era anche il compito del potere sovietico.

Già Marx aveva scoperto la legge secondo la quale la concorrenza tende ad unificare ed ingrandire il capitale fino a concentrarlo in alcune società gigantesche. Alla fine questo processo conduce all’ affermazione di un monopolio unico, che dopo aver fagocitato  tutti gli altri si salda con la struttura dello stato per la conduzione programmata dell’economia. A tal punto la questione diviene una sola:come si arriva a questa aggregazione finale? Le vie che portano alla completa unificazione della produzione sono due: una passa per i conflitti mondiali, l’altra per la pianificazione socialista dell’economia.

Nel dicembre del 1920 Lenin disse giustamente che la base economica dell’elettricazione doveva risiedere nel monopolio statale unico “del carbone e del ferro” in quanto battistrada della gestione pianificata dell’economia. Questa politica rappresentò la risposta alla politica di rapina dei conglomerati imperialistici per la spartizione dell’economia mondiale a vantaggio di alcuni monopoli usciti vincitori dalle guerre mondiali. A dire il vero, in quel lontano 1920 si dovette partire non dal carbone e dal ferro, ma dalla legna e dal cavallo del contadino medio. Ovviamente, il contadino medio non si sarebbe impegnato con il proprio cavallo per una economia urbana, se non vi avesse visto dietro il progetto di portare il trattore nelle campagne. In certi vecchi film (per esempio “La terra” di Dovzhenko, N.d.T.) possiamo vedere come i contadini gioissero quando il trattore arrivava nei loro campi. Ecco perchè i contadini medi appoggiarono la rivoluzione.

Chi furono gli uomini che resero possibile il decollo della Russia sovietica, formando tutti insieme una compagine di scienziati ed economisti tra i più grandi del XX secolo? Furono loro a permettere l’ascesa del paese “dall’aratro e allo scudo missilistico-nucleare”, ad elaborare i piani di cotruzione, a preparare gli esecutori di tali piani. Questi uomini furono, fra gli altri, Ivan Ivanovich Skvorzov-Stepanov, primo commissario del popolo alle finanze del governo guidato da Lenin e traduttore del “Capitale”, studioso di finanze e primo economista ad indicare la via della scomparsa del sistema monetario e dell’introduzione della contabilità dei costi in termini di risorse energetiche, via che tracciò in un libro intitolato “L’elettrificazione della RSFSR in rapporto alla fase di transizione dell’economia mondiale”; Gleb Maksimiljanovic Krzhizhanovskij specialista di energia elettrica ed economista, direttore prima del GOELRO e successivamente di tutto il GOSPLAN; Leonid Borisovic Krasin, specialista energetico ed abile diplomatico della Repubblica dei Soviet, che stilò la lista completa dei machinari da acquistare in Occidente in conformità dei piani di edificazione; Vladimir Ivanovic Vernadskij, accademico, che nel 1922 assunse la guida dello svilppo dell’energia atomica per dotare il paese di uno scudo missilistico-nucleare e volumi crescenti della nuova energia.

Furono questi uomini a costituire la squadra  di insigni scienziati e pensatori formatasi nel 1922 e divenuta la personificazione dell’impegno economico per l’elettrificazione di tutto il paese. Ma occorre pure ricordare Josif Vissarionovic Stalin, che sempre nel 1922 assunse la carica di Segretario generale del partito dei bolscevichi e quindi la responsabilità del suo programma politico, il Potere sovietico. Egli in una nota del 1925 al XIV Congresso del VKP(b) pose per primo il petrolio al  di sopra del carbone e indicò nelle risorse petrolifere la ragione di fondo “dello scontro fra le potenze mondiali per la supremazia sia in tempo di pace che in tempo di guerra”. Fu la fede rivoluzionaria di tutti questi uomini a predeterminare alla fine del 1922 la costituzione dell’URSS come paese idoneo a crescere fino al rango di potenza mondiale.

Solo questa compagine di pensatori rivoluzionari poteva avere, alle soglie della Seconda guerra mondiale, la capacità di realizzare quel potenziale militare-industriale che nel 1941-’42 sopravanzò la più agguerrita macchina bellica del tempo, l’apparato militare della Germania. Quella compagine mise a punto un meccanismo avanzato di incremento della produttività basato sul metodo di lavoro del minatore Aleksej Stachanov e rese possibile già nel 1945-’47  l’abolizione delle tessere annonarie, che invece gli stati alleati meno colpiti dal conflitto poterono decretare soltanto nel 1951. Quella stessa compagine rese possibile a partire dagli anni cinquanta la politica di abbassamento sistematico dei prezzi dei generi alimentari, dimostrando in che modo si potevano perseguire con successo gli obiettivi dell’abolizione del sistema monetario capitalistico e l’uscita dalla moneta attraverso la riconversione del profitto in riduzione dei prezzi.

Ma nella sterminata Russia esistevano, naturalmente, anche altri talenti, persone dotate di eccellente abilità esecutiva, nel senso della capacità di eseguire per filo e per segno le direttive dei capi. I giganti del pensiero si formano nella batteglie , mentre capita che i loro eredi arrivino dal chiuso dei laboratori. D’altronde i padri del decollo economico dell’URSS non potevano vivere in eterno. Il loro posto fu preso da successori, la cui lealtà doveva essere confermata dalla disponibilità a dire e fare quanto i maestri avevano loro insegnato. A volte la virtù esecutiva di certuni pecca di eccessi e sovrapposizioni. Alcuni uomini dell’entourage di Stalin dimostrarono di possedere proprio questa virtù. Ai due programmi di avanzamento verso il comunismo di cui si è detto essi ne aggiunsero un terzo: la “chimizzazione dell’economia nazionale”. La squadra selezionata personalmente da Nikita Chruscev aveva un orizzonte che non andava oltre le falde del cappello del suo capo. Ciò portò a considerare il paese come un’azienda agricola latifondista, dal momento che la compagine chruscioviana partiva da una visione tipica del proprietario terriero. Così, mentre andava affermando che nel 1980 sarebbe arrivato il comunismo, essa di fatto collocò una bomba ad orologeria negli ingranaggi di avanzamento verso il comunismo E, per evitare che la fine della politica di riduzione dei prezzi potesse allarmare il popolo, nel 1961 varò la riforma monetaria, abbassando di dieci volte sia il valore nominale del rublo, sia il listino dei prezzi. Di conseguenza si violò pure la separazione, fin’allora rispettata, fra potere sovietico e  base economica dell’elettrificazione, tanto che Chrusciov concentrò nelle proprie mani tutte le cariche possibili ed immaginabili dopo aver accusato Stalin di culto della personalità. Ma non gli bastò neppure questo ed al Plenm del Comitato Centrale del novembre 1962 lui, il “minatore Nikita”, si sostituì al minatote Stachanov e ripristinò il calcolo del profitto in termini monetari, con la qualcosa ridusse le risorse energetiche alla stregua di moneta spicciola. Sotto il profilo dell’economia nazionale il petrolio e il metano non potevano fare altro, a questo punto, che proiettarsi ad Occidente e cercare lì la salvaguardia degli interessi nazionali dai colpi del riformismo chruscioviano. In definitiva, si ebbe un vero e proprio colpo di stato, con cui si diede priorià alla moneta e si sottrassero le risorse energetiche del paese  al controllo della classe operaia.

All’inizio degli anni ’60 l’Unione Sovietica era stata deliberatamente avviata alla stagnazione. A coloro i quali mostravano malumore non si nascose affatto la notizia delle fucilate sugli operai di Novocerkassk, perchè fosse ben chiaro che il potere al servizio dei lavoratori era pronto a tutto in nome del profitto e del denaro. Dopo il tradimento del suo stesso partito la classe operaia si ritrovò espulsa dalla politica e si diede alla vidka.

Quando si tranquillizzò lo spirito di Nikita Chrusciov, il detonatore della implosione dell’URSS? Quando i suoi successori politici lo spedirono in un minuscolo orto nei pressi di Mosca, la cui superfice era del tutto commisurata alla ampiezza di pensiero del suo talento contadino. L’ex leader dell’Unione Sovietica si distinse lì per gli ottimi raccolti, mostrando tutta la virtù economica del contadino di mezza tacca. Sullo sfondo del dramma economico che erose l’URSS dall’interno giganteggia il valore di quella schiera di economisti leniniani che afferrarono la Russia per i capelli sull’orlo dell’abisso, l’allontanarono da questo abisso e portarono l’Unione Sovietica ai vertici della graduatoria mondiale. Si avverte perciò la necessità impellente di riprendere a studiare con rinnovata attenzione l’opera economica di quei titani che impressero al paese lo slancio necessario a proiettarlo verso il futuro. In particolare mi soffermerò sull’accademico V.I.Vernadskij, noto per essere stato anche il fondatore della noosfera.

Oggi si è soliti parlare della noosfera come di una forma di pensiero a se stante, cioè separata dall’orientamento scientifico che è portata ad esprimere. In realtà la noosfera ha assorbito in se quasi tutte le scienze, con qualche rara eccezione. Si tende a parlare preferibilmente di macrocosmo e microcosmo, senza tralasciare neppure la struttura della Terra. Ma così è difficile estrarre la componente economica della noosfera. D’altra parte l’espansione dell’energia atomica è tale da emergere nel contesto  degli indirizzi scientifici della noosfera, a dimostrazione che l’umanità non possiede nell’immediato futuro un’altra fonte energetica più accessibile ed economica del combustibile nucleare. All’origine di questa consapevolezza vi è proprio Vernadskij, socialista-rivoluzionario per fede politica che aderì tuttavia al potere sovietico come l’unico in grado di funzionare e imprimere slancio alla scienza della noosfera.

CONTINUA

Traduzione dal russo di Trocini Stefano

Fonte: www.vkpb.ru  18.12.2012

https://www.pressenza.com/it/2018/02/si-gli-usa-fecero-guerra-biologica-corea-del-nord/

 

Sì: gli Usa fecero guerra biologica in Corea del Nord

Sì: gli Usa fecero guerra biologica in Corea del Nord

Il libro di Dave Chaddock This Must Be the Place raccoglie le prove che gli USA effettivamente tentarono di spazzare via milioni di cinesi e nord-coreani con malattie mortali. E causarono fame e morte a Cuba introducendo la febbre suina, la muffa del tabacco, e creando “un’epidemia di Dengue emorragica nel 1981.

È una sciocchezza di non poca importanza credere che gli USA bombardarono la Corea del Nord con bombe ordinarie, non biologiche. Non rimanevano più edifici da bombardare. Le persone vivevano nelle grotte, se vivevano. Milioni di persone morirono, la maggior parte delle quali era sopravvissuta alle vecchie bombe ‘non scandalose’ ma assassine di massa (incluso, ovviamente, il napalm che scioglie le persone ma non le infetta con malattie esotiche). Ancora oggi i nordcoreani vivono nel terrore che la storia si ripeta, tanto che il loro comportamento a volte è inesplicabile e sconcertante per i nordamericani che conoscono la storia attraverso le domande dei quiz televisivi…

Eppure, il fatto che gli USA tentarono di diffondere malattie come la peste bubbonica in Corea del Nord può avere un potente impatto sui creduloni che si auto-ingannano circa la pretesa bontà delle guerre statunitensi. Quindi vale la pena diffondere la consapevolezza che questo è accaduto davvero. Un grande aiuto su questo argomento è stato appena fornito da Jeffrey Kaye, che ha pubblicato online un importante rapporto che è stato in gran parte non disponibile per decenni. Il rapporto fu prodotto nel 1952, su richiesta dei governi nordcoreano e cinese, da una commissione che comprendeva eminenti scienziati provenienti da Svezia, Brasile, Francia e Italia, ed era diretto da Sir Joseph Needham, uno dei più importanti e rispettati scienziati britannici. Il suo necrologio del New York Times non dice se le conclusioni della commissione fossero accurate. Il suo necrologio dell’Independent suggerisce che la commissione aveva visto bene. La sua copertura su WikiPedia annuncia in modo prevedibile che la commissione si era sbagliata del tutto, cosa avallata dalla tipica citazione di WikiPedia: “Citazione necessaria”. Sì, a questo punto una citazione è ancora più disperatamente dovuta.

Il rapporto che Kaye ci ha messo a disposizione è completo e ben impostato e conclude che in effetti gli USA usarono la guerra batteriologica. Questa ebbe un ruolo assai minore nel massacro di massa. Ma ebbe un ruolo.
Ebbe un ruolo più ampio nel far sì che la cultura e il governo degli Stati Uniti procedessero su quella strada. Il governo inventò il concetto di “lavaggio del cervello” per sconfessare la testimonianza di piloti statunitensi che avevano confessato di aver condotto azioni di guerra biologica. Poi la CIA impiegò molti anni (e causò molte morti) cercando assurdamente di fare ciò che aveva ridicolmente accusato i cinesi di aver fatto.

Negli USA è notizia non gradita che gli Stati Uniti abbiano protetto criminali di guerra giapponesi e si siano basati sul loro lavoro. E’ ancor più sgradita la notizia che abbiano tentato di creare epidemie mortali nella Corea del Nord.
Forse ancor meno accettabile è la notizia che gli USA hanno portato la fame e la morte a Cuba, introducendo la febbre suina e la muffa del tabacco nell’isola, e creando “un’epidemia di Dengue emorragica nel 1981, durante la quale circa 340.000 persone furono infettate e 116.000 ricoverate in ospedale: questo in un paese che non aveva mai sperimentato un singolo caso di Dengue. Alla fine morirono solo 158 persone, tra cui 101 bambini. Per inciso: così tante ospedalizzazioni con così poche morti è un’eloquente testimonianza dell’eccellenza del sistema sanitario pubblico cubano”.
Stranamente, come sottolinea Kaye, potrebbe essere ancora più inaccettabile negli Stati Uniti sapere che il Giappone aveva sperimentato le armi biologiche sui prigionieri di guerra statunitensi.
E io sospetto che la cosa più inammissibile di tutte sia il fatto che il programma statunitense di armi biologiche trasformò in arma e diffuse la malattia di Lyme nell’area di Old Lyme, nel Connecticut, da cui successivamente la malattia prese il nome. E non a caso, allora, quella malattia si diffuse rapidamente.

Come ho scritto in precedenza, la lotta a colpi di propaganda durante la guerra di Corea fu intensa. Il sostegno che il governo guatemalteco diede ai rapporti sulla guerra batteriologica degli Stati Uniti in Cina fu una delle motivazioni degli USA per rovesciare il governo guatemalteco; e la diffusione di quei rapporti fu probabilmente una delle motivazioni per l’omicidio di Frank Olson della CIA – a questo proposito si veda il nuovo film di Netflix Wormwood.

Non c’è alcun dibattito sul fatto che gli Stati Uniti abbiano lavorato per anni sulle armi biologiche, a Fort Detrick (poi chiamato Camp Detrick) e in numerose altre località. E non si discute sul fatto che gli USA impiegarono gli assassini più abili nell’impiego di armi biologiche sia tra i giapponesi che i nazisti dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Né si discute sul fatto che gli USA testarono tali armi nella città di San Francisco e in numerose altre località statunitensi, e nei soldati statunitensi. C’è un museo all’Avana con testimonianze di anni di guerra biologica degli USA contro Cuba. Sappiamo che a Plum Island, al largo della punta di Long Island, fu sperimentato testare l’uso degli insetti come arma, comprese le zecche che hanno scatenato l’attuale epidemia di Morbo di Lyme.

Il libro di Dave Chaddock This Must Be the Place, che ho trovato attraverso la recensione di Jeff Kaye, raccoglie le prove che gli USA effettivamente tentarono di spazzare via milioni di cinesi e nord-coreani con malattie mortali.

“Che importa adesso?” Posso immaginare che questa domanda provenga da un solo angolo della terra.

Rispondo: importa che conosciamo i demoni della guerra e che cerchiamo di fermare quelli nuovi. Bombe a grappolo statunitensi in Yemen; attacchi con droni statunitensi in Pakistan; armamenti statunitensi in Siria; fosforo bianco e napalm e uranio impoverito statunitensi usati negli ultimi anni; torture statunitensi in campi di prigionia; arsenali nucleari statunitensi in espansione; colpi di stato USA che mettono al potere mostri in Ucraina e Honduras; bugie statunitensi sull’armamento nucleare iraniano; e infine il confonto degli USA con la Corea del Nord come parte di quella guerra mai conclusa: tutte queste cose possono essere affrontate al meglio da persone rese consapevoli di una secolare strategia di bugie.

E rispondo anche che non è ancora troppo tardi per scusarsi.

 

Argentina, sentenza storica: la Chiesa cattolica mandante degli omicidi dei sacerdoti che aiutavano il popolo

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di Giulia De Baudi

E di papa Bergoglio che ne pensa?
«Faceva parte della gerarchia cattolica argentina. E la gerarchia era complice della dittatura. (…)».

Repubblica 5.5.14 – La retorica dei carnefici, il segreto delle uccisioni, la forza della memoria “Perché l’oblio collettivo è la morte”
Intervista all’argentina Elsa Osorio di Wlodek Goldkorn

Secondo la sentenza del tribunale de La Rijoa la Chiesa cattolica fu complice di crimini contro l’umanità durante la dittatura militare in Argentina tra 1976 e il 1983

La Chiesa argentina è stata giudicata complice della dittatura militare nella repressione contro los rojos, dagli anni che vanno dal golpe militare del 1976 al 1983. Nello specifico dell’ultima sentenza, l’istituzione religiosa risulta collusa con i militari Luciano Benjamín Menéndez, Luis Fernando Estrella e Domingo Benito Vera, assassini dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. I due preti, che appartenevano al Movimiento de Sacerdotes del Tercer Mundo, – nato da una costola del movimento evangelico Teologia della Liberazione  –  nel luglio del 1976, furono sequestrati nella loro chiesa, torturati e uccisi.

Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo un paio di mesi fa, da un tribunale de La Rioja, provincia del Nord del Paese. Le motivazioni della sentenza, pubblicate in questi giorni, puntano il dito contro la Chiesa Cattolica considerata complice della dittatura militare che fece scomparire 30.000 giovani argentini.

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Jorge Videla,  fedele Soldato della Chiesa

Nella sentenza di condanna per i responsabili militari della zona, i magistrati hanno chiarito che esisteva in tutto il paese un piano del regime in collaborazione delle alte gerarchie ecclesiastiche per eliminare i preti scomodi: «: «Non si trattò di fatti  isolati e fuori contesto, attuati per moventi particolari. Al contrario, chiaramente, l’assassinio di Murias e Longueville deve essere interpretato precisamente nel contesto di un piano sistematico per l’eliminazione di oppositori politici. (…) Certamente i membri del popolo di Dio, così come la società argentina in generale, si aspettano da un’istituzione così significativa come la Chiesa cattolica, un atteggiamento di più nitido e chiaro ripudio dei meccanismi e di chi, in un modo o nell’altro permise e consentì la realizzazione di fatti gravissimi come quelli che giudichiamo adesso». Questo è ciò che si legge nelle motivazioni della sentenza.

Nel novembre del 1975, durante una visita alla base aerea de Chamical, nella zona di La Rioja, il provicario castrense Victorio Bonamín disse che il popolo, ribellatosi allo sfruttamento disumano dei latifondisti, aveva commesso peccati talmente gravi che si potevano redimere solo con il sangue. Questo era il clima che si respirava in quegli anni.

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Gli appartenenti al Movimiento de Sacerdotes del Tercer Mundo assassinati

Durante la dittatura (preparata sin dagli anni cinquanta, come scriveHoracioVerbitsky, nel suo libro ‘L’isola del silenzio,  dalla Chiesa cattolica argentina, in combutta con l’Opus dei, P2, potere economico, militari, politici)i preti progressisti, che idealmente avevano aderito alle istanze democratiche della Teologia della Liberazione, si trovarono non solo a dover contrastare i terratenientes (latifondisti)  e i militari, ma anche “l’indifferenza” della loro stessa gerarchia.

In realtà nella storia del Sudamerica i militari furono solo degli esecutori. I mandanti furono, come scrive John Perkins  nel suo libro Confessioni di un sicario dell’economia, coloro che stavano all’apice di un sistema creato per lo sfruttamento delle risorse umane e naturali: finanza, corporation, Chiesa cattolica.

sm13Nella didascalia accanto alla foto: Il papa Giovanni Paolo VI con il generale Gualtieri

e L’ammiraglio Jorge Anaya nel 1982

in una visita durante la guerra delle Malvianas

Secondo i giudici che hanno dettato la storica sentenza,  José Camilo Quiroga, Jaime Díaz Gavier y Carlos Julio Lascano, la scomparsa dei due preti della provincia di La Rioja, non fu «un fatto isolato», ma «parte di un piano sistematico di eliminazione degli oppositori politici». I sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville «facevano parte di un gruppo della Chiesa considerato nemico» e pertanto dovevano essere eliminati.

La Chiesa, secondo la sentenza, sapeva e lasciò fare. Nel giro di poche settimane, tra luglio e agosto del 1976, furono assassinati in provincia di La Rioja anche monsignor Pedernera e il vescovo Enrique Angelelli. In questo modo la Chiesa decapitò la cupola del pensiero evangelico cattolico dell’area.

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Woytjla “il santo” sempre in  compagnia di Gualtieri,durante la sua vista in Argentina

La Chiesa di Roma, scrive il giornalista argentino HoracioVerbitsky, non fu solo complice passivo della tragedia dei desaparecidos, ma autore attivo:«Laghi (il nunzio apostolico del Vaticano in Argentina N.d.R.) non agiva di sua iniziativa. La santa sede appoggiava la relazione speciale tra il suo ambasciatore e Massera”. (L’isola del silenzio)

 

«… i valori cristiani sono minacciati dall’aggressione di una ideologia che è rifiutata dal popolo. Per questo ognuno ha la sua quota di responsabilità, la Chiesa e le Forze Armate: la prima sta inserita nel Processo e accompagna la seconda, non solamente con le sue preghiere, ma anche con azioni in difesa e promozione dei diritti umani e la patria …»  (Nunzio papale, Monseñor Pío Laghi, 27/06/76)

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L’ambasciatore americano Raul Castro

e il Nunzio Apostolico Pio Laghi,

assitono spensierati a una partita di tennis a Buenos Aires

(1978)

 

Quando, durante un incontro con il papa, Massera goffamente si scusò perché gli squadroni della morte avevano assassinato alcuni sacerdoti ed alcune suore a Buenos Aires, Paolo VI, visibilmente impacciato, rispose che si trattava di «episodi superati».

Inoltre la Chiesa argentina in combutta con CIA Forze Armate , Aviazione e Marina, preparò il golpe criminale. Fu sempre la Chiesa cattolica a prescrivere ai militari le modalità di assassinio dei prigionieri politici, che venivano gettati dagli aerei ancora vivi; la Chiesa cattolica, attraverso i propri cappellani militari, convinse i marinai reticenti e angosciati, a torturare e ad uccidere i desaparecidos, facendo dire loro dai preti in divisa militare che«separare l’erba buona da quella cattiva» era un precetto biblico da applicare senza nessun timore.

 

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In Argentina, dagli anni cinquanta in poi, prelati, cardinali, vescovi, papi, fecero a gara per incoraggiare l’odio verso i ‘sovversivi’, tra i quali, come dice la sentenza dei giudici di La Rijoa, vi erano numerosi religiosi che appartenevano in gran parte ai movimenti popolari cristiani che volevano che il messaggio evangelico evocato dal Concilio vaticano secondo si tramutasse in giustizia sociale. Teologia della liberazione Montoneros, Movimiento de Sacerdotes del Tercer Mundo, furono alcuni dei movimenti cattolici nati in quegli anni.

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Le due religiose francesi Alice Domon e Léonie Duquet,

fotografate all’E.S.M.A. dopo il loro sequestro

e prima di venire torturate, uccise e fatte sparire

Chiesa cattolica, potere economico, militari, politici, Cia, dalla fine degli anni cinquanta, prepararono la logistica, indottrinarono e addestrarono i loro uomini con un fine preciso e lucido: eliminare la parte migliore del paese che, secondo loro, voleva: «… sovvertire l’ordine cristiano, la legge naturale o il progetto del Creatore».

Per fare questo la Chiesa argentina, appoggiata dalle gerarchie vaticane, al grido di “Dio è giusto”, non esitò a legittimare, la tortura, gli assassinii, e le sparizioni di migliaia di esseri umani: «Quando la Chiesa si sente minacciata nella sua stessa esistenza, cessa di essere soggetta a principi morali. (…) tutti i mezzi sono benedetti: inganno, tradimento, violenza, prigionia e morte», questo è ciò che facevano imparare a memoria a preti e militari nei corsi di ‘Guerra controrivoluzionaria’, dove molti docenti erano dei prelati cattolici.

«A volte, la repressione fisica è necessaria, è obbligatoria e come tale lecita»(Monsignor Miguel Medina, aprile 1982).

 

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I giudici ricordano che le autorità ecclesiastiche argentine non mossero un dito per fermare la carneficina neppure davanti alle persecuzioni sofferte dai sacerdoti vicini ad Angelelli, scomparso in un misterioso incidente automobilistico, considerato poi un assassinio, mentre trasportava i documenti che informavano sulle persecuzioni e che sono serviti oggi come prova nei processi.

Tortolo_intMons. Tortolo con Videla e Gualtieri

Página 12, il quotidiano progressista di Buenos Aires che segue con attenzione i processi contro i criminali della dittatura, ha rivelato tempo fa dell’incontro tra i vertici della Conferenza Episcopale argentina e l’allora dittatore Jorge Videla, nel 1978. In quell’occasione, quando si parlò deidesaparecidos, il cardinale Juan Aramburu commentò che «il problema è cosa rispondere perché la gente smetta di fare supposizioni». Quindi il problema non stava negli assassinii di massa ma come nascondere la verità sui desaparecidos.
A quanto pare il rapporto ambiguo tra Chiesa cattolica e dittatura continua ad esistere. I giudici sostengono nella loro sentenza che ancora adesso le autorità cattoliche hanno «un atteggiamento reticente» verso chi vuole scoprire i crimini. Lo stesso parroco della parrocchia in cui furono sequestrati i due sacerdoti assassinati ha tentato di impedire l’ingresso nella sua chiesa ai giudici, sostenendo fossero in corso «esercizi spirituali», nonostante la visita fosse stata ampiamente annunciata.

Scrivono i giudici nella sentenza: «I membri del popolo di Dio, così come il resto della società argentina si aspettano oggi da un’istituzione cosi importante come la Chiesa cattolica un ripudio chiaro e nitido a chi permise che si perpetrassero i gravissimi crimini che conosciamo». Se i giudici fanno questo appello significa che la Chiesa cattolica vuole continuare a coprire i propri crimini in tutti i modi possibili. Inoltre, come per i mafiosi italiani, la Chiesa non ha mai scomunicato i criminali argentini.

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Videla alle prese con il “pasto evengelico” elargitogli dalla Chiesa cattolica

«I membri della Giunta Militare saranno glorificati dalle generazioni future»(Monsignor Bonamín, marzo 1981).

15 febbraio 2013

http://www.igiornielenotti.it/?p=10507